L’aria è più pura, lassù


photo credit: New Born via photopin (license)

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È passato molto tempo dall’ultima volta. Però le pagine non scadono e Tiziana mi ha chiesto un racconto che parli del rapporto tra padre-figlia. Spero tanto che le possa piacere, questo. Pensavo di lavorarci più a lungo, però alla fine ho deciso che non ci riesco. Mi perdonerà, mi auguro.

Buona lettura.

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Un padre. Una figlia. C’è un rapporto diverso, tra noi, proprio perché travalica i generi: se fossi stata un maschietto ci sarebbe stata una comunanza di sentire, un vissuto comune tra l’esperienza di uno e il presente – e il futuro! – dell’altro. Ma, ahimè, il fiocco era rosa. E poco importa che il mio sesso lo abbia deciso proprio tu, nel momento esatto in cui amasti la mamma. Da allora è stato un crescendo di aspettative, deluse, e diffidenza.

«Dove stai andando?», «Chi è quel ragazzo? », «Ma proprio al classico ti devi iscrivere?»: quante litigate. Sono sempre stata dalla parte sbagliata della barricata, secondo te, e io ho fatto di tutto per rimanerci, su quella barricata. Una lotta continua, per rivendicare anche per me quegli stessi principi che tu mi avevi insegnato. Poi sono cresciuta e la nostra lotta si è rarefatta. Me ne sono andata lontano, per lavorare. O forse solo per respirare. Ho conosciuto uomini. Qualcuno con la maiuscola, più spesso con la minuscola. Ho fatto un figlio e l’ho tirato su. Da sola. E, per Natale, quando sono tornata a trovarti, mi hai fatto la sorpresa.

Perché tu hai sempre fumato, anche in faccia al dottore che ti ha implorato per anni di smettere. È stato proprio da te aspettare una festa comandata per tossire senza fermarti, fino a macchiare di rosso il fazzoletto con cui cercavi di proteggerti. Ti ho portato di corsa da un professore, nella speranza che l’autorità ti facesse più effetto. Qualche esame, d’urgenza. I raggi. E una serie di referti che dicevano quell’ovvio che nessuno voleva sentire. Hai smesso di fumare, di colpo. O almeno è quello che hai detto. Ma non hai più ripreso il tuo colore. Le guance sono diventate ogni giorno più grigie e scavate. Gli occhi un po’ più infossati, perle nere in un pozzo viola. Arrabbiarmi perché non hai mai voluto farti un controllo? Certo, l’ho fatto. Non è servito a nulla, se non a sfogarmi. Come una pentola a pressione, per non esplodere.

Mi sono presa qualche mese d’aspettativa e sono tornata a casa. Ma non sono riuscita ad abituarmi al fatto che comandavo io. «Dove stai andando?», «Perché non mangi? », «Ma proprio al bar dovevi fermarti?»: quante litigate. Siamo corsi da un medico all’altro, nel tentativo di sentire una voce diversa. Mi sono iscritta alla biblioteca e ho letto tutto, sull’argomento. Ho spremuto ogni bit dai giga della connessione a Internet. Ogni volta che siamo andati da un dottore nuovo sapevo subito se diceva cose giuste o se ce le voleva raccontare. Quando è successo mi sono inalberata, spiattellandogli in faccia tutta la sua ignoranza e supponenza. Quello è arrossito; ha cercato di difendersi. Ma io ho infierito: gli ho dimostrato la sua inadeguatezza, il fatto che speculasse sulla pelle di gente che soffre. Lui, il dottore, ha ascoltato in silenzio. Anche tu mi hai ascoltata in silenzio. Alla fine lui ci ha messo alla porta, con ferma gentilezza. Noi non saremmo più tornati là, perché non ne avevamo bisogno. Neppure lui aveva bisogno di noi, anzi. Siamo tornati a casa e nel tragitto ho cercato di convincerti che qualcosa si potesse ancora fare; ti ho raccontato le ultime ricerche sull’argomento. Tu mi hai sorriso, stanco, e mi hai detto che non immaginavi che io fossi così. Io ho inarcato un sopracciglio e ho detto: «Così come?». «Così», hai detto, e ti sei messo a ridere. E a tossire. Ho riso con te, anche solo per nascondere quell’umido salato che mi bruciava negli occhi. Quando ci siamo fermati di ridere, mi hai detto una cosa sola: «Mi mancano le sigarette». «E la mamma?» ti ho domandato, finta – o forse vera – scandalizzata. «La mamma anche. Però sopporto meglio la sua mancanza: ho te». Da là fino a casa ha parlato solo il motore. Poi un giorno hai deciso di trasferirti all’ospedale. «Per non pesare troppo su di te», hai detto. Io ho cominciato a passare sempre più spesso le notti là, con te.

