Piccoli esercizi di scrittura – Ricette per una storia #3


Nelle ultime settimane abbiamo visto quali siano le basi sulle quali costruire le nostre storie e oggi concludiamo questo piccolo trittico di fondamentali prendendo ancora a prestito l’incolpevole Helgaldo e i suoi esempi.

Tempo fa sul suo blog si era posto una domanda: «un dialogo deve essere realistico e verosimile per funzionare?». Io oggi risponderò allargando un po’ il discorso: una storia per funzionare deve essere realistica e verosimile? Non mi addentrerò in quelle che si chiamano regole di world building, coerenza interna, conoscenza “enciclopedica” del lettore reale/ideale eccetera: sul tema ci sono tonnellate di post su Internet, di solito troppo generici per essere utili; se volete qualche divagazione più interessante in proposito è meglio rivolgersi ai libri, tipo quelli di Umberto Eco.

Premesso quindi tutto il contorno, che diamo per scontato, c’è un aspetto in particolare che mi interessa: Helgaldo a un certo punto porta come esempio un dialogo preso dall’apertura di Leggenda del santo bevitore e afferma che quello è un dialogo letterario. Lo afferma mettendolo a confronto con quelli che produciamo noi, che letterari non sono. Ebbene una differenza c’è, ed è fondamentale.

Facciamo un passo indietro: mettiamo che io oggi debba telefonare a Maria ma che non abbia il numero. Per averlo, posso telefonare a un amico comune: Gigi. Purtroppo Gigi è al lavoro e dovrò disturbarlo; lo chiamo comunque e questo è il dialogo che ne segue:

— Ciao Gigi, ti disturbo?
— Sono al lavoro: è una cosa veloce?
— Sì, guarda, avrei bisogno del numero di Maria.
— Certo. Un minuto e te lo invio.

Questo è il dialogo che ciascuno di noi avrebbe avuto e che qualcuno di noi – tipo me, per esempio – avrebbe scritto se ne avesse dovuto fare una storia. Eppure le storie come questa, realistica e verosimile, sono assai noiose e lo sono perché non si genera nessun tipo di aspettativa in chi legge, soprattutto per poi negarla. Le storie interessanti, vale a dire letterariamente interessanti, producono invece dialoghi e situazioni improbabili nella realtà ma che ci fanno venire voglia di sapere come vada a finire. In quest’ottica un dialogo migliore sarebbe stato il seguente:

— Gigi, ho assolutamente bisogno di te.
— Sono al lavoro: non ho tempo.
— Ti prego! Devi darmi il numero di Maria.
— Maria? Quella Maria? Brutto bastardo: proprio a me devi venire a chiederlo?
Chiusura con rumore di telefono sbattuto in faccia.

La cosa si fa più interessante: perché due amici dovrebbero litigare per colpa di questa Maria? Il meccanismo che ne sta alla base è che le storie sono composte da tutta una serie di richieste che devono venire disattese. Durante lo svolgimento verranno in parte soddisfatte, ma solo per generare nuove richieste. Tutto questo è stato spiegato anche in questo post di Regina in cui si parla di colpi di scena e di corretta gestione delle informazioni; teniamo presente che una buona storia è composta – in realtà – solo di colpi di scena, grandi o piccoli che siano. L’unico momento in cui tutte le richieste trovano una chiusura è il termine della storia (sì, lo so che questa regola può venire disattesa, ma già è difficile scrivere buone storie dal finale tradizionale: siamo proprio sicuri di essere in grado di scrivere storie più complicate?)

Torniamo a Helgaldo e al suo dialogo “letterario”. Leggetelo e vedete se si possa riconoscerne il modo di funzionamento:

Signore: Dove va, fratello?
Vagabondo: Non sapevo di avere un fratello e non so dove mi porti la strada.

