Mi sto sanguinando


Perché lo scrivo? Al fine di ricordare, naturalmente, ma esattamente che cosa era che volevo ricordare? Quanto di tutto ciò è realmente accaduto? Forse niente? Perché mai tengo un notes? È facile ingannare se stessi. L’impulso a scrivere le cose è compulsivo, inspiegabile per chi non lo condivida, utile solo accidentalmente, solo secondariamente, e solo nel modo in cui la compulsione tenta di giustificarsi. Suppongo che cominci oppure no nella culla. Sebbene mi senta obbligato a scrivere le cose da quando avevo cinque anni, dubito che mia figlia lo sarà mai, perché lei è una bambina benedetta che accetta, felice, la vita esattamente come le si presenta, senza paura di andare a dormire e senza paura di svegliarsi. I custodi di notes privati sono una razza completamente diversa, solitari e rimuginatori di cose, malcontenti ansiosi, bambini afflitti apparentemente alla nascita con un certo presentimento di perdita.

“Tenere un notes” Joan Didion, da Slouching Towards Bethlehem. Leggi qui l’originale.

Sangue. Sono gocce di sangue che escono dalle mie dita e inzuppano questa specie di garza bianca che è stesa davanti a me; le osservo, quasi con distacco, come se non mi appartenessero. Eppure sono io: non c’è altra sostanza che sia più “me” di questo liquido denso che proviene dal mio cuore.

Tuttavia sono stato proprio io che l’ho deciso. Non è stato un caso, oppure un accidente — o un incidente — qualsiasi. Sono io che l’ho stabilito, io che l’ho voluto. Nessuno che mi abbia obbligato. Cerco di ripensare al momento in cui ho preso questa decisione, ma mi pare che sia sempre stata lì, nella mia testa, rintanata in un qualche angolino mentre attendeva quietamente che giungesse la sua ora. Così ho convissuto con il mio malessere che saliva, ogni giorno di più, come un grande fiume in piena le cui acque montano fino ad esondare e a  spazzare via tutto quanto. In quel momento, travolto dal male nero cresciuto dentro me, non ho potuto fare altro che abbracciare quella piccola idea nella mia testa, unica ancora di salvezza che mi fosse rimasta. D’altra parte nel medioevo lo facevano sempre, quando qualcuno stava male: la teoria degli umori imponeva la ricerca dell’equilibrio e così i cerusici inventavano sistemi più o meno improbabili per estrarre sangue dai loro pazienti.

Allora sono diventato medico di me stesso: c’è un groviglio dentro di me, un nodo amaro che devo sciogliere prima che mi trascini del tutto giù. Mi sento come un naufrago, aggrappato a nulla e con la zavorra nel petto. La voglia di vivere mi spinge a nuotare, ma le forze sono scarse e la tentazione di lasciare che l’acqua faccia il suo dovere è quasi irresistibile.

Ho un modo solo per salvarmi; un solo salvagente a portata di mano. Espellere la zavorra. Buttare fuori tutto quello che mi affonda. Ho cominciato, titubante, lasciando dietro di me le cose che sembravano le meno importanti. Peccato che fossero proprio quelle meno pesanti. Però ci si abitua, a spogliarsi di cose che sembravano irrinunciabili, persino imprescindibili; così, a mano a mano, ho lasciato andare pezzi sempre più fondamentali e sempre più pesanti. Ma io sono diventato sempre più leggero: galleggiare non è più così fatica, ormai. Mi sento leggero e mi sembra quasi di volare sull’acqua. Mi sono svuotato: ho aperto le mie vene ed ho lasciato che uscisse tutto quello che non serve.

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Sono qui, solo, con una penna in mano davanti ad un foglio bianco del mio notes. Mi sto sanguinando: le parole escono dalle dita per finire sul foglio, nella speranza di salvarmi. O di salvare chiunque voglia leggere queste righe.

