Routine


photo credit: .fortuna. via photopin (license)

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Charles Bukowski on Writing and His Insane Daily Routine

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“Scrivere è come andare a letto con una bellissima donna e dopo lei si alza, va alla borsetta e mi dà una manciata di banconote.”

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Io amo la mia routine. Mi esonera dalle domeniche e persino dal Natale. Alla mattina mi sveglio alle otto, se non ho lavorato, altrimenti alle nove. Una doccia. Un frutto, uno yogurt, un caffè. Poi si comincia: un oretta di jogging e un po’ di massaggi, per tonificare la muscolatura. Prima di pranzo mi informo delle ultime novità, gli ultimi pettegolezzi. Un pranzo leggero. Nel pomeriggio, un’ora e mezzo di pesi ed esercizi a corpo libero. Stretching, sauna. Lì finisce la parte piacevole delle mie giornate, e comincia la tortura. Io la chiamo “l’avvicinamento”: a volte ci pensa l’estetista, più spesso mi toccano una pletora di piccole cose: capelli, creme, lozioni, qualche ritocchino alle ciglia. Cose così, insomma, per essere in ordine per la serata.

Perché per l’aperitivo si va in scena: sorriso d’ordinanza e conversazione brillante. È anche per questo che mi pagano. Io sono al top: mi pagano molto. Fin quando durerà, naturalmente: il mio corpo non avrà sempre meno di trent’anni e il suo valore cala ogni giorno che passa. Sono solo un bel pezzo di carne: invidio i vitelli, che se ne vanno con un colpo in testa. Io, invece, vengo macellato lentamente, una fettina per sera. Per ogni ora che mi vendo, è una libbra di carne in meno che mi porterò nella tomba. Lo faccio per soldi? Sì. Forse. Forse no: non so fare altro, nella vita. Questo, però, lo faccio dannatamente bene. Mi vogliono. E pagano. Io sono la loro ora d’aria: con me possono abbandonarsi al loro sogno. Sognano un amore che non avranno. Che non hanno mai avuto. Odio vedere i loro volti rapaci, sempre diversi; mi rubano la vita, lasciandomi senza futuro. Arriveranno anni in cui non avrò altro che ricordi di giornate tutte uguali, scandite dalle macchine per i pesi. Le serate, invece, già oggi mi si confondono nella memoria e faccio di tutto, per dimenticarle. Soprattutto la fine. Quando la mano scende nella borsetta, per allungarmi i trenta denari del loro piacere.

Io odio la mia routine. Vorrei che fosse sempre domenica, magari Natale. Alla mattina mi sveglio alle otto. Una doccia. Un frutto, uno yogurt, un caffè. Poi si comincia: un oretta di macchina e arrivo in ufficio. Le email, le riunioni, i litigi con clienti e fornitori. Prima di pranzo mi informo delle ultime novità, gli ultimi pettegolezzi. Un pranzo leggero. Nel pomeriggio, il budget e le solite beghe amministrative da sbrigare. Lì finisce la parte odiosa delle mie giornate, e comincia la piacevole tortura. Io la chiamo “l’avvicinamento”: a volte ci pensa l’estetista, più spesso mi toccano una pletora di piccole cose: capelli, creme, lozioni, qualche ritocchino alle ciglia. Cose così, insomma, per essere in ordine per la serata.

Perché per l’aperitivo si va in scena: voglio sorrisi smaglianti e conversazione brillante. È anche per questo che pago. Io pretendo il top: pago molto. Fin quando durerà, naturalmente: il mio conto in banca non sarà sempre pieno e il suo valore potrebbe sparire. Ma finché dura comando io. Voglio godermi vita lentamente, centellinandola ogni sera. Ogni ora che mi compro, è un’ora di godimento in più che mi porterò nella tomba. Lo faccio perché ho i soldi? Sì, certo. Non potrei vivere in altro modo, e lo faccio dannatamente bene. Li voglio. E pago. Loro sono la mia ora d’aria: con loro posso abbandonarmi al mio sogno. Sogno un amore che non avrò. Che non ho mai potuto avere. Amo vedere i loro volti servizievoli, sempre diversi; rubo loro la vita, per avere un futuro. Arriveranno anni in cui non avrò altro che ricordi di giornate tutte uguali, scandite da un inutile lavoro. Le serate, invece, oh sì: sono scolpite nella memoria e faccio di tutto per non dimenticarle. Soprattutto la fine. Quando la mano scende nella borsetta, per allungare loro i trenta denari del mio piacere.