Credo che la differenza sia tutta qui: nel coraggio. Perché ci vuole coraggio a scrivere storie che continuamente neghino e blocchino, con le dovute maniere, gli sforzi dei protagonisti. Non è questione di fantasia: quella non manca a nessuno di noi. E se davvero ci mancasse, la vita ha più fantasia di tutti gli scrittori premi Nobel messi insieme e ciascuno di noi è stato protagonista di situazioni per le quali potrebbe esclamare: «No, questa non la posso scrivere perché, se la mettessi in una pagina, tutti mi direbbero che non è credibile». Invece serve il coraggio di esporsi con qualcosa che reale non è – tuttalpiù sembra – e serve la fatica di inventarsi qualche migliaio di situazioni che rimangano in bilico, oltre alla memoria dei peggiori bugiardi patentati per non perdersene neppure una.

Scrivere è davvero un brutto mestiere.

E l’esercizio? Potete scrivere un piccolo dialogo o uno stralcio di scena in cui esercitarvi a negare, nei modi più sottili, le richieste del protagonista: è ora di smetterla di scrivere di personaggi che suonano a un campanello e subito dopo c’è qualcuno che apre loro la porta (e lo dico a me stesso più che a voi). Per ultima una piccola anticipazione: ripassate questi post e quelli sullo stile, tenete in caldo la penna e allenate le meningi: sta per tornare l’annuale gara di “Scrivere per caso”!

Piccoli esercizi di scrittura – Ricetta per una storia #2


photo credit: garlandcannon Kaleidoscope on Red and Yellow via photopin (license)

Nessuno ha mai detto che scrivere sarebbe stato facile. Oggi ve ne offrirò un assaggio vero, uno di quelli per cui si comprende quanto sia vero che il genio è 99% sudore.

La settimana scorsa abbiamo detto che, scrivendo una storia, è fondamentale per prima cosa avere una idea di controllo: senza quella, il minimo che possa capitarci è di scrivere una storia noiosa, che verrà accantonata con un’alzata di spalle da chiunque non sia obbligato a esibire un compiacente complimento per legami d’affetto o di varia natura.

La seconda cosa – anche questa fondamentale, per farci leggere – è evitare i cliché. I primi e più facili sono le frasi fatte e le costruzioni abusate; già quello denota la mancanza di attenzione che mettiamo nell’uso delle parole. Diceva Umberto Eco che il primo che ha fatto la rima cuore-amore era un genio, il secondo uno stupido (no, lui usava un epiteto diverso). Lo diceva perché copiare significa mancanza di attenzione verso chi legge e pure mancanza di fantasia, perché chi scrive ha l’obbligo non solo morale di dire le cose a modo proprio e non con parole di altri.

Forse non tutti sanno che: spesso gli editor professionisti tengono una lista delle frasi fatte che aborrono maggiormente, come una personale galleria degli orrori; presentare uno scritto che ne contenga più di qualcuna è un ottimo passaporto per farsi scartare.

La cosa che voglio dire oggi, e sto per dire una cosa assai impopolare, è che gli scrittori esperti non si fidano mai della cosiddetta ispirazione. Perché l’ispirazione non è altro che la prima idea che ci viene in mente e, di solito, la prima idea non è altro che una brutta copia di tutti i film che abbiamo visto, di tutti i libri che abbiamo letto e di tutte quelle cose che offrono cliché a volontà. Dobbiamo liberare la nostra immaginazione e sperimentare: questa è la via.

Se scriviamo una storia senza conoscerne il finale, lasciandoci trasportare dagli eventi, otterremo un solo risultato: farcirla di tutte le prime idee. Cose viste milioni di volte in film e telefilm o lette millemila volte. Cose che fanno esclamare al lettore: “Finirà così, lo so!”. Dietro alla porta c’è l’assassino. Dopo la curva ci sarà l’incidente. Un uomo e una donna si guardano negli occhi, poi si baceranno. È una questione di fisica: inventare situazioni nuove richiede maggiore sforzo, a nessuno piace fare fatica e non importa se a parole diciamo che scrivere è divertente.

