Thriller paratattico n. 73 – L’arcobaleno dei narratori


Qualcuno ha rievocato il Thriller, in giro per i social, e ha fatto uno sbaglio. Lo ha nominato solo perché a Parigi è caduta la neve e, magari, si aspettava che bastasse dare una mano di bianco per portarsi a casa uno svolgimento ricondizionato-che-pare-nuovo. Ma il Thriller è una bestia grossa e cattiva. Affamata. Non si nutre di sangue e giovani donne, no, ma di ore e ore di scrittura, e di furibondi mal di testa per pensare alle diverse soluzioni, e di crampi alla mano e alle dita nel tentativo di produrre cose che, estratte fuori dalle volute della nostra fantasia e immerse nella realtà, condensano zoppicanti (e un poco orripilanti).

Un arcobaleno

Come sempre, questo Thriller Paratattico di Helgaldo non sarà l’inizio di un nuovo ciclo. E vedremo se poi mi ringrazierete, per questo tentativo odierno, ché ci sarà un sacco da lavorare. Per questa puntata si parla di narratori e di quello che si chiama – in un certo senso – punto di vista. Ancora? Ancora.

Partiamo dall’inizio: possiamo narrare in prima persona, in seconda, in terza immersiva, in terza onnisciente, e pure nelle loro controparti plurali. Ne abbiamo parlato anche al di fuori del thriller. Possiamo farlo con diversi tempi verbali. Ma, attenzione: quando si sceglie una voce narrante (e di conseguenza un ancor più fittizio orecchio ascoltante) si sta facendo un’operazione precisa. Stiamo cioè mettendo (o non mettendo) un ulteriore personaggio che parla e racconta, a braccetto di un tizio che ascolta. Fateci caso: il modo di parlare qualifica (e questo vale anche per il narratore) assai più dei nostri deboli e sterili tentativi descrittivi, tipo appioppare baffi, capelli biondi, macchine scassate o jet privati. Altro che sapere i conti in banca di chi popola le nostre storie; basta un: «Datemi la mano e non oserà più molestarci» per vedere un pover’uomo col cappotto che attacca bottone con una ragazza, da qualche parte sul lungoneva. I personaggi non parlano a caso, ma si mostrano dalle proprie parole assai più che dalle descrizioni. Allo stesso modo, quando uno scrittore usa per il narratore “io”, “tu”, “egli” lo fa per motivi precisissimi, per quanto non espliciti. La scelta della voce, tra le altre cose, impone anche una distanza tra il narratore e l’azione, e sapete bene quanta differenza faccia guardare la stessa inquadratura attraverso un obiettivo macro oppure un grandangolare. Se invece non fate attenzione a questi “dettagli” e scrivete “per come vi sentite”, non farete altro che mettere in scena venti versioni di voi stessi che se la cantano e se la suonano, più una ulteriore versione che la racconta. Ve lo dico subito: è un errore tanto comune tra chi si diletta di scrittura quanto foriero di noia in chi ha la sventura di leggere.

L’esercizio

Raccontate il nostro beneamato thriller da tre diverse distanze, voci, personaggi. Non c’è bisogno di scrivere migliaia di battute per ogni versione; se sapremo farlo bene basteranno davvero poche pennellate. Diteci pure, se volete e se potete, il perché: “sto usando la prima/seconda/… perché il narratore …”. Pare facile? Non lo è: certo non basta riscriverlo con il “tu”.

Infine ecco la base di tutto, il thriller che tante volte ci ha accompagnato:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Non ci sarà la gara finale: la discussione è aperta qui sotto, insieme agli svolgimenti. Buona scrittura!

Lo svolgimento

Prima che mi diciate che non s’è capito niente, facciamo che vi metto un esempio. Magari un poco buttato là, ma forse più chiaro di mille spiegoni. Guardate che è roba scritta “all’impronta”, a malapena riletta: dai vostri svolgimenti ci si aspetterebbe qualcosina di meglio.

Primo svolgimento: vicinissimo

Per il vicinissimo scelgo la prima persona al presente; dato che è “vicinissimo” scelgo pure il flusso di coscienza. É chiaro anche che il narratore è il protagonista. Non credo si possa fare più vicino di così.

Scappo, fuggo, vago per questo buio, che mi cade addosso dal cielo e mi rotola e mi schiaccia in giro per vie come budelli, cunicoli di talpe, topaie umide con l’odore marcio del fiume, mi muovo e striscio fin quando trovo una porta, una luce, che cola giù da una scala, lassù; e risalire, gradino, dopo gradino, dopo gradino, fino alla maniglia, diaframma che mi separa dalle voci che abitano di là dal legno, risate, rumore di brindisi e qualcuno che canticchia. […]

Secondo svolgimento: appena fuori

Per l’appena fuori scelgo la seconda persona. Perché la seconda persona è praticamente una prima, una specie di piano sequenza girato in piano americano. La scelgo singolare e lo faccio perché il narratore potrebbe essere il dentista, che è un medico, e che come tutti i medici ha l’abitudine usare il “tu”, nonché dire cosa si deve o non si deve fare.