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Vedi tutti i Consigli di scrittura di grandi autori

Una storia… carina


photo credit: laberinto via photopin (license)

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Herbert Spencer: The Philosophy of Style, the Economy of Attention, and the Ideal Writer (1852)

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“Avere uno stile peculiare significa avere povertà di linguaggio.”

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Il vecchio aveva tamburellato sulla scrivania, mentre scorreva velocemente l’ultimo foglio. Si era quindi passato una mano sui radi capelli bianchi. Aveva borbottato qualcosa sulla pensione ancora troppo lontana e aveva posato lo sguardo sull’uomo seduto di fronte a sé, in attesa. Il vecchio aveva un incarnato ceruleo, colore di tutta la carta che aveva maneggiato nella sua vita. Aveva fatto un lungo sospiro, come a dire che gli scrittori esordienti sono tutti uguali, e mai che ce ne fosse uno che spiccasse almeno un po’. Però, a volte, se ne trovava qualcuno, che avesse quel minimo di talento. Che mostrasse, tra le sue pagine, un qualche lampo di quella bellezza che lui aveva cercato per una vita. Era difficile, ma sì, l’aveva trovata, a volte. Solo che quelle volte erano di rado. Troppo di rado. E lui era vecchio. Aveva sorriso all’uomo che lo guardava con trepidazione; si era schiarito la voce e aveva iniziato:
«Vedi, il tuo romanzo è…»

Il telefono aveva squillato.

«Ti dispiace se rispondo?» aveva domandato il vecchio.
«Prego, faccia pure.»
«Sei sicuro? Voglio dire, per me non c’è problema.»
«Neppure per me. Se pensa di dover rispondere…»

Il vecchio aveva allungato una mano e si era portato il ricevitore all’orecchio. La voce, all’altro capo, era concitata. Forse non sarebbe stato necessario portare il telefono così vicino al cranio, per sentirla.
«Senti, sai dove sia andato quel tale che era qui da me, prima?» aveva detto la voce.
«Tale? Quale tale?»
«Quel cretino che era venuto a portare il suo manoscritto.»
Il vecchio si era grattato un orecchio e aveva guardato l’uomo di fronte a sé.
«Non ne ho idea.»
«Scusa… Io, io… Ti ho disturbato?»
«No, figurati.»
«Ti avrò disturbato sicuramente. È che questo tizio si è presentato con un romanzo di fantascienza: lo sai che quando vengono da me con dei testi che non possono andare in collana, poi mi va giù la catena.»
«Ti dico che non mi hai disturbato. E poi gli esordienti se ne fregano, delle collane. Se ne fregano anche degli editori. Per loro siamo tutti uguali: stampiamo libri, e tanto basta» aveva detto il vecchio, mentre con l’indice giocava ad arrotolare il cavo nero dell’apparecchio. In quarant’anni, aveva sentito o ripetuto lo stesso discorso un’infinità di volte, con insignificanti variazioni verbali.
«Ma se ti presenti da me con un romanzo che sembra tratto da Alien cosa diavolo posso rispondere, io?» aveva insistito la voce, «Lo mando al diavolo, ecco cosa posso rispondere.»
Il vecchio aveva inspirato a lungo. Ci voleva tanta pazienza, con gli editor senza troppi anni di servizio. Aveva sbuffato forte, ma l’uomo davanti a lui sembrava impegnato a controllarsi la punta delle scarpe.
«E questa storia com’era?»
«Come vuoi che fosse… carina. Ecco: la classica storia che leggi e dici: “carina”. Però non basta. Lo sai anche tu che non basta. Gli esordienti, invece, pretendono. Si presentano qui dicendo che li manda questo o li manda quell’altro. Tutta gente con il culo coperto, viene qui. E io cosa gli racconto, al direttore? Che deve pubblicare questo schifo o che deve fare un torto al paraculo di turno?»
«Senti, è meglio se ti calmi.»
«Fai presto, tu, a dire di calmarmi. Tanto vai in pensione l’anno prossimo: che ti frega, a te?»
«Però sono qui. Devo lavorare, e il direttore se la prende anche con me. Non ci si può fare niente: lui è fatto così, e lo sai bene quanto me. Non è mai contento. E allora fai tu. Fai la cosa che ti sembra giusta, e te ne freghi. Hai la coscienza pulita, così. Se non ne valeva la pena, hai fatto bene a mandarlo via.»
«Ma se il tizio poi mi fa telefonare?»

