Routine


photo credit: .fortuna. via photopin (license)

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Charles Bukowski on Writing and His Insane Daily Routine

http://www.brainpickings.org/index.php/2013/09/04/charles-bukowski-on-writing/

“Scrivere è come andare a letto con una bellissima donna e dopo lei si alza, va alla borsetta e mi dà una manciata di banconote.”

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Io amo la mia routine. Mi esonera dalle domeniche e persino dal Natale. Alla mattina mi sveglio alle otto, se non ho lavorato, altrimenti alle nove. Una doccia. Un frutto, uno yogurt, un caffè. Poi si comincia: un oretta di jogging e un po’ di massaggi, per tonificare la muscolatura. Prima di pranzo mi informo delle ultime novità, gli ultimi pettegolezzi. Un pranzo leggero. Nel pomeriggio, un’ora e mezzo di pesi ed esercizi a corpo libero. Stretching, sauna. Lì finisce la parte piacevole delle mie giornate, e comincia la tortura. Io la chiamo “l’avvicinamento”: a volte ci pensa l’estetista, più spesso mi toccano una pletora di piccole cose: capelli, creme, lozioni, qualche ritocchino alle ciglia. Cose così, insomma, per essere in ordine per la serata.

Perché per l’aperitivo si va in scena: sorriso d’ordinanza e conversazione brillante. È anche per questo che mi pagano. Io sono al top: mi pagano molto. Fin quando durerà, naturalmente: il mio corpo non avrà sempre meno di trent’anni e il suo valore cala ogni giorno che passa. Sono solo un bel pezzo di carne: invidio i vitelli, che se ne vanno con un colpo in testa. Io, invece, vengo macellato lentamente, una fettina per sera. Per ogni ora che mi vendo, è una libbra di carne in meno che mi porterò nella tomba. Lo faccio per soldi? Sì. Forse. Forse no: non so fare altro, nella vita. Questo, però, lo faccio dannatamente bene. Mi vogliono. E pagano. Io sono la loro ora d’aria: con me possono abbandonarsi al loro sogno. Sognano un amore che non avranno. Che non hanno mai avuto. Odio vedere i loro volti rapaci, sempre diversi; mi rubano la vita, lasciandomi senza futuro. Arriveranno anni in cui non avrò altro che ricordi di giornate tutte uguali, scandite dalle macchine per i pesi. Le serate, invece, già oggi mi si confondono nella memoria e faccio di tutto, per dimenticarle. Soprattutto la fine. Quando la mano scende nella borsetta, per allungarmi i trenta denari del loro piacere.

Io odio la mia routine. Vorrei che fosse sempre domenica, magari Natale. Alla mattina mi sveglio alle otto. Una doccia. Un frutto, uno yogurt, un caffè. Poi si comincia: un oretta di macchina e arrivo in ufficio. Le email, le riunioni, i litigi con clienti e fornitori. Prima di pranzo mi informo delle ultime novità, gli ultimi pettegolezzi. Un pranzo leggero. Nel pomeriggio, il budget e le solite beghe amministrative da sbrigare. Lì finisce la parte odiosa delle mie giornate, e comincia la piacevole tortura. Io la chiamo “l’avvicinamento”: a volte ci pensa l’estetista, più spesso mi toccano una pletora di piccole cose: capelli, creme, lozioni, qualche ritocchino alle ciglia. Cose così, insomma, per essere in ordine per la serata.