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In vacanza dalla vita


Tutti gli scrittori sono vani, egoisti e pigri, e dietro le loro motivazioni si nasconde un mistero. Scrivere un libro è un orribile, estenuante lotta, come una lunga malattia dolorosa. Si potrebbe mai intraprendere una cosa del genere se non si fosse obbligati da un qualche demone cui non si può né resistere né comprendere? Perché tutti sanno che questo demone è semplicemente lo stesso istinto che fa gridare un bambino per ottenere l’attenzione. E tuttavia è anche vero che non si possa scrivere nulla di leggibile se non si lotta costantemente per cancellare la propria personalità. La buona prosa è come un vetro. Non posso dire con certezza quale delle mie motivazioni sia la più forte, ma so quale merita di essere seguita. E guardando indietro il lavoro che ho fatto, vedo che è dove non ho avuto uno scopo politico che ho scritto libri senza vita, mi sono perso in passaggi involuti, frasi senza senso, aggettivi decorativi e fandonie in generale.
“Why I Write,” George Orwell. Leggilo qui.

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È da tutta la vita che ci sto provando: finalmente, tra qualche minuto ce l’avrò fatta. In tanti hanno tentato finora, ma pochi ci sono riusciti. Riusciti davvero, voglio dire. Gli illusionisti hanno fatto finta per secoli, ma nessuno di loro è mai sparito.

Eppure, questo è un desiderio di molti. Anzi, di tutti. Tutti abbiamo desiderato farlo: a volte per mettere alla prova gli altri, altre volte per mettere alla prova noi stessi. Tuttavia, questo è uno dei desideri più pericolosi che esistano perché, per rinascere, bisogna pur morire. Quando pensiamo a scomparire, in realtà siamo come i bambini: ci copriamo gli occhi e siamo convinti che nessuno ci veda. Allo stesso modo, se pensiamo al nostro mondo senza di noi, lo pensiamo solo come se fossimo trasparenti: sparire, però, è tutta un’altra faccenda.

Anche i vetri non si vedono, eppure si sentono bene quando per errore ci sbattiamo la testa; un vetro è invisibile ma non assente. Così, quando ci sentiamo più deboli, oppure quando vorremmo tanto avere una conferma da chi ci è vicino, ci piacerebbe diventare di vetro. Vedere quanto gli altri si disperino per la nostra assenza, mentre in realtà noi siamo lì, nascosti tra le pieghe del vento, a gioire della loro ansia.

Per scomparire, invece, bisogna essere molto più forti di così: è necessario essere capaci di immaginare un mondo altro, diverso da quello nel quale siamo immersi tutti i giorni. Occorre avere il coraggio di dimenticare chi ci è attorno, perché altrimenti saremo noi a soffrire della loro assenza. Occorre anche non temere l’ignoto; ci spaventa, certo, però la nostra non deve essere incoscienza. Ciò che ci serve è solo la capacità di non temere di usare le armi che abbiamo a disposizione. La curiosità. La voglia di meravigliarsi, come quando eravamo bambini. Il desiderio di aprire gli occhi su di un panorama nuovo, con odori esotici e sconosciuti che ci dicono: “non è questa la tua casa”, mentre una mano straniera ci coccola, amorosa.

Spesso basterebbe anche solo un assaggio. Una “vacanza dalla vita”. Avere un mese, oppure anche solo un’ora, nella quale proiettarsi fuori dalle costrizioni di tutti i giorni. Basta una piccola boccata d’ossigeno, per poter rimanere in apnea per un periodo anche lungo: siamo tutti subacquei nel gran mare degli obblighi quotidiani. Ma io ho deciso che non mi basta più dare le solite quattro bracciate attorno al mio piccolo scoglio.

Il mare è grande: il richiamo della spuma e delle piccole scaglie di sole, generate dalle onde che giocano in lontananza, è irresistibile ormai. Ho troppo lungamente rimpianto di non aver mai avuto il coraggio di allontanarmi, per non essere capace di sopportare il rimorso di averlo fatto. Mi domando solo chi tornerà al mio posto: non io, che mi perderò tra quei flutti lontani, ma un altro me più forte, più esperto e con i polmoni ancora più grandi per poter sopravvivere nel mare della vita di tutti i giorni. La mia personalità, la mia anima, sarà annegata in quelle acque straniere e cancellata per sempre.

In fondo basta così poco: un respiro e poi un tuffo. Dove l’acqua è più blu.