Il vecchio aveva guardato l’uomo che, abbandonate le scarpe, aveva controllato lo stato delle proprie unghie prima di cacciarsi le mani in tasca. Ci voleva proprio una gran pazienza. Con il direttore, con i colleghi più giovani e anche con gli esordienti. Raccomandati o meno che fossero.

«Se ti fa telefonare» aveva detto il vecchio, stringendosi nelle spalle, «tu sei a posto. Hai fatto quello che ritenevi giusto. Che vadano da qualche altra parte, a fare le loro porcherie.»
«Dici, eh? Speriamo. Speriamo che vada tutto liscio. Scusa se ti ho disturbato. Dai, passo dal tuo ufficio e andiamo a prendere un caffè. Ti va?»

Il vecchio aveva guardato l’uomo: adesso era immerso nella contemplazione di quella fetta minuscola di cielo grigio che si poteva vedere dalla finestra di quell’ufficio.

«Da me? No, meglio di no» si era affrettato a dire il vecchio, «il caffè mi rende nervoso.»
«Ti offro un deca. Ce l’avranno, al bar, un decaffeinato. O no?»
«Mi fa acidità. Come accettato: sarà per un’altra volta.»
«Hai gente, lì, vero? Lo sapevo che ti avrei disturbato. Scusami. Scusami tanto. Ci sentiamo dopo…»
«Ma no, ti dico che non mi hai disturbato. Comunque ci sentiamo dopo, va bene.»

Il vecchio aveva posato il telefono. L’uomo davanti a lui era scattato come una molla: non voleva sprecare la sua occasione. Non un’altra volta.

«Dicevo: il tuo romanzo è carino» aveva ricominciato il vecchio.
Un’ombra ne aveva attraversato il volto, fugace, poi l’uomo aveva annuito in silenzio. Il vecchio aveva continuato:
«Capisco che possa essere piaciuto. Anche a persone di cui noi, qui, abbiamo molta stima.»

Il vecchio aveva tamburellato sul tavolo, schiarendosi la voce, come se fosse alla ricerca della parola giusta. Forse di un’intonazione. Poi aveva ripreso, con il tono piatto di chi abbia detto già le stesse cose almeno un milione di volte.

«Converrai con me, però, che mantenere per trecento pagine lo stesso stile, senza variare di una virgola, è claustrofobico.»
L’uomo si era illuminato:
«È proprio questo il senso dell’opera! La frustrazione e l’impotenza del lettore, che si sente chiuso in uno spazio sempre uguale. Come se fosse attorniato da una miriade di specchi che ne rimandano…»

Il telefono aveva squillato ancora. Il vecchio aveva imprecato sottovoce e l’uomo gli aveva fatto un gesto con la mano, come a dire che rispondesse pure. Il vecchio aveva inarcato le sopracciglia, aveva fatto un lieve cenno di diniego, poi aveva risposto.

«Scusa, lo so che ti disturbo» aveva detto la stessa voce concitata di poco prima.
«Ti ho detto che non mi disturbi» aveva risposto il vecchio, il tono appena più acido di quanto avesse voluto.
«Volevo solo dirti che mi ha telefonato il direttore, adesso. Ha detto che ho fatto bene a mandarlo via, quel tale. Si è complimentato con me, addirittura.»
«Vedi: te l’avevo detto» aveva sospirato il vecchio.
«Guarda, devo proprio ringraziarti. Se non ci fossi tu…»
«Figurati. Meglio così, ad ogni modo.»
«Sono proprio in debito con te.»
«Non ci pensare…»
«Come minimo ti devo offrire un caffè.»
«No. Te l’ho detto prima…»
«Scusa, scusa» aveva glissato la voce, «hai ragione: ti fa acidità. Beh, quando vuoi andiamo al bar e prendi quello che vuoi.»
«Magari domani.»
«Domani, sì. Ché adesso sei occupato. Scusa se ti ho disturbato ancora.»
«Nessun disturbo. A domani.»

Il vecchio aveva sistemato il ricevitore con cura, come se avesse voluto assicurarsi che fosse tutto a posto. Si era preso la faccia tra le mani e se l’era sfregata. Dopo quel trattamento il volto aveva preso una bella tonalità di rosa, che il pallore di prima non avrebbe mai lasciato presagire.