Stamattina, quando mi sono svegliata, ero con te, nella tua stanza; tu avevi gli occhi chiusi, un rantolo schiumoso per respiro. Il volto stanco, ma sereno, di chi vede infine concludersi una lotta impari. Mi sono inginocchiata di fianco al letto e ti ho preso la mano; non hai aperto gli occhi, ma le tue dita magre hanno appena stretto le mie.

«Sali, papà, sali tranquillo» ti ho detto trattenendo le lacrime, «più sali e meglio si respira.»

***

Queste storie sono scritte su richiesta dei lettori. Richiedine una o leggi quelle già scritte in Dimmi che storia scrivere.

Rintra lu to situ mi trasi


Questa è un’altra storia a richiesta. Marina ha detto:

Prima o poi ti verrà l’ispirazione per dedicarmi una bella poesia in rima… in dialetto siculo?

Che dire? Per quanto mi piaccia leggerla e mi diverta scriverla, la poesia non è proprio il mio campo. E poi non so il romanesco, che pure tra tv e letteratura si sente spesso, figuriamoci il siciliano. Però ogni richiesta è un ordine, e ci ho provato. Ho scartabellato in rete per dizionari dialettali e rimari fino ad avere qualcosa di passabile. Qualcosa che probabilmente mescolava termini dal palermitano al nisseno, dal ragusano al catanese, conditi e legati dal gusto del mio orecchio. Prima di sottoporla a voi ho avuto la consulenza diretta della destinataria, per sistemare tutte quelle parole ed espressioni che, diciamolo, avevo proprio tirato a indovinare. In particolare mi piace molto quel “prisciusu” al posto di un “tacchiatu” trovato in rete: oltre al significato letterale di “fretta”, si aggiunge anche l’assonanza con “prezioso”. Il che, nei riguardi della Poesia, è come minimo dovuto. Grazie, Marina!

Buona lettura.

photo credit: etna via photopin (license)

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***

Rintra lu to situ mi trasi
chista fimmina ‘nsistenti
ca pritenti ca tu prisenti
nfrucchiati quattru versi;

si fussi puru capaci
di scriviri prisciusu!
Ma d’un niegghia si figghiolu
di pì cìertu, tu nun canci.

O Michele scimunitu,
chi fiura ca facisti!
Ammucciati, su, lestu.

Cu ddi uocchi tristi
a fimmina hai scunchiuto:
megghiu l’ali ti mittisti!

***

Queste storie sono scritte su richiesta dei lettori. Richiedine una o leggi quelle già scritte in Dimmi che storia scrivere.

 

Storie a peso. Son due etti: che faccio, lascio?


Anche questa è una storia a richiesta. In realtà sono due, ma parlano della stessa cosa. Mi è stata chiesta da… beh, da Lei, e voleva che parlasse di…, ma senza citarlo direttamente. O descriverlo. E poi c’è anche un’altra cosa da nascondere, per stare al gioco. Siccome non posso mica dirvi tutto, vi posso dare un indizio: il posto più facile in cui perdere gli occhiali è piazzarli sopra il vostro naso.
Elementare, Watson.

Buona lettura.

***

Quiz a sorpresa num. 9

Quando una cosa è chiara ed evidente, si dice che sia solida come la terra sotto i nostri piedi.

Uno scrittore X lo sa, e se ne approfitta: ha scritto per una lettrice Y, per condurla dove voleva essere portata; dopotutto è pur sempre un gioco, lei lo sa meglio di lui, eppure non ha potuto fare a meno di giocare, facendo finta che fosse tutto vero. Così, posto che il tema del confronto fosse Z, X si era fatto una sua idea, che necessariamente non era quella di Y, perché ogni testa rimane ben sigillata all’interno della propria scatola cranica; nonostante ciò, però, e nonostante gli squallidi trucchetti di meta-narrativa con i quali ha riempito il foglio per confonderla, X sapeva che c’è una grande verità che lo poteva aiutare: lei si trova dall’altra parte della pagina che lui si è ostinato a voler scrivere. È tutto qui: in quel punto di contatto, sottile come una velina, si possono intravvedere l’un l’altra. Divisi solo da una piccola barriera traslucida e semiopaca.

X sa che ha un punto d’appoggio, ma subito si è reso conto di una cosa terribile: non basta. Perché la relatività è un principio dell’universo e funziona tanto nella fisica quanto nella scrittura. Quando X è chiuso nella sua casa, non potrebbe mai capire se tiene i piedi appoggiati a terra per la forza di gravità, oppure perché la sua abitazione è un’astronave, lanciata nel cosmo a velocità crescente. Con un’accelerazione, per essere precisi, pari a un “g”. Non c’è modo di distinguere una situazione dall’altra. Basterebbe guardare fuori, forse, ma X saprebbe distinguere la realtà da una proiezione sulle sue finestre, creata a suo uso e consumo?