La realtà esiste o è solo un piccolo impulso elettrico di nervi, nodo chimico di sinapsi, che collassa da qualche parte nella testa? Non lo sai. Non lo puoi sapere. Stai camminando per i vicoli e scende il buio. E lo sai che è sbagliato, che non è più l’ora giusta, che dovresti già essere a casa perché è pericoloso, per una ragazza sola. Ed è inutile che tu mi venga a dire che anche le ragazze dovrebbero essere libere di andare in giro, che una gonna corta non è un’invito a farsi saltare addosso e tutte queste belle manfrine femministe: in teoria c’hai ragione ma in pratica ti violentano. E quindi.

Così vai in giro e trovi una porta illuminata: è la tua serata fortunata. Dentro c’è una scala con, in fondo, una luce che trapela da una porta. A giudicare dai rumori, c’è pure una festa. Sali i gradini, un poco a tentoni, hai il cuore che ti batte all’impazzata. Il respiro corto. Prendi la maniglia e apri. Nella stanza ci sono una trentina di uomini che si zittiscono e ti guardano, all’unisono. Cioè, magari fossero uomini: quelli sono barboni alcolizzati. Non è proprio la tua serata fortunata. […]

Terzo svolgimento: piuttosto lontano

Non sceglierò una terza persona, che poi vi convincete che i tre svolgimenti vadano fatti con le tre persone. Ed è sbagliato. Se fosse stato un “lontanissimo” avrei potuto scrivere con una terza onnisciente, come un dio. O come don Lisander, che è poi la stessa cosa. Invece come “piuttosto lontano” sceglierò un “noi”; “noi” come l’uso che ne fanno certi nuovi fascisti quando cercano di imporre un modello culturale che esiste solo nella loro testa come se invece fosse una cosa normale e inevitabile. E no: non lo è. Però, dato che sono un autore bastardo, genitore di narratori inaffidabili, userò uno dei trucchetti da par mio: lo metterò all’imperfetto. Perché così questo esercizio, costruito – ahimè, e apprezzate gli sforzi che faccio per voi – con pezzetti copiati di sana pianta dai tweet di Casa Pound, Forza Nuova, e altra bella gente, sembrerà solo una fiaba e nulla più. La maggior parte dei lettori ci passerà sopra e se la berrà senza nemmeno accorgersene. Domanda bonus: se l’avessi messo al passato remoto sarebbe stato ancora più lontano?

Gli unici presenti al fianco dei Francesi nei quartieri più difficili, ormai abbandonati dallo Stato, eravamo noi. Eravamo abituati a dire quello che pensavamo e a fare quello che dicevamo. E sapevamo tutti che una ragazza non avrebbe dovuto andare in giro la sera. Specie in quei tempi di extracomunitari fuori controllo. Il posto più sicuro per le nostre donne era in casa, vicine ai propri affetti e lontane dagli appetiti di negri e spacciatori. Quelle che andavano per vicoli erano solo quelle che alzavano la gonna in cambio della mancia. Non importava se lo facevano a Parigi oppure a Predappio: cercarsela equivaleva a trovarsela.

In giro per i quartieri di periferia, ma sarebbe meglio dire per quei ghetti, male avremmo fatto a seguire le luci che filtravano dalle porte. Perché nei tuguri, al di là di quelle, si annidava la feccia che non solo non era stata scacciata, ma che addirittura era stata chiamata là. I mandanti morali c’erano, eccome, ed erano quelli che dicevano ai migranti di venire in Francia perché li avremmo accolti e avrebbero potuto comportarsi come erano abituati a fare a casa loro. Da qui le violenze, gli stupri, la prostituzione, lo spaccio. Bastardi che, se non li avessimo tenuti a sicura distanza di manganello, avrebbero impiegato meno di un secondo a fare del male al primo Francese o alla prima Francese sulla loro strada, solo perché così erano abituati a fare. […]

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60 pensieri riguardo “Thriller paratattico n. 73 – L’arcobaleno dei narratori

  1. Qui si rimane impantanati in mezzo metro di neve…e sono senza catene. Per punizione, non può spalare solo Darius? Esercizio ottimo, speriamo di non far danni.
    Ps. mi viene il desiderio di fare a pallate di neve. Appena passa Darius, vedrai. (Scherzo!) Al limite si fa un pupazzo. ❄❄❄⛄⛄⛄

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  2. Caspita vuoi farci davvero lavorare sodo facendoci fare ben tre esercizi. Stamattina devo prendere un treno, potrei provare durante il viaggio, se la connessione regge.

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  3. Fra i tuoi brani, per esempio, io ho preferito il vicinissimo in prima persona. La trama del thriller è concepita per creare ansia, il racconto in prima persona e al tempo presente mette gli occhi del lettore accanto al protagonista che narra, gli trasmette agitazione, paura, sembra una scena al cardiopalma e secondo me risulta più efficace.

    La terza persona unita all’imperfetto produce un effetto analogo, ma con una concitazione inferiore, il passato remoto eliminerebbe pure quella, a mio avviso.

    E dunque, ora, che mi invento?

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    1. Puoi riscrivere uno di quelli che ho fatto io, perché no? Puoi narrarlo con la prima al passato (uno dei tanti). Puoi usare una terza. Scopo dell’esercizio non è tentare una combinazione diversa da quelle che ci sono, scopo dell’esercizio è provare sulla propria pelle le diverse combinazioni, avendo la coscienza del perché abbiamo scelto una voce o un’altra. Porsi domande anche sul narratore, cosa che non fa mai nessuno. Per esempio: se il narratore fosse uno dei beoni, quanto vicino sarebbe all’azione? E se fosse un passante? E se fosse un “buon samaritano”?