«Quello che volevo dire» aveva ripreso l’uomo, con il tono di chi voglia vendere un’auto, «è che lo stile sempre uguale…»
«È sinonimo di sciatteria» lo aveva interrotto il vecchio, «senza contare che di romanzi intimisti il mercato è saturo e non saprei proprio dove piazzarlo. Piuttosto, potresti provare con la scrittura di genere. Chessò: un giallo, fantascienza. Fai tu.»

Gli aveva indicato la porta. L’uomo aveva provato a protestare, garbatamente, ma al vecchio era venuto un gran mal di testa. Lo aveva salutato in fretta. Una volta uscito, aveva guardato l’orologio: non mancava molto e aveva pensato che gli avrebbe fatto bene uscire dal lavoro prima del solito.

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Aspettando un libro


Jorge Luis Borges on Writing: Wisdom from His Most Candid Interviews

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“Il lavoro di uno scrittore è dovuto alla pigrizia.”

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Lo conobbi che forse non aveva neppure quarant’anni. Era famoso e spesso, alla radio oppure in televisione, accennava a quello che avrebbe dovuto essere il suo prossimo libro. Lo stava scrivendo, diceva, e sarebbe stato pubblicato di lì a non molto. Io non ero altro che un giovane studente universitario, che per preparare la tesi aveva avuto l’ardire di incomodare proprio lui, che era già un Grande Maestro.

Devo ammettere che fu molto cordiale, con me. Mi ricevette a casa sua, una tranquilla mattina di primavera. Rispose alle mie domande con sincerità. O almeno, nella mia incosciente giovinezza, lo pensai. Alla fine, prima di congedarmi, mi accompagnò nel suo studio privato. Quello in cui scriveva. C’era una grande libreria, ricolma di libri ordinati in una maniera che allora definii metodica ma che oggi non esiterei a definire maniacale; la scrivania era alloggiata sotto una larga finestra, esposta a sud, perché — mi disse — riusciva a scrivere solo con la luce naturale; in un angolo, sopra quel bel ripiano di legno scuro, era deposta una risma di carta bianca. Intonsa. Mi disse:

— Ecco: su quella carta scriverò il mio prossimo libro. Dovrebbe uscire l’anno prossimo.
— Ma, Maestro — obbiettai imbarazzato, avendo una vaga idea dei tempi dell’editoria — credevo lo stesse già scrivendo…
— Sciocchezze! — mi interruppe seccato — I libri non si scrivono di fretta. È la testa che deve pensare, e deve farlo a lungo; solo per ultimo viene il lavoro manuale della scrittura.

Io annuii, contrito. Passarono molti anni, prima che avessi modo di incontrarlo di nuovo. Ero diventato professore, all’epoca, e raccontavo spesso ai miei studenti il mio incontro con il Grande Maestro, per far capire loro quanto fosse importante il tempo del pensiero rispetto alla fretta delle mani. Lui era venuto in un teatro della mia città per un dibattito; al termine, non seppi trattenermi dal fare una capatina nel suo camerino.

— Non so se si ricorda di me, Maestro.
— Certo — mi disse, con lo sguardo vuoto — ci siamo visti tempo fa, in merito a…
La voce gli si era spenta e io non avevo osato intervenire; piuttosto, avevo una domanda che mi ronzava in testa da parecchio:
— Vorrei tanto sapere perché non abbia più scritto quel libro, la cui risma di carta era già pronta sulla scrivania.
— Lo sto scrivendo, che diamine! Voi lettori siete così frettolosi: volete tutto subito, come se fosse facile. La risma è là: quando sarà ora, scriverò.

Me n’ero andato in silenzio, mostrando più ossequio di quanto ne sentissi. Ora ho una cattedra all’università. Insegno ai miei studenti cosa significhi la Letteratura e quale valore essa abbia per l’umanità.  Nei corridoi dell’ateneo, qualche giorno fa, ho incrociato due vecchi che parlavano; uno dei due — ma l’ho riconosciuto a fatica — era proprio il Grande Maestro. Non mi sono azzardato a salutarlo, ma mentre gli passavo accanto ho capito infine perché io non abbia mai potuto leggere quel libro. Stava infatti dicendo, al proprio compagno:

— Scrivere è una tale fatica e noia. Farei di tutto, pur di non esservi costretto…

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NdA: Questo pezzo sarebbe stato molto meglio scrivendolo sotto forma di pièce teatrale. Sul modello di “Aspettando Godot”, per intenderci. In effetti, ho già preparato una risma di carta apposita, sulla mia scrivania, ma il fatto è che spesso mi stanco e non fini

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Amore a impatto zero


047 - gaiman

Neil Gaiman’s Advice to Aspiring Writers

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“Devi finire le cose — è così che impari, impari finendo le cose.”

