Miniplot #14


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Tra ponti e fine settimana lunghi stiamo andando a grandi passi verso l’annuale gara: i dialoghi pronti a scendere nell’agone son ventitré (ma potrei aver sbagliato a contarli), sempre che non si aggiunga qualche ritardatario dell’ultima ora. Ricordate: c’è tempo fino a domani sera!

Nel frattempo inganniamo l’attesa con un Miniplot: si tratta di scrivere non più di qualche riga, che cominci con l’incipit che vi segnalerò. Una menzione d’onore a chi saprà scovare da quale libro io abbia tratto la frase che diventa il nostro punto di partenza.

L’incipit di oggi è: “Quando una donna ama suo marito come io amo François, non dovrebbe”…

Il mio miniplot è: Quando una donna ama suo marito come io amo François, non dovrebbe. Non dovrebbe qualsiasi cosa, secondo mia sorella: litigare, andare a teatro, parlare con le altre persone, financo respirare forse. In nome dell’amore si è trasformata in una specie di schiava, sempre pronta a servirlo e riverirlo. Figurarsi. In nome della paura, dico io: la paura di essere sole, la paura di essere sé stesse, la paura di amarsi prima di amare un uomo. E poi François non vale certo questo gran sacrificio. Tanto lei è devota quanto lui adultero: quella volta che, soli, gli ho permesso di alzarmi la sottana sono stati i due minuti scarsi più lunghi della mia vita.

Biblioteca Scarparo #36


Dopo aver, la settimana scorsa, celebrato la femminilità con Il nome della cosa (cui ha risposto, tra i commenti, L’eleganza del ciccio) oggi finalmente diamo la stura a quella inesauribile fonte di dialogo, dibattito, litigio che è la contrapposizione tra sesso forte e sesso debole. Chiunque è libero di iscrivere sé e i propri simili a una delle categorie succitate, ché io invece non mi sono ancora deciso su chi sia chi.

A proposito di dialoghi, a oggi abbiamo già 15 iscritti alla gara (ma le iscrizioni sono ancora aperte: c’è tempo fino a giovedì sera!). Venerdì prossimo, 5 maggio, alle sette di mattina pubblicherò il post con i brani e il sondaggio per votare. Il lunedì successivo, a mezzogiorno per dare tempo a tutti di riflettere e di collegarsi sia da casa che dal lavoro, sospenderò la votazione e pubblicherò la graduatoria.

Buona scrittura!

 

 

Storia in sei parole #40 – Parole intraducibili: Mbuki-mvuki (bantu)


Dicono che il primo sia stato Hemingway, per vincere una scommessa: «For sale: baby shoes, never worn» (Vendesi: scarpe per neonato, mai indossate). Di sicuro sei parole sono sufficienti a dipingere una storia. Persino un romanzo. Ma sono poche, dannatamente poche, e non è facile per nulla.

Riprendiamo il nostro vocabolario di parole intraducibili; lasciamo il tedesco, sempre generoso di termini impossibili, e ci addentriamo nell’Africa nera. La parola di oggi è mbuki-mvuki (bantu): la voglia di togliersi i vestiti mentre si balla per sentirsi più liberi.

Ecco le mie sei: «È la musica: scioglie i vestiti».

Giocate con me?

Biblioteca Scarparo #34


A dispetto di quanto afferma il termometro vi ricordo che ci stiamo avvicinando all’estate. La Pasqua è passata e la primavera dovrebbe dispiega tutti i suoi effetti: i fiori, le api e gli ormoni. Ecco allora che tra i titoli della Biblioteca Scarparo appare il romanzo giusto per l’occasione, fornitoci dal noto semiologo recentemente scomparso.

Buona scrittura!

 

 

Piccoli esercizi di scrittura – Ricette per una storia #3


Nelle ultime settimane abbiamo visto quali siano le basi sulle quali costruire le nostre storie e oggi concludiamo questo piccolo trittico di fondamentali prendendo ancora a prestito l’incolpevole Helgaldo e i suoi esempi.