La stessa Y, forse, non esiste; potrebbe essere un’accozzaglia di bit, estrusi da mouse e tastiere collegati in modi impensabili. Oppure esiste davvero, ma aleggia oltre lo schermo in attesa di coglierlo in fallo, di poterne scrivere finalmente una Valutazione Negativa sul suo Blog o in giro per i Social Network che frequenta. Il punto è che lei aveva fatto una richiesta onesta/onorevole che X non è stato in grado di soddisfare; cioè lui lo ha fatto, ha scritto un pezzo decoroso anche se scontato, ma lei lo ha interpretato in un modo sleale e/o offensivo e adesso è veramente incazzata, con X. Lui lo sa quanto lei sia permalosa, e cerca di ricucire uno strappo che neppure riesce a vedere. Ma lei è glaciale, con lui, fa battute gelide — sempre che Y risponda alle richieste di X, invece di farle cadere nel vuoto come al solito — battute in cui lui è messo alla berlina sul suo stesso blog e alle quali X non può rispondere, per non esacerbarla ancora di più.

Allora lui rimane immobile, per evitare di peggiorare la situazione, ma lei non sopporta che lui rimanga passivo, in silenzio, senza darle prova di sentirsi umiliato e di aver capito la lezione infertagli. Y pensa che il comportamento di X sia una ritorsione, un torto ulteriore che lei deve subire per colpa sua — sua di X — e su un argomento, Z, che le sta davvero a cuore; si domanda perché debba continuare ad avere a che fare con uno che non solo non è uno scrittore, ma che è peggio di un muro di gomma: bisognerebbe fare qualcosa, anche prenderlo a pugni, per cancellare quell’espressione ebete da quella faccia che non ha mai visto, distruggere quell’essere senza spina dorsale che pretende di tenere una penna in mano e che finisce per farle — a lei, Y — perdere tutto quel tempo.

X, di fronte a tutto questo, è sempre più impaurito ed evita di muoversi e/o dire qualsiasi cosa pur di evitare di sbagliare. Gli altri — gli altri lettori di X, cioè, e anche quelli che conoscono Y — concordano che forse X non abbia scritto il pezzo della vita, ma che la reazione di Y è stata esagerata e che adesso Y se l’è anche andata a cercare perché dopotutto X non è mica uno Scrittore di Successo, un FV, un SK, o persino un DFW qualsiasi. È solo uno che ci prova, senza peraltro riuscirci.

A quel punto tutti si aspettano che sia Y a doversi giustificare, per tutta la scenata raccapricciante e patetica e carica di un astio incomprensibile; lei li guarda senza vederli: anche per lei, gli altri, sono al di là di un foglio o di un monitor. Esattamente come lei per X.

Domanda
Dire come se ne esce.

***

Credi

Perso. È irrimediabilmente perso. Certo, ha sempre detto di essere uno scrittore. Ha anche detto, a volte, di aver scritto poesie. Figurarsi. Lei c’ha creduto, anche se lo ha sentito parlare, anche se a volte ha letto quello che scrive; lo guarda con quegli occhi sognanti che conosciamo fin troppo bene. Li abbiamo visti mille volte, nei film o in televisione o in quelle stupide soap: lei lo guarda trasognata e sta per fare la richiesta, proprio quella, consegnandogli tutta se stessa, tutto il suo essere, denudandosi di fronte a lui di tutta l’armatura che si è costruita in una vita e che adesso crepa e si sbriciola senza nemmeno un rumore.

Lui la guarda. Arrossisce. Per un istante lo sguardo passa da quello adorante di lei alla sua scollatura, che si è accentuata mentre lei si sporge sul tavolo per formulare la sua richiesta. Un bordo di pizzo disegna ombre che la prospettiva fa fuggire dove sa che non dovrebbe spingere lo sguardo. Lei lo vede arrossire; l’abbassamento delle pupille, per quanto momentaneo, è impossibile da non cogliere e lei sa che lui è in suo potere.

Il sorriso di lei si amplia, mentre con un dito finto-innocente gioca con il tenue merletto scostandolo, come se stesse suggerendo il premio in palio se la richiesta sarà esaudita. Lui sa che fallirà, che la scrittura  — mostro con le corna — finirà per mangiarselo : con la mente rivede i fogli bianchi, con pochi scarabocchi e poi subito accartocciati, che ha gettato tutte le volte che non è riuscito a buttare giù neppure una riga di valore. Le volte che non ha buttato giù neppure una riga, almeno, ha risparmiato un foglio. Lui ha sempre fatto una risata scema, a questo pensiero, ma oggi non gli viene altro che un sorriso.

Lei lo vede sorridere. Sa che lui ha capito, senza neppure chiedere. Lei ha vinto, su tutta la linea. Allora non domanda neppure, ma ordina, con il tono della bimba che pretende le caramelle: “Scrivi una storia per me”.