      Quanto all’ansia, io credo che dovremmo essere capaci di farla passare comunque; certo, poi passano anche altre sensazioni, sotto.

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  4. Lo sapevi che non dovevi avventurarti lungo quei vicoli, da sola, in una notte oscura come quella. Ma tu non ascolti mai i consigli di nessuno, sei testarda, dici che sei una persona libera, che nessuno ti può costringere a fare quello che non vuoi. Che tu non hai bisogno della protezione di nessuno.
    Brava, crogiolati nella tua indipendenza e nella tua totale autonomia. Sei una stupida, la vera autonomia, la vera libertà è saper conoscere i propri limiti. E tu non sei diversa dalle altre donne, se trovi dieci uomini più forti di te, per di più ubriachi, vigliacchi che si sentono ancor più forti e audaci solo perché sono in branco, tu donna libera e indipendente non hai forza per difenderti. Puoi solo scappare se ci riesci. Ma non puoi farcela, ti raggiungono subito e ti prendono, ti calpestano, ti umiliano, ti uccidono. E adesso quella tua indipendenza è solo acqua melmosa che ti soffoca, piena di topi che ti mordono.
    Ti senti morire vero? Ti senti stupida adesso, vero? Apri gli occhi e piangi.
    Tutta colpa dell’anestesia, dice il tuo dentista che ti chiede mezza corona.
    Per fortuna è stato solo un brutto sogno che, forse, ti insegnerà ad essere più prudente, anche se sei una donna indipendente.

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      1. Incipit in imperfetto… mi è venuto così, pensavo al fatto già accaduto, ma forse era meglio il passato prossimo. Ero in treno, scritto di getto senza rileggere. Gli altri due, se riesco in settimana.

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        1. Il tema vero dell’esercizio è la consapevolezza, perché noi dovrem(m)o poter giustificare ogni parola, ogni virgola di un nostro testo e non dover mai dire “m’è venuto così”.
          Che poi è quello che afferma Oscar Wilde nella famosa frase: “Ho lavorato tutta la mattina e ho tolto una virgola. Al pomeriggio l’ho rimessa”; non dobbiamo credere che abbia passato una giornata alla ricerca di chissà quale ispirazione, ma ha passato otto ore di pragmatico ragionamento sugli effetti che desiderava per la sua scrittura e sui mezzi per ottenerli.

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          1. Prima persona presente.

            Cosa ci faccio qui? Perché mi sono avventurata in questo quartiere senza avere la benché minima idea di dove andare? Lo so, sono una stupida! Voglio cavarmela da sola, essere indipendente in ogni circostanza, ma poi pago. Mi guardo intorno, è tutto buio e non so dove sono. Ho paura, anzi sono proprio terrorizzata. Vedo una luce, finalmente un locale dove entrare e magari chiedere indicazioni per ritrovare la strada del ritorno. Mi precipito verso quella porta ansiosa di mettere fine alla mia angoscia. Spalanco la porta, guardo dentro e capisco che la mia angoscia vera inizia adesso. Il bar è pieno di brutti ceffi ubriachi che mi guardano come una preda. Sono paralizzata, non riesco a scappare, sento le loro mani dappertutto, il loro odore nauseabondo, le loro voci volgari e sguaiate. Mi estraneo e mi sento svenire. Vorrei morire, qui, subito. L’acqua fredda che avvolge il mio corpo mi sveglia. Sono legata e non riesco a muovermi. Immersa in questa acqua putrida.Mi sento soffocare, stavolta muoio davvero. Spero in una morte rapida.
            Una mano mi scuote, qualcuno è venuto a salvarmi?
            “Tutto fatto signora, mezza corona prego!”
            È il dentista, devo essermi addormentata. Era solo un incubo, che droga usa questo cretino come anestesia? Sembrava tutto vero, maledetto!

            Fine

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        2. A proposito del ragionamento sugli effetti che vorremmo determinare con quanto scriviamo, volevo chiederti qual è quello che volevi provocare tu o se ti sei semplicemente servita del testo come pretesto per dire delle cose diverse.

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  5. … in vent’anni di onorato servizio una così non mi era mai capitata, le ho fatto uno splendido lavoro e per solo mezza corona! e invece di ringraziarmi che fa? stronza, pazza furiosa … e io che già m’immaginavo di concludere diversamente la serata, prima il dovere e poi il piacere… giovane e bella, che sennò altro che sconto, coglione, ma come ho fatto? sbraita, vaneggia di vicoli bui, ubriachi, abusi, che l’hanno legata e buttata nella Senna, topi, topi ovunque, pazza, completamente fuori di testa anche se sì, sembrava effettivamente terrorizzata, ma chissà che ha sognato!? che sia stata colpa dell’anestesia? eppure la dose era corretta…

    Mi rendo conto che pur avendo acquisito un minimo di consapevolezza quando leggo e, di conseguenza, quando scrivo, il controllo invece mi manca, completamente. Provo a spiegare soffermandomi sull’esercizio. Istintivamente, volevo usare il flusso di coscienza però dal punto di vista del dentista. Leggo gli esercizi di Michele e mi rendo conto che è meglio se lascio perdere. O che, comunque, quello che dovrei fare è scegliere un modo diverso (perché più adatto) ma non riesco a ragionare se non su quell’istinto, su quella voglia. E quindi ora mi sento così: «Se invece non fate attenzione a questi “dettagli” e scrivete “per come vi sentite”, non farete altro che mettere in scena venti versioni di voi stessi che se la cantano e se la suonano, più una ulteriore versione che la racconta». Però so che se non assecondo questa cosa non riuscirò ad andare oltre. Quindi ecco qua la mia prima proposta, per il vicino. Vicino e con flusso di coscienza del dentista perché chi lo dice che la protagonista è la giovane donna? Compare prima ma alla fine c’è sempre la mezza corona. Quindi, se la storia ce la racconta il dentista? La storia è/può essere l’episodio all’interno dello studio del dentista.

