Trame graffi(a)te: Noia – i commenti


da Internet

Da oggi non avremo più nessuna votazione: chi legge dovrà dare semplicemente dire cosa abbia preferito e cosa non abbia gradito, riportando (se possibile) frasi e citazioni dagli esercizi.

Tutti i racconti sono pubblicati qui sotto, uno di seguito all’altro, in ordine di arrivo. Alla fine ci sarà un piccolo form attraverso il quale lasciare il proprio pensiero che, come sempre, sarà anonimo. Vi ricordo che i  commenti che inviate non sono commenti veri e propri, ma mi arrivano sotto forma di e-mail: ogni volta che potrò (il che potrebbe significare anche con molte ore di ritardo) li ricopierò laggiù in basso, dopo l’ultimo esercizio.

A volte WordPress si “mangia” questi commenti anonimi, che quindi vengono persi: se desiderate, potete mandarmeli per email e io li tratterò come se fossero anonimi.

Buona domenica e buona lettura.

EDIT: Ai partecipanti si è aggiunto newwhitebear.

Sandra

Ogni mattina mi alzavo fiduciosa che le cose sarebbero cambiate per poi scontrarmi con la realtà.
La colazione insieme veniva sempre consumata troppo in fretta, mentre Dick, in vestaglia, sorseggiava il suo caffè nero, io, in sottoveste, indugiavo tra spremute, pane e burro, tanto burro, spalmavo, spalmavo e in un attimo, mentre avevo lo sguardo fisso sulla fetta di pane, mio marito si alzava e spariva dalla mia vista. In breve era vestito per l’ufficio, ma prima di uscire toccava informarsi su cosa diavolo fosse accaduto là fuori nel mondo, mentre noi dormivamo. Era in quel preciso momento che la mia fiducia trovava un appiglio nella lettura dei quotidiani, sperando che se io mi fossi piazzata di fronte alla scrivania qualcosa sarebbe successo. Non poteva restare indifferente al richiamo del mio corpo, dopo che lo era stato anche la sera prima. Ma il crollo di qualche azione in borsa esercitava maggiore fascino e io, che la notte ero rimasta sveglia a lungo incapace di fare il primo passo per paura di un rifiuto, crollavo a dormire con la testa sul gomito, appoggiata ai documenti.
Finiva sempre così, lui usciva, io manco me ne accorgevo, e cominciavamo la solita, stanca giornata da separati in casa, come forse ci avrebbero definiti, se solo fossimo vissuti qualche decennio più tardi.

Evaporata

Di solito incrocio il mio coinquilino quando torno dal lavoro, ma questa mattina dopo aver fatto la doccia mi sono addormentata sul tavolo della cucina. Lui ha preso il giornale che gli ho portato ed è uscito senza svegliarmi, il bus non aspetta.

Isabella

Amalfi. Io ero distrutta dal caldo e dalle feste che davano gli amici, non tornavamo mai prima delle cinque. Lui era sempre in forma, con la giacca e la cravatta: elegantissimo. Gli altri sudavano copiosamente e non osavano mettere nulla sopra la canottiera, che le camicie sarebbero state subito fradice sotto le ascelle.
Ma lui no, sempre perfetto. Entrati in camera, spalancavo le finestre, mi spogliavo di tutto. Lui apriva il “Sole 24 Ore” appena preso dall’edicolante, quello di fronte alla casa che prendevamo in affitto d’estate; lo sfogliava minuziosamente, scarabocchiava qualcosa sulla prima delle carte sparse in giro, pronto ad acchiappare un’idea che altrimenti sarebbe sfuggita alla velocità di un sogno. Qualche volta controllava uno dei quotidiani vecchi, ammucchiati sul tavolino, per confermare un’idea che gli era balenata in testa. Dieci minuti di cellulare con il suo agente di borsa, poi spegneva il telefono, toglieva gli occhiali e tornava da me.
Io finivo per aspettarlo sonnecchiando sul tavolino davanti alla brezza fresca e salata che arrivava dal mare, fin quando sentivo il brivido provocato dal tocco delle sue mani sulla mia schiena e alzavo gli occhi felice, finalmente era tutto per me!

