Trame graffi(a)te: L’ombra al guinzaglio – i commenti


da Internet

Da oggi non avremo più nessuna votazione: chi legge dovrà dare semplicemente dire cosa abbia preferito e cosa non abbia gradito, riportando (se possibile) frasi e citazioni dagli esercizi.

Tutti i racconti sono pubblicati qui sotto, uno di seguito all’altro, in ordine di arrivo. Alla fine ci sarà un piccolo form attraverso il quale lasciare il proprio pensiero che, come sempre, sarà anonimo. Vi ricordo che i  commenti che inviate non sono commenti veri e propri, ma mi arrivano sotto forma di e-mail: ogni volta che potrò (il che potrebbe significare anche con molte ore di ritardo) li ricopierò laggiù in basso, dopo l’ultimo esercizio.

A volte WordPress si “mangia” questi commenti anonimi, che quindi vengono persi: se desiderate, potete mandarmeli per email e io li tratterò come se fossero anonimi.

Buona domenica, buone feste e buona lettura.

EDIT: Ho aggiunto lo svolgimento che oggi mi ha inviato Anna Maria.

Tiziana

Vecchio pittore ti porti il peso delle tue tele. Ti appresti a ritirarti poiché la luce non consente più di dipingere. Ritorni sconsolato sopra un tappeto di foglie gialle, le stesse che dipingi nei tuoi quadri. Secchi i pennelli, secche le foglie e piena la tua fantasia. Controlli le sfumature dei colori autunnali e l’ombra calpesta le tue intenzioni. Il sole ti buggera, oggi ti è nemico nel non darti luce per più ore. Sfiancato, deluso trovi rifugio nella tua casa oltre il bosco. Il passo è lento e scoordinato nei tuoi scarponi sporchi di terra. Non hai fretta e non acceleri l’andamento; nessuno ti aspetta a casa. Anche il cane ti ha abbondonato per un boccone di qualcun’altro: un altro padrone. Uno di quelli che ti sfama, non uno che ti accarezza con le mani sporche di pittura. Ti addormenti in poltrona stanco di sonno e morto di fame.

Viola Emi

– Ventitré anni fa, quando tornai dalla Seconda Guerra Mondiale, pensavo che mi sarebbe stato facile scrivere della distruzione di Dresda, dato che non avrei dovuto fare altro che riferire ciò che avevo visto. E pensavo anche che sarebbe stato un capolavoro o per lo meno che mi avrebbe fatto guadagnare un mucchio di quattrini, dato che il tema era così forte. In tutti questi anni la gente che incontravo mi ha chiesto spesso a cosa stavo lavorando, e di solito io rispondevo che la cosa più importante era un libro su Dresda.
«E’ un libro contro la guerra?»
«Sì, credo.»
«Sa cosa rispondo quando uno mi dice che sta scrivendo un libro contro la guerra?»
«No, cosa dice?»
«Dico: perché non scrive un libro contro i ghiacciai, allora?»
Quello che voleva dire, naturalmente, era che ci saranno sempre guerre, che impedire una guerra è facile come fermare un ghiacciaio. E lo credo anch’io. «Il prossimo che scriverò sarà divertente.» –

Come un artigiano, cesellava frasi, sceglieva sinonimi, modificava ritmo e musicalità. «Io sono l’ultimo aedo», diceva di se stesso, puntando un dito al cielo, ubriaco di fumo e di risate. «Come un moderno Omero, sono un apolide condannato a un continuo vagabondare per portare agli uomini il conforto dell’immaginazione.» L’entusiasmo lasciava poi il posto allo sconforto. «Quanto vano è il mettersi seduti a scrivere.»

Sollevò la testa dai fogli, il suo sguardo incontrò una decina di quadri – contemporanei e riproduzioni illustri – sulla parete opposta allo scrittoio.