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  6. *******************
    Non può finire così. Sento freddo, umido, gelo. E una strana sensazione: essere sott’acqua senza annegare. Da tempo immemore, con la bocca spalancata. Un topo mi rosicchia un dente ma non sento il bisogno di urlare tutto il mio orrore. Del resto, come potrei? Sento il suo pelo ispido intorno alle labbra, le sue zampette puntate contro la guancia, la sua coda divertita che mi solletica l’orecchio. Fluttuo sospesa. Vedo i miei slip galleggiare strappati poco sopra di me. Poveri miei, eravate così belli allo specchio prima di uscire. Dietro di loro immagini acquee in cui cammino per Montmartre innevata. Spettacolare. Poi il brivido dentro il bar. Il dolore tra le gambe.

    Dove vorresti andare, bellezza, con tutta questa neve che blocca Parigi? Sei vestita di tutto punto per andare a una festa di quelle che piacerebbero tanto a me, uno di quei posti dove le belle ragazze sono vestite con abitini così corti che basterebbe un metro di stoffa per vestirne tre. Hai buon gusto. Il tuo slip è veramente audace, ma elegante e sensuale al tempo stesso. Non l’avrei mai notato se non avessi dovuto levarti la borsa che tenevi stretta tra le gambe. Ma credimi: da quando faccio l’assistente alla poltrona in questo studio dentistico, sotto anestesia è meglio avere braccia e gambe libere. Perché se stringi la bocca proprio ora che il dentista ci ha infilato la sua mano quasi per intero, si fa male il dentista, è sicuro. Ma se stringi le gambe come hai appena fatto, senti dolore proprio lì, sotto i tuoi fantastici slip. Chissà perché hai così tanto insistito per tenerti la borsa tra le gambe… E cosa passa di così eccitante nella tua testa da far stringere le tue bellissime gambe persino sotto anestesia?

    La receptionist sentì un brivido di fredda gelosia corrergli lungo la schiena. Non le era sfuggito quello sguardo compiaciuto. Lo conosceva benissimo. Era lo sguardo di quando si accendevano le loro fantasie. La receptionist riguardò l’assistente del dentista. La porta socchiusa le offriva uno scorcio obliquo dell’interno dello studio, un tacito patto instaurato da tempo, da quando il gioco di sguardi rubati, diventato prima reciproco e poi complice, era sfociato in un’aperta relazione trasgressiva. Abituata a indugiare, da sopra gli occhiali, su quella scollatura, su quel seno, su quella schiena, non le era sfuggito quel carico di desiderio balenato tra gli occhi, quando l’assistente aveva scoccato uno sguardo alla ragazza distesa mentre le spostava delicatamente la borsa. Uno sguardo che conosceva benissimo, le ripeté la sua cieca gelosia. E che voleva sempre e solo per sé.
    *******************

    Due parole sulle mie scelte.
    Ho giocato con i passi, in un’ipotetica distanza tra vicino, lontano e più lontano.
    Il primo punto di vista (prima persona, tempo presente) è quello della ragazza, il cui cervello sotto anestesia mischia sensazioni in uno pseudo-flusso di coscienza (più effettivo, che narrativo) a briglia sciolta.
    Un passo indietro, ho messo l’assistente alla poltrona (seconda persona, tempo presente) : la osserva. E ci fantastica sopra.
    Un passo indietro ancora, ho messo fuori dallo studio la receptionist (terza persona, passato+imperfetto) che ha una relazione con l’assistente, relazione che racconto io perché richiesto dall’esercizio, ma che si sarebbe potuto benissimo scrivere ancora in prima o seconda persona.

    Ho voluto tenere il concetto dello sguardo come filo conduttore tra le tre persone: la ragazza, sotto anestesia, che guarda le immagini in cui (forse maldestramente) ho cercato di incastrare i suoi ricordi recenti (cammina per Montmartre per andare dal dentista) con i suoi sogni/incubi pregressi (il bar, il dolore tra le gambe). Poi lo sguardo dell’assistente che, spostando la borsa, nota involontariamente gli slip che accendono le sue fantasie lesbiche (un po’ di pepe non guasta: non sono solo gli uomini ad avere fantasie, dopotutto… 😀 ). E infine lo sguardo della receptionist, che “guarda l’assistente che guarda”.
    Ho voluto ancorare le immagini oniriche della ragazza alla realtà con il dolore tra le gambe: per lei è un dolore indotto dall’incubo degli aggressori, ma in realtà è un dolore fisico reale creato dalla borsa tra le gambe.
    Piccolo scherzetto 😛 : la borsa tra le gambe l’ho usata anche per far sembrare il monologo dell’assistente alla poltrona come il monologo di un avventore del bar…