Anna Maria Fabbri

Seduta alla scrivania Arianna sollevò le braccia, mugolando e stirando la schiena. Il libro da inviare all’editore era finalmente revisionato e corretto.
L’alba con la sua brezza mattutina era ormai passata e la giornata si preannciava calda. Si tolse il cardigan e lo buttò sulla scrivania appoggiandovi il capo. Sentì suo marito che si alzava e andava in bagno. Improvvisamente la stanchezza si impossessò del suo corpo. Lo voleva aspettare per prendere un caffé assieme, prima che andasse al lavoro, poi sarebbe andata a letto . Il tempo le sembrò infinito, il torpore duro da sconfiggere. Le sarebbe piaciuto avere un suo parere su quella pagina che non la convinceva del tutto.
Lui arrivò già belle e vestio, prese il giornale 24 ore e scorse i titoli.
Uscì di casa senza svegliarla.
Erano due mondi paralleli con scarse possibilità di intersecarsi, uno diurno e uno notturno. La parola di lei contro i numeri di lui.

(dal cellulare – spero di non aver scritto troppi strafalcioni)

Sinforosa Castoro

… Lei lo amava, certo, e lui la amava tuttavia… Si, c’è un tuttavia, lui era un uomo talmente pieno di sè che non si accorgeva nemmeno quando a furia di parlare oltrepassava “quel” limite di sopportazione. Quella, per di più, era una giornata così afosa che le parole di lui, incessanti e monotone,le arrivavano agli orecchi come una nenia o meglio proprio come una ninna nanna e a un tratto lei non era più li. Vagava nel sogno, dove le parole si facevano tridimensionali e il volto di lui si affacciava di tanto in tanto e anche il volto di lei si intravedeva, finché il suo respiro sempre più pesante non la fece sprofondare in un sonno profondo. Lui, imperterrito e distratto, continuava nel suo soliloquio.

Marina

Te ne sei andato di nuovo. Sono solo le quattro del mattino.
Il primo foglio le finì tra i piedi, spinto da una mano nervosa.
Ti odio. Dove sei, adesso.
Accartocciò un altro foglio, che rotolò sotto il tavolo.
Ti amo, maledetto! ti amo ti amo ti amo ti amo ti amo ti amo…
Cancellò quello che aveva scritto anche nel terzo foglio, con tagli di penna che ferivano ogni singolo ti amo.
Quando ripensò a ciò che si erano detti e a quel rifiuto divenuto consenso fra le lenzuola, allontanò la sedia dal tavolo e si lasciò cadere sul letto, col sonno spezzato dal desiderio ancora di lui. La seta del baby doll scivolata fra le gambe le rinnovò il piacere che la condannava, ma le bastò ripensare ai disegni tracciati nell’aria con la brace della sigaretta, ai “non so” mescolati ai “potrei”, per tornare a sedersi con l’intenzione di scrivergli una lettera di addio, questa volta definitiva. Le lacrime scolorirono l’inchiostro sul foglio di carta.
Te ne sei andato.
Mi è bastato aprire gli occhi e sentire il tuo profumo al posto del respiro per capire di essere rimasta di nuovo sola, in compagnia della tua ombra.
Il whisky nel bicchiere le lubrificò la gola, la stanza era piena del fumo delle candele consumatesi nel buio.
… I “forse” del nostro rapporto azzerati dal tuo trasporto. Mi chiedo solo perché mi hai parlato ancora di infinito, con la luna piantata sullo sfondo della finestra. Mi vuoi e fuggi, mi vuoi e fuggi. È tutto qui, quello che mi chiedi: di aspettarti. Ed è quello che io non so fare, tutte le volte.
Sono stanca, sei un bastardo e ti odio. Io ti odio…

La vide seduta in una posizione che ne rispecchiava l’inquietudine e i fogli attorno a lei facevano da cornice al suo sonno scomposto. Lesse “ti odio” e le tirò su una spallina. Era quel tentativo di ribellione ad affascinarlo senza sorprenderlo: si allontanava e sapeva di diventare il suo tormento. Era ciò che più gli piaceva, per questo tornava sempre.
Si sedette davanti alla finestra e, con il giornale aperto tra le mani, aspettò che si svegliasse per regalare l’ennesima possibilità alla loro storia d’amore.