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C’era un gran fermento al pub. Ero passata nella speranza di trovare Dario: un bel quarantenne, in forma, che non sembrava il solito prodotto da riciclo, tipico dei maschi di quell’età. Uno di quelli che, appena entrati negli anta, farebbero assai più impressione a noi povere ragazze se avessero le mutande piene del loro ego, invece del solito ciondolame. Purtroppo è colpa nostra se siamo ancora convinte che si possa trovare un partito non dico buono, ma almeno decente,  prima di passare anche noi la fatidica età sinodale. Quello spartiacque che ci fa decidere che in casa, se proprio deve entrare un maschio, sia meglio trovarlo peloso e con i baffi. Senza dimenticare la lunga coda e l’operazione: un micio è infatti l’unico a poter garantire un congruo numero di coccole e di calore a letto, e in cambio pretende solo una ciotola di croccantini. Uno scambio tanto vantaggioso che più di una volta mi ero domandata dove fosse la fregatura.

Ma le cose non si imparano fin quando il lavoro non è finito.

Dario, comunque, c’era. C’era stato il giorno prima, e il giorno prima ancora: era un abitudinario e questo credevo lo rendesse controllabile con poco sforzo. Se si fosse dimostrato anche dedito alla causa, avrei potuto davvero decidere di fare il grande passo per un uomo: dalla sua avrebbe avuto la capacità di fare la spesa, spostare i mobili e aprire i barattoli, cose che al gatto non riescono granché bene. Se fossi stata particolarmente fortunata, avrebbe potuto dimostrarsi uno di quei rari esemplari dotati della coda giusta al posto giusto. In quel caso, allora, avrei potuto innamorarmi sul serio. L’avevo scelto non tanto per i pettorali da palestra, o per l’attenzione ai cibi bio, quanto per il fatto che, quelle poche volte che avevamo parlato invece di strafogarci di stuzzichini e spritz da happy hour, mi aveva raccontato con molta delicatezza di una sua ragazza, o ex-ragazza, con la quale stava chiudendo i rapporti. Io avevo lasciato che il tempo sanasse quello che c’era da sanare e chiudesse le ferite, poi ero tornata alla carica, nella speranza che il frutto fosse maturo al punto giusto.

Ma le cose non si imparano fin quando il lavoro non è finito.

Avevo preso uno spiedino di frutta, che portava in cima un pezzo di banana, l’avevo intinto voluttuosamente nel cioccolato e ne avevo preso in bocca un morso; poi gli avevo chiesto:
— Allora? Come va con la fidanzata?
Lui mi aveva guardata con un mezzo sorriso e poi aveva scosso la testa:
— Vedo sempre quella che vedevo mesi fa, che ci lasciamo e poi ci rivediamo, e che però ha trent’anni e io so che non va bene, perché sento dentro che la nostra frequentazione è il male, vista la differenza di età: non vorrei infatti che tra qualche anno mi chiedessero se è mia figlia. Certo, gioco a tennis, vado in bicicletta, ma non va bene lo stesso questa relazione.

Il punto a favore era stata la sincerità, questo era innegabile. Peccato per tutto il resto, però: io mi ero vestita, e anche un po’ svestita, per lui; gli avevo fatto la scena della banana e tutto quanto. Non era quella la risposta che mi aspettavo. Nonostante tutto, avevo fatto buon viso a cattivo gioco: gli avevo servito uno dei miei sorrisi migliori e gli avevo allungato il mio spritz, che giaceva inascoltato e riempiva ancora per tre quarti il bicchiere.

Ma le cose non si imparano fin quando il lavoro non è finito.

Mi aveva sorriso soddisfatto, lui. Avevamo fatto ancora qualche chiacchiera e poi gli avevo chiesto di accompagnarmi a casa, ché ormai s’era fatto buio e non si sa mai chi si possa incontrare, di questi tempi. Quando mi aveva chiesto di salire non ero stata pronta a dire subito di no, e per lui quel ritardo era stato equivalente a un sì. Avevo sospirato, quando me lo ero trovato dentro casa: lui era già meravigliato dell’ordine e della pulizia rigorosa, senza accorgersi che intanto mi stava lasciando certe orme opache sul pavimento di marmo. Non c’era voluto molto a convincerlo a fare una doccia, prima.

