Piccoli esercizi di scrittura – Ricetta per una storia #1


 

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Con il thriller n. 71 abbiamo cominciato a vedere quanto sia necessaria una verità per poter raccontare una storia e che narrare è dimostrare questa verità in modo creativo. Vi ricordo che una storia è la prova vivente di un’idea; la conversione in azione di quell’idea. Una storia è il modo in cui si dimostra quell’idea senza spiegarla.

All’atto pratico, però, che significa? Come si fa a rendere conto della nostra verità? Prendiamo l’esempio che ha fatto Helgaldo della storia con le parti noiose: perché è noiosa? La risposta ovvia è: “perché non succede nulla”. Eppure non è vero: il nostro protagonista guida, sale le scale, prende una birra, pensa, ricorda, guarda fuori, ecc. Tutto questo non è “niente” ma sono azioni sviluppate senza che sia stato presentato al lettore uno scopo: non è chiaro l’obbiettivo del protagonista e perché quelle azioni lo avvicinino (se pure lo fanno) al raggiungimento di ciò che desidera. Quella è una storia senza verità (manca anche un sacco d’altra roba, ma per ora ci fermiamo qui).

Prima di tutto bisogna trovarla, una verità. E dev’essere una verità vera, una di quelle per cui ci accaloriamo nel parlare. Se non sarà così, anche la nostra storia mancherà di calore. Questa verità deve poter essere espressa con una singola frase, che descriva come e perché la vita possa cambiare da una condizione iniziale a una condizione finale. Data la noia pervasiva in quello che ci ha raccontato Helgaldo, la verità latente al suo scritto potrebbe essere: “Nessuna felicità può riempire le nostre vite…”. Se volessimo scrivere un poliziesco potrebbe essere “giustizia è fatta” oppure “il crimine paga”, a seconda se il finale debba essere positivo o negativo. Qualunque sia questa verità, però, la dovremo conoscere prima di cominciare a scrivere. Se la scopriremo solo dopo, saremo condannati a tagliare molte pagine della nostra storia e a riscrivere le rimanenti (in aggiunta alle riscritture che dovremo fare comunque).

Ma la verità non basta. Insieme alla verità, per dare il via alla storia, serve anche un secondo ingrediente: “cosa succederebbe se…?” Tutte le storie prendono spunto da una domanda del genere. Tutte tranne quella di Helgaldo, è chiaro. Questi sono i due poli che, messi in connessione, permettono di attivare i meccanismi della narrazione.

L’unione di queste due parti produce quella che qualcuno chiama “l’idea di controllo”. Questo è il nostro faro nel buio e la nostra bussola: la nostra storia deve seguire la linea tracciata dall’idea di controllo; tutto quanto se ne discosta – oppure non c’entra proprio – verrà irrimediabilmente tagliato dal primo editor che metterà le mani sul nostro manoscritto. Perché gli editor, per l’idea di controllo, hanno un fiuto speciale: è questo (ma non solo questo) che li distingue da un lettore comune ed è pertanto il motivo per cui un lettore beta, specie se abituato alle pagine dello scrittore, non potrà mai vedere né mancanze né orpelli in ciò che gli viene sottoposto a giudizio. Infine, un ultimo dettaglio. Una storia, per essere una dimostrazione non spiegata, deve essere una battaglia (o una partita a ping-pong, se volete) tra l’idea di controllo e il proprio opposto: da qui nasce, cresce e si sviluppa tutto quanto. Ecco come si dimostra un’idea senza spiegarla.

Avendo in mente ciò, diventa chiarissimo il fatto che le pagine di informazione al lettore (il famigerato infodump) non potranno mai azzeccare con il rimpallo tra l’idea di controllo e il suo opposto e saranno tagliate. Le pagine in cui il protagonista si crogiola nella noia o in qualsiasi altro sentimento: tagliate. Le scene di raccordo: tagliate. Qualsiasi scena che non sottostà all’idea di controllo (o al suo opposto) è una scena inutile.