Gus

Mario e Gaia avevano passato tutta la notte a parlare. La donna dopo 15 anni di matrimonio cominciò a lamentarsi con il marito: “Tu fai l’intellettuale, il politico e io tutti i giorni pulisco, faccio la spesa, cucino e accompagno i ragazzini a scuola. Ma tu non lo vedi. Sei troppo abitudinario. Anche quando fai l’amore ripeti le solite cose, una palpatina ai seni, qualche bacio e poi di fretta cerchi il mio ingresso. Entri, ti dimeni un paio di minuti e poi ti giri dall’altra parte. Mario rimase seccato: “Tu lo sai che io sono fatto così, ma ti amo”. Gaia rispose: Tu invece non mi conosci e non hai capito cosa significa quello che distrattamente non hai nemmeno ascoltato.Insomma, io non ti amo più!” e stancamente poggiò la testa sul tavolo.

iara R.M.

La luce dell’alba solleticò le palpebre fino a schiuderle. Cercò Lilli, con la mano a tastare il lato del letto dove avrebbe voluto incontrarla. Non c’era. Voltò la testa e la trovò lì, dove l’aveva lasciata la sera prima: alla scrivania, rannicchiata su un seggiolino che mortificava le sue gambe. Si chiese, in quale momento della notte il corpo di lei si era arreso alla stanchezza, adagiandosi come poteva, su quel giaciglio improvvisato. Il sussurro del tempo lo raggiunse monotono, dal comodino: era ora di alzarsi. Attraversò il pavimento a scacchi, lo stesso su cui muoveva i passi ogni giorno: sette, dal letto all’armadio; dieci, dall’armadio all’ingresso del bagno; ventuno, dal bagno al balcone; qui si fermava, con la schiena appoggiata all’infisso a leggere il giornale del giorno prima, lo sguardo chino sui titoli di articoli imparati a memoria. Sistemò gli occhiali sul naso e lasciò che i rumori della città gli facessero compagnia: il cinguettio di uccelli invisibili nel cielo, il rombo di qualche macchina in lontananza, le persiane degli edifici vicini che venivano tirate su. Annusò l’aria fresca: portava effluvio di caffè e cornetti del bar all’angolo della strada. Stropicciò il quotidiano tra le mani e guardò lei, ancora addormentata: i capelli scomposti sul ripiano, la linea delicata del collo, le spalle nude, il bianco candido della pelle che si confondeva con quello della biancheria. Fogli… quanti, documenti su documenti, i soli a ricevere le sue attenzioni. La caffettiera era vuota. Avrebbe potuto preparare il caffè; avrebbe potuto svegliarla con un bacio. Avrebbe potuto, ma ritornò a sfogliare il giornale sbadigliando, di tanto in tanto, fino all’ora di pranzo.

Viola Emi

«… A questo tavolo, di fronte al balcone con le ante aperte, giace il cadavere appartenuto in vita a Lise Vanlier maritata Reumann, il quale si presenta in posizione seduta. Gli arti superiori sono incrociati sotto la testa girata verso sinistra, gli arti inferiori sono posizionati sotto al tavolo, le gambe sono leggermente divaricate e poggiano al suolo: si presentano quella sinistra parzialmente distesa con la coscia laterale alla seduta mentre quella destra piegata all’altezza del ginocchio. Non emana cattivo odore e la rigidità cadaverica non è ancora presente. Gli occhi e la bocca sono chiusi. Indossa una sottoveste bianca e null’altro. Non sono presenti traumi visibili. Il tavolo è ingombro di…»
Il rapporto e le foto a corredo erano sparsi sul pavimento, lasciati cadere – secondo gli ordini ricevuti – dall’appuntato con finto fare imbranato.
«E lei vorrebbe farmi credere che se ne è stato lì, per due ore, a leggere il giornale, a neanche un metro dal cadavere, senza rendersi conto che…»
«Credevo stesse dormendo… » singhiozzò.
Jacob Reumann si trovava in commissariato da ormai quattro ore, torchiato dall’ispettore Ives Mann: responsabile dell’indagine sulla morte sospetta – ancora non poteva affermare trattarsi di omicidio ma solo per rispetto al protocollo perché, in realtà, lui ne era sicuro – della scrittrice Lise Vanlier. Nella stanza degli interrogatori, il ronzio del neon riempiva i silenzi delle pause che l’ispettore si prendeva fra una domanda e l’altra; camminava avanti e indietro consumando quei pochi metri quadri, dava le spalle al sospettato e fissava il falso specchio, spostava la sedia: tecnica di interrogatorio. Tattica sosteneva, a sottolineare quell’accezione militare, sua prerogativa: nel lavoro e nella vita, che poi erano la stessa cosa.
«Lei è un analista finanziario giusto sig. Reumann?»
«Sì… ma questo cosa c’entra con…»
«Qui le domande le faccio io. Come ha conosciuto sua moglie?»
«A una mostra di Guttuso, passione condivisa.»
«E da quanto tempo eravate sposati?»
«Troppo…»
«Co-cosa? Come ha detto?»
«Voglio un avvocato.»

