È tutto buio, qui attorno


Joy Williams: Why Writers Write

http://www.brainpickings.org/index.php/2012/11/01/joy-williams-on-why-writers-write/

“A writer loves the dark, loves it, but is always fumbling around in the light.”

***

Sì, certo, come no? Quante volte me lo sono sentito ripetere? L’ho trovato scritto in mille salse, e ciascuno ha preteso di darmi la sua specialissima ricetta. Tutti sicuri di essere gli unici depositari della Soluzione Finale. Dieci Passi Fondamentali per Sconfiggere il Blocco dello Scrittore. Scrivere una Storia in Tre Semplici Mosse.

Fottetevi. Fottetevi tutti.

Con che coraggio mi si può dire di andare avanti con la narrazione quando brancolo nel buio? Lo scrittore è uno che getta luce sulle cose. Sulla vita. È uno che pretende di illuminarne gli angoli più riposti, quelli che tutti gli altri hanno paura anche solo di nominare; come posso scrivere se mi si è spenta la lampada? Non c’è luce, qui. È tutto buio e io ho paura. Paura di muovere un passo. Paura di muovere una mano.

Non mi muovo perché non vedo niente. E non vedo niente perché non mi muovo.

Paura persino di respirare: se riempio i polmoni, ci sarà più luce? In che modo ho respirato, tutte le volte che ho scritto? Forse non lo sto più facendo allo stesso modo. Forse non lo sto più facendo e basta; me ne sono dimenticato da così tanto tempo, ormai, che la respirazione è stata derubricata dagli atti involontari. Devo pensare in continuazione alla cassa toracica e alle due spugne che contiene. Riempile. Svuotale. Riempile. Svuotale. Ma io non me ne sono ricordato mai, ecco la triste verità. Ho il petto pieno di niente; zero ossigeno, dentro. Forse è questo il motivo per cui tutto è così buio. Mi sento bruciare giù per la gola, e magari è solo fame d’aria. Ma ho paura ad aprire la bocca: cosa potrebbe uscirne?

La cosa più spaventosa è questo buio ovattato, stretto come una benda sugli occhi e lasco come una notte senza luna. E senza stelle. E senza niente. Totalmente trasparente in un universo vuoto. Non riesco a vedermi neppure la punta del naso, figurarsi le mani. Tutto quello che è al di là del pensiero sembra essersi dissolto. Mi sento prigioniero di una ragnatela di cristallo; eppure il cristallo è fragile, si rompe con nulla. Magari potrei sentire il sottile lampo delle crepe che lo percorre, ribrezzevole sfaldamento di piani. Muovo un dito.

Si sarà mosso? Io l’ho sentito muoversi. Da dentro. Da fuori, nulla: né un rumore, né altro. Se davvero ha cambiato la sua posizione, allora esiste uno spazio; allora esiste un tempo. Frullo le dita nel vuoto che mi circonda, prima una mano e poi l’altra, le frullo come se dovessi farci chissà cosa, con quelle falangi e le nocche e le unghie che non raspano niente. Se le dita funzionano, perché non il resto?

E se non funzionasse? Se fosse un’illusione? Fermo le dita e sposto una mano. Ho una faccia, credo, da qualche parte, e la mano si sposta, credo, verso quella parte, la muovo piano perché non so davvero se ci credo, che prima o poi, da qualche parte, ci sarà un contatto. Pelle su pelle. Falange su naso. Palmo su labbra. Tic, tac, tic, tac. Passano i secondi e non accade nulla. Quanto può essere lontana una mano dalla faccia? Un metro, un chilometro? Un’ora, un minuto? Oppure solo sessanta secondi? Ché sembra uguale, ma basta pensarci per scoprire che non è mica la stessa cosa.

Non succede nulla. Allungo anche l’altra mano, nel vuoto, nel buio. Voglio crederci; credere di essere solo, in questa pece inconsistente. Di esistere. Di avere il Potere della Parola, che è l’ultima cosa  che mi rimane.