Perché per l’aperitivo si va in scena: voglio sorrisi smaglianti e conversazione brillante. È anche per questo che pago. Io pretendo il top: pago molto. Fin quando durerà, naturalmente: il mio conto in banca non sarà sempre pieno e il suo valore potrebbe sparire. Ma finché dura comando io. Voglio godermi vita lentamente, centellinandola ogni sera. Ogni ora che mi compro, è un’ora di godimento in più che mi porterò nella tomba. Lo faccio perché ho i soldi? Sì, certo. Non potrei vivere in altro modo, e lo faccio dannatamente bene. Li voglio. E pago. Loro sono la mia ora d’aria: con loro posso abbandonarmi al mio sogno. Sogno un amore che non avrò. Che non ho mai potuto avere. Amo vedere i loro volti servizievoli, sempre diversi; rubo loro la vita, per avere un futuro. Arriveranno anni in cui non avrò altro che ricordi di giornate tutte uguali, scandite da un inutile lavoro. Le serate, invece, oh sì: sono scolpite nella memoria e faccio di tutto per non dimenticarle. Soprattutto la fine. Quando la mano scende nella borsetta, per allungare loro i trenta denari del mio piacere.

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Amore a impatto zero


047 - gaiman

Neil Gaiman’s Advice to Aspiring Writers

http://www.brainpickings.org/index.php/2013/09/11/neil-gaiman-advice-to-writers/

“Devi finire le cose — è così che impari, impari finendo le cose.”

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C’era un gran fermento al pub. Ero passata nella speranza di trovare Dario: un bel quarantenne, in forma, che non sembrava il solito prodotto da riciclo, tipico dei maschi di quell’età. Uno di quelli che, appena entrati negli anta, farebbero assai più impressione a noi povere ragazze se avessero le mutande piene del loro ego, invece del solito ciondolame. Purtroppo è colpa nostra se siamo ancora convinte che si possa trovare un partito non dico buono, ma almeno decente,  prima di passare anche noi la fatidica età sinodale. Quello spartiacque che ci fa decidere che in casa, se proprio deve entrare un maschio, sia meglio trovarlo peloso e con i baffi. Senza dimenticare la lunga coda e l’operazione: un micio è infatti l’unico a poter garantire un congruo numero di coccole e di calore a letto, e in cambio pretende solo una ciotola di croccantini. Uno scambio tanto vantaggioso che più di una volta mi ero domandata dove fosse la fregatura.

Ma le cose non si imparano fin quando il lavoro non è finito.

Dario, comunque, c’era. C’era stato il giorno prima, e il giorno prima ancora: era un abitudinario e questo credevo lo rendesse controllabile con poco sforzo. Se si fosse dimostrato anche dedito alla causa, avrei potuto davvero decidere di fare il grande passo per un uomo: dalla sua avrebbe avuto la capacità di fare la spesa, spostare i mobili e aprire i barattoli, cose che al gatto non riescono granché bene. Se fossi stata particolarmente fortunata, avrebbe potuto dimostrarsi uno di quei rari esemplari dotati della coda giusta al posto giusto. In quel caso, allora, avrei potuto innamorarmi sul serio. L’avevo scelto non tanto per i pettorali da palestra, o per l’attenzione ai cibi bio, quanto per il fatto che, quelle poche volte che avevamo parlato invece di strafogarci di stuzzichini e spritz da happy hour, mi aveva raccontato con molta delicatezza di una sua ragazza, o ex-ragazza, con la quale stava chiudendo i rapporti. Io avevo lasciato che il tempo sanasse quello che c’era da sanare e chiudesse le ferite, poi ero tornata alla carica, nella speranza che il frutto fosse maturo al punto giusto.

Ma le cose non si imparano fin quando il lavoro non è finito.

Avevo preso uno spiedino di frutta, che portava in cima un pezzo di banana, l’avevo intinto voluttuosamente nel cioccolato e ne avevo preso in bocca un morso; poi gli avevo chiesto:
— Allora? Come va con la fidanzata?
Lui mi aveva guardata con un mezzo sorriso e poi aveva scosso la testa:
— Vedo sempre quella che vedevo mesi fa, che ci lasciamo e poi ci rivediamo, e che però ha trent’anni e io so che non va bene, perché sento dentro che la nostra frequentazione è il male, vista la differenza di età: non vorrei infatti che tra qualche anno mi chiedessero se è mia figlia. Certo, gioco a tennis, vado in bicicletta, ma non va bene lo stesso questa relazione.