Adesso è ora di finire il lavoro, e chissà che non ci sia qualcosa da imparare.

Forse anche lui avrebbe qualcosa da dirmi. Potrei chiederglielo; dopotutto è di là, stipato per metà nel freezer. Di sicuro, il gatto che prenderò mangerà bene per un sacco di tempo.

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E così hai voluto fare lo scrittore


Michael Lewis on Writing, Money, and the Necessary Self-Delusion of Creativity

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“When you’re trying to create a career as a writer, a little delusional thinking goes a long way.”

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È facile, mi dicevano, basta scrivere, mi dicevano, che a mettere le parole una in fila all’altra non ci vuole niente e c’è un sacco di gente incapace che lo fa e vende carrettate di libri e va in televisione e la intervistano neanche fosse il Papa e mette insieme le parole che sembra una preghiera stampata su un libro bislacco di preghiere, ma io sono sempre stato un incapace, incapace e insipiente, fin da quando andavo a scuola e i temi mi guardavano dal foglio bianco con aria di sfida, come se mi dicessero ce l’hai con me, ce l’hai? con quell’aria truce, e quella voce, la stessa che aveva Giovanni, il più cattivo della classe, che ogni volta che aveva bisogno di un compito mi incantonava in un angolo, e io mi vergognavo e non volevo darglielo il mio compito ma eran legnate e finiva sempre che le buscavo e poi gli davo anche il compito perché tanto non ero capace di difendermi e poi è andata avanti così tutta la vita, che le parole le ho schivate e per paura di essere pestato mi son sempre rifiutato di scriverle e nella speranza di pestare qualcuno mi son messo a leggerle, leggere tutte quelle che mi passavano davanti agli occhi, belle o brutte che fossero, brutte come quelle liste dei bugiardini, che riempiono dei fogli interi con tutte le malattie che esistono e anche con le malattie che non esistono, e poi ti convincono, e ti fanno venire le malattie inesistenti e poi ti curano da malato immaginario ma i soldi che vuole il farmacista sono veri, però, ma insomma, volevo dire che le parole le leggevo sui giornali, sui fustini e delle volte sui libri, persino certi libri russi che non si capiva niente fino al giorno che ci ho trovato scritto su Ananassi e champagne! Ananassi e champagne! Gustoso e frizzante fermento! Ho qualcosa di Norvegia, ho qualcosa di Spagna! L’ispirazione mi assale! Sto già scrivendo! e da allora ho amato Igor’ Severjanin come se fosse un padre, un figlio, un fratello di sventura, e ho cominciato a buttare fuori tutte le parole che mi ero tenuto dentro, solo per scoprire che con i romanzi andava peggio perché gli editori erano peggio di Giovanni, ché loro lo fanno per i soldi e non per i compiti e, quando menano, menano forte con quella penna maledetta che non firma mai i contratti, o almeno non firma i miei contratti, e se invece una volta gli dai un libro che vende, almeno un pochino, per loro è come la droga e dopo ne vogliono di più, per vendere di più, vogliono il vampiro, vogliono il sesso, vogliono il commissario, perché la letteratura non vende, mi hanno detto, sorseggiando un caffè in un tavolino di un bar come se stessero commentando le mezze stagioni che non ci sono più, e il caffè era amaro o forse erano amare solo le mezze stagioni o le sigarette, ma io il caffè riesco a berlo solo decaffeinato, e le sigarette senza nicotina, insomma io non volevo fare i compiti di nessuno, e non volevo pagare le medicine e i gli scrittori di bugiardini, ma gli editori dicono che la letteratura vende solo se sei morto, e quando dicono così gli viene un sorriso storto di traverso alla faccia che penso che in tasca abbiano un coltello o una pistola o una fiala di cianuro e che quello che scrivo, da vivo, non vale un cazzo ma da morto sì, e allora, nella vita, per pagarmi le bollette, comperare i croccantini al gatto, pagare le bollette al gatto, comperarmi i croccantini e riempire anche la mia, di ciotola, dovrei far saltare il banco, mandarli a quel paese, ribellarmi, per una volta nella vita che vi faccio vedere io, chi non salta è un editore eh! eh! mi arrangio e pubblico da solo, metto il mio libro a tre euro, due euro, un euro, zeronovantanove come tutti quegli altri sfigati che come me pubblicano da soli e almeno loro hanno la speranza di farsi notare, se vendono qualcosina, e io invece ho la certezza di farmi notare se non vendo neanche un libro e mi hanno lasciato qui, solo, senza nessuno, neanche un cane, che faccia compagnia al gatto e che mi dica almeno che sì, scrivo sempre bene e sono loro che non mi capiscono.