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È tutto un equilibrio (sopra la follia)


Perché dovresti esaminare il tuo stile di scrittura con l’idea di migliorarlo? Per rispetto di chi ti legge, qualsiasi cosa tu stia scrivendo. Se butti giù i tuoi pensieri senza curartene, i tuoi lettori sentiranno che non ti curi di loro. Penseranno che tu sia un egocentrico oppure un confusionario — oppure, anche peggio, smetteranno di leggerti
Kurt Vonnegut, da How to Use the Power of the Written Word. Leggi l’originale.

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Fin da bambino ho sempre avuto il pallino di migliorare. Come se fosse facile, poi. Prima di tutto andrebbe specificato bene cosa significhi: perché se dico “allargare”, so che posso prendere un metro ed avrò le mie risposte. Se leggo 50 centimetri, basta aggiungerne uno e mi sarò già allargato; forse non abbastanza, ma l’avrò fatto. Migliorare, invece, è un termine ambiguo, scivoloso come una buccia di banana. Perché ci si mette tanto impegno, solo per scoprire che dopo tutto quel faticare si ha solo esagerato; ed è ovvio che questo non è foriero di buone notizie, perché certamente si saranno peggiorate le cose.

Così, non appena ebbi imparato a camminare, già volevo migliorare. Mi misi a correre solo per trovarmi lungo, steso a terra. Avevo inciampato, cercando di muovere le gambe più in fretta di quanto fossi capace di fare. Questo avrebbe dovuto insegnarmi qualcosa, ed invece impiegai anni di ginocchia sbucciate prima di capire che la cosa importante, nel miglioramento, è l’equilibrio. Toh! Chi l’avrebbe mai detto? Eppure è indispensabile per avere cura dei dettagli. Ma soprattutto serve per capirli, i dettagli. Perché è esattamente questo, il miglioramento.

Se io, pigiando a caso su di una tastiera, come la famosa scimmia, componessi la Divina Commedia (o magari il suo seguito), non avrei migliorato al mia scrittura: questo perché, alla successiva pressione di un tasto, la probabilità di scrivere una parola sensata sarebbe infinitesima. Calcolabile, certo, ma minore di quella che mi permetterebbe di uscire di casa mentre mi piove in mano un asteroide d’oro, incartato con la schedina vincente della prossima estrazione del superenalotto.

Il segreto del miglioramento dunque è la cura del particolare. O meglio, è la conoscenza del particolare: sapere da quale causa discende quello specifico evento e a quali conseguenze porterà. Tutta questa catena di conoscenze e di rapporti causa-effetto è il filo teso sul quale bisogna camminare. Per non finire di sotto, c’è un’opzione sola: rimanere in equilibrio.

Quando scoprii che mi serviva stabilità per rimanere su quel filo, mi resi conto anche che sono l’armonia e l’eleganza le qualità necessarie per riuscirci. Solo in questo modo si può evitare di cadere: niente movimenti bruschi oppure azzardati, ma solo piccoli passi, uno davanti all’altro, effettuati con buon portamento. Purtroppo con l’età ho imparato anche che quei movimenti sono quanto di più complicato, doloroso e contro-intuitivo che possa esistere; e dire che, visti da fuori, sembrino così assolutamente meravigliosi e semplici da eseguirsi.

A questo punto direte che sono stato bravo a capire. Oppure che sono stato fortunato, favorito magari dalle circostanze. Infine, forse, che sono stato sia bravo che fortunato. Io, da parte mia, non saprei dire: sono quarant’anni che me ne sto immobile su questo filo senza andare né avanti né indietro: è stato in quel momento che scoprii che soffro di vertigini.

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Il Caos è la cosa più bella che c’è


Molti artisti scoprono la loro vocazione quando il loro talento nascente è svegliato dal lavoro di un maestro. Ciò significa che molti artisti sono convertiti all’arte dall’arte stessa. Trovare la propria voce non vuol dire vuotarsi e purificarsi dalle parole degli altri ma adozione ed un abbraccio filiale, comunità, e discorsi. Si potrebbe dire che l’ispirazione è inalare la memoria di un atto mai compiuto. L’invenzione, ammettiamolo onestamente, non consiste nel creare dal nulla ma dal caos. Ogni artista sa che è vero, per quanto serbi nel profondo questa consapevolezza.”
Jonathan Lethem, from The Ecstasy of Influence: Nonfictions, etc. Leggilo qui in lingua originale.