Sono io. Io, solo io. Comando nel mio universo. Perché sono scrittore, e sono padrone. Le labbra si tendono e gonfiano la guancia in una smorfia vittoriosa. Adesso so come fare. È facile, dopotutto, e l’avevo anche già letto, da qualche parte. Basta la mia voce. Grido, in questo spazio senza eco: “La luce, sia”.

***

Vedi tutti i Consigli di scrittura di grandi autori

Animali bizzarri: lo Schepsivorum vulgaris


Anche questa è una storia su richiesta. Helgaldo, ma forse dovrei meglio dire il Signor Helgaldo Burshevac de la Frontera Ciakoskij, di “da dove sto scrivendo”, mi ha sfidato a singolar tenzone, chiedendomi di “scrivere un racconto dove una persona davanti alla pagina bianca si dimostra un grande pensatore, ma quando inizia a scrivere ciò che pensa i suoi pensieri svaporano e si ritrova davanti a una pagina bianca. Mo’ voglio vedere come lo scrivi…”.

Caro Helgaldo, eccoti accontentato: tu non lo sai, ma hai uno schepsivoro che ti gira per casa, grasso e indisturbato…

***

photo credit: Jellyfish via photopin (license)

photo credit: Jellyfish via photopin (license)

So che non ci crederete mai, ma io ho scoperto un nuovo animale; sono certo che molti di voi, pur senza essere mai riusciti a vederlo, dopo questa lettura capiranno di averne uno in casa. Il fatto che sia quasi trasparente, e sottile come una foglia, gli permette di mimetizzarsi nell’ambiente che predilige: le stanze adibite a studio, le librerie e in particolare i blocchi per appunti, tra le pagine non ancora scritte.

È un buffo animaletto, delle dimensioni di una moneta da due euro, che ricorda le meduse per via di alcuni tentacoli quasi piumati che sporgono, ma che è talmente leggero da poter cavalcare un refolo d’aria. Estremamente morbido e malleabile, adattato a ciò dalla sua attività predatoria preferita, è però incapace di fare del male a una mosca perché non ha una bocca; dopo essere riuscito a catturarne uno mi sono domandato senza successo per molte settimane come facesse a sopravvivere finché un giorno, trovandomi fuori casa, sono stato colto dall’illuminazione: si nutre di pensieri e di sogni.

Per via di questa sua abitudine culinaria l’ho chiamato schepsivorum vulgaris, anche se so che non potrò reclamare la mia scoperta presso la comunità scientifica perché nessuno crederebbe mai a questa storia. E comunque nessuno sarebbe in grado di scriverci un libro, avendone uno nei paraggi. Il segno più evidente del suo passaggio sono gli scarabocchi: quelli che facciamo sulle pagine bianche, in attesa di riuscire a trascrivere quell’idea brillante che avevamo avuto solo pochi istanti prima. O di scrivere almeno un’idea, la prima che venga. Noi crediamo di disegnare, e invece quello non è altro che il termine del processo digestivo dello schepsivoro, che si sta rimpinzando di tutto quello che ci passa per la testa.

Uno degli esemplari più grossi che mi sia capitato di vedere l’ho trovato a casa del Signor Helgaldo Burshevac de la Frontera Ciakoskij, che qualcuno chiama Hell e che la moglie, con santa pazienza, chiama Aldo. Là, acquattato nel suo studio, c’è uno schepsivoro obeso, nutrito di tutti i geniali pensieri del suo ospite. L’ho potuto vedere proprio perché, essendo sovrappeso, è meno lesto nei movimenti e quasi per nulla trasparente.

Dopo una lunga e dotta dissertazione tra Helgaldo Burshevac de la Frontera Ciakoskij e me, a proposito degli scopi immediati e degli scopi reconditi delle simbologie introdotte in una scena di un romanzo, l’ho sentito fare grandi proclami per la scena madre di un thriller che, a suo giudizio, avrebbe fatto impallidire Hitchcock. Io, seduto timidamente in un angolo, seguivo i pindarici voli della sua costruzione tra damigelle sperse a Montmartre, ubriaconi violenti, donne legate e gettate nella Senna, fino a una incredibile soluzione finale. Ancora eccitato dal fuoco dell’immaginazione, l’ho visto sedersi alla scrivania mentre da un angolo alle sue spalle faceva capolino lo schepsivoro, che aveva ben fiutato l’odore della preda.