newwhitebear

Non si poteva dire che l’allegria regnasse nell’abitazione di Piera. Tutt’altro. Peppe, il compagno quando era in casa, passava il suo tempo a leggere il quotidiano sportivo e a malapena rispondeva ai suoi vaghi accenni di conversazione. Solo qualche grugnito e delle occhiate di sbieco per essere stato disturbato. A lei non restava altro che rifugiarsi in camera a dormire.
Un tempo non era così. Almeno all’inizio.
Si erano conosciuti casualmente al bar. Lei era entrata per prendere un caffè e soddisfare un bisogno corporale urgente. Lui leggeva il quotidiano sportivo seduto a un tavolo, mentre sorseggiava il solito spritz. Lo faceva tutti giorni quando usciva dal lavoro.
Peppe aveva alzato gli occhi nell’istante in cui Piera tornava dai servizi e le fece un sorriso, accennando un movimento col capo. La ragazza si fermò un attimo, incerta se rispondere oppure no. Il viso era sconosciuto ma emanava delle buone sensazioni. Andò al bancone dove l’aspettava il caffè ormai tiepido. “Non fa nulla” pensò Piera, mandando giù in unica sorsata quel liquido nero. In realtà era solo un pretesto per usare i servizi. Poi si volse verso il tavolo e incrociò nuovamente quegli occhi azzurri. Quel tardo pomeriggio non aveva alcun impegno né doveva fare la spesa. Era libera. Con passo sicuro, dopo aver pagato la consumazione, si diresse verso il tavolo, dove quel giovane aveva sorriso due volte.
«Ciao» disse Piera, ponendosi davanti.
Peppe abbassò il giornale, fece con viso una smorfia di sorpresa e valutò la ragazza. “Non è una tipa timida” pensò prima di rispondere.
«Ciao. Non mi pare di conoscerti» affermò con calma, accennando con la mano di accomodarsi sulla sedia di fianco a lui.
Piera mosse il capo per confermare che non lo conosceva, mentre si sedeva, accavallando le gambe con grazia.
«Piera» si presentò.
«Peppe» e allungò la mano.
Nessun imbarazzo da parte di Piera stringendola con vigore a sancire la loro conoscenza.
«Prendi qualcosa? Uno spritz? Un aperitivo?»
«Ho già consumato ma uno spritz lo bevo volentieri in tua compagnia».
Peppe fece segno al barista con due dita della mano bene in vista.
Piera ricordava con chiarezza quel pomeriggio inoltrato di maggio, perché da quel momento cominciarono a frequentarsi quasi tutti i giorni, dando l’avvio del loro sodalizio.
Dopo qualche tempo decisero che nessuno dei due si sarebbe trasferito nella casa dell’altro ma avrebbero preso in comune una nuova abitazione per vivere insieme.
I primi tempi furono esaltanti per entrambi ma presto prese il sopravvento della routine fatta di gesti abituali, scanditi da tempi pressoché regolari.
Alla mattina Piera si alzava prima perché alle sette e trenta doveva presentarsi alla biblioteca dove lavorava. Peppe poteva alzarsi mezz’ora più tardi, perché i suoi orari glielo consentivano. Alle sette di sera si trovavano al bar dove si erano visti la prima volta per lo spritz, per rincasare insiema. Lei andava in cucina, lui in salotto a leggere il giornale in attesa di mangiare. Il dopo cena non era molto vario. Anzi difficilmente c’erano variazioni. Lui finiva di leggere il giornale, le guardava la televisone se non era impegnata con lavatrice o qualche lavoro domestico.
Si faceva sesso solo alla domenica mattina alle otto prima della colazione. Una cosa veloce, quasi per obbligo, tanto per dire di averlo fatto. Nei primi tempi non c’erano orari o giornate fisse, si faceva e basta.
Insomma all’entusiasmo iniziale era subentrato la noia. Eppure avevano appena trent’anni.