Il punto a favore era stata la sincerità, questo era innegabile. Peccato per tutto il resto, però: io mi ero vestita, e anche un po’ svestita, per lui; gli avevo fatto la scena della banana e tutto quanto. Non era quella la risposta che mi aspettavo. Nonostante tutto, avevo fatto buon viso a cattivo gioco: gli avevo servito uno dei miei sorrisi migliori e gli avevo allungato il mio spritz, che giaceva inascoltato e riempiva ancora per tre quarti il bicchiere.

Ma le cose non si imparano fin quando il lavoro non è finito.

Mi aveva sorriso soddisfatto, lui. Avevamo fatto ancora qualche chiacchiera e poi gli avevo chiesto di accompagnarmi a casa, ché ormai s’era fatto buio e non si sa mai chi si possa incontrare, di questi tempi. Quando mi aveva chiesto di salire non ero stata pronta a dire subito di no, e per lui quel ritardo era stato equivalente a un sì. Avevo sospirato, quando me lo ero trovato dentro casa: lui era già meravigliato dell’ordine e della pulizia rigorosa, senza accorgersi che intanto mi stava lasciando certe orme opache sul pavimento di marmo. Non c’era voluto molto a convincerlo a fare una doccia, prima.

Adesso è ora di finire il lavoro, e chissà che non ci sia qualcosa da imparare.

Forse anche lui avrebbe qualcosa da dirmi. Potrei chiederglielo; dopotutto è di là, stipato per metà nel freezer. Di sicuro, il gatto che prenderò mangerà bene per un sacco di tempo.

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Show, don’t tell


Oggi affrontiamo un consiglio di scrittura tra i più detti e abusati. La storia nasce da un’idea di Helgaldo ed è meglio che la leggiate innanzi tutto; prima che tu mi dica che non va bene, caro Hel, ti dirò che lo so da me: io sono uno sempre fuori tema, fuori le righe, fuori controllo. Scappadizz, come si dice da queste parti. Ma che io sia così lo sai meglio di me, e ti tocca sopportarmi: non sono capace di scrivere delle cose asettiche. Se non mi immedesimo, da qualche parte, non riesco a farlo e non mi è venuta fuori altro che una lettera.

Comunque, ricordatevela questa cosa quando scrivete. Ma soprattutto quando vivete.

Buona lettura.

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Caro Andro,

forse ti stupirai di trovare questa lettera. Sono più di vent’anni che siamo sposati, e sono più di vent’anni che tutte le mattine ti preparo la cartellina che ti porterai al lavoro; oggi, oltre alle solite cose, ci infilerò anche una busta. Sapessi quante volte mi sono seduta davanti a un foglio senza riuscire a metterci neppure una parola. E quante volte, invece, ho detto a quella pagina tutto quello che avevo dentro per poi appallottolarla e buttarla via. Non so neppure io perché, invece, questa volta abbia deciso di andare fino in fondo.

Mi ricordo quando eravamo giovani, felici e con una vita da inventare. Io ero una bella ragazza e tu mi mettevi le mani sotto la gonna ogni volta che potevi; a volte, anche quando non avresti potuto. Ci sembrava di avere mille difficoltà, ma eravamo felici e lo sapevamo.

Però i giorni passano, e mi sono scoperta vecchia di colpo. La paura di non veder arrivare le mestruazioni si è trasformata nella certezza che non potrò più diventare madre e i mal di pancia mensili si sono trasformati in un mal di testa perenne. Per il mio corpo è finito il tempo dell’amore, e se ne frega se il cuore possa non essere d’accordo. Ma tu lo sai fin troppo bene, perché le battaglie che combattiamo la sera non sono più quelle di qualche anno fa.

