Trame graffi(a)te – Trasparenze


L’esercizio serve per abituarsi a produrre trame: dovrete guardare bene l’immagine che vi propongo e dare sfogo alla fantasia, senza dimenticare di mettere (e magari aggiungere ex novo) tutti gli ingredienti che servono per fare una storia.

Ecco l’immagine di oggi:

Buona scrittura e buona Pasqua!

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7 pensieri riguardo “Trame graffi(a)te – Trasparenze

  1. Una ragnatela penzolava dal soffitto. Dio come m’annoiava con i suoi discorsi. Squadravo l’arredamento di casa e il massimo della cordialità era un gin tonic.
    “Come sei elegante stasera, Mary. Dove devi andare?”
    “Grazie, Richard. C’è la cena dai Weston, non ti ricordi?”
    Stucchevoli come i quadri appesi. Ho provato a dirgli di mio marito e del nostro matrimonio finito. Niente. Impassibile. Neppure avrà sentito. Non mi hai mai corteggiato, né guardato dentro il mio reggiseno. I miei domestici mi facevano la radiografia, ma Richard no. Lui era impeccabile pure quando faceva l’amore. Come facevo a saperlo? Una moglie lo sa. E l’aiutavo pure nel piegare i vestiti prima di fare l’amore. Imbranato com’era ci avrebbe messo una vita per venire a letto.

    Lo so che un uomo non si può cambiare, specie dopo tanti anni, ma è un mio diritto coniugale essere onorata dalla sua presenza. E oggi mi ha sorpreso. Sarà il vestito celeste, sarà quel reggiseno che mi tira su tutto, ma Richard ce l’ha fatta. Passato l’entusiasmo, il giorno dopo ho voluto constatare che non fosse un’eccezione.
    “Richard, caro, dove sei?” al telefono.
    “…”
    “Stai scherzando, caro?” appongiandomi al tavolo in stile chippendale ereditato da mammà.
    “…”
    “George, un gin tonic, per favore.”
    “Signora, si sente bene?”
    “Non tanto…Richard se n’è andato. Così ha detto: s’annoiava. Capisci, George? George, capito?”
    George non m’annoiava mai. E a lui non dovevo piegargli i vestiti prima di fare l’amore. Una volta finito si alzava, mi dava la buonanotte con in mano i panni raccolti da terra, li piegava sulla sedia di Richard e s’infilava di nuovo a letto solo con gli slip. La sua padrona non sopportava il disordine.

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  2. Eccoci qua, vestiti con eleganza e ricercatezza, pronti per andare al solito matrimonio del solito parente di turno. E io sto pensando che quando il prete in chiesa dice la famosa frase “parli ora o taccia per sempre” io dovrei alzarmi e urlare che il matrimonio è una farsa, dovrei parlare di come siamo ridotti noi due! Guardateci, non siamo neanche capaci di guardarci in faccia, non siamo più capaci di un sorriso, di una carezza, di un atto di comprensione. Solo noia e delusione. Solo noia e voglia di scappare via verso un’altra vita. Una vita lontana da noi. Invece non farò niente di tutto questo, sopporterò questa giornata con pena infinita, fingerò di sorridere, fingerò di essere contenta, aspettando con sollievo l’arrivo della sera quando finalmente potrò chiudermi nella mia stanza e stare con me stessa.
    “Sei pronta Anna? Dobbiamo andare.”
    Mi volto a guardarlo, il suo volto è senza espressione, una leggera smorfia tradisce la noia. Forse dovrei parlare, forse dire quello che penso potrebbe aiutarci, chissà.
    “Sì, sono pronta, evitiamo di fare tardi. Anche se il matrimonio potrebbe svolgersi benissimo senza di noi, in fondo siamo solo lontani parenti. Che noia.”
    “Già” dice lui sfiorandomi la spalla nuda, “stai bene con questo vestito!”
    Era un secolo che non mi guardava con quella strana espressione negli occhi.
    “Grazie” rispondo abbozzando un sorriso.
    “E se invece andassimo via, se ci concedessimo questa giornata per noi?”
    “Vestiti così?”
    “Vestiti così. E poi, per una volta, chi se ne frega!”

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  3. “Quanto manca all’eclissi?”
    Jacob era impaziente. Il travestimento da maggiordomo non gli era congeniale. E questo contribuiva al suo nervosismo.
    Milla, sguardo fisso al cielo, osservava il sole. Il vetro oscurato della finestra le permetteva di guardare con attenzione il disco pallido sopra le nuvole. Alle sue spalle la duchessa giaceva immobile sul letto. Nella poltrona accanto, il fido maggiordomo seduto con lo sguardo vitreo, perso nel vuoto della morte. Ora che il veleno aveva fatto effetto su entrambi, Milla e Jacob erano pronti a sostituirli in quella che sarebbe passata alla storia come l’impresa del secolo.

    La duchessa, nota per la sua eccentricità, aveva organizzato un ricevimento esclusivo. Pochi, pochissimi invitati. E tutti rigorosamente selezionati. Ignari, si aggiravano nel giardino sottostante, incuriositi dall’eclissi imminente e poco avvezzi a quegli insoliti occhialini. Alternavano la loro attenzione al cielo e alla terrazza sovrastante, in attesa che la nobildonna, nel pieno dell’oscurità passeggera, facesse la sua comparsa e scendesse le scale con indosso il celebre Diamante Fiorentino. Una persona così egocentrica, amante del lusso sfrenato e avvezza da malcelata teatralità aveva immaginato così il momento per restituire al mondo il diamante più raro della storia, ritenuto scomparso negli anni Venti. Ma non aveva fatto i conti con la sorella che da tempo bramava vendetta per un’intera vita di perfidie subite. Milla, che poteva contare su una forte somiglianza con la sorella duchessa, non aveva avuto difficoltà a trovare un abito identico e un complice abbastanza scaltro. Ora non restava altro che mettere fine a quella messinscena. Doveva solo fare il suo ingresso plateale, atteggiarsi scioccamente come la sorella e attendere il momento giusto per dileguarsi, prima che l’oscurità dell’eclissi si diradasse del tutto.

    “È giunto il momento” disse. “Andiamo.”

    P.S.: Buona Pasqua. Vale ancora? 😀

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