Mi do al self.

Sono l’Onan del romanzo.

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Il cavaliere e il drago


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Neil Gaiman: 8 Rules of Writing

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“Perfection is like chasing the horizon. Keep moving.”

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Non ti eri mai accontentato fin da quando, al paese, tutti ti chiamavano Microbo. Tu ingoiavi, e mettevi da parte; sapevi che sarebbe venuto il giorno in cui gliel’avresti fatta vedere, com’eri certo che il sole sarebbe sorto, l’indomani. Avrebbero tutti imparato che Microbo era il migliore e se ne sarebbero venuti in lacrime a supplicare il perdono: ecco perché avevi sempre puntato in alto. “Questo bambino non vale un soldo di cacio”, aveva detto Maestro. Tu, oltre a non saper leggere, avevi fatto finta di non saper ascoltare e te n’eri andato dritto per la tua strada. Avevi preso il cavallo più forte che c’era e te n’eri andato più in là, nei prati al limitare del bosco.

Il tuo paese era un paese di mare e gli altri non ti avevano capito una volta di più. A loro importavano le barche, il catrame, le reti e, per ultimi, i pesci. Ultimi solo per farli primi, perché la gente del paese era ligia a quello che si doveva dire e pensare, ai proverbi e ai pochi libri che era lecito tenere e leggere la domenica. Ma tu volevi dell’altro. Volevi di più. Avevi rincorso il cavallo fin quando non aveva accettato di farti salire sulla sua groppa dura e avevi mulinato un pesante bastone fin quando non avevi pensato di essere pronto.

Un giorno te n’eri andato. Erano passati molti anni da allora: tua madre aveva pianto, all’inizio, e poi aveva finito le lacrime e le erano rimasti due occhi fondi e asciutti come un vecchio pozzo; tuo padre aveva maledetto con parole sempre più amare le mani che non lo avevano aiutato a remare, a tirare in barca mucchi d’argento guizzante, a ricucire le reti. Ma tu avevi una missione: avevi lottato fino al giorno in cui qualcuno ti aveva concesso il privilegio di vestirti di ferro brunito. Avevi appeso al tuo fianco una lama e te n’eri andato in giro altero, padrone della forza e della giustizia.

Da quel giorno, avevi puntato il cavallo all’inseguimento del sole del mattino, perché i suoi raggi ti riempissero la faccia e si impigliassero sul cimiero. Avevi attraversato paesi e città e dovunque il tuo ferro era benedetto e la tua destra onorata. Quando avevi saputo che al paese c’era un mostro ti eri fregato le mani: la tua occasione era giunta. Avevi preso la durlindana e avevi cavalcato nella luce.

Infine, il mostro ti si era parato innanzi. Povero drago senza speranza, avevi pensato, magnanimo e spietato. Il petto tenero, sotto le scaglie, aveva lasciato che la lama si tuffasse nel cuore dolorosa e crudele. Il soffio di fuoco s’era fatto brace mattutina, e infine s’era spento. Avevi infilato la coda nel cappio e avevi fatto della bestia un trofeo. Ti eri presentato così, alle porte del paese: Microbo vincitore della bestia.

Avevi trascinato la povera carcassa per le strade polverose, verso la piazza; dalle porte, occhi nascosti nell’ombra avevano scrutato il tuo passaggio. Li volevi osannanti, e se ne stavano acquattati nelle loro luride tane. Poi qualcuno era uscito: ti guardava in tralice, prima te e quindi la bestia. Infine ti eri voltato e ce li avevi tutti dietro, codazzo acrimonioso e silente. Quasi silente: bisbigliavano, piano, sussurrando cattiverie, e avevi potuto distinguere una sola parola inseguirsi tra bocche e orecchi: Microbo.

Quando eri arrivato sulla piazza, Maestro ti stava aspettando. Fermo, piantato nel mezzo come un monumento dimenticato; solo i suoi occhi erano vivi e sapevi bene che vedevano oltre le fessure del tuo elmo. “Questo cavaliere non vale un soldo di cacio” aveva detto, “Drago, col suo fuoco, teneva lontano Orca. Adesso Orca tornerà, si mangerà tutti i pesci, e i nostri figli periranno di fame.” Ti aveva puntato il dito contro: “La pena, per il tuo delitto, è l’esilio.” Si era voltato verso gli altri e aveva urlato: “Il cavaliere è bandito. Per sempre.”