«La pittura odierna ha più cultori dell’odierna letteratura, perché il quadro si lascia vedere in due secondi di noia, mentre il libro non si lascia leggere in meno di due ore di tedio. La pittura è la più permissiva e comoda di tutte le arti. La più permissiva poiché, a causa della materia e dell’oggetto, le si abbonano molte cose e si gode di essa anche là dove essa è solo mestiere o arriva appena all’arte: in parte perché un’esecuzione tecnica anche priva di ispirazione mette in ammirazione la persona colta come l’incolta, sicché essa non deve, dunque, far altro che salire di un pochino verso l’arte per rendersi in più alto grado beneaccetta. La verità nei colori, nelle superfici, nei rapporti degli oggetti visibili tra loro fa già piacere, e giacché l’occhio è comunque abituato a vedere tutto, una figura deforme e quindi un’immagine deforme non lo offende. Si accettano le raffigurazioni più brutte perché si è abituati a vedere oggetti ancora più brutti. Il pittore deve dunque essere solo un tantino artista per trovare un pubblico.» Rimase in contemplazione.

«Scrivere, non importa se in versi o in prosa, significa maneggiare le parole come pietre, come pietre nude, – un mestiere spietato! Sono stato tutta la mattina per aggiungere una virgola, e nel pomeriggio la ho tolta.» si disse tra l’imprecazione e la rassegnazione velando – falsamente – il moto d’orgoglio. Nel silenzio della stanza: l’inseparabile mal di testa a fargli compagnia e “Il pittore che va al lavoro” a sbeffeggiarlo. «Vanesio con tele e pennelli, l’ombra al guinzaglio: ecco cosa sei, pittore. Io tutto ho dato per la mia scrittura. E tra un anno sarò dannato.»

Marina

Il vecchio calpestava il campo che la siccità aveva reso sterile, aiutandosi con il bastone: lo puntellava con cautela per non perdere l’equilibrio, mentre la sua ombra si arrampicava e si stendeva tra le buche e le zolle rialzate come una macchia fedele tenuta al guinzaglio.
Respirò l’aria del mattino, il sole riscaldava le sue ossa e si chinò a strappare le radici di una pianta che l’acqua aveva fatto fatica a nutrire: non era facile per lui prendere una decisione, ma l’opportunità era grande e il rimpianto non avrebbe risolto la crisi economica che stava attraversando. L’aratro solcava e frammentava una terra secca, incapace ormai di generare frutti e lui campava di quelli: ostinarsi ad amare un lavoro ormai improduttivo era come scegliere a quale morte offrirsi.
“È solo una questione di colori e temperature”, pensò, allungando lo sguardo fin dove la vista glielo consentiva e anche quando gli si fece nebbia, riuscì a scorgere la linea di confine tra colline e cielo: “mi basterà sostituire il marrone con il bianco, l’azzurro con il nero, il caldo con il gelo; l’orizzonte esisterà sempre e rimarrà ovunque lo stesso.”
Cercava di convincersi, dopo che quei signori piccoli piccoli, al mercato, gli avevano dato un volantino che lui si era messo in tasca senza nemmeno leggerlo. Poi, quando con calma lo aveva fatto a casa, si era guardato allo specchio e la sua immagine riflessa gli aveva regalato un sorriso di speranza: per la prima volta, in tanti mesi, pensò di avere una chance. Ma era una possibilità che costava parecchio e il prezzo era l’abbandono di tutto ciò che fino allora aveva rappresentato la propria esistenza: la vita nei campi, la terra imbevuta di sole, gli odori caldi delle spighe di grano e del foraggio raccolto in balle, tutto ciò da cui adesso si sentiva tradito.
Tirò un lungo sospiro osservando da vicino un tubero di patata che sbucava dal terreno: aveva l’aria di un sopravvissuto che si era arreso al nemico più forte. Lo raccolse liberandolo dalla sua solitudine e destinandolo a un’altra. Prese ciò come un segno del destino.
Quando rientrò cominciò a prepararsi: aveva barba e capelli bianchi, un generoso girovita, occhiali e un energico “oh-oh” recitato un paio di volte davanti allo specchio. Non doveva portare niente con sé: il volantino diceva chiaramente che il mezzo di trasporto era in dotazione, che per l’abbigliamento servivano solo un paio di stivali, ché alla divisa da lavoro avrebbero pensato loro. Ed erano a carico dell’organizzazione pure le spese di viaggio. A lui rimaneva solo il compito di farsi un gran coraggio e mettere in tasca il biglietto di sola andata per il Polo Nord.7

Anna Maria Fabbri

IL QUADRO

Il fruscio di foglie proveniente dal sentiero mi fece sollevare lo sguardo dal terreno. Occhi di ghiaccio mi trafissero senza un sorriso. Lo fissai con le palpebre leggermente serrate per il riverbero della luce, senza accennare a un saluto.