Lui estrae la penna dal taschino; la mano vacilla, mentre la appoggia sul foglio, ma non può farci nulla. Lui vede le dita tremare, senza controllo. Anche lei. Lui alza gli occhi implorante, ma quelli di lei non concedono la grazia; così li abbassa sulla scollatura. E perde l’ultimo brandello di lucidità.

Lui chiude gli occhi. Nel buio delle sue palpebre, implora Dio di trovargli una via d’uscita, mentre si sente morire.

Li riapre. È ancora vivo. È ancora buio. I led rossi dell’orologio a basso prezzo, sul comodino, dicono 3:20 AM.

Lui sospira: non c’è modo migliore di fuggire da un posto senza uscita, che non esserci mai entrato.

***

Queste storie sono scritte su richiesta dei lettori. Richiedine una o leggi quelle già scritte in Dimmi che storia scrivere.

 

Dio non è morto, sta solo scappando


Questo pezzo è stato scritto su invito di Spartaco Coniglio Mannaro Mencaroni, per il Carnevale della Matematica numero 87 di Dioniso Dionisi. Dato che il tema (Matematica e Rinascimento) mi ha colto assai impreparato, ho sfruttato l’ottimo aggancio (che vi suggerisco di leggere e che è linkato anche nel post, sotto) fornitomi dal Coniglio per lanciarmi. Lanciarmi addirittura all’inseguimento di Dio, che non si è accorto che quaggiù, qualcuno, ha scoperto la fuga.

Buona lettura.

***

da Internet

da Internet

Siamo soli, nell’universo.

E non mi riferisco alla possibilità che non esistano altre forme di vita, ché anzi pulluleranno sui milioni di miliardi di mondi diversi, pietre rotolanti senza costrutto per lo spazio-tempo. La cosa è assai peggio di così, e l’ho scoperto solo di recente. Lo lascio scritto prima di premere il grilletto della pistola che giace sul tavolo, al mio fianco, perché io non posso sopportare questo orrore e devo porvi rimedio; però spero che tra gli uomini, fattisi carne a partire dalla polvere interstellare, qualcuno di più forte di me sia in grado di sopportare questa amarissima verità e possa aiutare i propri compagni di sventura che vivono su questo pianeta.

Noi, uomini moderni e supponenti, abbiamo sempre tacciato gli antichi di credulità e faciloneria: loro scrivevano di vivere gomito a gomito con gli dei e noi non ne abbiamo mai visto uno. Dunque abbiamo deciso che neppure loro li avessero mai visti, e che scrivessero fantasie. Poveri ingenui.

Falso.

Lo scrivevano perché era vero. Poi dev’essere successo qualcosa. Qualcosa di terribile. Gli dei, Dio — il nostro Dio —, addirittura il figlio di Dio e anche parte dei santi: chi ha potuto è asceso al cielo. Se n’è andato, cioè, il più in fretta possibile.

Nel Rinascimento erano riusciti per la prima volta a calcolare dove fosse il paradiso. La riscoperta della matematica e delle proporzioni aveva permesso a quelle menti geniali di calcolare la distanza di Dio dalla Terra, situandola in un punto che oggi, per noi, è a metà strada tra il nostro pianeta e il sole. Qualcuno si è stupito che il figlio di Dio, partendo dalla Terra, lo abbia raggiunto con una velocità per noi impossibile: di diversi ordini di grandezza più veloce della luce. Come se non fosse ovvio che chi dispone le regole non sia soggetto alle stesse. Dio se n’era fuggito già da tempo, e ha continuato ad allontanarsi a velocità sempre crescenti. Un’accelerazione figlia forse della paura. Come posso io sopportare solo l’idea che esista qualcosa capace di spaventare il mio Creatore?

È ormai un secolo che l’uomo conosce i buchi neri; prima per via teorica e poi, con l’aiuto di strumenti sempre più sofisticati, anche riconoscendoli sparsi nell’universo. Ci siamo affannati a trovare spiegazioni esoteriche, legate alla massa e a chissà cos’altro. Ma basta un po’ di acume: se sono neri, è perché non proviene luce, da là. E la luce, che viaggia all’unica velocità che le sia consentita, non potrà mostrarci qualcosa che viaggia migliaia di volte più veloce. È semplicemente troppo lenta per raggiungere i nostri occhi.

Ecco allora l’amara verità: i buchi neri sono gli ultimi refoli di spazio-tempo, arricciati dalla fuga di Dio da questo universo. L’unico posto, per assurdo, dove ancora potremmo entrare in contatto con l’Essere Supremo che ha forgiato la nostra realtà. Ma se il Creatore fugge così di filato, per noi povere creature si prepara una fine orribile. Non ci possono essere altre spiegazioni.