Facciamo un esempio con il thriller paratattico. Un esempio calzante per la sua verità potrebbe essere: “la gente è buona” unito a “e se si scambiasse un sogno per vita reale?”; l’idea contraria non può che essere: “la gente è cattiva”. Proviamo a smontarlo. Siamo a Montmartre, Parigi: classica meta di vacanze. Le aspettative del lettore, a questo punto, tenderanno a essere positive perché (quasi) tutti siamo buoni quando siamo in ferie. Poi viene buio; la ragazza si perde e finisce in un bar di ubriaconi violentatori: “la gente è cattiva”. Tutto sembra perduto: la ragazza viene gettata nel fiume per farla morire. Ma una mano appare a salvarla! “La gente è buona” e, infine, “era tutto un sogno”. A questo punto è facile capire che se io impiego mezza pagina a descrivere le attrattive turistiche dei vicoli di Montmartre o quanto la ragazza sia ben vestita perché segue la moda sto fornendo informazioni non richieste e sto tradendo il mio esempio di idea di controllo. A meno che non finisca per usare queste informazioni per avvalorare l’idea o l’idea contraria, più avanti nella storia.

L’esercizio di oggi è in due parti: chiunque lo desidera scriverà una pagina (non necessariamente autoconclusiva) di racconto senza dichiarare quale sia la bussola che ha seguito. Tutti gli altri dovranno leggere ed estrapolarne, a proprio giudizio, l’idea di controllo. Per fare esercizio, al di là di questo mio post, abituatevi anche a riconoscere l’idea di controllo di film, serie tv, romanzi e tutto quello che ha a che fare con lo storytelling: vi aiuterà a “smontarli” con più consapevolezza, per imparare come sono fatti.

La verità è l’anima della storia: un po’ di accademia.


Abbiamo preso il thriller paratattico e abbiamo cercato di capire come la costruzione di una storia abbia a che fare con la verità. Meglio: con la nostra verità. I voti non sono stati molti ma alla fine hanno premiato Helgaldo. La cosa interessante, al di là delle spiegazioni date dai votanti, è cercare di capire in profondità perché sia stato scelto lui e non gli altri. Il fatto è che lui ha più mestiere di noi e ha svolto l’esercizio in maniera corretta. Di certo meglio di me, che predico (forse) bene ma fatico ancora a calare la scrittura in certi meccanismi. La sua storia è risultata più vera, più credibile; al nucleo di quello che ha scritto c’è una verità in cui lui per primo crede mentre io ho fatto l’istrione e ho gridato parole travestite da verità ma vuote. Chi legge è in grado di percepirlo: in un caso la storia è interessante e nell’altro ci è indifferente.

Provate a fare mente locale per un attimo: perché il thriller paratattico funziona come esercizio? Helgaldo sostiene che sia perché è scritto sufficientemente male, a bella posta. No: il thriller funziona perché sono solo fatti e non c’è “storia”. Una storia non ha nulla a che fare con i fatti che la compongono. Prendete la vita di Giovanna d’Arco: è stata ripresa molte volte e voi stessi avrete forse visto diversi film che la riguardano. I fatti saranno sempre quelli: la nascita, le visioni, le battaglie, la caduta, il rogo. Eppure ogni film, ogni regista, ne avrà tratto una storia diversa, con una protagonista del tutto diversa: a volte pazza, a volte santa, a volte libera e battagliera e così via. Perché i film sono persino all’opposto, dunque? Perché ciascuno di essi è una diversa metafora della vita e racconta una verità: quella dell’autore della sceneggiatura.

Narrare è dimostrare questa verità in modo creativo. La storia è la prova vivente di un’idea; la conversione in azione di quell’idea. Una storia è il modo in cui si dimostra quell’idea senza spiegarla.