Il pittore se ne andava leggermente curvo, con il peso dei suoi attrezzi.

I recenti fatti che avevano sconvolto il nostro quieto vivere, avevano reso tutti diffidenti: e se fosse lui il pericoloso assassino?

Rimpiansi la perdita di serenità, che mi aveva spinto a vivere in quella zona campestre con l’orizzonte piatto, frastagliato solo da cime di alberi e fattorie. Un tempo io avrei salutato. Qui abita gente semplice e di poche parole, ma fiduciosa e ospitale, ma da un mese tutto è cambiato.

Abbandonai la zappa nel campo e tornai verso casa. La strada fiancheggiava il lato sinistro della fattoria di Olmo. Il silenzio era doloroso e inquietante, non si udiva il verso di nessun animale o attrezzo da lavoro. La casa aveva le imposte chiuse e le erbacce cominciavano a impadronirsi dell’aia.

Chi e perché? Era la domanda che tutti si facevano.

Il corpo di Olmo era stato trovato nella stalla, con un colpo alla nuca tra le mucche che muggivano agitate. La moglie aveva venduto il bestiame e si era trasferita dalla sorella.

Arrivato a casa, aprii il cavalletto all’ombra del faggio e preparai i colori. Volevo mettere su tela quell’immagine del pittore stagliata nella vivida luce del paesaggio.

Con tratti decisi cominciai a dipingere.

All’imbrunire mi fermai a osservare il risultato del mio lavoro e sconcertato borbottai: «Sei uno stupido, i pennelli non uccidono.».

La figura del pittore sulla tela non aveva nulla d’inquietante, neppure lo sguardo. Erano semplici occhi azzurri che mi fissavano.

Avevo frainteso?

Forse anche lui aveva sentito parlare dell’omicidio ed era diffidente.

Al quadro mancava il piede del cavalletto chiuso. Con mano tremante avvicinai il pennello che lasciò sulla tela uno sbaffo, un segno curvo che nulla aveva a che fare con il piede dritto di un cavalletto, sembrava un guinzaglio.

La tela rimase incompiuta come il mio dubbio irrisolto.

E adesso, a voi il giudizio!

***

  1. La cosa che più mi è piaciuta: Questa frase di Marina:
    L’aratro solcava e frammentava una terra secca, incapace ormai di generare frutti e lui campava di quelli: ostinarsi ad amare un lavoro ormai improduttivo era come scegliere a quale morte offrirsi.
    E quella che mi è piaciuta meno: Il testo di Viola. La trama non porta a nulla e non comprendo il nesso con l’immagine. Anche Marina ha divagato troppo, ma è rientrata parlando di colori, sfumature. Si perde un po’ descrivendo Babbo Natale alla fine, se non ho equivocato. Non c’entra molto con l’immagine.
  2. La cosa che più mi è piaciuta: Bello è vedere come ciascuno di noi si faccia trasportare da un semplice input, lasciando andare l’immaginazione dove vuole anche senza nessi apparenti, però partire dallo input è per me necessario. Tiziana è stata la più ligia e coerente, ha messo in parole i colori del quadro, il suo racconto non è descrittivo e monotono, anzi racconta una vita ed è poetico. Il più fantasioso quello di Marina.
    E quella che mi è piaciuta meno: Il racconto di Viola Emi non mi ha convinto, perché il suo personaggio fa riflessioni sui quadri generiche e non specifiche sul quadro proposto.
  3. La cosa che più mi è piaciuta: Marina è una narratrice, non c’è alcun dubbio. Il suo racconto mi piace perché è equilibrato, dettagliato, lo stile resta fedele a se stesso in tutto il testo e non è mai banale.
    Non impazzisco per il finale, mi disorienta perché non so se definirlo ironico o semplicemente una scelta fra le tante possibili.
    E quella che mi è piaciuta meno: I refusi nel testo di Tiziana (uno di essi ortografico) e un errore sintattico nel testo di Viola.
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