Io sono sempre stato un pavido, e non sopporto di vivere oltre con il peso di questa angoscia: una pallottola in testa è il mio personale tentativo di raggiungere Dio. Ancora una volta con una proporzione, come fecero nel rinascimento: la pallottola viaggia più veloce del suono e penetrerà nel mio cranio prima che il rumore dello sparo lambisca le mie orecchie; così spero che la mia mente sia proiettata nello spazio più veloce della luce, la stessa luce che smetterà di entrare dai miei occhi.

Non ho paura. Il grilletto è freddo, sotto il polpastrello, e io non sentirò neppure un rumore, mentre raggiungo la velocità di fuga di Dio.

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Animali bizzarri: lo Schepsivorum vulgaris


Anche questa è una storia su richiesta. Helgaldo, ma forse dovrei meglio dire il Signor Helgaldo Burshevac de la Frontera Ciakoskij, di “da dove sto scrivendo”, mi ha sfidato a singolar tenzone, chiedendomi di “scrivere un racconto dove una persona davanti alla pagina bianca si dimostra un grande pensatore, ma quando inizia a scrivere ciò che pensa i suoi pensieri svaporano e si ritrova davanti a una pagina bianca. Mo’ voglio vedere come lo scrivi…”.

Caro Helgaldo, eccoti accontentato: tu non lo sai, ma hai uno schepsivoro che ti gira per casa, grasso e indisturbato…

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photo credit: Jellyfish via photopin (license)

photo credit: Jellyfish via photopin (license)

So che non ci crederete mai, ma io ho scoperto un nuovo animale; sono certo che molti di voi, pur senza essere mai riusciti a vederlo, dopo questa lettura capiranno di averne uno in casa. Il fatto che sia quasi trasparente, e sottile come una foglia, gli permette di mimetizzarsi nell’ambiente che predilige: le stanze adibite a studio, le librerie e in particolare i blocchi per appunti, tra le pagine non ancora scritte.

È un buffo animaletto, delle dimensioni di una moneta da due euro, che ricorda le meduse per via di alcuni tentacoli quasi piumati che sporgono, ma che è talmente leggero da poter cavalcare un refolo d’aria. Estremamente morbido e malleabile, adattato a ciò dalla sua attività predatoria preferita, è però incapace di fare del male a una mosca perché non ha una bocca; dopo essere riuscito a catturarne uno mi sono domandato senza successo per molte settimane come facesse a sopravvivere finché un giorno, trovandomi fuori casa, sono stato colto dall’illuminazione: si nutre di pensieri e di sogni.

Per via di questa sua abitudine culinaria l’ho chiamato schepsivorum vulgaris, anche se so che non potrò reclamare la mia scoperta presso la comunità scientifica perché nessuno crederebbe mai a questa storia. E comunque nessuno sarebbe in grado di scriverci un libro, avendone uno nei paraggi. Il segno più evidente del suo passaggio sono gli scarabocchi: quelli che facciamo sulle pagine bianche, in attesa di riuscire a trascrivere quell’idea brillante che avevamo avuto solo pochi istanti prima. O di scrivere almeno un’idea, la prima che venga. Noi crediamo di disegnare, e invece quello non è altro che il termine del processo digestivo dello schepsivoro, che si sta rimpinzando di tutto quello che ci passa per la testa.

Uno degli esemplari più grossi che mi sia capitato di vedere l’ho trovato a casa del Signor Helgaldo Burshevac de la Frontera Ciakoskij, che qualcuno chiama Hell e che la moglie, con santa pazienza, chiama Aldo. Là, acquattato nel suo studio, c’è uno schepsivoro obeso, nutrito di tutti i geniali pensieri del suo ospite. L’ho potuto vedere proprio perché, essendo sovrappeso, è meno lesto nei movimenti e quasi per nulla trasparente.

Dopo una lunga e dotta dissertazione tra Helgaldo Burshevac de la Frontera Ciakoskij e me, a proposito degli scopi immediati e degli scopi reconditi delle simbologie introdotte in una scena di un romanzo, l’ho sentito fare grandi proclami per la scena madre di un thriller che, a suo giudizio, avrebbe fatto impallidire Hitchcock. Io, seduto timidamente in un angolo, seguivo i pindarici voli della sua costruzione tra damigelle sperse a Montmartre, ubriaconi violenti, donne legate e gettate nella Senna, fino a una incredibile soluzione finale. Ancora eccitato dal fuoco dell’immaginazione, l’ho visto sedersi alla scrivania mentre da un angolo alle sue spalle faceva capolino lo schepsivoro, che aveva ben fiutato l’odore della preda.