    Il perché delle mie scelte? Non saprei. Mi sono venute così.
    Forse giuste, forse sbagliate. Sicuramente discutibili e opinabili.
    Spero il tutto di vostro gradimento.
    Ultimo ma non ultimo, un grazie a Michele, naturalmente. 😀

    E mo’ vado a sciare a Vigata… 😀

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    1. Mi piace l’intenzione e la struttura del tuo esercizio, non particolarmente la stesura che sembra frettolosa, non credo di doverti evidenziare nulla, ti basterebbe rileggerlo. E non mi piace la motivazione delle scelte perché il tuo “non saprei” dimostra che scelte non sono. Ed è un vero peccato perché se in pochissimo tempo (ed è pochissimo tempo tra il momento in cui Michele ha postato, la normale quotidianità e noi che ci siamo pure trovati su FB) hai svolto così l’esercizio, chissà cosa poteva venirne fuori con un impegno diverso. Mi viene da dire il ragazzo ha delle potenzialità ma non si applica. E non c’è bisogno che mi ringrazi per “il ragazzo”.

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    2. Per come la vedo io…
      Il primo e il terzo sono testi vuoti: hai raccontato delle cose che però non sei riuscito a rendere, ti sei lasciato prendere la mano e hai scritto “da scrittore”. Cioè da come pensi debba scrivere uno scrittore. Ma non è così, che funziona, e io non sono mai riuscito a entrare nella storia.
      Il secondo è molto meglio: forse la parte ti si addice. 😛
      Suggerimento: conta gli aggettivi dei tre esercizi. 😉

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  7. Salgo i gradini con calma, non ho voglia di lavorare. Questo lavoro mi fa schifo, per cosa poi? Qualche corona che spenderò dal dentista. Mi giro e Jerome dorme sul tavolo. Gli tocco la spalla e non credo mi ringrazierà. Io non so preparare le bevande: sono una semplice cameriera. Che si arrangiasse, ho già il mio da fare con questi buzzurri ubriaconi.

    ————

    Tiri su il grembiule e servi il più succulento dei caffè. Ora volti le spalle per tornare al bancone, se solo ti girassi, vedresti il mio sorriso. Se questo non è amore, dimmelo tu, cos’è?
    Stanca, tesa, mostri il volto, ma mai il tuo cuore. Mi ami? Mi vedi? Porti solo il mio caffè se l’avessi ordinato anch’io. Ti volti verso la vetrata dove ti guardo da ore. Pulisci il vetro e io sono già lontano.

    ——-

    Siamo rimasti attoniti, fermi, che potevamo fare? Io e Pierre abbiamo avuto paura. Tutti quegli uomini che ti toccavano. Ci siamo guardati, ma eravamo lontani per aiutarti. Abbiamo ritirato le canne da pesca e ce ne siamo andati. In auto abbiamo parlato della misera pesca e nessuno di noi due ha detto di te. Perdonaci! Siamo dei miserabili vigliacchi. Nessun uomo doveva violentarti. Ci vergognavamo e non abbiamo denunciato il fatto alla polizia.

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    1. Quindi la giovane donna in questa versione diventa la cameriera del bar con un avventore spasimante che lei ignora, viene violentata dagli ubriaconi che frequentano il bar e due pescatori assistono alla scena senza intervenire? POV di lei, presente. POV di lui, presente. POV di loro, passato prossimo, presente, imperfetto. Tutti come (quasi) flussi di coscienza? Non lo so, mi sembra slegato; non c’è pathos. La seconda parte poi non la capisco: prima gli serve il caffè, no forse lo sta solo immaginando (lui) perché non l’ha ordinato ‘sto caffè… Mi spieghi, per favore?

      (Michele, vediamo come funziona la ricerca nel blog che mi serve un qualcosa su “show, don’t tell”)

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      1. Preferisco dire PDV (all’italiana). Tu da lettrice ci hai visto questo e cosa aggiungo? Nulla. Non so se sia slegato, ho fatto solo l’esercizio concentrata sul PDV, non legando la storia. Ho preferito capire come si fa, più che unire. Ché poi abbia fatto bene, non lo so. Di sicuro mi eserciterò ancora perché non è facile questa prova, non è scontata. Grazie, Viola, per avermi letto.

        La barista (lei) non serve il caffè a lui perché Emile (chiamiamolo così) descrive la scena da fuori il bar (caffè, locale). E l’ho scritto. Mi sembrano buoni, invece, tutti e tre i testi. Il pathos in tre righe non è facile, non cercavo di trasmettere chissà cosa, avrei dovuto scrivere di più, ma il tempo (il mio) è tiranno. Ma volevo togliermi il dente, oggi e domani avrei avuto meno tempo per redigere. Tanto mezza corona è, meglio levarsi il dente cariato. E tanto, rifarò l’esercizio: mi è piaciuto molto. Ebbene sì, anche se mi ha fatto pensare, ti ringrazio Michele. Le cose semplici non fanno per me e s’impara sfidando i propri limiti (sapessi quanti).

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    2. Per come la vedo io…
      Sono brani molto brevi e non è facile giudicarli. I primi due funzionano; c’è il conflitto e il narratore è coerente. L’ultimo invece è sforzato: troppo veloce il passaggio dalla paura alla vergogna senza che se ne possa capire la motivazione.

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  8. Ho partorito dopo 24 ore meditazione.

    Nei miei esperimenti ho usato la prima persona, con queste differenze:

    nel primo brano ho immaginato una distanza fra narratori in prima persona plurale ed evento: la storia è vista da occhi esterni che osservano e filtrano la scena con un giudizio sui fatti.