Tutte le trame del mondo


Quante sono le trame possibili? Dipende a chi chiedete: potrebbero essere milioni, una trentina, un centinaio oppure anche solo due. Ad ogni modo toglietevi dalla testa di inventare qualcosa di nuovo, perché tutto è già stato scritto innumerevoli volte.

Dovremmo dunque smettere? No, naturalmente. L’essenza dello scrittore è scrivere una cosa vecchia facendola sembrare una novità. Così, per fare un po’ di esercizio, proveremo a lanciare una nuova collana della Biblioteca Scarparo. Prendendo spunto dall’elenco proposto da vulture.com, vi darò un titolo e una possibile trama, ai quali risponderete – se vi va – con un possibile sviluppo; pian piano, settimana dopo settimana, costruiremo una piccola enciclopedia delle trame, dalle quali poi potremo pescare quando saremo a corto di idee.

Per cominciare (e scoprire se l’esercizio ci garba) vi propongo il primo titolo in programma: Il flauto del capitano Corelli.

Si parla di ADULTERIO, un tipo di trama che è sopravvissuto nei secoli a innumerevoli cambi nei costumi sociali. Può finire tanto con un suicidio quanto con una riconciliazione e non teme né tabù né licenziosità. Alcuni titoli: Anna Karenina (Leo Tolstoj), La lettera scarlatta (Nathaniel Hawthorne), Bravi bambini (Tom Perrotta), Fine di una storia (Graham Greene).

001 - il flauto del capitano corelli

Crepe


C’era qualcosa di insano. Nel vivere ammassati, voglio dire. Corpi, odori – e pretese -, in un feroce turbinio di colpi di gomito pur di riuscire a procurarsi un fazzoletto di spazio in cui tirare una boccata d’aria. Che poi, c’era poco da respirare: solo al pensiero di trangugiare l’alito appena emesso da qualcun altro rendeva venefico qualsiasi refolo. Non andava meglio con gli sguardi, torvi, che ci lanciavamo, dato che ognuno di noi stava ormai difendendo l’indifendibile. Eravamo prigionieri di una realtà malata; i più fortunati – i più furbi, quelli che potevano vantare un qualche santo in paradiso – se n’erano andati per primi. Poi, pian piano, se n’erano andati tutti quelli che erano riusciti ad avere una buona scusa. Chi era rimasto – i superstiti, come dicevo io senza che nessuno capisse quanto scherzassi – erano la zavorra, anche se qualcuno si ostinava a spergiurare che era rimasta la crema. Non tutti si rendevano conto di essere rimasti l’ultimo peso di una nave destinata a colare a picco. Cioè: credo che tutti lo sapessero, ma pochi sembravano capirlo. E c’è una differenza: se davvero avessero capito, gli si sarebbe tagliata a fette l’anima.

Io dovevo essere il più pazzo di tutti: me ne stavo fermo, piombo profondo in mezzo all’altra zavorra, e scrivevo. Lo facevo negli interstizi. Era una routine di cemento l’unica cosa che mi permetteva di sopravvivere là in mezzo. Sveglia, colazione, spostamento, lavoro, spostamento, pranzo, spostamento, lavoro, spostamento, cena, spostamento, “non-puoi-non-esserci”, spostamento, letto. Mi permetteva di sopravvivere perché mi garantiva di rimanere vivo fino al giorno successivo, in cui ricominciare esattamente dallo stesso punto. Vivo, non vitale. Non intelligente, speranzoso, spensierato, amorevole. Ma neppure crudele, bastardo, arrivista, ostile. Mi annidavo nelle crepe.

Il fatto è che all’inizio le crepe erano larghe: ci si stava comodi e c’era spazio anche per due. Ma il tempo, passando, aveva asciugato il cemento. Che si era contratto. Se tutto quello era stato progettato da qualcuno, allora era stato fatto bene. Le crepe si erano ristrette senza darlo a vedere. Piano, come il sole che rotola nel cielo: fin da piccolo avevo spiato i suoi spostamenti, senza mai riuscire a sorprenderlo. Anzi, mi ero sempre sorpreso io: un momento di distrazione e l’ombra se ne era fuggita più in là d’una spanna.

