Animali bizzarri – L’Oratrogon eternis


 

Raymond Chandler on Writing

http://www.brainpickings.org/index.php/2013/05/08/raymond-chandler-on-writing/

“The test of a writer is whether you want to read him again years after he should by the rules be dated.”

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Ho la fortuna di bazzicare libri antichi, nascosti in ancor più vecchie biblioteche. Passo le mie giornate solo, in vecchie sale polverose, in compagnia di uomini le cui ossa sono polvere da tempi immemorabili ma le cui parole, sia lode al Santo dei Santi, ancora rimbombano tra le pareti dei libri. Pareti di carta, o di pergamena, ma vigorose più delle clessidre e dei giorni che furiosi scorrono lenti e robuste più delle pietre che formano questo baluardo di sapienza. Uomini le cui parole stanno a fondamento di tutte quelle che noi, poveri abitatori dell’oggi, cerchiamo di dirci nel vano tentativo di comunicare.

È stato in una di queste teche, aperte così di rado, che ho fatto la mia scoperta. C’erano tre incunaboli, all’interno. Tutti sembravano coevi; o almeno la legatura e la plicazione, il carattere usato, la qualità della carta, ma soprattutto la polvere accumulata li rendeva assai simili tra di loro e quasi indistinguibili ai miei occhi di vecchio. Ciò che li differenziava era, com’è ovvio, l’indicazione dell’opera e dell’autore: il primo conteneva le parole di un santo, il secondo una cronaca del tempo e l’ultimo una copia della Commedia. Quando ho tentato di aprirli, però, ho scoperto che la differenza più importante era nascosta tra le pagine.

All’interno i fogli sembravano mangiati: della cronaca rimanevano solo alcuni brandelli, che raccontavano certi fatti talmente noti che la loro eco era giunta persino alle mie povere orecchie. Le parole del santo erano state risparmiate in misura maggiore: molti degli insegnamenti morali e delle preghiere si potevano ancora leggere, per quanto la carta scricchiolasse in maniera sinistra sotto le mie dita, che cercavano di girare le pagine con tutta la cautela che le mani tremanti di un vecchio possono mettere in un’operazione siffatta. Infine, della Commedia era rimasto tutto e le pagine si giravano, elastiche e morbide al tatto, come se fosse stato stampato il giorno innanzi.

Sono rimasto lunghi minuti assorto, immobile, mentre consideravo tra me e me la stranezza della cosa; nonostante gli anni accumulati sulle mie spalle, non avevo mai avuto ventura di vedere una bizzarria del genere e la mia mente non riusciva a trovare una spiegazione ragionevole a tale stupefacente meraviglia, che sembrava aver risparmiato alcune parole e polverizzato le altre.

Dopo un tempo che a me era parso eterno e a lei forse brevissimo, la spiegazione ha creduto di essere al sicuro, com’era sempre stata, e si è fatta vedere: un piccolo animaletto, somigliante a un geco e paglierino come la carta vecchia, ha fatto capolino uscendo dall’ombra che ammantava il fondo della teca. Ha saggiato l’aria, facendo saettare la lingua biforcuta. I grandi occhi, adatti a vedere nell’oscurità, si sono stretti in sottili fessure per sopportare la mia fioca lampada e le piccole mani hanno cominciato a intrufolarsi tra le pagine. Dita minuscole hanno tastato diverse frasi del santo fino a trovare un commento estraneo, vergato dall’autore: in quel momento la bestiola è avanzata e ha sporto lentamente la testa, ha aperto la bocca e ha, altrettanto lentamente, mangiato le parole, una lettera alla volta.

Ho consultato un vecchio bestiario, magnifica opera di un dotto arabo, e ho trovato chi sia il compagno con i quale sto dividendo i giorni, qui: un oratrogon eternis. Bestia longevissima, che si dice possa vivere eternamente e che si ciba di quelle parole inutili che non meritano di superare la prova del tempo. Ho cercato altrove, tra questi scaffali, per vedere se il mio amico fosse solo o se la compagnia fosse più numerosa di quanto potessi immaginare. Ho piazzato alcune copie nuove di libri di ricette, come esca.

Non c’è voluto molto per avere una risposta: nel breve volgere di un giorno ho trovato un piccolo oratrogon, satollo, tra il capitolo delle carni e quello delle salse. Si è lasciato prendere senza fuggire, come se mi stesse aspettando. Gli ho fatto una leggera carezza sul capo e l’ho adagiato in una teca contenente i miei scritti: sono curioso. Prima che giunga la mia ora e io lasci questo mondo voglio sapere se, tra tutte le fatiche e i crampi alla mano e le storie e le idee di una vita, ci sia almeno una pagina in grado di superare lo scoglio del tempo.

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Animali bizzarri: lo Schepsivorum vulgaris


Anche questa è una storia su richiesta. Helgaldo, ma forse dovrei meglio dire il Signor Helgaldo Burshevac de la Frontera Ciakoskij, di “da dove sto scrivendo”, mi ha sfidato a singolar tenzone, chiedendomi di “scrivere un racconto dove una persona davanti alla pagina bianca si dimostra un grande pensatore, ma quando inizia a scrivere ciò che pensa i suoi pensieri svaporano e si ritrova davanti a una pagina bianca. Mo’ voglio vedere come lo scrivi…”.