Andiamo ancora un poco più in profondità e prendiamo un’altra di quelle regole che di solito si danno come panacea: un personaggio va definito in lungo e in largo, magari usando schede tediose e dettagliatissime. Maggiori i dettagli migliore il personaggio. Lasciate che ve lo dica: non sarà descrivendolo fino all’ultima virgola che costruiremo un personaggio a tutto tondo; non sarà conoscendone l’estratto conto (virtuale) o se è intollerante ai coloranti alimentari che salveremo il nostro personaggio dal diventare un cartonato. Un personaggio deve essere funzionale all’idea di controllo e al suo conflitto: solo così sarà credibile all’interno della storia.

Una e una sola è la fonte dei cliché: quando chi scrive non conosce i perché e i percome della propria storia. Dunque qual è il senso di definire i personaggi dall’interno? Perché ogni volta che non lo facciamo riempiremo quella lacuna con il materiale più a buon mercato che la nostra mente ci fornisce: avete indovinato, i cliché. Durante l’ultimo esercizio ne abbiamo parlato a lungo: io credo che un personaggio vada conosciuto “dal di dentro” e, quindi, a partire dalle proprie motivazioni e dai propri obbiettivi. Ogni volta che non lo facciamo sostituiremo tutto questo con un cliché esterno: il bello e dannato, il ragazzo che non accetta le proprie responsabilità ma preferisce la musica e così via. La cosa davvero importante è: perché un ragazzo rifugge le responsabilità? C’è un trauma, forse? C’è una personalità non ancora formata? Sapere che ama mettere i jeans o che ha un tic all’occhio destro non ne farà un personaggio migliore. Ancora più importante: se alla base c’è un trauma sarà perché la mia storia deve seguire e perseguire una certa idea di controllo. So già la vostra critica: anche i personaggi-burattino sono cartonati. Premesso che a mio gusto è preferibile un burattino a una storia che si muove “a caso”, il fatto è che la storia, l’idea di controllo e i personaggi sono tutte facce della stessa medaglia, tutti lati di una stessa struttura che si regge solo quando non ci sono parti deboli. E ogni lato è forte quando sappiamo fino in fondo perché debba essere costruito così. L’ingegnere sa perché in un pezzo c’è un bullone e perché debba essere di una certa misura. Il musicista sa perché in un certo punto c’è una certa nota, un certo accordo o un accento. Così uno scrittore deve sapere perché un personaggio è fatto in un certo modo, perché la trama segua un certo percorso e persino perché stia usando una certa parola e non un sinonimo: una storia è un prodotto dell’ingegno, non una cosa che capita.

A questo punto non ci resta che togliere i cliché; vi ho già detto che costa fatica, poco ma sicuro. Prendete una vostra scena: alla prima stesura non potrà che esserne piena. Cominciate riscrivendo l’ambientazione: se è in un bar scrivetela a teatro, poi al ristorante, poi in casa e così via. Scrivetene otto, nove, dieci, tutte quelle che potete; anche solo abbozzate, ma cercate di dare fondo alla fantasia. Quando infine non riuscite a inventare altro prendete tutte le varie versioni e ragionateci su: qual’è quella migliore? Quella più aderente all’idea di controllo e al mondo che contiene la vostra storia? Quella che, come lettori, vi appassiona e non è troppo scontata? Scegliete quella, oppure un mix di quei particolari che più vi stuzzicano. E se dovesse essere proprio la prima? Avete una scena cliché: dovrete fare in modo che non lo sia in tutto il resto. A questo punto prendete la scena che avete scelto e riscrivetela variando il tono, fino a trovare quello che preferite. Poi fate lo stesso con i dialoghi. Riscrivetela ancora, evitando tutte le situazioni già usate. Poi riscrivetela. Fatelo ancora. Ecco: quando la nostra mente ha esaurito tutte le soluzioni facili, (si spera) comincerà a produrre qualcosa di nuovo. Questa è la regola: riscrivetela. Andate avanti finché potete.

Se vorrete, oltre ai vostri commenti, potete lasciare le due versioni della vostra scena: quella iniziale e quella finale.

Nessuno ha mai detto che scrivere sarebbe stato facile.

Thriller paratattico n. 71 – L’insostenibile peso della Verità


Dopo qualche mese di assenza torniamo a parlare del Thriller Paratattico di Helgaldo. Non sarà l’inizio di una nuova serie ma un esercizio estemporaneo, nato da una riflessione su cose che ho letto in rete: oggi parliamo dunque della Verità.