Tempo fa sul suo blog si era posto una domanda: «un dialogo deve essere realistico e verosimile per funzionare?». Io oggi risponderò allargando un po’ il discorso: una storia per funzionare deve essere realistica e verosimile? Non mi addentrerò in quelle che si chiamano regole di world building, coerenza interna, conoscenza “enciclopedica” del lettore reale/ideale eccetera: sul tema ci sono tonnellate di post su Internet, di solito troppo generici per essere utili; se volete qualche divagazione più interessante in proposito è meglio rivolgersi ai libri, tipo quelli di Umberto Eco.

Premesso quindi tutto il contorno, che diamo per scontato, c’è un aspetto in particolare che mi interessa: Helgaldo a un certo punto porta come esempio un dialogo preso dall’apertura di Leggenda del santo bevitore e afferma che quello è un dialogo letterario. Lo afferma mettendolo a confronto con quelli che produciamo noi, che letterari non sono. Ebbene una differenza c’è, ed è fondamentale.

Facciamo un passo indietro: mettiamo che io oggi debba telefonare a Maria ma che non abbia il numero. Per averlo, posso telefonare a un amico comune: Gigi. Purtroppo Gigi è al lavoro e dovrò disturbarlo; lo chiamo comunque e questo è il dialogo che ne segue:

— Ciao Gigi, ti disturbo?
— Sono al lavoro: è una cosa veloce?
— Sì, guarda, avrei bisogno del numero di Maria.
— Certo. Un minuto e te lo invio.

Questo è il dialogo che ciascuno di noi avrebbe avuto e che qualcuno di noi – tipo me, per esempio – avrebbe scritto se ne avesse dovuto fare una storia. Eppure le storie come questa, realistica e verosimile, sono assai noiose e lo sono perché non si genera nessun tipo di aspettativa in chi legge, soprattutto per poi negarla. Le storie interessanti, vale a dire letterariamente interessanti, producono invece dialoghi e situazioni improbabili nella realtà ma che ci fanno venire voglia di sapere come vada a finire. In quest’ottica un dialogo migliore sarebbe stato il seguente:

— Gigi, ho assolutamente bisogno di te.
— Sono al lavoro: non ho tempo.
— Ti prego! Devi darmi il numero di Maria.
— Maria? Quella Maria? Brutto bastardo: proprio a me devi venire a chiederlo?
Chiusura con rumore di telefono sbattuto in faccia.

La cosa si fa più interessante: perché due amici dovrebbero litigare per colpa di questa Maria? Il meccanismo che ne sta alla base è che le storie sono composte da tutta una serie di richieste che devono venire disattese. Durante lo svolgimento verranno in parte soddisfatte, ma solo per generare nuove richieste. Tutto questo è stato spiegato anche in questo post di Regina in cui si parla di colpi di scena e di corretta gestione delle informazioni; teniamo presente che una buona storia è composta – in realtà – solo di colpi di scena, grandi o piccoli che siano. L’unico momento in cui tutte le richieste trovano una chiusura è il termine della storia (sì, lo so che questa regola può venire disattesa, ma già è difficile scrivere buone storie dal finale tradizionale: siamo proprio sicuri di essere in grado di scrivere storie più complicate?)

Torniamo a Helgaldo e al suo dialogo “letterario”. Leggetelo e vedete se si possa riconoscerne il modo di funzionamento:

Signore: Dove va, fratello?
Vagabondo: Non sapevo di avere un fratello e non so dove mi porti la strada.