Helgaldo è rimasto lunghi, interminabili minuti immobile, davanti al foglio bianco. Cercando una concentrazione che non poteva avere ha riempito un lato del foglio di bizzarri ghirigori, mentre l’animaletto quasi baluginava nella penombra per la soddisfazione di tanto lauto pasto. Helgaldo, preso dallo sconforto, si è voltato verso di me; in quell’istante è uscito dal campo d’azione dello schepsivoro e la trama che aveva immaginato è tornata a illuminarsi nella sua mente; raggiante, ha preso la penna è si è tornato a chinare sulla scrivania. Lo schepsivoro, nel suo piccolo, deve aver ringraziato la fortuna che gli aveva fornito pure il dessert. Infine, dopo essersi nutrito a sazietà, ha lasciato la sua presa e Helgaldo è finalmente stato capace di mettere qualche parola sulla pagina ancora intonsa.

Ormai, però, la sua ispirazione era nella pancia dello schepsivoro e lui non è riuscito a fare altro che infilare qualche frase di senso compiuto. Una piccola fiera del piattume e della paratassi, che poi ha preteso di girare a noi, suoi allievi, come base per degli esercizi di stile. Io ho annuito triste, già immaginando che sarei stato destinatario di quel fallimento tramutato in medicina. Ma non ho avuto cuore di segnalare la piccola bestiola, ben sapendo la fine cui l’avrei condannata.

Lo schepsivoro che avevo in casa mia, invece, l’ho catturato e tenuto in un barattolo per molti mesi, al fine di studiarlo. Ma ha sofferto, poverino, del fatto che lo avessi spostato dalla scrivania dove scrivo alla poltrona sulla quale mi siedo per guardare la televisione: lì aveva ben poco da mangiare, e anche di pessima qualità. Dopo quella dieta da fast-food l’ho visto rimpicciolirsi, fino al giorno in cui, rincasando, ho trovato il barattolo aperto e non l’ho visto più.

P.S.: A riprova del fatto che questa è una storia vera, potete godere anche voi del processo digestivo dello schepsivoro delle geniali idee di Helgaldo inventando la vostra versione del suo thriller paratattico (per esempio qui, qui o qui) in una delle sue incredibili e strabilianti versioni.

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Queste storie sono scritte su richiesta dei lettori. Richiedine una o leggi quelle già scritte in Dimmi che storia scrivere.

Occhi neri


Maria di Biase, di Scratchbook, mi ha chiesto una storia: “Non c’è bisogno che sia prolifica! Basta che non sia infantile e sciocca. Quelle che preferisco, sono le storie che parlano di squallore”. Una cosa non facile da scrivere, perché c’è squallore e squallore, ma soprattutto ci sono fior fiore di autori che ci hanno scritto sopra. Ma una richiesta è una richiesta: dubito che lei stesse pensando a questo, ma io sono bastian contrario e ho provato a sparigliare le carte. Spero che il risultato le piaccia, almeno un po’, perché c’è anche un pizzico di lei, in questa storia.

Buona lettura.

***

La neve, spinta dal buran, gli aveva raschiato la faccia come sabbia, intrufolandosi nel naso e negli occhi fino a chiuderlo in un bozzolo: quei fiocchi bastardi erano appena meno di un muro, bianco e lamentoso. Un uovo soffice, dal guscio senza crepe, sotto la cui cupola il freddo cancellava i pensieri e alla quale aveva bisogno di sfuggire prima che fosse troppo tardi.  In mezzo a quel nulla aveva riconosciuto la porta, ed era entrato. C’era ancora tempo.

«Dobro utra, oči čërnye

La ragazza al di là del bancone, con i grossi boccoli neri che scendevano disordinati sulle spalle, lo aveva appena degnato di uno sguardo, mentre finiva di ripassare uno straccio che non vedeva sapone da troppo tempo.

«Buongiorno a te, Sergej
«Ce l’hai la vodka per me, Lenočka

Le iridi di giaietto della ragazza lo avevano guardato, poi avevano spostato il proprio fuoco sullo sfondo.

«Ci sono gli ordini. Lo sai.»
«C’è sempre un ordine che vieta le cose buone, Lenočka

Lei aveva abbandonato lo straccio in un angolo, per mettere un bicchiere sporco nel lavello. Aveva guardato le dita dell’uomo infilarsi in un buco tra gli stracci che lo coprivano; incoronate da unghie nere e polpastrelli gialli di tabacco avevano frugato per qualche secondo dove doveva celarsi una tasca, fino a estrarne una manciata di rubli che aveva piazzato sul bancone.

«Questa non è una Ryumočnaya. Non serviamo vodka. Non a te, comunque» aveva risposto.
«Nevica.»
«È inverno. Siamo a Mosca. Se non ti piace, puoi andartene in Crimea.»
«Ho freddo.»
«Non sarà la vodka, a scaldarti.»
Lui aveva piantato i suoi occhi cerulei su di lei. Sulla sua bocca rossa.
«Vuoi farlo tu?»

Lei aveva spostato gli occhi neri prima sul nitore accecante della finestra, poi sui rubli accartocciati e infine sulla barba dell’uomo, che lasciava intravedere la pelle crepata dal gelo. Aveva tentato un sorriso, ma aveva finito solo per scoprire i denti.