Avevi voltato il cavallo verso il sole nascente.

Avevi sperato che almeno l’orizzonte ti fosse clemente.

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Show, don’t tell


Oggi affrontiamo un consiglio di scrittura tra i più detti e abusati. La storia nasce da un’idea di Helgaldo ed è meglio che la leggiate innanzi tutto; prima che tu mi dica che non va bene, caro Hel, ti dirò che lo so da me: io sono uno sempre fuori tema, fuori le righe, fuori controllo. Scappadizz, come si dice da queste parti. Ma che io sia così lo sai meglio di me, e ti tocca sopportarmi: non sono capace di scrivere delle cose asettiche. Se non mi immedesimo, da qualche parte, non riesco a farlo e non mi è venuta fuori altro che una lettera.

Comunque, ricordatevela questa cosa quando scrivete. Ma soprattutto quando vivete.

Buona lettura.

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Caro Andro,

forse ti stupirai di trovare questa lettera. Sono più di vent’anni che siamo sposati, e sono più di vent’anni che tutte le mattine ti preparo la cartellina che ti porterai al lavoro; oggi, oltre alle solite cose, ci infilerò anche una busta. Sapessi quante volte mi sono seduta davanti a un foglio senza riuscire a metterci neppure una parola. E quante volte, invece, ho detto a quella pagina tutto quello che avevo dentro per poi appallottolarla e buttarla via. Non so neppure io perché, invece, questa volta abbia deciso di andare fino in fondo.

Mi ricordo quando eravamo giovani, felici e con una vita da inventare. Io ero una bella ragazza e tu mi mettevi le mani sotto la gonna ogni volta che potevi; a volte, anche quando non avresti potuto. Ci sembrava di avere mille difficoltà, ma eravamo felici e lo sapevamo.

Però i giorni passano, e mi sono scoperta vecchia di colpo. La paura di non veder arrivare le mestruazioni si è trasformata nella certezza che non potrò più diventare madre e i mal di pancia mensili si sono trasformati in un mal di testa perenne. Per il mio corpo è finito il tempo dell’amore, e se ne frega se il cuore possa non essere d’accordo. Ma tu lo sai fin troppo bene, perché le battaglie che combattiamo la sera non sono più quelle di qualche anno fa.

Una volta, a letto, mi facevi tua; adesso ci leggi il giornale. Se insisto a voler parlare ti arrabbi, perché non sopporti che ti dica le cose. Ormai preferisci una partita di calcio a un’ora con me. Un’ora per parlare. Anche solo per lasciarmi sfogare. Se piango, ti stizzisci perché me la prendo per le cose inutili. Perché mi piace complicare gli affari semplici: lo dici tutte le volte, convinto che davvero tragga un qualche piacere nel complicare la mia vita e anche la tua.

Eppure hai sempre detto di amarmi. Hai sempre tenuto a dirmi che ero l’unica, come se una moglie potesse non accorgersi quando decidi di andare a lavorare più profumato o meglio vestito del normale o se, quando parli della tua nuova, giovane segretaria, non ti venisse un tono di voce che… Dio, avresti dovuto sentirti. Dico davvero.

Mi hai sempre detto che ti piace stare con me, anche se poi ti arrabbi se c’è brutto tempo e Sky si vede male, o se c’è la Champions mentre io vorrei vedere un film d’amore, di quelli dove inzuppi il fazzoletto. Perché adesso sono capace di infradiciare solo quello e quando, in metropolitana, passo davanti all’onnipresente cartello di avvertimento “Pavimento bagnato” non posso fare altro che pensare beato lui.

Mi hai sempre detto tante cose. E io ho sempre voluto ascoltarti. Crederti, per me, era importante come respirare. Ma sono vecchia, adesso. Forse più di te che ancora giochi a fare il ragazzino tra partitelle con gli amici e qualche aperitivo di troppo, uscito dal lavoro. Ma anche per te è tempo di crescere, se non proprio di invecchiare. Fallo con me. Fammi capire che ci credi ancora. Mostramelo, non raccontarmelo.

Per sempre tua,
Meno

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showdonttell

da Internet