Racconti diVersi: Kunta Kinte – la (non) votazione


photo credit: i voted via photopin (license)
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Questa settimana non ci sarà nessun voto: il tema si è rivelato fin troppo ostico e abbiamo solo due partecipanti che vincono, quindi, tre a zero a tavolino. Congratulazioni per esserci riusciti e do appuntamento a tutti a domani, per un Miniplot diverso dal solito.

Ecco a voi i due svolgimenti vincitori; buona lettura e buona domenica.

Tiziana

“Scusi, può darmi un’altra birra? Scusi?”
“Ecco, signore” mi dice il barista dopo molti minuti dal mio ordine.
La televisione è estremamente alta e vorrei chiedere al barista di abbassarla, ma ho come l’impressione che sia troppo preso dal suo cellulare per darmi retta. Siamo in tre: io, il barista e quel signore al tavolo in fondo che dorme con la testa appoggiata sopra le sue braccia. Con la bocca semiaperta emette un respiro asmatico. Si coordina perfettamente con il digitare del barista sul telefono. Le orecchie sembrano esplodermi. Vorrei finire prima il tramezzino e la birra per poi andare più lontano possibile da questo frastuono. Se almeno potessi vedere la partita Roma – Inter sul primo canale invece di questo film noioso. Come minimo dovrei quasi urlare, ma sono stufo. Che diamine! Sono l’unico cliente che ha pagato e devo sopportare di mangiare in questi condizioni?
“Senta, scusi? Potrebbe abbassare il volume e cambiare canale?”
Il barista prende il telecomando con la sinistra, mentre con la destra seguita a ‘smanettare’ al cellulare. Alza ancora di più il volume.
“Che è? MA CHE È? OH! Vuoi abbassare che sto dormendo?” il signore urlando al barista.
“Vai a dormire a casa tua, negro.”
“Fottiti.”
“Cosa hai detto, negro?”
Il signore esce senza fiatare, si gira e lo osserva sgranando gli occhi color nocciola. Non è nero come afferma il barista, è colorato, come lo sono io che sono rosa, avrei voluto dire. Tu sei uno sporco lurido bianco del cavolo che non si abbronza perché tu il sole lo prendi di striscio, solo quando entra da quelle tende polverose. Il tuo lurido locale è nero e appartiene a un fottuto bianco. E invece sono stato zitto. Lascio il tovagliolo stropicciato e il boccale di birra vuoto sul tavolo. Non lo saluto, nemmeno si accorge preso com’è dai continui messaggi.
“Me lo dai un passaggio?”
“Chi caz…”
“Scusa. Sono Zamir, ma tutti mi chiamano Kunta Kinte, Kunta per abbreviare.”
“Io sono Vincenzo. E perché ti chiamano così?”
“Sono africano e, prima di venire qui in Italia, mi hanno portato in America. Sai no la storia di Kunta Kinte…”
“Veramente no. Ma che facevi in America? La vuoi una sigaretta?”
“Grazie, sì. Ero il più grande tra i miei fratelli e mi hanno portato via dalla mia famiglia. Mi hanno preso con la forza. Appena arrivato in America mi hanno usato per spacciare, fare qualche lavoro in nero…”gli scappa da ridere.
Anche a me. Mentre butto fuori la nicotina penso a quanto possa essere stato umiliante per lui tutto questo. Uno schiavo ai comodi degli altri e pure qui in Italia è uno ‘sporco negro’.
Ci fermiamo a parlare molto. Ce ne accorgiamo dal fatto che esce il barista che sta chiudendo la serranda.
“Ancora sei qui, Kunta?”
“Il mio nome è Zamir.”
“Ah, sai pure parlare Kunta?”
“La smetta immediatamente” dico istintivamente.
“E tu come ti chiami? Il fidanzato di Kunta?”
“Ti piacerebbe, vero? Lo vuoi vedere?” facendogli mettere paura mentre appoggio le mani all’altezza dei genitali.
Con un cenno faccio capire a Zamir di assecondarmi. Lo riprendiamo in due dopo che, invano, il barista ha cercato di scappare.
“Ora ripeti: mi chiamo Kunta.”
“Mi chiamo Kunta.”
“Conto quanto Kunta Kinte, nulla. Ripeti!”
“Conto quanto Kunta Kinte, nulla. Ahia!”
La mia catenina l’ho sacrificata per fare due giri ai polsi al giovane barista. Crudele, ma credo che una notte attaccato e legato al palo del lampione potesse solo che fargli bene. Oltre a illuminare il suo lurido locale, lo avrebbe ‘illuminato’ dal comportarsi bene in futuro. Tanto di lì, volente o nolente, sarai passato spesso. Faccio il camionista e stavolta non sono solo nel mio viaggio. Zamir; mi ha chiesto un passaggio.
“Saluta Kunta, Zamir. Mi sa che stavolta è più ‘nero’ di te.”
Ridiamo e svoltiamo l’angolo per andarcene. Dallo specchietto vedo il barista prendere a calci il lampione. Sarà una lunga notte per lui.