Una volta, a letto, mi facevi tua; adesso ci leggi il giornale. Se insisto a voler parlare ti arrabbi, perché non sopporti che ti dica le cose. Ormai preferisci una partita di calcio a un’ora con me. Un’ora per parlare. Anche solo per lasciarmi sfogare. Se piango, ti stizzisci perché me la prendo per le cose inutili. Perché mi piace complicare gli affari semplici: lo dici tutte le volte, convinto che davvero tragga un qualche piacere nel complicare la mia vita e anche la tua.

Eppure hai sempre detto di amarmi. Hai sempre tenuto a dirmi che ero l’unica, come se una moglie potesse non accorgersi quando decidi di andare a lavorare più profumato o meglio vestito del normale o se, quando parli della tua nuova, giovane segretaria, non ti venisse un tono di voce che… Dio, avresti dovuto sentirti. Dico davvero.

Mi hai sempre detto che ti piace stare con me, anche se poi ti arrabbi se c’è brutto tempo e Sky si vede male, o se c’è la Champions mentre io vorrei vedere un film d’amore, di quelli dove inzuppi il fazzoletto. Perché adesso sono capace di infradiciare solo quello e quando, in metropolitana, passo davanti all’onnipresente cartello di avvertimento “Pavimento bagnato” non posso fare altro che pensare beato lui.

Mi hai sempre detto tante cose. E io ho sempre voluto ascoltarti. Crederti, per me, era importante come respirare. Ma sono vecchia, adesso. Forse più di te che ancora giochi a fare il ragazzino tra partitelle con gli amici e qualche aperitivo di troppo, uscito dal lavoro. Ma anche per te è tempo di crescere, se non proprio di invecchiare. Fallo con me. Fammi capire che ci credi ancora. Mostramelo, non raccontarmelo.

Per sempre tua,
Meno

***

showdonttell

da Internet

Che fai tu, luna, in ciel?


Tenar ha pubblicato un bel racconto, oggi; in più, io mi sono tuffato, su suggerimento di Helgaldo, su di un libro di Giorgio Manganelli che si chiama Centuria. Un libro molto bello, con una prosa che si avvicina molto a quella di Calvino, che mi ha spronato a scrivere qualcosa. Tutto questo, unito all’erba di casa mia, che lo stesso Helgaldo sostiene essere molto buona, mi ha fatto voglia di rispondere alla povera Tenar; mi sa proprio che, a questo punto, mi toccherà davvero fare una categoria “serial writer”.

Questo si legge anche da solo, ma aver letto quello di Tenar, prima, credo renda meglio l’idea del perché qui ci sono certe parole e non altre. Buona lettura.

***

La luna l’aveva visto correre verso di lei, come se davvero lui si fosse aspettato di poter salire fino lassù, ad accoccolarsi sulle sue ginocchia. L’aveva visto spuntare appena al di là della curvatura terrestre, portato dalla lenta rotazione di quella palla azzurra che, dopo una sorsata inebriante del rosso del tramonto, si stava vestendo per la notte di una ragnatela di luci, per non sfigurare troppo al gran ballo delle stelle. Lui, invece, doveva aver smesso di sognare, trascinato giù dalla gravità dei bisogni terrestri. Come farsi una doccia, per esempio, per liberarsi dei rivoli beffardi del sudore che correvano sulla sua pelle. Persa l’inerzia della fantasia, aveva imboccato il vialetto di casa; si era fermato a guardarla solo un istante, smarrito, o forse solo meravigliato di averla vista sorgere tra le brume scure che salivano dall’acqua.

Lei aveva scosso la testa, nel suo intimo. Come se non avesse mai visto la parabola degli amanti! Pronti ad indicarla all’alba della loro storia, come a vituperarla nella rovina che la vita, a volte, porta con sé. Un tempo se ne era indispettita: perché doveva esser lei a farsi carico delle pene d’amore che si consumavano sulla sua sorella maggiore? Non era altro che un corpo celeste, dopotutto. Come tutti gli altri astri che ruotavano, chi più chi meno indifferente, alla corte del re Sole. Perché non Venere allora che, nomen omen, avrebbe dovuto avere tale incombenza? Oppure Marte: tutti sanno, infatti, che non c’è campo di battaglia più aspro dell’amoroso talamo. Pianeti, lune e asteroidi avevano continuato a ruotare, noncuranti dei suoi lamenti. Lei ruotava attorno alla Terra: che si curasse lei, dei terrestri, sembravano dire, nel loro silenzio chiassoso e anche un po’ strafottente.