Caro Helgaldo, eccoti accontentato: tu non lo sai, ma hai uno schepsivoro che ti gira per casa, grasso e indisturbato…

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photo credit: Jellyfish via photopin (license)

photo credit: Jellyfish via photopin (license)

So che non ci crederete mai, ma io ho scoperto un nuovo animale; sono certo che molti di voi, pur senza essere mai riusciti a vederlo, dopo questa lettura capiranno di averne uno in casa. Il fatto che sia quasi trasparente, e sottile come una foglia, gli permette di mimetizzarsi nell’ambiente che predilige: le stanze adibite a studio, le librerie e in particolare i blocchi per appunti, tra le pagine non ancora scritte.

È un buffo animaletto, delle dimensioni di una moneta da due euro, che ricorda le meduse per via di alcuni tentacoli quasi piumati che sporgono, ma che è talmente leggero da poter cavalcare un refolo d’aria. Estremamente morbido e malleabile, adattato a ciò dalla sua attività predatoria preferita, è però incapace di fare del male a una mosca perché non ha una bocca; dopo essere riuscito a catturarne uno mi sono domandato senza successo per molte settimane come facesse a sopravvivere finché un giorno, trovandomi fuori casa, sono stato colto dall’illuminazione: si nutre di pensieri e di sogni.

Per via di questa sua abitudine culinaria l’ho chiamato schepsivorum vulgaris, anche se so che non potrò reclamare la mia scoperta presso la comunità scientifica perché nessuno crederebbe mai a questa storia. E comunque nessuno sarebbe in grado di scriverci un libro, avendone uno nei paraggi. Il segno più evidente del suo passaggio sono gli scarabocchi: quelli che facciamo sulle pagine bianche, in attesa di riuscire a trascrivere quell’idea brillante che avevamo avuto solo pochi istanti prima. O di scrivere almeno un’idea, la prima che venga. Noi crediamo di disegnare, e invece quello non è altro che il termine del processo digestivo dello schepsivoro, che si sta rimpinzando di tutto quello che ci passa per la testa.

Uno degli esemplari più grossi che mi sia capitato di vedere l’ho trovato a casa del Signor Helgaldo Burshevac de la Frontera Ciakoskij, che qualcuno chiama Hell e che la moglie, con santa pazienza, chiama Aldo. Là, acquattato nel suo studio, c’è uno schepsivoro obeso, nutrito di tutti i geniali pensieri del suo ospite. L’ho potuto vedere proprio perché, essendo sovrappeso, è meno lesto nei movimenti e quasi per nulla trasparente.

Dopo una lunga e dotta dissertazione tra Helgaldo Burshevac de la Frontera Ciakoskij e me, a proposito degli scopi immediati e degli scopi reconditi delle simbologie introdotte in una scena di un romanzo, l’ho sentito fare grandi proclami per la scena madre di un thriller che, a suo giudizio, avrebbe fatto impallidire Hitchcock. Io, seduto timidamente in un angolo, seguivo i pindarici voli della sua costruzione tra damigelle sperse a Montmartre, ubriaconi violenti, donne legate e gettate nella Senna, fino a una incredibile soluzione finale. Ancora eccitato dal fuoco dell’immaginazione, l’ho visto sedersi alla scrivania mentre da un angolo alle sue spalle faceva capolino lo schepsivoro, che aveva ben fiutato l’odore della preda.

Helgaldo è rimasto lunghi, interminabili minuti immobile, davanti al foglio bianco. Cercando una concentrazione che non poteva avere ha riempito un lato del foglio di bizzarri ghirigori, mentre l’animaletto quasi baluginava nella penombra per la soddisfazione di tanto lauto pasto. Helgaldo, preso dallo sconforto, si è voltato verso di me; in quell’istante è uscito dal campo d’azione dello schepsivoro e la trama che aveva immaginato è tornata a illuminarsi nella sua mente; raggiante, ha preso la penna è si è tornato a chinare sulla scrivania. Lo schepsivoro, nel suo piccolo, deve aver ringraziato la fortuna che gli aveva fornito pure il dessert. Infine, dopo essersi nutrito a sazietà, ha lasciato la sua presa e Helgaldo è finalmente stato capace di mettere qualche parola sulla pagina ancora intonsa.

Ormai, però, la sua ispirazione era nella pancia dello schepsivoro e lui non è riuscito a fare altro che infilare qualche frase di senso compiuto. Una piccola fiera del piattume e della paratassi, che poi ha preteso di girare a noi, suoi allievi, come base per degli esercizi di stile. Io ho annuito triste, già immaginando che sarei stato destinatario di quel fallimento tramutato in medicina. Ma non ho avuto cuore di segnalare la piccola bestiola, ben sapendo la fine cui l’avrei condannata.

Lo schepsivoro che avevo in casa mia, invece, l’ho catturato e tenuto in un barattolo per molti mesi, al fine di studiarlo. Ma ha sofferto, poverino, del fatto che lo avessi spostato dalla scrivania dove scrivo alla poltrona sulla quale mi siedo per guardare la televisione: lì aveva ben poco da mangiare, e anche di pessima qualità. Dopo quella dieta da fast-food l’ho visto rimpicciolirsi, fino al giorno in cui, rincasando, ho trovato il barattolo aperto e non l’ho visto più.

P.S.: A riprova del fatto che questa è una storia vera, potete godere anche voi del processo digestivo dello schepsivoro delle geniali idee di Helgaldo inventando la vostra versione del suo thriller paratattico (per esempio qui, qui o qui) in una delle sue incredibili e strabilianti versioni.

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Queste storie sono scritte su richiesta dei lettori. Richiedine una o leggi quelle già scritte in Dimmi che storia scrivere.