 

photo credit: Gemma Bou via photopin cc

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Il caos: quanto di più aborrito, disdicevole, delebile ci sia. A parole. Fin da quando eravamo piccoli (“Hai messo in ordine la tua camera?”) ci hanno inculcato che il caos è il male. Peggio del lato oscuro della Forza. Non che da grandi mogli (“Se mi lasci i calzini sul letto un’altra volta giuro che…”) oppure superiori (“Se non mi porta la pratica 98743bis tra due minuti le faccio una lettera di richiamo!”) mollino la presa: neppure gli squali hanno la dentatura tanto forte.

Siamo così impegnati a mettere tutto “in ordine” che ci dimentichiamo delle cose importanti. Della Vita, ad esempio: quella con la V maiuscola. Se il buon Dio avesse fatto ordine (“Il carbonio: a destra. Lo zolfo: sotto. L’acqua: a sinistra.”) dove sarebbe finito il brodo primordiale? Invece di una stupenda fanghiglia mescolosa, ci sarebbe stato il laboratorio di un piccolo chimico e noi saremmo rimasti solo polvere.

E il sesso? Non è forse il più fantastico modo di mescolare il DNA? Non sono in tanti, tra piante, animali, e tutti gli altri, a sopravvivere senza sesso. Cioè, anche a noi capita, ma quella è un’altra storia. Voglio dire: tutti quelli che si riproducono senza sesso non sono andati tanto in là nella scala dell’evoluzione. Hanno pagato l’ordine monotono dei loro geni con la calma piatta della loro vita; avranno risparmiato il costo della cena, ma hanno rinunciato alle gioie del dopo cena.

Anche le più grandi menti sapevano perfettamente che il caos è meglio dell’ordine: Leopardi ha scritto lo Zibaldone e non lo Scaffale. Erasmo da Rotterdam ha scritto l’Elogio della Pazzia e non la Preferenza per la Logica (L’ordine si porta dietro una certa pacatezza; una matura pacatezza. Elogio è un termine troppo forte: meglio scegliere il più sobrio Preferenza).

Eppure una oscura congrega cerca di costringerci a mantenere tutto ordinato, catalogato, sistematizzato. Come se un certo concetto estetico (“Vedi come è bella la tua camera ordinata?”) prevalesse sull’ordinamento in senso stretto. Eppure, con ordine, si dovrebbe intendere solo la capacità di ritrovare le cose nel posto in cui sono state lasciate l’ultima volta: poco importa se per trovare i pantaloni sia necessario fare dei carotaggi tra gli asciugamani e la batteria di pentole in acciaio inox. Anzi: gli accostamenti casuali potrebbero far nascere nella nostra mente idee brillanti che altrimenti sarebbero per sempre rimaste nel limbo dell’improbabile (“In una pentola da 18 potrei far bollire un set in spugna per gli ospiti?”).

E allora! Cosa fate ancora davanti alle vostre tastiere, così insulsamente allineate con i vostri monitor? Liberiamoci dall’ordine! Potere al caos!

Non fate la mia fine: l’altro giorno mio figlio è venuto da me domandandomi: “Papà, dove sono i Carpazi?”
Sconsolato, ho dovuto rispondergli: “E chi lo sa, tesoro? È tua madre che mette via la roba!”

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EDIT: Questo articolo ha vinto il primo premio come “post in evidenza” nella Blogger and Blog Community

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La pressione


Se compari i passaggi più rappresentativi di tutta la poesia vedrai quanto grande è la varietà dei tipi di combinazione, ed anche quanto il criterio semi-etico di “sublimità” non colga l’obbiettivo. Perché non è la “grandezza”, l’intensità, le emozioni, le componenti, ma l’intensità del processo artistico, la pressione, per dire, sotto la quale questa fusione avviene, che conta.
“Tradition and the Individual Talent,” T.S. Eliot, da The Sacred Wood. Leggi qui l’originale.