Le crepe si erano serrate; ci si stava sempre più scomodi, dentro. Forse era per quello che anche la mia scrittura si era ristretta: non c’era più spazio per un romanzo e mi ero dovuto fermare al racconto. Poi un altro giro di vite: ed era poesia. Infine furono solo poche parole, fino a quando la crepa si sigillò. Non mi cercò più nessuno: io ero dentro.

 

Una risposta sull’inizio, la fine e tutto quanto


Immagine cortesemente presa in prestito da qui: https://chasing42.wordpress.com/2016/04/14/daily-log-vol-42/

Immagine cortesemente presa in prestito da qui: https://chasing42.wordpress.com/2016/04/14/daily-log-vol-42/

Abbiamo a lungo parlato di incipit e di explicit. Ne abbiamo fatto una gara (qui e qui). Ne abbiamo parlato, insieme alle quarte di copertina, in diverse puntate di “Acchiappami”. Infine sono stati la base per un paio di esercizi basati sul “Thriller Paratattico di Helgaldo”.

Oggi ha aggiunto la propria opinione, nella solita forma di decalogo, anche Giulio Mozzi. Ce n’è uno per l’incipit e, addirittura, uno per l’explicit.

Mi ricorderò di te. O forse no.


Si fa sempre un gran parlare degli incipit: se ne era parlato l’anno scorso, di questi tempi, tanto che ne abbiamo anche fatto una gara. E in questi giorni, come i peperoni per cena, sono ritornati alla ribalta su Vibrisse: buoni, meno buoni, scarsi o tarocchi, gli incipit perseguitano tutti quelli che pensano di voler scrivere qualcosa. In particolare finiscono per spaventare coloro che, avendo in testa una storia, pensano che l’incipit sia la prima cosa da buttar giù. Non fosse altro perché sta all’inizio della prima pagina.

Dopo quelle fatidiche dieci righe, però, c’è tutto un racconto. O persino un romanzo. Una storia che si dipana fino all’ultima pagina: ed è lì, che vi attendo al varco. Perché le ultime parole, quelle che leggiamo prima di chiudere la copertina e uscire (magari a malincuore) da quel mondo che ci ha rapito per giorni e settimane, sono quelle che danno un senso a tutto quanto. Se l’inizio deve acchiapparci, la fine ci deve dire perché. Deve consolarci. Non per nulla, sono gli addii i più difficili da pronunciare.

Ebbene: siete pronti? Perché avete capito, no, di cosa si sta parlando…

Gara di explicit

L’explicit (dal latino, e per estensione, ultime parole di un libro), a volte detto anche excipit (che però è francese, ma ha lo stesso significato) è quello che ci lascia il sapore finale del libro. Forse rimarrà meno nella memoria, rispetto alla prima pagina, ma sono certo che dia un contributo almeno pari alla buona riuscita della nostra opera.

Come l’anno scorso, vi propongo di inviarmi un explicit, che io pubblicherò in un unico post in forma anonima. Bastano una decina di righe, l’importante è che siano di un romanzo o racconto che avete scritto voi (o state scrivendo) e/o di un libro “vero”, purché non tanto famoso da essere conosciuto (“Uscimmo a riveder le stelle” è notorio che abbia trovato pubblicazione).

La votazione finale, al solito, sarà il nostro termometro: siamo bravi con i finali tanto quanto lo siamo stati con gli incipit? Siamo in grado di lasciare un buon gusto in bocca al lettore? Ce la possiamo giocare con quelli che (a torto o a ragione) vengono definiti scrittori?

PS: I brani li potete spedire per e-mail a miscarparo70 (at) gmail.com; per quanto riguarda l’organizzazione generale, direi proprio di usare la stessa della gara di incipit.

Mi mandate qualche explicit, vostro e di altri, vero?

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Mi ricorderò di te. O forse no.