Alla fine era stata costretta a dare un’occhiata giù. Non fosse altro che per la noia di passare miliardi di anni inchiodati alla propria sfera dalla gravità. Si era piano piano appassionata alla storia di quegli esseri minuscoli, che sciamavano sempre più numerosi. Sentiva le loro giaculatorie, dirette a lei, e ne godeva nell’intimo. Si crucciava con loro della sorte che il caso aveva gettato, come un dado da gioco. Gioiva e si prendeva i meriti delle loro vittorie; soffriva e biasimava il destino delle loro sconfitte. Aveva visto tradimenti sotto la luce del sole, quando sulla Terra la dicevano nuova; baci e sospiri affidati al vento, nell’oscurità argentata delle notti in cui era chiamata piena.

Così aveva visto quei due, quella sera. Marte era rimasto chiuso fuori, nascosto e lontano all’altro capo dell’orbita; nessun litigio che liberasse il fiele che avvelenava le loro vene. Aveva visto lei aggrapparsi a un divano per non sprofondare, come il naufrago si abbraccia a un relitto; aveva visto lui correre a perdifiato, come se solo la velocità potesse infilargli l’aria giù per la gola. Ma non era l’acqua. Né l’aria. Lei sapeva come sarebbe andata a finire: trascinati dalla gravità della vita avevano finito per collidere quei due e, spinti dalla stessa forza, sarebbero stati infine lanciati su traiettorie distinte. Ciascuno nella speranza di raggiungere quel posto inesistente che gli uomini – poveri stolti – chiamano casa.

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Questo post partecipa all’iniziativa Una parola al mese. La parola di febbraio 2015 è giaculatoria (al link maggiori informazioni).

Mezze mele


Anche oggi abbiamo una storia a richiesta. Laura d’Amico chiede: “Scrivimi dell’amicizia e dell’amore!…di mezze mele…che possono diventare…mele intere!..io ho appena postato una poesia su’ questo argomento! …tu….scrivi un racconto!…che mi stupisca..,fino a farmi piangere!…” 

Buona lettura.

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da Internet

da Internet

Come tutte le mattine, prima di andare a scuola, Tiffany si era vista allo specchio. Odiava quell’oggetto, piazzato da sua madre proprio sopra al lavandino: non c’era scampo al suo sguardo indagatore. Quella cosa se ne stava lì, appesa alla parete, riflettendo, indifferente, ogni malcapitato che gli si parasse davanti. Come si poteva amare quel vetro senza cuore?

Come tutte le mattine aveva visto quella ragazza guardarla, al di là di un lavandino identico al suo. Con le spalle un po’ più curve del giorno precedente. Con quegli occhi scuri e quegli stupidi capelli castani, né lisci né ricci, buoni solo per la frangetta che serve a nascondere il viso. Con quelle guanciotte troppo piene, che tanto piacevano a sua madre e che a lei facevano così schifo. La vita era ingiusta: lei non poteva permettersi neppure un grissino, mentre le sue amiche erano tutte magre, nonostante dicessero di mangiare un sacco di schifezze.