Helgaldo, in un suo guest post pubblicato sul blog di Salvatore, ha scritto:

Oscar Wilde ha fallito. Come Dorian Gray combatte e perde la sfida per conservare la sua bellezza fisica, così Wilde perde quella con l’estetica letteraria. Il suo classico, tutti i classici, vengono indicati come oggettivamente belli perché hanno resistito all’usura del tempo. Ma è una conclusione scorretta, a mio avviso. Non si tratta di bellezza estetica. Si tratta invece di verità.
Dorian Gray e tutti i classici che gli sono pari, sono oggettivi perché veri, non perché belli. Nel profondo raccontano la verità. E la verità sa essere bella anche quando è cruda, spiacevole, inguardabile. E tutte le volte che da lettori incrociamo libri veri, quei libri inevitabilmente ci attraggono e ci piacciono. Allora, istintivamente, li definiamo belli.

Anche Giulio Mozzi in “Parole private dette in pubblico” dice:

Insisto: la letteratura serve a parlare della verità. Non ha competenza esclusiva sulla verità. Non ha pretese sulla verità. Non si dà lo scopo di determinare la verità. […] Possiamo parlare della verità indipendentemente dalla nostra opinione sulla sua esistenza, così come possiamo parlare indifferentemente di cose che esistono e di cose che non esistono […] La letteratura non ha altra utilità.

Infine Francesca de Lena  nel suo blog commenta:

La verità (che non possederemo mai) di un narratore è quello in cui crede e quello in cui crede determina il mo(n)do – il contenuto, la forma, lo stile, il montaggio, il punto di vista, i personaggi, la trama, le scene – con cui comporrà la storia. Questo è il motivo per cui un corso di scrittura creativa e qualsiasi discorso sulla narrazione dovrebbero cominciare non dal “punto di vista” o dal “personaggio” ma da: l’idea in cui credi.

Tutta questa premessa solo per dire che, quando scriviamo, il nostro faro dovrebbe essere la nostra verità sul mondo (o almeno una delle nostre verità sul mondo). Senza questo ingrediente scriveremo una magari bella successione di scene e di dialoghi ma difficilmente scriveremo una storia che possa interessare un lettore.

E dunque?, direte voi. Dunque è qui che si annida il seme da cui cresce quella pianta assai elusiva che è la voce di un autore: sono le sue verità che ce lo fanno odiare o amare. Ma questo non basta: la verità dell’autore si esplicita non (solo) attraverso il narratore ma (soprattutto) attraverso i personaggi e le loro verità. È il cozzare (cioè il confliggere) di quelle verità che mostra quanto sia vera (o quanto sia del tutto falsa) la verità del narratore e, in definitiva, quanto sia vera la verità dell’autore.

Adesso entra in gioco il nostro thriller: voi avete le vostre verità e i personaggi hanno le loro: mostratecele. Riscrivete il thriller in questo senso. Oppure scrivete un monologo per un personaggio (magari anche per più personaggi). Mostrateci la loro verità e, sullo sfondo, la vostra verità attraverso il thriller. Come già per l’esercizio sulla voce dei personaggi , nel caso dei monologhi non è necessario dare troppe indicazioni su chi stia parlando: si dovrebbe capire a orecchio.

Sarebbe interessante vedere cosa succeda quando la verità del narratore e quella dell’autore divergono. Facciamo un esempio: Billy Budd, in lettura proprio in questo periodo da Helgaldo, può essere interpretato come una metafora della natura. Almeno così sostiene Wikipedia: poiché Billy è ‘radicalmente buono’, non può integrarsi nella società umana. Di fronte all’ingiustizia Billy non può parlare, può solo agire: la natura è muta. Poniamo invece che il capitano Vere avesse evitato di condannare Billy perché personalmente convinto che egli sia buono. Che addirittura avesse fatto condannare Claggart per diffamazione. Come sarebbe cambiata la storia? Alla fine, comunque, tutti sappiamo che le cose al mondo non vanno così e la storia sarebbe diventata una specie di dimostrazione per assurdo, fatta da Melville.