«Con quelli non dai neppure le briciole ai piccioni» aveva detto, spostando una ciocca dalla fronte col dorso della mano.
«Tua madre era più gentile, con me.»
Lei aveva sospirato, poi aveva ripreso lo straccio.
«Non intendo fare gli stessi errori di mia madre. E neppure espiarli.»
«Non dovresti parlare così, di lei. Tu non sai nulla.»
«Non importa se sia morta quando ero piccola: ne ho sentite troppe quando sono cresciuta.»
«Cresciuta? Hai solo vent’anni. Chissà se davvero sei cresciuta.»

*

Non c’era bisogno della vodka, per quello: i ricordi procuravano ebbrezza a sufficienza. Ricordava fin troppo bene gli occhi neri della madre di Lenočka, e ancora meglio le sue labbra. Un nido rosa, morbido e caldo, con un buon sapore di casa. Lei gli leggeva i libri, quelli veri, con le pagine e tutto quanto, e lui fantasticava, immaginandosi di attraversare quei mari in sua compagnia. Avrebbe voluto essere il suo Capitano per tutta la vita. Ma quel sogno, cominciato in una sera di giugno, si era spento ai primi di settembre, insieme all’estate.

«C’è la guerra» avevano detto, «laggiù, a ovest. Ogni buon cittadino, ogni compagno, darà il suo contributo.» Fosse anche il suo sangue. Perché era questo, il contributo che volevano. Non lacrime. Non sudore.

Senza che lui ne capisse il motivo gli avevano appeso addosso un’uniforme e lo avevano caricato su un treno. Non era neppure riuscito a salutarla. Aveva visto sfilare, a lato del carro bestiame sul quale era stato assegnato, innumerevoli campi; migliaia di verste di bosco, laghi, prati incolti; pochi paesi e ancor meno città. Alla fine di quel viaggio aveva trovato mattoni che si sbriciolavano per la paura e bambini soli, che parlavano una lingua incomprensibile. Poi era venuto l’odore di formaggio delle ferite e quello dolciastro di tutti quelli che dormivano ai bordi delle strade o rovesciati nei campi; in mezzo a quei posti, abbracciato solo alla sua esile canna di metallo, lui si era quasi perso. Quando, senza sapere come, era riuscito a tornare, aveva scoperto che lei non era più e che al suo posto c’era una bambina: in quel momento si era perso del tutto.

La sua unica compagnia era diventata la bottiglia di vodka, più facilmente vuota che piena. Se era fortunato, con l’aggiunta di qualche barattolo di vernice non ancora seccata dentro cui ficcare il naso. Qualche lavoretto occasionale, giusto per mettere sotto i denti una crosta di pane ogni volta che l’elemosina non bastava. E sigarette, fatte per lo più di carta di giornale avvolte attorno a qualsiasi cosa si potesse accendere. La strada non l’aveva trovata più.

*

«Come vuoi, Lenočka. Allora si è fatto tardi davvero, e devo andare.»

L’uovo di neve lo aveva accolto ancora una volta dentro di sé, incurante degli stracci che aveva addosso: il giubbotto di pelliccia se lo era bevuto ormai più di una settimana prima, mentre ancora cercava la strada nel fondo dell’ennesima bottiglia. Ma non l’aveva trovata neppure quella volta e adesso non aveva più niente: solo due occhi neri, che lo guardavano in mezzo a tutto quel bianco turbinante. Erano proprio gli occhi di lei, ne era certo; aveva sorriso e le era andato incontro. Lei aveva continuato a sopravanzarlo di qualche passo, che lui aveva cercato inutilmente di colmare. Anche il freddo, dopo un po’, era sparito. L’aveva inseguita a lungo, fino a quando gli era venuto sonno. Allora si era steso e lei gli aveva raccontato uno dei suoi libri, mentre lo copriva con una coperta candida. Si era sentito felice, come una volta. Sereno, finalmente. E si era addormentato.

***

Queste storie sono scritte su richiesta dei lettori. Richiedine una o leggi quelle già scritte in Dimmi che storia scrivere.

Michela


Da Internet

Da Internet

Questa volta non è tutta colpa mia: Lisa Agosti ha voluto che scrivessi una storia con me come protagonista. Il che la rende agghiaggiande. Non paga, ha detto che la protagonista doveva essere il mio alter-ego al femminile: Michela (qual’è il peggiorativo assoluto di agghiaggiande?). Perché, secondo lei, io non racconto mai niente di me. Scrivo, cara Lisa: cosa potrei mai dire più di così?

La mia vita è noiosa. Come quella di molti una volta messa sulla pagina, credo. A viverla, invece, è una corsa pazza senza senso. Ma i desideri dei miei lettori sono ordini: ecco allora uno spezzone della vita di Michela, romanzata a partire da quella di Michele. Romanzata perché, cara Lisa, i miei lettori sono già pochi così e non mi va di perderli tutti con questo svuota-pista.

