Trame graffi(a)te – L’ombra al guinzaglio


L’esercizio del mercoledì serve per abituarsi a produrre trame: dovrete guardare bene le immagini che vi proporrò e dare sfogo alla fantasia, senza dimenticare di mettere (e magari aggiungere ex novo) tutti gli ingredienti che servono per fare una storia. Domenica, se ci saranno abbastanza svolgimenti, farò il classico post per dare il proprio parere di lettori agli esercizi.

Ed ora, ecco l’immagine della settimana:

Van Gogh

Buona scrittura!

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19 pensieri riguardo “Trame graffi(a)te – L’ombra al guinzaglio

  1. Ciao. Non è un classico di Van Gogh, che adoro. Anzi devo ringraziare chi la scorsa settimana ha definito il testo “Il Van Gogh di Tiziana.” Mi è piaciuta la titolazione. Grazie.
    Dimmi il titolo di questo quadro, che non conosco o non mi dice niente adesso. Di solito si utilizza “La notte stellata”, “La camera ad Arles”, i vari ritratti e i girasoli (il mio fiore preferito, tra l’altro). Il mio quadro preferito è: “I mangiatori di patate.” Altro che quelle tonalità gialle dei suoi famosi girasoli. Basta, che sennò faccio una lezione di educazione artistica che ora non sono sicura si chiami così.
    Dimmi che continuerai coi quadri…
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  2. Se non ho sbagliato, ho provato a scriverlo in seconda persona singolare. Buona lettura.

    Vecchio pittore ti porti il peso delle tue tele. Ti appresti a ritirarti poiché la luce non consente più di dipingere. Ritorni sconsolato sopra un tappeto di foglie gialle, le stesse che dipingi nei tuoi quadri. Secchi i pennelli, secche le foglie e piena la tua fantasia. Controlli le sfumature dei colori autunnali e l’ombra calpesta le tue intenzioni. Il sole ti buggera, oggi ti è nemico nel non darti luce per più ore. Sfiancato, deluso trovi rifugio nella tua casa oltre il bosco. Il passo è lento e scoordinato nei tuoi scarponi sporchi di terra. Non hai fretta e non acceleri l’andamento; nessuno ti aspetta a casa. Anche il cane ti ha abbondonato per un boccone di qualcun’altro: un altro padrone. Uno di quelli che ti sfama, non uno che ti accarezza con le mani sporche di pittura. Ti addormenti in poltrona stanco di sonno e morto di fame.

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  3. – Ventitré anni fa, quando tornai dalla Seconda Guerra Mondiale, pensavo che mi sarebbe stato facile scrivere della distruzione di Dresda, dato che non avrei dovuto fare altro che riferire ciò che avevo visto. E pensavo anche che sarebbe stato un capolavoro o per lo meno che mi avrebbe fatto guadagnare un mucchio di quattrini, dato che il tema era così forte. In tutti questi anni la gente che incontravo mi ha chiesto spesso a cosa stavo lavorando, e di solito io rispondevo che la cosa più importante era un libro su Dresda.
    «E’ un libro contro la guerra?»
    «Sì, credo.»
    «Sa cosa rispondo quando uno mi dice che sta scrivendo un libro contro la guerra?»
    «No, cosa dice?»
    «Dico: perché non scrive un libro contro i ghiacciai, allora?»
    Quello che voleva dire, naturalmente, era che ci saranno sempre guerre, che impedire una guerra è facile come fermare un ghiacciaio. E lo credo anch’io. «Il prossimo che scriverò sarà divertente.» –

    Come un artigiano, cesellava frasi, sceglieva sinonimi, modificava ritmo e musicalità. «Io sono l’ultimo aedo», diceva di se stesso, puntando un dito al cielo, ubriaco di fumo e di risate. «Come un moderno Omero, sono un apolide condannato a un continuo vagabondare per portare agli uomini il conforto dell’immaginazione.» L’entusiasmo lasciava poi il posto allo sconforto. «Quanto vano è il mettersi seduti a scrivere.»

    Sollevò la testa dai fogli, il suo sguardo incontrò una decina di quadri – contemporanei e riproduzioni illustri – sulla parete opposta allo scrittoio.

    «La pittura odierna ha più cultori dell’odierna letteratura, perché il quadro si lascia vedere in due secondi di noia, mentre il libro non si lascia leggere in meno di due ore di tedio. La pittura è la più permissiva e comoda di tutte le arti. La più permissiva poiché, a causa della materia e dell’oggetto, le si abbonano molte cose e si gode di essa anche là dove essa è solo mestiere o arriva appena all’arte: in parte perché un’esecuzione tecnica anche priva di ispirazione mette in ammirazione la persona colta come l’incolta, sicché essa non deve, dunque, far altro che salire di un pochino verso l’arte per rendersi in più alto grado beneaccetta. La verità nei colori, nelle superfici, nei rapporti degli oggetti visibili tra loro fa già piacere, e giacché l’occhio è comunque abituato a vedere tutto, una figura deforme e quindi un’immagine deforme non lo offende. Si accettano le raffigurazioni più brutte perché si è abituati a vedere oggetti ancora più brutti. Il pittore deve dunque essere solo un tantino artista per trovare un pubblico.» Rimase in contemplazione.