Torniamo a noi: io e il mio narratore abbiamo le nostre verità in tasca. I miei personaggi hanno le loro. Potrei usarli per fare dimostrazioni per assurdo o per mostrare quanto io abbia pensi di avere ragione. Ecco dunque i miei assunti di partenza:

  • Narratore: la realtà è uno schifoso incubo.
  • La ragazza di Montmartre: la realtà è un bel sogno.

Svolgimento

La ragazza si era persa per Montmartre. Giovane e leggiadra aveva imboccato quegli stretti vicoli, acciottolati con malagrazia, incurante di tutto: del proprio vestito corto e sbarazzino, delle scarpe con il tacco alto, della borsetta troppo facile da sfilare. Ma, soprattutto, incurante del sole che scendeva. Si era trovata senza accorgersene spersa in una ragnatela di vecchie e buie viuzze, senza idea di dove andare. La paura era salita, gelida. Era salita su dalle caviglie fino a stringerla alla gola.
Le era sembrato un segno che, in tutta quell’oscurità, fosse spuntata una lama di luce su per una scala: prima che quel miraggio svanisse, si era affrettata a salire i gradini che portavano verso quell’insperata salvezza, travestita da voci festanti dietro una porta.
Attraversata la soglia s’era trovata in un bar. In un bar di ubriachi, per la precisione. Le voci s’erano spente di colpo. Uno aveva posato il boccale e s’era alzato dalla sedia, senza staccarle gli occhi di dosso. Poi un secondo. Un terzo. Il resto li aveva seguiti: quelli erano un gregge, lei era il pascolo.
Le loro mani s’erano protese. La borsetta era stata la prima a sparire, poi quelle dita luride avevano cominciato a saggiare la consistenza della stoffa leggera e, sotto di quella, delle sue carni delicate.
La ragazza aveva gridato. Aveva scalciato, graffiato, morso. Aveva chiuso gli occhi per non vedere. Aveva spento la mente per non sentire. S’era riavuta solo quando polsi e caviglie erano stati morsi da una nuova sensazione: corde e legacci ruvidi, buoni solo per segare la pelle. Braccia possenti l’avevano caricata di peso, il vento fresco della notte l’aveva investita dappertutto e lei aveva volato. Oh, sì: per un istante aveva volato. L’aveva fatto abbastanza a lungo da pensare di poterlo fare per sempre.
Poi era stata l’acqua. Nera. Fangosa. Risa sguaiate avevano accompagnato il suo dondolio, nell’attesa che andasse a fondo. O che arrivassero i ratti, partiti dalla riva affamati e curiosi. Il fiume le invase la gola. Il naso. I polmoni. Finalmente avrebbe dormito per sempre.
E lo avrebbe fatto se non ci fosse stata quella mano: gentile, ma insistente. E quella voce che la chiamava. Non voleva svegliarsi, non ora che avrebbe potuto dormire.
Aprì gli occhi: c’era il dentista, davanti a lei. «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!» La notte era svanita. Il suo sogno sarebbe rimasto.

Infine ecco la base di tutto, il thriller che tante volte ci ha accompagnato:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Ricordate che da domenica, come al solito, pubblicherò un post per votare i vari svolgimenti. Buona scrittura!

Palestra di dialogo – SALDI, tutto al 70%


da Wikipedia

da Wikipedia

Continuiamo questa piccola carrellata sui dialoghi e sulla tecnica che ne sta alla base. Abbiamo ragionato sul fatto che un dialogo è una piccola trattativa e anche sul fatto che il contorno del dialogo ha la sua importanza. Oggi vedremo un’altra piccola cosa, che sembra banale ma che in realtà è difficile: ogni battuta deve contenere un’informazione e ogni risposta in un dialogo non dev’essere scontata. Piuttosto, meglio toglierla o sostituirla con un gesto che mostri al lettore il comportamento del personaggio.