EDIT: Squillino le trombe! Si annunci, in tutto il reame della Blogosfera, che è indetto un meme: chiunque si dica scrittore, dovrà presentare uno scritto sul proprio blog, nel quale si racconta attraverso un alter-ego del sesso opposto.
Così è bandito, per volontà di Sua Maesta!

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Michela non aveva voglia, quella sera. Altre volte se n’era fregata, se era molto stanca. Anche oggi era quasi a quel punto. Quasi. Così s’era fatta coraggio e s’era piazzata davanti allo specchio. Ringraziò il correttore che, dopo dodici ore, ancora tentava di coprirle le occhiaie, pur se con scarso successo. Quindi lo maledì perché, per tanto che era sparito, avrebbe potuto farlo del tutto e risparmiarle il problema di doverlo togliere, insieme al resto del trucco. Si sorrise, al di là del vetro: non era mica l’unica cosa maschile ad essere sparita, da quella casa.

Era bastato un secondo perché il sorriso tornasse ad essere una smorfia rabbiosa: lo struccante era finito.

— Cos’è? Un virus? — aveva domandato all’altra sé, che però aveva evitato di rispondere alla domanda retorica.

Aveva messo un po’ di crema da notte sulla spugnetta e aveva deciso che non avrebbe fatto un granché di differenza. Come sempre.

— Il mondo va sempre come deve andare, cara mia, — aveva pontificato alla faccia strana che si struccava mezzo metro davanti a sé, — Il Maestro Yoda aveva torto: “Fare. Non fare. Provare”. Che differenza fa? Tanto le cose vanno per la loro strada comunque.

Al lavoro era andata come tutti i giorni: il solito trantran che può esserci in un’azienda, la cui prospettiva migliore è rimanere aperti per i prossimi diciotto mesi anziché dodici. Un posto come tanti, in cui l’incapacità di dirigenti e azionisti non aveva fatto la differenza, fin quando c’era stato grasso che colava. Ai tempi della crisi, invece, bisognava essere bravi: lei aveva buttato il cuore oltre l’ostacolo, aveva provato a cambiare le cose e ce l’aveva messa tutta. Ma il suo era stato un gioco a perdita garantita: non si vince mai mettendo in luce le magagne di chi comanda. Non le restava che guardare l’aeroplano perdere quota, sempre più veloce, e pregare che lo schianto fosse rapido e totale.

Via il trucco. Due colpi di spazzola per togliere quel poco di lacca che teneva fermi i capelli. Ce ne sarebbero voluti altri novantotto, forse, per ravvivare la serata. Ma non c’era tempo e neppure la voglia.

Se n’era andata in cucina a mettere in forno qualcosa di pronto dal surgelatore; in quella mezz’ora, prima che fosse pronto, c’era da scrivere una pagina del libro e curare il blog. O forse da rivedere un capitolo vecchio: sembrava ci fosse della sabbia, tra le parole, e i pensieri si inchiodavano sulla pagina invece di scivolare nella testa. Ma il computer non aveva fatto in tempo ad accendersi che, dal salotto, era arrivato il primo “mao” di protesta.

— Arrivo — aveva detto a voce alta, trascinando la “o”, alla casa silenziosa.

L’avevano accolta due paia di occhi sgranati di un bel giallo fosforescente; due code e quattro orecchie dritte, appartenenti a un gatto bianco e uno nero.

— E voi maschiacci? Cosa fate ancora qui? — aveva chiesto in segno di sfida alla sorte, stropicciando le orecchie di quello più vicino.

In risposta le era giunto solo un “mee” sdegnato per la coccola ruvida o, forse, solo amareggiato per il fatto che nessuno dei due, ormai, potesse davvero più fregiarsi del titolo di “maschiaccio”.

— Su, da bravi. Che vi ho fatto solo un favore: che vita sarà mai, a correre dietro alle femmine? Non sarà meglio una bella ciotola piena? — aveva domandato, vuotando una scatoletta.

Il rumore soddisfatto delle ganasce le era sembrata una conferma alla sua tesi.

Era tornata in cucina; dal pc ormai acceso, le parole del libro la guardavano placide: sembrava che non avessero la minima intenzione di mettersi in fila, perché ormai sapevano di aver vinto e non c’era più nessun bisogno di sfidarla.

Si sedette calma, davanti al cursore lampeggiante: aveva la testa dura, lei. Si augurò di averla dura abbastanza. Le dita cominciarono a picchiettare senza ritmo sulla tastiera, mentre la cucina si riempiva dell’odore della cena.

***

Queste storie sono scritte su richiesta dei lettori. Richiedine una o leggi quelle già scritte in Dimmi che storia scrivere.