    «Scrivere, non importa se in versi o in prosa, significa maneggiare le parole come pietre, come pietre nude, – un mestiere spietato! Sono stato tutta la mattina per aggiungere una virgola, e nel pomeriggio la ho tolta.» si disse tra l’imprecazione e la rassegnazione velando – falsamente – il moto d’orgoglio. Nel silenzio della stanza: l’inseparabile mal di testa a fargli compagnia e “Il pittore che va al lavoro” a sbeffeggiarlo. «Vanesio con tele e pennelli, l’ombra al guinzaglio: ecco cosa sei, pittore. Io tutto ho dato per la mia scrittura. E tra un anno sarò dannato.»

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  4. Il vecchio calpestava il campo che la siccità aveva reso sterile, aiutandosi con il bastone: lo puntellava con cautela per non perdere l’equilibrio, mentre la sua ombra si arrampicava e si stendeva tra le buche e le zolle rialzate come una macchia fedele tenuta al guinzaglio.
    Respirò l’aria del mattino, il sole riscaldava le sue ossa e si chinò a strappare le radici di una pianta che l’acqua aveva fatto fatica a nutrire: non era facile per lui prendere una decisione, ma l’opportunità era grande e il rimpianto non avrebbe risolto la crisi economica che stava attraversando. L’aratro solcava e frammentava una terra secca, incapace ormai di generare frutti e lui campava di quelli: ostinarsi ad amare un lavoro ormai improduttivo era come scegliere a quale morte offrirsi.
    “È solo una questione di colori e temperature”, pensò, allungando lo sguardo fin dove la vista glielo consentiva e anche quando gli si fece nebbia, riuscì a scorgere la linea di confine tra colline e cielo: “mi basterà sostituire il marrone con il bianco, l’azzurro con il nero, il caldo con il gelo; l’orizzonte esisterà sempre e rimarrà ovunque lo stesso.”
    Cercava di convincersi, dopo che quei signori piccoli piccoli, al mercato, gli avevano dato un volantino che lui si era messo in tasca senza nemmeno leggerlo. Poi, quando con calma lo aveva fatto a casa, si era guardato allo specchio e la sua immagine riflessa gli aveva regalato un sorriso di speranza: per la prima volta, in tanti mesi, pensò di avere una chance. Ma era una possibilità che costava parecchio e il prezzo era l’abbandono di tutto ciò che fino allora aveva rappresentato la propria esistenza: la vita nei campi, la terra imbevuta di sole, gli odori caldi delle spighe di grano e del foraggio raccolto in balle, tutto ciò da cui adesso si sentiva tradito.
    Tirò un lungo sospiro osservando da vicino un tubero di patata che sbucava dal terreno: aveva l’aria di un sopravvissuto che si era arreso al nemico più forte. Lo raccolse liberandolo dalla sua solitudine e destinandolo a un’altra. Prese ciò come un segno del destino.
    Quando rientrò cominciò a prepararsi: aveva barba e capelli bianchi, un generoso girovita, occhiali e un energico “oh-oh” recitato un paio di volte davanti allo specchio. Non doveva portare niente con sé: il volantino diceva chiaramente che il mezzo di trasporto era in dotazione, che per l’abbigliamento servivano solo un paio di stivali, ché alla divisa da lavoro avrebbero pensato loro. Ed erano a carico dell’organizzazione pure le spese di viaggio. A lui rimaneva solo il compito di farsi un gran coraggio e mettere in tasca il biglietto di sola andata per il Polo Nord.

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  5. Il Quadro di GUS

    Una giornata balorda. Dovevo fare un ritratto a una signora molto bella. Avrebbe pagato in natura. Purtroppo cominciai a guardare la mia ombra e il desiderio di dipingerla cresceva passo dopo passo. Accovacciato ho cercato di iniziare il mio dipinto. Perbacco, l’ombra non c’era più. Mi alzo di scatto e ricompare beffarda e io la scalcio. Urla la maledetta e mi salta in testa e quasi sfonda il mio cranio e mi infila la tela come una collana. Mi strappo i capelli, li ingoio e l’ombra approfitta della mia bocca aperta per versarci tutti i colori.

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  6. Sempre a proposito del quadro, su Google immagini trovo queste informazioni:

    Dato che Vincent van Gogh ha prodotto un sorprendente catalogo d’arte che conta migliaia, è sorprendente che solo sei siano stati dichiarati distrutti. Uno dei sei era un autoritratto noto come The Painter on the Road to Tarascon .
    Prima della sua distruzione, Il pittore sulla strada di Tarascon era un dipinto ad olio su tela di 48 x 44 cm. Fu ospitato nel Kaiser-Friedrich Museum di Magdeburgo, in Germania, attualmente conosciuto come il Kulturhistorisches Museum. Si ritiene che sia stato perso nel fuoco dai bombardamenti alleati di Magdeburgo durante la seconda guerra mondiale. Tuttavia, la Monuments Men Foundation ha nella sua lista “Most Wanted: Works of Art”. La Fondazione si basa sulla sezione Monumenti, Belle Arti e Archivi degli eserciti alleati organizzati nella Seconda Guerra Mondiale per preservare e recuperare arte e pezzi culturali minacciati durante la guerra. La fondazione elenca il dipinto come “mancante dal deposito d’arte delle miniere di sale di Stassfurt … il 12 aprile 1945”.

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  7. Mi hai fatto felice. Non trovando il titolo dell’opera, non ricevevo informazioni sul quadro. Credo che interessi più a me che ad altri info di questo genere. Male non fa a nessuno. Grazie, Gus.

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