Credo che la differenza sia tutta qui: nel coraggio. Perché ci vuole coraggio a scrivere storie che continuamente neghino e blocchino, con le dovute maniere, gli sforzi dei protagonisti. Non è questione di fantasia: quella non manca a nessuno di noi. E se davvero ci mancasse, la vita ha più fantasia di tutti gli scrittori premi Nobel messi insieme e ciascuno di noi è stato protagonista di situazioni per le quali potrebbe esclamare: «No, questa non la posso scrivere perché, se la mettessi in una pagina, tutti mi direbbero che non è credibile». Invece serve il coraggio di esporsi con qualcosa che reale non è – tuttalpiù sembra – e serve la fatica di inventarsi qualche migliaio di situazioni che rimangano in bilico, oltre alla memoria dei peggiori bugiardi patentati per non perdersene neppure una.

Scrivere è davvero un brutto mestiere.

E l’esercizio? Potete scrivere un piccolo dialogo o uno stralcio di scena in cui esercitarvi a negare, nei modi più sottili, le richieste del protagonista: è ora di smetterla di scrivere di personaggi che suonano a un campanello e subito dopo c’è qualcuno che apre loro la porta (e lo dico a me stesso più che a voi). Per ultima una piccola anticipazione: ripassate questi post e quelli sullo stile, tenete in caldo la penna e allenate le meningi: sta per tornare l’annuale gara di “Scrivere per caso”!

Piccoli esercizi di scrittura – Ricetta per una storia #2


photo credit: garlandcannon Kaleidoscope on Red and Yellow via photopin (license)

Nessuno ha mai detto che scrivere sarebbe stato facile. Oggi ve ne offrirò un assaggio vero, uno di quelli per cui si comprende quanto sia vero che il genio è 99% sudore.

La settimana scorsa abbiamo detto che, scrivendo una storia, è fondamentale per prima cosa avere una idea di controllo: senza quella, il minimo che possa capitarci è di scrivere una storia noiosa, che verrà accantonata con un’alzata di spalle da chiunque non sia obbligato a esibire un compiacente complimento per legami d’affetto o di varia natura.

La seconda cosa – anche questa fondamentale, per farci leggere – è evitare i cliché. I primi e più facili sono le frasi fatte e le costruzioni abusate; già quello denota la mancanza di attenzione che mettiamo nell’uso delle parole. Diceva Umberto Eco che il primo che ha fatto la rima cuore-amore era un genio, il secondo uno stupido (no, lui usava un epiteto diverso). Lo diceva perché copiare significa mancanza di attenzione verso chi legge e pure mancanza di fantasia, perché chi scrive ha l’obbligo non solo morale di dire le cose a modo proprio e non con parole di altri.

Forse non tutti sanno che: spesso gli editor professionisti tengono una lista delle frasi fatte che aborrono maggiormente, come una personale galleria degli orrori; presentare uno scritto che ne contenga più di qualcuna è un ottimo passaporto per farsi scartare.

La cosa che voglio dire oggi, e sto per dire una cosa assai impopolare, è che gli scrittori esperti non si fidano mai della cosiddetta ispirazione. Perché l’ispirazione non è altro che la prima idea che ci viene in mente e, di solito, la prima idea non è altro che una brutta copia di tutti i film che abbiamo visto, di tutti i libri che abbiamo letto e di tutte quelle cose che offrono cliché a volontà. Dobbiamo liberare la nostra immaginazione e sperimentare: questa è la via.

Se scriviamo una storia senza conoscerne il finale, lasciandoci trasportare dagli eventi, otterremo un solo risultato: farcirla di tutte le prime idee. Cose viste milioni di volte in film e telefilm o lette millemila volte. Cose che fanno esclamare al lettore: “Finirà così, lo so!”. Dietro alla porta c’è l’assassino. Dopo la curva ci sarà l’incidente. Un uomo e una donna si guardano negli occhi, poi si baceranno. È una questione di fisica: inventare situazioni nuove richiede maggiore sforzo, a nessuno piace fare fatica e non importa se a parole diciamo che scrivere è divertente.