    Nel secondo parla la giovane donna, uso l’imperfetto per raccontare la sequenza degli eventi come se lei li stesse riportando a qualcuno con il carico di emotività dettato dal ricordo: per questo ho scelto di mettere solo virgole, come se parlasse senza prendere respiro.
    Il verbo al passato mi sembra crei un distacco maggiore tra narratore e lettore.

    Nel terzo ho ripreso la precedente trama, ma ho usato il tempo presente: mi sembra di seguire più da vicino la protagonista, la concitazione è maggiore; per questo ho usato frasi brevi, estremizzando la paratassi. Qui ho anche provato a fare passare fra le righe che la donna fugge da qualcosa che nella vita le dà pensieri.

    Ah, in tutti e tre gli esempi non ho voluto rinunciare alla mezza corona. 🙂

    Prima persona plurale:

    Stavamo per dire che la bellezza di Parigi risiede nelle luci che si specchiano sulla Senna, nei profumi bohemien assorbiti dall’aria della sera, invece non è più così, non da quando la scura coltre di buio, scesa a coprire le strade e i palazzi di questa nostra città, è divenuta una trappola per una giovane donna che si è sperduta a Montmartre, in mezzo ai vicoli inghiottiti dall’oscurità.
    Così vi raccontiamo di eventi che superano la nostra umana comprensione perché la vita ci ha abituati a condannare i gesti vili, a rifiutare quelli insensati e tutti disponiamo della lucidità per giudicare la ferocia di un atto che, in uno sfogo di becera virilità, ha reso taluni uomini vittime dei più biechi istinti primordiali.
    La vediamo, quella fanciulla, in preda alla paura, costeggiare un lungo muro e accarezzare l’idea di salvezza dinnanzi a una luce in cima a una scala; la seguiamo mentre sale e apre la porta dietro cui sente delle voci; la osserviamo e immaginiamo il suo terrore quando un manipolo di ubriachi le salta addosso con l’intento di rapinarla, persino di abusarne. La donna urla, i maniaci la legano, vorremmo fermare le mani che la sollevano per lasciarla cadere giù, nel fiume, allontanare quegli orribili ratti che la sbranano con i loro occhietti feroci.
    Se potessimo anche solo tirarla su dalla profondità in cui scivola lentamente! Invece siamo spettatori inermi, la vediamo sparire, ingoiata dalle acque: di lei non sapremo più niente.
    Stavamo per raccontare che Parigi è una città speciale, che la Senna è un fiero testimone della sua bellezza, invece ci facciamo cantori di una storia triste che vorremmo fosse un incubo o la sceneggiatura di un film, al cinema, per il quale chiedervi solo il prezzo del biglietto: mezza corona, prego.

    Prima persona con verbi all’imperfetto.

    Avevo paura, tremavo, non c’erano luci, lì, nel quartiere di Montmartre, un labirinto di vicoli sprofondati nel buio, giravo a vuoto, appiattendomi lungo i muri dei palazzi, gli incroci mi sembravano tutti uguali, finché quella luce, in fondo alla strada, non mi è sembrata un approdo sicuro, allora ho raggiunto le scale e ho cominciato a salire, col cuore in affanno e il freddo che mi gelava mani e piedi, dietro la porta mi aspettavano degli uomini orribili, puzzavano di sporco e di alcol, volevano la mia borsa, volevano i miei vestiti, volevano me, ho urlato, ma quei maniaci senza pietà mi hanno legata e buttata nel fiume e lì c’erano degli esseri diabolici pieni di occhi, denti e zampette pelose che volevano divorarmi e io sprofondavo con l’acqua che mi soffocava, non respiravo, è stato terribile, finché non mi sono svegliata, cioè finché non mi ha svegliata il dottore che mi ha chiesto come mi sentissi, gli ho risposto che no, non volevo più essere curata da lui, non volevo che mi sfiorasse nemmeno con un dito e soprattutto non volevo più pagare mezza corona per vivere un incubo.

    Prima persona con verbi al presente.

    Ho paura. Tremo. Non ci sono luci, qui, nel quartiere di Montmartre. Un labirinto di vie sprofondate nel buio. Giro a vuoto, appiattendomi lungo i muri dei palazzi. Gli incroci mi sembrano tutti uguali. Una luce, in fondo alla strada. Forse mi salvo, se non dai pensieri che mi hanno portato a vagare per la città in cerca di risposte, dall’aria sinistra che respiro in ogni vicolo che sbaglio. Raggiungo le scale e comincio a salire. Ho il cuore in affanno e il freddo che mi gela mani e piedi. Dietro la porta mi aspettano degli uomini orribili: puzzano di sporco e di alcol. Vogliono la mia borsa. Vogliono i miei vestiti. Vogliono me. Urlo, ma quei maniaci non hanno pietà. Mi legano e mi buttano nel fiume. Ci sono degli esseri diabolici pieni di occhi, denti e zampette pelose. Vogliono divorarmi. E io sprofondo, con l’acqua che mi soffoca. Non respiro. È terribile. Finché non mi sveglio, cioè finché non è lei a svegliarmi, dottore. Adesso mi chiede come mi sento. No, non voglio più essere curata da lei. Non voglio che mi sfiori nemmeno con un dito. Soprattutto non voglio più pagare mezza corona per vivere un incubo.