Che poi ce n’eravamo accorti subito – confermò l’anziano RYg(t) –  che la pressione stava cambiando le cose: da quando gli asteroidi s’erano stretti tutti insieme per andare a formare i pianeti e ci eravamo trovati con la signora S9od e la figlia Psd giù, a soggiornare presso quello che sarebbe divenuto il nucleo ferroso della Terra. Il fatto è che le cose più pesanti, per via della gravità e della pressione, scivolano sempre verso il basso e così avevano cominciato a filtrare, tra le rocce che formavano il soffitto, degli atomi più grossi che ogni tanto esplodevano e producevano una scintilla di calore.

La signora S9od, le prime volte, passava sempre paura e se la prendeva con quelli del piano di sopra rei, a suo modo di vedere, del fatto di fare sempre baldoria:
— Non è che tutti i giorni è capodanno!
andava ripetendo, sempre più inviperita. Infine, com’è come non è, si seppe dal giornale che quella pioggia di mortaretti era una cosa naturale e che sarebbe durata qualche milione di anni.
— Quelli del meteo non l’avevano mica previsto, però. Farebbero bene a cambiar mestiere…
continuava a bofonchiare la signora.

Io però, avevo scoperto che quando scoppiettavano questi atomi scaldavano un pochino, così avevo imparato a raccoglierne una manciata e poi, con l’acciarino, gli davo fuoco a tutti insieme: facevano un bel botto e dopo si poteva stare al caldo per tutto il pomeriggio. Da quando avevo imparato questo trucchetto, raccoglievo dei mucchi sempre più grossi per fare colpo su Psd, perché avevo notato che anche a lei piacevano questi falò di atomi: ci si metteva lì, accoccolati, con la chitarra a cantare e sembrava quasi che tutto il grigiore ed il buio che c’erano là sotto fossero svaniti per sempre. Stavamo in disparte, in fondo ad una caverna, mentre le cantavo una canzone d’amore dopo l’altra; che poi ancora nessuno sapeva cosa fosse una canzone, e forse neppure cosa fosse l’amore. Ma vederla così, in penombra, mentre i suoi occhi mi guardavano e brillavano del chiarore di quel mucchietto che si consumava, mi faceva sentire come se lei potesse davvero capire chi io fossi, in realtà. Pensavo che Psd percepisse i miei pensieri, e che in questo modo, con i miei pensieri pensati da lei, gli stessi pensieri miei diventassero più vivi, persino più veri; e così anche io mi sforzavo di pensare i suoi pensieri, fino a quando, chiusi nella mia testa, i miei pensieri ed i suoi pensieri, o meglio i pensieri che io pensavo che lei pensasse miei e quelli che io pensavo suoi, finivano per parlarsi in una lunga chiacchierata che doveva essere l’archetipo di tutti i discorsi che gli amanti si sarebbero fatti da quel giorno in poi.

Di pensiero in pensiero, raccoglievo mucchi sempre più grandi di atomi, per fare falò che durassero ancora più a lungo per darmi modo di guardarla e pensare con calma, nella mia testa, tutti i nostri pensieri che avremmo dovuto pensare. Il calore generato, però, aveva finito per rendere molli le rocce, che quindi avevano iniziato a comprimersi sempre di più, tanto che ormai si faticava persino a muoversi; la signora S9od aveva voluto chiamare i Vigili del Fuoco e si era creato un gran trambusto con gente che imprecava ed altri che invece si godevano il tepore ed anche la luce che le rocce incandescenti avevano cominciato ad emettere.

Adesso che Psd era alla luce, e che finalmente la potevo vedere bene, sapevo che i nostri pensieri erano in sintonia e che avremmo finalmente potuto guardarci negli occhi tutti i giorni:
— Guarda, Psd! Guarda che bella luce! E che begli occhi, che hai!
Lei però si ritrasse dicendo:
— A me interessava solo stare al calduccio. Così è troppo, però…
e scomparve, allontanandosi negli strati superiori della crosta terrestre, dove la temperatura era ancora quella di una volta. Il nucleo fuso di ferro era ai miei piedi, ormai: un bellissimo lago, che emanava una luce giallo arancione, ma che ormai non serviva più ad illuminare gli occhi di Psd. Io ero rimasto lì, sulla riva, immobile, mentre cercavo di capire dove avessi sbagliato qualcosa: forse l’avevo guardata poco negli occhi, o forse la chitarra era più scordata di quanto immaginassi. Non lo saprò mai, perché da allora non ci siamo più rivisti.

