Backstory: come e perché


da Internet

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Ieri abbiamo cercato di capire cosa sia e come funzioni la backstory. Per farlo abbiamo utilizzato il thriller paratattico, che però ci ha dato un bel grattacapo: c’è un sogno, dentro. Avere un livello onirico, nella narrazione, introduce una complessità ulteriore che a essere sincero non avevo proprio considerato. Dato che anche la tecnica in sé non è semplice, il rischio di impantanarsi è diventato quasi una certezza. Ad ogni modo, la tecnica è tecnica: provo a mettere qualcuno dei miei “punti fermi”, in modo da poterne discutere; a quel punto, ognuno deciderà quale sia la maniera più efficace per lui (o lei) di inserire le backstory nella propria scrittura.

Helgaldo ieri faceva questo esempio di backstory:

Se il personaggio non sa l’ora e guarda le lancette sul Rolex al polso e poi sala su una Jaguar nera e sgomma via, sto già raccontando implicitamente come vive, qual è il tenore di vita, una certa sicurezza caratteriale e forse un’indole violenta. Il lettore dai particolari fa delle ipotesi di vita: ricco di nascita? Spacciatore? Atttore affermato? Manager? Se parcheggia l’auto alla quartier generale della Apple e poi tutti gli aprono le porte per farlo passare avanti agli altri è chiaro che…

Io, dal canto mio, preferisco un esempio come questo:

«Grace» dice. «Dove sei adesso?»
[…]
«Publix» dico. «Sono da Publix.»
«Voglio che compri dieci, anzi venti taniche da cinque litri d’acqua, otto rotoli di nastro adesivo, tre chili di carne secca e una pera.»
Dice ancora secca invece di essiccata. L’ultima volta che l’ho corretto non mi ha parlato per due giorni, quindi ora lascio perdere.
«Perché la pera?» chiedo.
«Mi piacciono le pere» dice Aaron, ed è un po’ come se dicesse: “Solo perché il mondo sta per finire non posso mangiare una pera, dannazione?”.
Peccato che, per Aaron, il mondo sta per finire sempre. È la terza volta, quest’anno, ed è solo luglio.

Voi le vedete, le differenze? Io, da parte mia, le vedo così: nel primo caso per me è soprattutto “show, don’t tell”, con l’unica eccezione di quel “forse un’indole violenta”. Lì penso che si annidi una storia (anzi, una backstory). Perché è diventato violento? Che cosa è successo? Come lettore, divento curioso di sapere.

Nel secondo caso non mi viene mostrato quasi nulla, ma mi viene raccontato qualcosa. Siamo all’inizio di un racconto (La fine di Aaron, ne Il paradiso degli animali di David James Poissant) e, fino quasi alla fine, faremo fatica a sapere perché Aaron sia così. Ci saranno una miriade di indizi, modi di comportarsi, allusioni a fatti antecedenti fatti da Grace, protagonista e voce narrante.

Anche in risposta a un commento di Grilloz – ma non ricordo più dove – dicevo che io devo scrivere il doppio per avere una backstory minima: preparo le storie (e gli archi) di tutti i personaggi, prima e durante la trama, e poi uso queste informazioni per farli parlare. In questo modo, ognuno di loro ha delle motivazioni solide per i comportamenti che ha; in più, accennando a una storia pregressa che però non viene mai mostrata – ma solo raccontata per brevi accenni, mi pare che prendano una tridimensionalità che non riesco a dar loro in nessun altro modo.

Questa la teoria, a mio modo di vedere, della backstory. Tornando al nostro thriller, abbiamo ancora il problema del sogno. Credo che molto dipenda dall’anima che vogliamo dare al nostro svolgimento: una backstory crea uno spessore, ma la profondità dipende tutta da quale sia l’obbiettivo. Il sogno, e il modo con cui si mescola alla nostra backstory, dovrebbe essere funzionale all’obbiettivo che ci siamo dati. Serve per aiutarci a dimostrare qualcosa, ma cosa dimostrare, ahimè, è un problema che la tecnica non risolve. Io ho provato a dare una possibile interpretazione, in uno dei commenti. Certo, non è l’unica e nemmeno la migliore.

E voi, come la pensate?

Thriller paratattico n. 37: giocare con le ombre


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La settimana scorsa abbiamo preparato la backstory. Abbiamo lavorato alla cieca e in maniera assai poco organica, mettendo insieme delle fotografie e non l’arco dei vari personaggi. Come risultato, l’esercizio non è risultato subito comprensibile; la cosa era prevedibile, ma spero che questo ci permetta comunque di raggiungere un risultato questa settimana. Per fare le cose fatte bene, avremmo dovuto integrare questo lavoro fin dall’inizio nella stesura della traccia della storia. Però dobbiamo limitarci a fare un esercizio, non è questo il posto per stendere romanzi veri.

Seconda puntata: lavorare in tre dimensioni

È giunto il tempo di usare tutto il materiale che è stato preparato: abbiamo molte informazioni di contorno tra parenti, amanti più o meno disillusi, dentisti e così via. Siete liberi di pescare da tutto quello che è stato inventato, che ne siate gli inventori o meno. Lasciate che tutte queste storie di contorno proiettino le loro ombre sulla nostra trama principale e che le forniscano quella tridimensionalità che di solito si fa così fatica a ottenere. Naturalmente, è obbligatorio riferirsi alla nostra backstory solo per allusioni. Accenni che non devono spiegare cosa ci sia “dietro”, ma solo suggerirlo. Come diceva Tenar da Helgaldo:

Per poterci lavorare il trucco è: la backstory devi costruirtela (e noi abbiamo cercato di farlo mercoledì scorso, ndr), rimanere coerente, ma mai, mai narrarla per intero.

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Buona scrittura a tutti e arrivederci a domenica, per la votazione finale.

 

Thriller paratattico n. 36: una prospettiva diversa


foto_luna_horror

 

La settimana scorsa, da Helgaldo, abbiamo discusso sull’importanza della backstory e sul fatto che sia necessario non raccontarla, ma solo accennarla per allusioni. Qualcuno (prendetevela con l’autrice del commento) ha chiesto di farne un esercizio. Sul tema faremo quindi due thriller: questo e quello di mercoledì prossimo.

Prima puntata: preparare la backstory

Oggi prepareremo il terreno: scriveremo tutto il contorno di una storia che, finora, abbiamo sviscerato in lungo e in largo, ma solo sul sottile filo della trama. Non siamo (quasi) mai andati oltre a quello che Helgaldo ci ha raccontato. Vi invito quindi a scrivere il thriller da una prospettiva diversa; quando posterete il vostro svolgimento, naturalmente, dovrete dire quale sia il personaggio che state utilizzando.

Per aiutarvi nel compito vi allego una lista di possibili “narratori”, ma sentitevi liberi di aggiungerne:

  • Un membro della famiglia;
  • Il miglior amico/a;
  • Qualcuno/a che ami la protagonista;
  • Un/una collega;
  • L’antagonista;
  • Un mentore;
  • Uno psicologo;
  • Il valutatore di un ufficio personale/di un’agenzia di collocamento;
  • Un figlio/a o un parente giovane;
  • Il cane/gatto/animale da compagnia;
  • Qualcuno che abbia incontrato la protagonista a uno “speed date”.

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Buona scrittura a tutti e arrivederci a mercoledì prossimo, con la conclusione dell’esercizio.