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    1. Non sento mia la prima persona plurale, anche perché, in realtà, non so bene come si usi. Penso possa reggere un prologo o forse intervallarsi a una narrazione diversa, ma non so immaginare un racconto o un romanzo tutto con questo pov.
      Ti dirò, Viola, in genere mi piace la terza persona al passato, più narrativa, cosa che qui non ho usato perché la prima persona mi sembrava più adatta, maggiormente in grado di trasmettere delle sensazioni.
      Credo che l’ultimo brano sia più efficace degli altri, anche se il primo, alla fine, mi pare abbia un suo anomalo perché.

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      1. Per come la penso io…
        Scrivere un racconto o un romanzo col “noi” è complicato: serve la giusta ambientazione e il giusto taglio sulla storia. Per esempio potresti usare come narratore i maniaci, intesi come gruppo compatto, ma a quel punto dovresti procurarti un buon conflitto che li contrapponga alla ragazza e (soprattutto) al fatto che loro sono il sogno. Qualcosa tipo “The Others”, il film con la Kidman.
        Del primo funzionano le ultime du frasi. Perché sono le uniche che impostano un conflitto.
        Degli altri due svolgimenti la cosa che stona di più sono le “zampette”. Io sarei curioso: se un X (sostituire con l’animale che ti fa più schifo, da scarafaggio in giù) ti venisse su per una gamba o si arrampicasse per il collo, parleresti di “zampette” o useresti qualche altro modo di dire? Ammetto che non sono riuscito a immedesimarmi in nessuna delle due…

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        1. Ho usato “zampette” per dare proprio una connotazione schifosiccia all’animale, sai tipo quelle persone che usano i vezzeggiativi per sottolineare, magari in chiave ironica e accompagnati da una smorfia, qualcosa che li mette a disagio: “quella donnetta è proprio insopportabile”, “Uh, i dentini di questo animale sono davvero raccapriccianti”.
          Però, capisco che può essere un’interpretazione fin troppo soggettiva e poi in un racconto che si vuole drammatico, il termine può risultare fuori luogo.

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      2. Marina, te l’ho chiesto per provare a capire se la mia percezione corrispondesse con la tua ovvero se quando si scrive qualcosa che ci è vicino, che sentiamo nelle nostre corde , arriviamo effettivamente di più (io ho preferito il tuo secondo). Per quanto mi riguarda, più scrivo, più trovo conferme: non fa per me. Sui miei esercizi ho pensato molto, cambiato e ricambiato, di sicuro ho scelto e non messo a caso. Sul fatto che alla fine abbia fatto la scelta giusta alcun dubbio: la risposta è no (sempre e comunque). Però c’è una cosa fondamentale che ho notato soprattutto in questo esercizio: non riesco a essere presente a 360 gradi, mi perdo. Se mi concentro su una parte (in questo caso i vari POV e relative conseguenze) tutto il resto non è curato abbastanza.

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  9. Le intenzioni erano queste.
    Appena fuori. Scelgo la giovane donna come protagonista e narratore in prima persona ma a storia conclusa (lei che racconta a qualcuno TUTTA la storia – un sogno [ma potrebbe essere anche altro] che ha fatto – incluso il finale perciò non c’è particolare tragicità) quindi appena fuori in senso di tempo rispetto all’accaduto e non di spazio o di soggetto. Volevo usare il passato prossimo ma non suonava bene, ho provato con l’imperfetto meglio ma.. . insomma ho avuto diversi problemi con le forme verbali che si mescolavano quindi ho scritto e poi corretto, ancora e ancora. Scelgo anche di restare molto vicina al testo di riferimento per poter meglio concentrarmi sul confronto e sulle differenze fra quelli che saranno i miei tre esercizi.

    Il risultato è questo.
    «Che paura mentre passeggiavo per Montmartre ritrovandomi tra vicoli tutti uguali che ormai era buio – mi ero persa! Camminavo costeggiando un muro per avere qualche riferimento finché , approfittando di una porta socchiusa, mi infilavo in una casa. Uh, non t’immagini il sollievo! Iniziavo a salire delle scale intravedendo una luce, ritrovandomi in un bar: circondata da uomini ubriachi che si avventavano su di me. Mi rapinavano, mi violentavano. Urlavo terrorizzata mentre mi legavano e mi gettavano nel fiume aspettando, sulla riva, di godersi lo spettacolo dei topi che mi divoravano. Sprofondavo nell’acqua, dondolavo, mi sentivo soffocare. Poi… qualcosa che mi scuoteva. Era il dentista che mi svegliava e mi costava mezza corona!»

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    1. Tutti questi imperfetti alternati ai gerundi mi allontanano dal testo: passeggiavo/ritrovandomi; camminavo/costeggiando; approfittando/mi infilavo; iniziavo/intravedendo/ritrovandomi; mi gettavano/aspettando.
      Sembra una fredda cronaca, un resoconto che non ha lasciato il segno nella protagonista narrante.

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      1. Sono d’accordo che si tratta di una fredda cronaca ma per come l’avevo inteso secondo me ci stava (la giovane che racconta il suo incubo, in tutte le versioni ho cercato di intendere la storia complessivamente in modo esplicito: si tratta di lei che un incubo dal dentista, non altre interpretazioni come in passato).