Preso dallo sconforto, mi misi a lanciare dei sassi sulla superficie del lago; solo che, rimbalzando, quelli cominciarono a creare una specie di vortice e, girando girando, si era venuto a formare un campo magnetico: i piccoli sassi di ferro, sparsi per terra, in risposta al richiamo calamitato del lago, avevano cominciato a correre tutto intorno, come se fossero invasi dalla gioia e dalla frenesia del doverla mostrare.

Solo io rimanevo immobile, cercando di pensare agli occhi di Psd ed a cosa potevo aver sbagliato.

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Lo stile è tutto


“In altre parole, ciò che è inevitabile nell’arte è lo stile. Nel momento in cui un lavoro sembra, giusto, perfetto, inimmaginabile diversamente (senza che subisca una perdita o un danno), noi stiamo rispondendo alla qualità del suo stile. I pezzi d’arte più belli sono quelli che ci danno l’illusione che l’artista non avesse alternative, così completamente centrato nel suo stile. Paragonate ciò che è forzato, lavorato, sintetico nella costruzione di Madame Bovary e di Ulysses con la facilità e l’armonia di lavori ugualmente ambiziosi come Les Liaisons Dangereuses e le Metamorfosi di Kafka. I primi due libri che ho menzionato sono grandi, ma l’arte più grande sembra secreta, non costruita.
“On Style,” Susan Sontag, da Against Interpretation. Leggi qui l’originale.

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Marino si sistemò la pesante collana d’oro, in modo che fosse ben sottolineata dalla camicia, aperta fin sotto lo sterno. Il tavolo della trattoria, coperto con una delle solite tovaglie bisunte, bianche a quadri rossi, descriveva già da solo il posto in cui era: una osteria con un piccolo giardino ben lontana dal centro di Bracciano. Nonostante questo si riusciva comunque ad intravvedere, tra le case, uno spicchio di lungolago e tanto era bastato, a Marino, per entrare e prendere posto: convinto, se non del tutto dal panorama, quantomeno dai prezzi bassi che erano esposti all’ingresso.

Seduto, da solo, si era rimpinzato di cibo e vino: aveva cominciato mangiando in un battibaleno una piattata abbondante di spaghetti all’amatriciana. Più che mangiati, si poteva ben dire che se li fosse bevuti. A quel punto si era anche già bevuto metà del fiasco di vino che si era fatto portare: un po’ per la tristezza del mangiare in solitudine, un po’ per il piccante del peperoncino; così l’alcool aveva cominciato a fare il suo mestiere e Marino aveva alzato gli occhi per vedere chi fossero gli altri avventori.

C’era qualche tavolo di romani che, come lui, erano andati a mangiare fuori porta; qualche famiglia del luogo che forse aveva qualcosa da festeggiare, o che forse aveva solo portato il nonno a cena fuori; una tavolata di ragazzetti che avevano deciso di festeggiare la fine delle scuole in maniera diversa dalla solita pizza. Ma, soprattutto, in un angolo c’era lei: capelli rossi, occhi azzurri ed una marea di lentiggini sul viso. Doveva essere inglese: tutta compita, nel suo posto protetto su due lati, che mangiava da sola guardandosi continuamente attorno, spaesata.

Marino rimase a fissarla per diversi minuti, fino a quando anche lei non si trovò a voltarsi dalla sua parte: lui le sorrise immediatamente ma lei, di rimando, tuffò gli occhi nel proprio piatto facendo finta di concentrarsi nel girare la forchetta, per costringere gli spaghetti ad arrotolarsi. Lui rimase così, inebetito, continuando a fissarla, fino al momento in cui il cameriere gli si parò innanzi con un piatto fumante di coda alla vaccinara che sarebbe bastato per due persone. Da quel momento per l’inglesina non c’era più posto, nella mente di Marino; il suo pensiero tornò ad affacciarsi solo mentre con il pane stava ripulendo il fondo del piatto.