Una delle obiezioni che sono state fatte, la volta scorsa, è che questo dialogo è “piatto”. Il concetto è chiaro, ma cercare di stabilire perché lo sia e, soprattutto, in che misura è molto meno ovvio; i problemi, a mio avviso, si possono dividere su due assi principali: il primo è che i dialoghi non modificano i rapporti tra i protagonisti né veicolano nessuna informazione; il secondo è che le risposte sono ampiamente prevedibili. Un editor taglierebbe queste righe senza rimpianti, perché inutili.

Oggi, noi, cercheremo di trasformarle fino a renderle utili. Abbiamo un contesto e una traccia di dialogo: si tratta di riscriverlo in modo da avere battute che abbiano un senso in un testo scritto. Per evitare fraintendimenti, in fondo al post proverò anche io a dare la mia versione; potrete anche voi dare la vostra oppure lavorare sulla mia, per migliorarla ulteriormente.

Contesto: Christian Leone (C) ha qualche vecchia ruggine con il professor Giuseppe Iovine (I), docente di filosofia. Christian ama le opere di Dan Brow come Angeli e Demoni, che considera avvincenti e ricche di cultura (sic. E anche sigh.) mentre con la professoressa di Lettere (L) ha un rapporto migliore. Con il resto della classe i rapporti sono nulli: Christian pare disinteressarsi di tutti e loro, a tutta prima, ricambiano. Al primo giorno di scuola, Christian arriva in ritardo; durante la mattinata tutti hanno qualcosa di speciale della loro estate da raccontare ma lui sente di non avere nulla da dire e non ha voglia di ascoltare nemmeno Marco (M), un compagno con il quale ha legato appena un po’.

Dialogo:
C: « Buongiorno professore, scusi il ritardo. »
I: « Leone. Subito fuori. Entrerai la prossima ora, se il docente vorrà. »
[passa la prima ora]
L: « Leone, iniziamo bene l’anno da quanto vedo. »
C: « Professoressa, ero in ritardo di soli due minuti. »
L: « Conosci la severità del professor Iovine, la prossima volta vedi di essere in orario. »
C: « Ci proverò. »
[passa la mattinata]
M: « Chri! Perché te ne stai sulle tue? »
C: « Oggi sono nervoso, non so nemmeno io il perché, quindi non chiedermelo. »
M: « C’è qualcosa che non va? »
C: « Marco, ho appena detto che non conosco il perché. »

Il mio svolgimento:
La campanella suonò che Cristian era ancora nell’atrio; ormai era inutile correre, il danno era fatto e tanto valeva prendersela comoda: avrebbe cominciato l’anno con un ritardo. Tanto non sarebbe stato l’unico. La porta della quinta B era chiusa; dall’interno nessun rumore. Quando la aprì, tutti si voltarono tranne il professor Iovine.
« Leone. Subito fuori. Entrerai la prossima ora, se il docente vorrà. »
Christian richiuse la porta, biascicando una bestemmia: nonostante le ferie estive quello non poteva essersi ammorbidito, perché quando uno è stronzo tale rimane. Come i tondi e i quadrati che, dall’alto della sua filosofia, quel figlio di buona donna usava spesso per ricordargli che non avrebbe mai potuto combinare niente nella vita.
Al termine della prima ora si intrufolò dentro al seguito della professoressa di lettere; lei almeno lo guardò negli occhi, prima di aprire il registro.
« Leone, iniziamo bene l’anno da quanto vedo. »
Christian chinò la testa e si andò a sedere di fianco a Marco, al suo posto, senza risponderle. La mattinata passò inutile come solo un giorno di scuola sa essere; all’intervallo, mentre tutti si scambiavano avventure e aneddoti sull’estate appena trascorsa, Christian rimase quieto al posto, sbocconcellando una pizzetta e fissando imbambolato gli alberi dondolare al vento e al sole, fuori. Fu Marco a venire da lui. Ma lui non aveva voglia di fare conversazione né di qualsiasi altra cosa: tutto era solo una gran rottura. Non ne aveva proprio per nessuno.
« Chri! Perché te ne stai sulle tue? »
« E i cazzi tuoi? Mai? »