Anche quella mattina le due ragazze, divise da quel vetro, si erano guardate. Tiffany aveva pensato alla scuola che l’attendeva. Ai compagni, indifferenti a tutto tranne che alle gambe filiformi e alla scollatura di Gaia, la più carina della classe. Alle compagne, in perenne adorazione di quella stronza, delle sue unghie decoratissime, delle sue maglie alla moda e del suo thigh-gap. Di Tiffany, invece, non si interessava nessuno. Non c’era un cane che la considerasse e che le chiedesse: “Come stai?”. Che, di fronte al suo sorriso forzato mentre rispondeva: “Sto bene.”, le chiedesse: “Sì, ma come stai davvero?”. Per non parlare dei professori, sempre pronti ad ascoltare gli alunni. In teoria. Ma che attivavano l’udito solo durante le interrogazioni; terminati quei venti minuti di terrore tornavano sordi, al pari di tutti gli altri adulti.

L’idea della scuola si era coagulata in un istante alla bocca dello stomaco, in cerca della gola per farsi strada fino a uscire. Lei aveva stretto i denti solo perché sapeva che, tra tutta quella gente inutile, avrebbe visto Alex. Talmente bello che, solo a pensarci, una lacrima le faceva capolino tra le ciglia. Lui però se ne stava sempre sulle sue e lei non sarebbe mai riuscita a fare il primo passo. Si accontentava di spiarlo. Là, nel banco in seconda fila vicino alla finestra. Lui guardava fuori. E lei guardava lui.

Guardarlo non era comunque abbastanza, non per sopportare le battute velenose, per accettare i voti troppo bassi, per sostenere l’indifferenza. Tutti quei pensieri neri che abitavano il suo corpo e le toglievano l’aria. Aveva quasi ceduto sotto il loro peso, ma un giorno aveva scoperto come fare per liberarsene: le era caduto l’occhio sul rasoio di suo padre. Una piccola lametta, tagliente. Capace di aprire la pelle per lasciare che sgorgasse fuori tutto lo schifo che si sentiva dentro. Un piccolo dolore, uno per ogni taglio, con il quale la sua carne cercava di ricordarle che era viva. Tanti piccoli segni rossi, sulle braccia; uno per ogni giorno che aveva dovuto sopportare di essere ancora al mondo. Tiffany si era costruita il suo castello, le cui mura di cinta erano fatte di maglioni con maniche sempre più lunghe, per proteggersi dalla curiosità e dagli occhi degli altri.

Anche quella mattina, dopo aver sentito il brivido della lametta sulla pelle, se ne era andata a scuola. Tutto era stato uguale. Come sempre. Durante l’ora di ginnastica, però, Alex si era avvicinato proprio a lei e Tiffany si era sentita morire.

— Guarda, hai la maglia sporca. — aveva detto, — Cos’è? Sembra sangue.

Era avvampata. Per la vergogna di essersi fatta sorprendere. Per aver messo in mostra le proprie debolezze all’unico a cui avrebbe voluto apparire perfetta. Ma non lo era. Aveva cercato di schermirsi, ma il professore aveva insistito e lei aveva dovuto alzare la manica e rivelare tutte quelle righe rosse che le segnavano il braccio. Alex si era messo a ridere di gusto:

— Ragazzi, guardate questa! Dev’essersi sbagliata a fare la ceretta…

Tutti, nella classe, si erano messi a ridere con lui. Poi se n’erano andati. Anche il professore. Gli occhi di Tiffany si erano riempiti di lacrime e s’era accorta solo dopo molti minuti che, a fianco a lei, era rimasto solo Andrea. Il più mingherlino della classe, malato di non si sa cosa e sempre esonerato da educazione fisica. L’aveva guardata senza chiedere nulla, quindi aveva alzato anche lui una manica. Sul suo braccio, tante piccole linee rosse che la chiamavano.

— Non ti ama chi se ne va. — aveva detto lui, sottovoce, quasi avesse paura di rompere quell’attimo, — Non ti ama chi ride. Sai quante volte ho scritto il tuo nome sul mio banco? Conta chi resta, il resto non conta.

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Queste storie sono scritte su richiesta dei lettori. Richiedine una o leggi quelle già scritte in Dimmi che storia scrivere.