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    2. I tempi verbali non funzionano: l’imperfetto porta con sé la continuazione dell’azione, non si può usare per ciò che è già terminato. Per rimanere “bloccata” sull’imperfetto, forzando le regole grammaticali, avresti dovuto raccontarlo come i bambini che, giocando, dicono “facciamo che ero…”. Però a quel punto il narratore è un bambino e il racconto è incoerente.

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  10. Il risultato.
    Miei cari, oggi voglio narrarvi di un’imprudente donzella. Una sera, la nostra giovine si smarrì nel peccaminoso quartiere di Montmartre. Sola e impaurita vagò tra i vicoli finché, approfittando di una porta socchiusa, si infilò in una casa. Ma non sarei qui a raccontarvi di lei se tutto si fosse così concluso! La sprovveduta si fece attrarre da una luce in fondo a una ripida scalinata: salì i gradini e si ritrovò in una malfamata locanda. Gli avvinazzati avventori non esitarono ad approfittarsi delle sue grazie per poi disfarsene. Le annodarono mani e piedi, la gettarono nelle acque del fiume. Disgustosi sghignazzarono a quella vista come i ratti in attesa di divorarla. Ella sprofondò, dondolando sentì il respiro mancarle. Ma come arrivò a noi questa storia? La tramandarono forse i balordi aggressori? Ci furono colpevoli testimoni? No, miei cari. La nostra protagonista raccontò tutto di sua voce quando l’odontoscalco la svegliò e le chiese mezza corona.

    Le intenzioni.
    Lontanissimo. In questa versione, ho trovato grande difficoltà a riportare interamente la storia (cosa che però volevo fare). Come soluzione ho scelto quindi il narratore esterno che però si palesa e racconta al passato remoto; per non farci mancare niente anche un linguaggio un po’ cerimonioso , qualche licenza di troppo e spostiamo il tutto in un’altra epoca. Credo che questa versione sia lontanissima soprattutto da me.

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  11. Mi chiamo Amelie, ma per la gente del quartiere sono la sfortunata giovane di Montmartre da quella volta che uscii per andare dal dentista e di me, non si seppe più nulla per due giorni. Quando tornai a casa non raccontai a nessuno quello che era accaduto. Mi dissero che avevo l’aria distrutta, che se avessi parlato avrebbero potuto aiutarmi. Ma io volevo solo raggomitolarmi nel silenzio e così ho fatto. La gente allora ha iniziato a narrare molte storie… In una, mi smarrivo tra i vicoli di Montmartre: “tutti sanno quanto basti poco perdere l’orientamento in quelle stradette cupe avvolte dal buio.” Per altri, ero finita in un bar mal frequentato, forse per incontrare qualcuno e lì, mi avevano reso un bel servizio.” Nei loro racconti sono stata picchiata, rapinata, stuprata, legata. Ho saputo che sono venuti a cercarmi al fiume; si aspettavano di vedere il mio corpo putrefatto galleggiare nella Senna in compagnia dei topi. La gente è fatta così, inventa verità che dargliene una mortificherebbe la loro fantasia. Sono Amelie, la sfortunata giovane di Montmartre da quella volta che uscii per andare dal dentista, come tutti i giovedì, due volte al mese, da un anno. Quella volta fu l’ultima. Pagai il prezzo: mezza corona.

    Sono riuscita a finire solo questo, anche se sto cercando di completare una seconda versione.

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    1. Bello: un nuovo modo di raccontarlo!
      Per il resto: l’importante è provare sulla propria pelle i diversi modi di scriverla, con i relativi punti deboli e punti di forza. E soprattutto di avere coscienza del perché un narratore sia nelle varie persone, in modo da “specializzarne” la voce, per raggiungere meglio i nostri obiettivi.

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  12. Sto cercando di scrivere in modi che non mi sono comodi. Avendo voluto seguire l’istinto, avrei sicuramente scelto il pdv di lei, al tempo presente; ma in questo modo temo di aver già dato diverse volte e non volevo ripetermi. Ho anche cercato di tenere presente la mia “verità” mentre scrivevo, ma chissà se…
    Inserire altre voci, utilizzare i personaggi del thriller stesso, mi crea problemi. Non solo per l’attenzione alle parole da usare, ai dettagli a cui dare spazio, ma più di tutto trovargli un posto nel sogno; ovviamente, non avendo intenzione di stravolgere la storia. Però, si deve pur tentare di fare qualcosa, giusto? 🙂

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  13. Grazie Viola.
    Io invece rileggendo mi sono accorta che sul finale avrei potuto scrivere meglio. Ripeto troppe volte: “quella volta”; e anche quel: “tutti i giovedì” non mi convince più… Se sono due giorni al mese, non posso scrivere tutti i giovedì. E ancora, poco sopra credo manchi una A: “tutti sanno quanto basti poco *perdere l’orientamento in quelle stradette cupe avvolte dal buio.”, almeno credo. Questo per dire che in un testo così breve ci sono troppi errori e non credo neanche di riuscire a vederli tutti. Volendo scrivere seriamente le considerazioni da fare sono così tante che non si finisce più. È naturale, alla fine, sentirsi un po’ insoddisfatti.

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    1. Invece ammiro persone come te che dubitano e si mettono in gioco, di tante che si elogiano da sole e credono di scrivere in modo eccellente. Vedere i propri errori, se ci sono, è segno di umiltà e voglia d’imparare. Molti si sentono già imparati o temono confronti per non farsi criticare. È proprio dal confronto che si matura. Brava!

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