Palestra di dialogo – il contorno


da Internet

da Internet

Continuiamo questa piccola carrellata sui dialoghi e sulla tecnica che ne sta alla base. La volta scorsa abbiamo visto che un dialogo serve a produrre una piccola trattativa tra i personaggi, avendo come fine ultimo una modifica dei loro rapporti. Certo non serve né come riempitivo, né come strumento per passare informazioni al lettore; personalmente sopporto poco quando un autore produce battute del tipo:

«Oggi ho visto Mario, tuo marito.»

perché è chiaro che una moglie non ha bisogno di farsi spiegare a chi sia maritata. Così come un chitarrista – magari la rockstar protagonista del romanzo – non dovrebbe rivolgersi mai a un collega dicendo:

«Come ben sai, un giro armonico classico è composto dalle note Do, La minore, Re minore, Sol settima.»

perché verrebbe inchiodato da un’occhiataccia (nella migliore delle ipotesi).

Stabilito quindi che il lettore è un mero spettatore di qualcosa che accade, e che ogni cosa che accade (quindi anche un dialogo) serve solo a modificare rapporti e relazioni in modo che la storia avanzi, c’è un’altra cosa che andrebbe tenuta presente: la coerenza simbolica di tutto quanto è presente nel testo. Helgaldo, molto tempo fa, scrisse un bel post che riguardava l’ambientazione; quello che ha scritto vale per le descrizioni anche in senso lato: la volta scorsa il mio dialogo si è svolto vicino a un frigorifero. Nessuno si sarà posto il problema del perché, immagino. Se lo rileggete, scoprirete che, nel mio piccolo, avevo cercato un parallelo tra lei e il frigo: entrambi freddi, da cui lui prende quello che gli aggrada senza dover pensare di doverlo in un qualche modo riempire, meno che mai scaldare. Ogni parola in una storia dovrebbe avere un proprio perché, anche quella della più inutile descrizione.

Certo in un dialogo tanto breve, del tutto estrapolato dal contesto, era difficile notare questo particolare. È anche vero che era messo lì proprio per non essere notato, ma per dare uno spessore alla scena come se fosse una specie di messaggio subliminale. Oggi quindi faremo qualche esercizio proprio su questo: io vi fornirò un contesto e un dialogo, e voi cercherete di migliorarlo “condendolo” con particolari che possano riflettere simboli e significati. Il dialogo non è mio ma l’ho preso dall’incipit del primo romanzo auto-pubblicato che ho trovato; corretto qualche errore e “spacchettato”, è pronto per una robusta operazione di “aggiustaggio”. Questo dialogo, brevissimo, non fa certo avanzare la storia: siete pertanto liberi di rimodellarlo in coerenza con l’esercizio di oggi.

Contesto: Christian Leone (C) ha qualche vecchia ruggine con il professor Giuseppe Iovine (I), docente di filosofia. Christian ama le opere di Dan Brow come Angeli e Demoni, che considera avvincenti e ricche di cultura (sic. E anche sigh.) mentre con la professoressa di Lettere (L) ha un rapporto migliore. Con il resto della classe i rapporti sono nulli: Christian pare disinteressarsi di tutti e loro, a tutta prima, ricambiano. Al primo giorno di scuola, Christian arriva in ritardo; durante la mattinata tutti hanno qualcosa di speciale della loro estate da raccontare ma lui sente di non avere nulla da dire e non ha voglia di ascoltare nemmeno Marco (M), un compagno con il quale ha legato appena un po’.