Andiamo ancora un poco più in profondità e prendiamo un’altra di quelle regole che di solito si danno come panacea: un personaggio va definito in lungo e in largo, magari usando schede tediose e dettagliatissime. Maggiori i dettagli migliore il personaggio. Lasciate che ve lo dica: non sarà descrivendolo fino all’ultima virgola che costruiremo un personaggio a tutto tondo; non sarà conoscendone l’estratto conto (virtuale) o se è intollerante ai coloranti alimentari che salveremo il nostro personaggio dal diventare un cartonato. Un personaggio deve essere funzionale all’idea di controllo e al suo conflitto: solo così sarà credibile all’interno della storia.

Una e una sola è la fonte dei cliché: quando chi scrive non conosce i perché e i percome della propria storia. Dunque qual è il senso di definire i personaggi dall’interno? Perché ogni volta che non lo facciamo riempiremo quella lacuna con il materiale più a buon mercato che la nostra mente ci fornisce: avete indovinato, i cliché. Durante l’ultimo esercizio ne abbiamo parlato a lungo: io credo che un personaggio vada conosciuto “dal di dentro” e, quindi, a partire dalle proprie motivazioni e dai propri obbiettivi. Ogni volta che non lo facciamo sostituiremo tutto questo con un cliché esterno: il bello e dannato, il ragazzo che non accetta le proprie responsabilità ma preferisce la musica e così via. La cosa davvero importante è: perché un ragazzo rifugge le responsabilità? C’è un trauma, forse? C’è una personalità non ancora formata? Sapere che ama mettere i jeans o che ha un tic all’occhio destro non ne farà un personaggio migliore. Ancora più importante: se alla base c’è un trauma sarà perché la mia storia deve seguire e perseguire una certa idea di controllo. So già la vostra critica: anche i personaggi-burattino sono cartonati. Premesso che a mio gusto è preferibile un burattino a una storia che si muove “a caso”, il fatto è che la storia, l’idea di controllo e i personaggi sono tutte facce della stessa medaglia, tutti lati di una stessa struttura che si regge solo quando non ci sono parti deboli. E ogni lato è forte quando sappiamo fino in fondo perché debba essere costruito così. L’ingegnere sa perché in un pezzo c’è un bullone e perché debba essere di una certa misura. Il musicista sa perché in un certo punto c’è una certa nota, un certo accordo o un accento. Così uno scrittore deve sapere perché un personaggio è fatto in un certo modo, perché la trama segua un certo percorso e persino perché stia usando una certa parola e non un sinonimo: una storia è un prodotto dell’ingegno, non una cosa che capita.

A questo punto non ci resta che togliere i cliché; vi ho già detto che costa fatica, poco ma sicuro. Prendete una vostra scena: alla prima stesura non potrà che esserne piena. Cominciate riscrivendo l’ambientazione: se è in un bar scrivetela a teatro, poi al ristorante, poi in casa e così via. Scrivetene otto, nove, dieci, tutte quelle che potete; anche solo abbozzate, ma cercate di dare fondo alla fantasia. Quando infine non riuscite a inventare altro prendete tutte le varie versioni e ragionateci su: qual’è quella migliore? Quella più aderente all’idea di controllo e al mondo che contiene la vostra storia? Quella che, come lettori, vi appassiona e non è troppo scontata? Scegliete quella, oppure un mix di quei particolari che più vi stuzzicano. E se dovesse essere proprio la prima? Avete una scena cliché: dovrete fare in modo che non lo sia in tutto il resto. A questo punto prendete la scena che avete scelto e riscrivetela variando il tono, fino a trovare quello che preferite. Poi fate lo stesso con i dialoghi. Riscrivetela ancora, evitando tutte le situazioni già usate. Poi riscrivetela. Fatelo ancora. Ecco: quando la nostra mente ha esaurito tutte le soluzioni facili, (si spera) comincerà a produrre qualcosa di nuovo. Questa è la regola: riscrivetela. Andate avanti finché potete.

Se vorrete, oltre ai vostri commenti, potete lasciare le due versioni della vostra scena: quella iniziale e quella finale.

Nessuno ha mai detto che scrivere sarebbe stato facile.