Onde elettromagnetiche


photo credit: A Bear Named Bryan via photopin cc

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Mary Karr: The Magnetism and Madness of the Written Word

http://www.brainpickings.org/index.php/2013/01/31/why-we-write-mary-karr/

“Be willing to be a child and be the Lilliputian in the world of Gulliver.”

***

L’avevo trovato per caso, perché non sono solito frequentare i reparti di psichiatria. Che sono gli stessi posti che una volta si chiamavano manicomi, ma che adesso sono stati messi sotto una patina di rispettabilità, per legge. L’avevo trovato nell’angolo più buio di quel salone, pieno di poltrone sulle quali i pazienti aspettavano che i giorni della vita finissero di scivolargli via tra le dita, per levare l’incomodo e tornarsene in cielo a scorrazzare tra le nuvole, non più solo con la fantasia. I più fortunati avevano perso da soli la capacità di muoversi; gli altri, invece, erano aiutati a starsene seduti buoni buoni da lenzuola annodate a mo’ di corde.

Appena entrato, file di occhi indifferenti mi avevano ignorato, rendendomi chiaro in maniera lampante che non ero il benvenuto, lì. Come non era gradito nessuno che potesse ricordare loro che, al di là dei muri, esisteva un mondo con il sole, la musica, la notte, l’amore, il sesso, gli amici, il vino e le sigarette. Ero passato davanti alle loro bocche sbrodolate, ai pigiami macchiati, senza che ci fosse un cenno qualsiasi che spezzasse quella cortina di ostilità, tessuta da quegli sguardi vuoti. Le gelide luci dei neon rendevano lo squallore così piatto e irrilevante da riuscire a schiacciare, sotto il loro bianco asettico, persino la piccola televisione accesa.

Erano altre, le cose che davano tridimensionalità alla scena.

L’odore, per esempio, dolciastro e nauseabondo, che sembrava venire da quei corpi legati. Da quelle intimità negate. Da quelle bocche aperte su anime cieche. Così impietosamente vive perché mischiate con un altro odore in sottofondo, rigido come una bacchettata e impersonale come una prigione.  Una nota chimica, strisciante, che diceva “disinfettante” o, forse, solo “pastiglie e medicine”.

La scena, per il resto immobile come una foto in bianco e nero, trovava uno sfogo nelle urla che, ogni tanto, straziavano l’aria. Urla di dolore. E di paura. E di rabbia. Che rimbalzavano tra le pareti, come topi in un labirinto, alla disperata ricerca della via d’uscita. Echi malati, anelanti la libertà ma destinati a spegnersi in catene, chiusi tra quelle mura senza un domani.

Ero entrato, e lui era là. In quella sala. In un angolo buio. Lì, sul muro, al riparo di una crosta di vernice, aveva scritto un nome di donna. L’unica cosa che avesse e che lo aiutasse, alla sera, a non provare troppo schifo all’idea che nel giro di qualche ora sarebbe stato giorno. Di nuovo. Tutto il suo mondo si era ristretto in quell’unico punto sul muro: amore, speranza, gioia. In una parola: vita. Si era compressa lì, come una stella che fosse implosa in un buco nero; la cui luce, vibrazione di onde elettromagnetiche, era finita per sempre sepolta sotto il peso di pensieri inconoscibili. Lui lo sapeva bene come funzionavano, queste cose, perché aveva insegnato Fisica a lungo all’università, prima che la malattia prendesse il sopravvento.

Ecco perché lo avevo trovato là, mentre scuoteva avanti e indietro una calamita, davanti al muro con su scritto quel nome, cercando di non dare troppo nell’occhio. Al mio sguardo perplesso aveva risposto con un sorriso, poi mi aveva detto queste parole. Solo queste quattro parole: “Illumino il mio amore”.