Grilloz

Dodici chilometri e quattrocentosettantadue metri, sette semafori, dodici incroci. Poi quarantasette passi. Li ho contati. Gli ultimi in coda alla macchinetta scanditi dal suono della bollatrice. Otto ore. Quattrocentottanta minuti. Ventottomila ottocento secondi. Ognuno segnato dal movimento della lancetta sul grande orologio in fondo al salone. Non ne perde uno. Non ne scorda nessuno.
Trecentosettantacinque bulloni. Settantacinque pezzi trasportati dal nastro, in fila come i soldatini di piombo di mio padre, come le macchinine con cui giocavo io, come le auto in coda in tangenziale ogni mattina. Non aspettano. Io avvito. Una goccia di sudore cade sul nastro e lo segue nel suo percorso.
Ventidue macchie di grasso sulla tuta blu, identica a quella del mio vicino, a parte le macchie. Le sue non le ho contate.
Gli anelli della mia catena invece li ho contati tutti. Seicentoquarantasette euro il mutuo per la casa. Trecentododici la rata della macchina. Duecentoquarantadue la retta dell’asilo di Carla. Quarantadue la pay-tv. Poi c’è il telefono, il mio e quello di Giulia, le bollette, luce, gas, acqua, la pizza del sabato sera, la palestra…
Tu li hai contati gli anelli della tua? Quella che ti tiene legato al tuo nastro, alle tue scartoffie da archiviare, al treno che ti aspetta ogni mattina, al traffico in centro, al capo ufficio pedante?
Intanto un altro pezzo passa, altre cinque viti, altri cinquanta colpi col polso, altro sudore asciugato con la manica.
Una catena d’acciaio puoi provare a spezzarla, puoi sperare di scappare dalla piantagione, darti alla macchia, cercare una vita nuova, libera forse. Ci hai mai pensato? Le nostre catene non si possono spezzare, ci tengono legati alla vita di tutti i giorni, quella che si ripete sempre uguale, ci tiene legati all’attesa del fine settimana, alla prossima puntata della nostra serie, all’aperitivo, al cinema.
No, la mia catena non si può spezzare, non ha anelli deboli: ognuno è legato a qualcosa a cui non saprei rinunciare.
O forse sì, si può spezzare. Ma dopo ogni cosa crollerebbe, per questo neanche ci provo. Eppure basterebbe poco. Basterebbe uno zoccolo, uno di quelli di una volta, di legno col cinturino in cuoio. Lo sai come si dice zoccolo in francese?

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6 pensieri riguardo “Racconti diVersi: Kunta Kinte – la (non) votazione

  1. Ora c’è la ‘bella’ come a carte? Scherzo! Complimenti Grilloz!
    Mi spiace che gli altri non abbiano scritto, mi sento un po’ in colpa nell’aver suggerito Silvestri.
    Come ci siamo riusciti? Non lo so, non c’è una formula. Se hai un’intuizione la segui. E non sempre accade. Buona domenica.

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