E adesso, a voi il giudizio!

***

  1. La cosa che più mi è piaciuta: Tante mi sono piaciute. di Sandra: Era in quel preciso momento che la mia fiducia trovava un appiglio nella lettura dei quotidiani, sperando che se io mi fossi piazzata di fronte alla scrivania qualcosa sarebbe successo. (mi è piaciuta la frase perchè fa da fulcro a tutto il racconto e si trova nel mezzo a bilanciare la storia)
    di Evaporata ho apprezzato che in così poche parole c’è tanta storia.
    Di Annamaria il finale.
    Di Sinforosa il tuttavia.
    Il racconto che ho preferito tra tutti è quello di Iara, in particolare: rannicchiata su un seggiolino che mortificava le sue gambe.
    Al secondo posto metterei Marina perché mi piace molto come è scritto.
    E per finire mi sono piaciuti i dialoghi del giallo di Viola Emi.
    E quella che mi è piaciuta meno: Newwhitebear, ci sono degli errori che vabbè, giustifico con la scusa che lo può aver scritto di fretta. Ma sono inciampata su diverse parole tipo: “sodalizio”, che anche se corretto, non userei. Dimezzerei le battute, per migliorare la comunicazione del testo, più che la comprensione. Ad esempio: Dopo qualche tempo decisero che nessuno dei due si sarebbe trasferito nella casa dell’altro ma avrebbero preso in comune una nuova abitazione per vivere insieme. Potrebbe diventare: Decisero di vivere insieme, nessuno dei due voleva andare nella casa dell’altro: affittarono un nuovo appartamento.
  2. La cosa che più mi è piaciuta: la varietà delle storie. da quelle catastrofiche a quelle dove l’indifferenza regna sovrana.
    E quella che mi è piaciuta meno: Difficile dare una scala di giudizi. Forse qualche storia è troppo corta. Un semplice lampo
  3. La cosa che più mi è piaciuta: Le tante proposte, in ognuna c’è qualcosa di buono: esserci si rivela sempre la scelta giusta. (Bravi e grazie)
    L’immediatezza delle righe di Evaporata (e la scelta della prima persona per questo di proposta).
    Questa descrizione di Marina: “Cancellò quello che aveva scritto anche nel terzo foglio, con tagli di penna che ferivano ogni singolo ti amo.”
    La versione cliché di Gus per il modo in cui ha condensato tutto in poche righe e per come ha reso (in modo efficace, crudo ma non banale e volgare) la descrizione del rapporto sessuale.
    La delicatezza della proposta di Iara, sua caratteristica, nei contenuti e nella forma.
    E quella che mi è piaciuta meno: Questa ripetizione di Isabella: “preso dall’edicolante, quello di fronte alla casa che prendevamo”, preso/prendere.
    Le virgolette non chiuse e poi non aperte di Gus e su “di matrimonio cominciò a lamentarsi” non avrei usato il passato remoto (e magari neanche il verbo cominciare).
    Di newwhitebear. “Peppe, il compagno quando era in casa,” la virgola dopo Peppe; “Peppe aveva alzato gli occhi nell’istante in cui Piera tornava dai servizi e le fece un sorriso”: le fece (le aveva fatto); in generale i tempi verbali.
  4. La cosa che più mi è piaciuta: Il brano di Marina, una spanna sopra gli altri. La chiusa di newwhitebear (“Eppure avevano appena trent’anni”): uno stacco da Irène Némirovsky.
    E quella che mi è piaciuta meno: Tutto il resto del brano di newwhitebear che, di fronte a quella chiusura, stride parecchio.
  5. La cosa che più mi è piaciuta: Come Iara sIa riuscita a comunicare la monotonia della situazione in questo passaggio: “attraversò il pavimento a scacchi, lo stesso su cui muoveva i passi ogni giorno: sette, dal letto all’armadio; dieci, dall’armadio all’ingresso del bagno; ventuno, dal bagno al balcone”.
    Il finale di newwhitebear: il racconto, altrimenti noiosetto, si riscatta con l’età dei protagonisti.
    E quella che mi è piaciuta meno: La frase di Isabella: “…che le camicie sarebbero state subito fradice sotto le ascelle”, un po’ grossolana.
    La posizione ravvicinata di due avverbi: distrattamente/stancamente di Gus.
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