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EDIT: C’è stata una interessante discussione, su G+, in merito al fatto che sia davvero possibile generare un’onda elettromagnetica muovendo avanti e indietro una calamita. Abbiamo un parere autorevolissimo che dirime la questione se il professore sia pazzo del tutto oppure no: quello di Marco Delmastro (che ringrazio ancora una volta per la gentilezza di aver risposto alle mie stupide domande!). Colgo anche l’occasione per invitarvi (se già non lo facciate) a visitare il suo blog “Borborigni di un fisico renitente” perché ne vale davvero la pena!

Ecco la sua risposta in merito:
Tecnicamente, la variazione periodica di un campo magnetico genera un’onda elettromagnetica. Che questa poi abbia le proprietà di un’onda visibile è un’altra storia: molto dipende dalla frequenza di oscillazione (che la piazza in diverse zone dello spettro, magari a livello di onde radio piuttosto che di luce) e di intensità. Ma insomma, non è un’idea sbagliata 🙂

Con gli occhi dell’amore


photo credit: guendal via photopin cc

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Kurt Vonnegut: 8 Rules for a Great Story

http://www.brainpickings.org/index.php/2012/04/03/kurt-vonnegut-on-writing-stories/

“Write to please just one person. If you open a window and make love to the world, so to speak, your story will get pneumonia.”

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Colonna sonora:

Che m’importa di quel che si dice? Sono tutte maldicenze, figlie dell’invidia: due occhi come i suoi, colore del cielo di maggio, non mentono. Non possono mentire. Ha detto che ama me e me soltanto; che le altre al mio confronto non son degne neppure di alzare il loro sguardo su di me; che, se anche avesse amato un’altra donna prima di me, adesso di per certo se n’è dimenticato. Si vede dal sorriso che non mente, con quelle labbra, rosse come ciliegie, che richiamano le mie nel desiderio di gustare la primavera; la barba, corta eppur morbida, tanto virile a vedersi quanto invitante, irresistibile tentazione che chiama una mano delicata su quelle gote, capaci di dire magnifiche parole d’amore.

Che m’importa se la lattaia dice che anche lei s’e sentita rivolgere gli stessi discorsi? Se fosse vero avrebbe dovuto dirlo prima, invece di lamentarsi con me, dopo. L’unica cosa certa, a parer mio, è che lei non abbia mai avuto due spalle così da accarezzare la notte, teca di muscoli sodi ed elastici sotto le dita, mentre cercava rifugio e protezione sul suo petto. Due braccia capaci di cingerti, forti come il metallo e delicate come le ali di una colomba, che apre le proprie piume a protezione della nidiata di pulcini. Non possono mentire due mani così possenti, impietose nel brandire la spada ma languide e voluttuose quando accarezzano, e capaci di posarsi con tanta grazia su quei punti in cui il corpo si ricongiunge con l’anima.

Che m’importa se la serva giura di averlo a lungo veduto a casa della baronessa, in particolare nelle notti in cui il barone era fuori per la caccia? Forse che la servitù avrebbe permesso a chicchessia di intrufolarsi nella villa e vagare indisturbato, di notte, per le proprietà? Forse che il barone, avendo saputo che qualche losco figuro aveva ardito aggirarsi tra le cose a lui più care, avrebbe taciuto sottomesso? No di certo!  Come possono mentire i suoi caldi lombi, che sotto la luce della pallida luna mi hanno coperta per ripararmi dal freddo notturno mentre sussurrava il suo amore per me?

Impossibile non sentire il suo trasporto nei miei confronti; impossibile non bearsi della luce dei suoi occhi quando mi giura eterno amore; impossibile non sentire la sua soggezione e la sua pudicizia ogni volta che passo le mie eburnee dita tra i suoi ricci corvini, morbidi come il vello d’un agnello. Son certa che domani verrà da mio padre per domandargli ch’io divenga sua sposa e chi dice che non finirà così è solo preda della bile; e se stanotte, nel segreto della mia camera, mi verrà a trovare è solo perché il nostro amore non può aspettare, travolgente come l’acqua che scende vigorosa dai monti.

Perché lo so che ama solo me, il mio Giovanni. Don, Giovanni.

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