Sostiene Pontiggia #1


da Internet

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Nella prima puntata delle Conversazioni sullo scrivere di Giuseppe Pontiggia del ’94, conversazioni che potete liberamente scaricare dal sito di Radiorai, lo scrittore comasco introduce molti spunti su cui è doveroso soffermarsi. Non so quali osservazioni faranno in proposito Marina Guarneri e Helgaldo sui loro blog, poiché questa è un’iniziativa a tre, ma personalmente ho trovato stimolante un passaggio, dopo circa 15 minuti, in cui Pontiggia parla di scuole di scrittura e di ambizioni letterarie. E a me torna in mente uno dei pezzi storici di questo blog, costantemente tra i più letti: “Dov’è l’arte nella scrittura? Ovvero delle raccomandazioni della mamma di Salinger”. Diventa così interessante confrontare le mie idee di qualche tempo fa con quelle che ho ora, con qualche esperienza in più sulle spalle, e con quelle di Pontiggia, che è uno scrittore vero, di quelli che hanno il proprio posto nel vasto e chiuso mondo della Repubblica delle Lettere.

Sostiene Pontiggia che la scrittura si divida in due: quella che si definisce “esercizio di comunicazione efficace” e quella che ha “consistenza letteraria”. Partiamo dalla prima: la scrittura, come esercizio in sé, faticosa, frustrante, piena di fallimenti ma anche di momenti liberatori e che trova la sua espressione pregnante nel termine “vocazione”. Termine e definizione che anche io mi sento di sposare in pieno. Ebbene, sostiene Pontiggia che questa scrittura si possa imparare: una buona scuola di scrittura non dovrebbe essere difforme da un Conservatorio: chiunque ne esca dovrebbe essere in grado di scrivere e comunicare efficacemente, tanto quanto chi esce dal Conservatorio dev’essere in grado di suonare uno strumento e leggere uno spartito. Diversa è la condizione di chi voglia scrivere musica o, come nel nostro caso, coltivi velleità letterarie: qui entriamo nel campo dell’arte e i termini del problema sfumano e si fanno nebulosi. Scuole e Conservatori non sono più sufficienti.

Sostiene Pontiggia che per fare letteratura servano una concentrazione, una necessità di comunicazione, una attitudine di cui nessuno in anticipo potrà sapere se ne potrà disporre, tanto che lo stesso scrittore che produca un romanzo letterariamente valido non sa se, alla prova successiva, sarà in grado di mantenere quello stesso standard qualitativo. Sostiene Pontiggia che, spesso, quello scrittore non ce la faccia. Sostiene Pontiggia che l’euforia collegata a parole come creativo e creatività sia vuota; che molti anelino a ciò spinti dall’aura – soprattutto sociale – che ne deriva. Ma la creatività non può essere condensata sul mero processo ed è questo che la rende tanto sfuggente. In questo caso, sostiene, la scrittura non si impara ma diventa un mestiere solitario. Hic sunt leones, e lo scrittore dovrà trovare la propria strada in un territorio sconosciuto.

Il primo passo per non perdersi, come già sostenevo a suo tempo, è accantonare la componente narcisistica che ci spinge a definirci scrittori e focalizzarci sul mestiere: la capacità cioè di riutilizzare quelle regole che abbiamo imparato – per la scrittura efficace – in un ambito che non sia necessariamente quello classico in cui applicarle; uscire dal “manuale di scrittura” per entrare in una zona più ampia, in cui sia l’esperienza a guidarci. E l’esperienza si fa sprecando innumerevoli ore in sbagli ed errori, e spendendone ancora di più nella loro comprensione. Infine, il passaggio all’eccellenza artistica dicono si ottenga con la rottura e il superamento delle regole; ma qui, come Dante davanti a Dio, la luce mi abbaglia e io non ne so più parlare.