Terminata la scarpetta e bevuto l’ultimo bicchiere, Marino tornò finalmente a curarsi del mondo attorno a sé. L’inglesina era ancora là, alle prese con quella che sembrava un’insalata; lui la studiò con prudenza, mentre con una mano si accarezzava la pancia, piacevolmente tesa dall’abbondanza della cena. Più la guardava e più i modi aristocratici di lei lo accendevano di desiderio; il modo schifiltoso con il quale portava il cibo alla bocca gli faceva venire le peggiori fantasie su quelle labbra sottili, quasi esangui.

Mentre finiva di studiarla, e per rendersi più presentabile, prese uno stuzzicadenti e cominciò a ruotarlo con ampi gesti, liberandosi di quelle fastidiose tensioni sulle gengive; poi finalmente prese una decisione: tolse il tovagliolo, che gli ricopriva la pancia per non sporcarsi, e ci si strofinò la bocca per togliere anche le ultime tracce di sugo; spostò la sedia e si diresse senza incertezze verso il tavolo d’angolo.

Giunto al fianco della ragazza, la vide alzare gli occhi, perplessa, dall’ultima foglia di insalata fino ad incrociare il proprio viso; facendole il suo sorriso più accattivante le disse:

“Ao’, segnorì, che cce viene a fa du passi con me ar chiaro de luna?”

Marino la guardava, accennando di sì con la testa, come se volesse dire: “Lo so che tanto mi dirai di sì”: ne era certo perché sapeva che in certi frangenti, quel che conta, è lo stile.

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In fine di un personaggio


“Nessuna lacrima nello scrittore, nessuna lacrima per il lettore. Nessuna sorpresa per lo scrittore, nessuna sorpresa per il lettore.”
Robert Frost, da Collected Poems. Leggilo qui in lingua originale.

photo credit: harry harris via photopin cc

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Lo sapevo fin dal principio che dovevi morire. Non avevo altra scelta e l’ho fatto. So bene che non sarà per questo, che andrò in prigione, ma ciò non significa che sia stato facile. In un certo senso eri me; sentivo nella mia testa i tuoi pensieri. È chiaro che io non mi sarei mai comportato come te ma tu, in fondo, non potevi che comportarti come me.

Ho lavorato mesi, per farti morire: con pazienza, come uno scalpellino, smussando a poco a poco gli angoli e le asperità che avrebbero potuto deviare gli eventi da quello che avevo architettato. In un angolo della tua testa anche tu non potevi ignorare cosa ti sarebbe successo, ma hai fatto di tutto per ignorarlo. Poi, quand’è stato ora, non vedevi l’ora. Sapevi bene perché doveva andare così: è la vita che lo impone. Una delle sue leggi più atroci, o forse l’unica legge vera che c’è: perché ci sia una vita nuova, un ricambio generazionale, è necessaria una morte.

Quella volta era la tua, il pegno. Tuo figlio il premio: avrebbe potuto esserci premi più grande?  Ti ci sei tuffato, nella tua morte, con l’entusiasmo che si riserva ai progetti migliori. Hai fatto di tutto per nasconderla a tutti. Perché sembrasse accidentale. Un brutto caso della vita.

Ma tu sei sempre stato il più esigente, tra i personaggi che ho creato, e non ti bastava raggiungere il tuo scopo; non ti era mai bastato. A te, come a me, serve sempre l’approvazione. L’applauso. Non è forse questa, l’essenza dell’artista? Non sono i denari; non è neppure il godimento che procura la creazione di un’opera perfetta. Ma è l’applauso: quel sorriso estasiato che ti garantisce lo stupore del pubblico nel momento in cui ti è riuscito il trucco, e tutti rimangono a bocca aperta mentre si spellano le mani.

Per poter aver il tuo applauso dagli altri protagonisti della storia, anche se postumo, hai costruito per bene le cose; seminato gli indizi. Bombe ad orologeria, destinate a deflagrare a tempo debito. Per far sapere che sapevi; che volevi. Che la loro vita era un regalo tuo, e solo tuo. Hai giocato a fare Dio: hai deciso chi doveva morire e chi vivere.

Adesso, a noi e a chi è rimasto tra di loro, non resta che guardare quei fiori che occhieggiano dalla terra ed osservare un bambino che cresce. Perché non c’è amaro più dolce di saperlo tuo.

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