Dialogo:
C: « Buongiorno professore, scusi il ritardo. »
I: « Leone. Subito fuori. Entrerai la prossima ora, se il docente vorrà. »
[passa la prima ora]
L: « Leone, iniziamo bene l’anno da quanto vedo. »
C: « Professoressa, ero in ritardo di soli due minuti. »
L: « Conosci la severità del professor Iovine, la prossima volta vedi di essere in orario. »
C: « Ci proverò. »
[passa la mattinata]
M: « Chri! Perché te ne stai sulle tue? »
C: « Oggi sono nervoso, non so nemmeno io il perché, quindi non chiedermelo. »
M: « C’è qualcosa che non va? »
C: « Marco, ho appena detto che non conosco il perché. »

Bilanci e propositi


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Ogni volta che il sorriso mi si muta in un ghigno feroce. Ogni volta che nel mio cuore lievita una nebbia spessa e lattiginosa. Ogni volta che che guardo la luna sconsolato, pensando che due raggi di luce hanno viaggiato appaiati per miliardi di chilometri e poi si sono divisi giusto per sbattere uno sulla mia retina e uno da un’altra parte nel mondo e che quindi, per una specie di proprietà transitiva, la mia anima dovrebbe essere in un altro posto e non in quello che occupa. Specialmente, ogni volta che la malinconia cresce abbastanza da rendermi odioso sia il sorgere del sole sia incrociare uno sguardo e scambiare una parola con chiunque. Allora capisco che è ora.

È tutta questione di allenamento. Io parto lentamente: comincio con solo un’ora. Sessanta minuti di silenzio, in cui non parlare con nessuno. Né ascoltare, casomai ci sia qualcuno che insista a voler parlare con me. Un’ora sola, tutti i giorni. Poi comincerò ad aumentare la dose: due ore, tre ore. Mezza giornata. Già mezza giornata di silenzio sarà un buon inizio, perché significherà potersi affrancare dal mondo per metà del mio tempo.

A quel punto saprò che posso farcela: smetterò di frequentare i posti dove vado di solito, smetterò di vedere la solita gente e anche di farmi vedere da loro; andrò in posti in cui sarò uno sconosciuto. Un volto anonimo, uno dei tanti. Ogni volta che qualcuno ricomincerà a chiamarmi per nome, capirò che sarà giunto il tempo di cambiare aria un’altra volta. E sparire.

Le tracce non si lasciano solo nel mondo reale: in quello virtuale se ne lasciano di più grosse e persino di indelebili. Spegnerò il telefono e me ne disferò. Il fatto che non ci siano più cabine telefoniche è una benedizione: che sia il solo Superman a lamentarsene. Dovrò chiudere il blog e cancellarlo. Chiudere e cancellare tutti i profili social. Scriverò le password su un foglietto e lo brucerò, in una notte di vento, esponendolo all’alito dello Zippo. Riderò mentre l’aria si porta via piccole stelle cadenti di ciò che ero e che non sarò più.

Se mai nella mente mi ero fatto un piano, da seguire quando fossi sparito, sarà il momento di ignorarlo. Distruggerò tutti i miei orologi, prima che il tempo degli uomini torni a inghiottirmi e ad assimilarmi. Lascerò che sia il nulla a prendere possesso della mia vita, che si faccia corrente e guidi il mio destino.

Se la gente dovesse scoprire troppo sul mio conto e su dove vivo, inventerò delle storie. Forgerò un nuovo passato e un fumoso presente, lasciando che la mia esistenza trascolori in una fangosa leggenda e che bocche sconosciute la tramandino a orecchie incredule. Scapperò dalla banale logica che abita ogni giorno.

Quando arriverò dove nessuno sa chi io sia, mi presenterò come chi vorrei essere. Farò vivere i miei sogni inventando trame di cui sono il protagonista, perché i miei nuovi vicini non sappiano più distinguere tra me e i miei desideri.

comPLOTtando #2


Si tratta di suggerimenti diversi, da usare per scrivere un pensiero o anche una storia. Persino un romanzo, se vi va. Qui non si bada a spese e si regalano e inventano trame, suggerimenti, idee. Va bene qualsiasi cosa, anche storie in sei parole.

Saranno generalmente ispirati, presi o tradotti da quelli che mi vedo passare sotto gli occhi in arrivo dal mondo anglofono, grazie a posti tipo Promptuarium; per quanto riguarda me, la farina del mio sacco la trovate generalmente il venerdì con la biblioteca Scarparo. Naturalmente, ogni riferimento a fatti o persone reali è da intendersi del tutto casuale.

Pronti? Si parte!

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