Helgaldo è rimasto lunghi, interminabili minuti immobile, davanti al foglio bianco. Cercando una concentrazione che non poteva avere ha riempito un lato del foglio di bizzarri ghirigori, mentre l’animaletto quasi baluginava nella penombra per la soddisfazione di tanto lauto pasto. Helgaldo, preso dallo sconforto, si è voltato verso di me; in quell’istante è uscito dal campo d’azione dello schepsivoro e la trama che aveva immaginato è tornata a illuminarsi nella sua mente; raggiante, ha preso la penna è si è tornato a chinare sulla scrivania. Lo schepsivoro, nel suo piccolo, deve aver ringraziato la fortuna che gli aveva fornito pure il dessert. Infine, dopo essersi nutrito a sazietà, ha lasciato la sua presa e Helgaldo è finalmente stato capace di mettere qualche parola sulla pagina ancora intonsa.

Ormai, però, la sua ispirazione era nella pancia dello schepsivoro e lui non è riuscito a fare altro che infilare qualche frase di senso compiuto. Una piccola fiera del piattume e della paratassi, che poi ha preteso di girare a noi, suoi allievi, come base per degli esercizi di stile. Io ho annuito triste, già immaginando che sarei stato destinatario di quel fallimento tramutato in medicina. Ma non ho avuto cuore di segnalare la piccola bestiola, ben sapendo la fine cui l’avrei condannata.

Lo schepsivoro che avevo in casa mia, invece, l’ho catturato e tenuto in un barattolo per molti mesi, al fine di studiarlo. Ma ha sofferto, poverino, del fatto che lo avessi spostato dalla scrivania dove scrivo alla poltrona sulla quale mi siedo per guardare la televisione: lì aveva ben poco da mangiare, e anche di pessima qualità. Dopo quella dieta da fast-food l’ho visto rimpicciolirsi, fino al giorno in cui, rincasando, ho trovato il barattolo aperto e non l’ho visto più.

P.S.: A riprova del fatto che questa è una storia vera, potete godere anche voi del processo digestivo dello schepsivoro delle geniali idee di Helgaldo inventando la vostra versione del suo thriller paratattico (per esempio qui, qui o qui) in una delle sue incredibili e strabilianti versioni.

***

Queste storie sono scritte su richiesta dei lettori. Richiedine una o leggi quelle già scritte in Dimmi che storia scrivere.

Panico da foglio bianco


photo credit: Lograi via photopin cc

photo credit: Lograi via photopin cc

Susan Orlean on Writing

http://www.brainpickings.org/index.php/2013/03/12/susan-orlean-on-writing/

“You have to simply love writing, and you have to remind yourself often that you love it.”

***

La neve scendeva in larghi fiocchi leggeri, al di là del vetro.  Michele, seduto alla scrivania, non riusciva a staccare gli occhi da quell’immagine ipnotica: il bosco di abeti, imbiancati fino a diventare grossi coni di carta, le montagne sullo sfondo, a malapena visibili, e quei batuffoli candidi, cullati dal vento, avevano risucchiato del tutto la sua attenzione. Il lieve crepitare del camino, il gioioso calore e il profumo di legna bruciata che spandeva la fiamma, poi, erano il perfetto complemento che lo aveva così velocemente invitato all’ozio.

Eppure non era per quello, che era andato lì. Aveva scelto quella baita proprio perché era così fuori mano: voleva una settimana tutta per sé, senza scocciature ma soprattutto senza scocciatori. Voleva il silenzio, per potersi concentrare con calma. Aveva fatto una spesa corposa, per non avere necessità di mettere il naso fuori dalla porta neppure per dover comperare mezzo litro di latte. In quella baita doveva esserci solo lui. La sua penna. E quegli orribili rettangoli bianchi su cui si pretende che ci si scriva.

Aveva staccato gli occhi con fatica dallo spettacolo che andava in scena tutto attorno, Michele, solo per trovarsi a fissare con odio un altro fazzoletto bianco. Statico. Immobile e beffardo. Lo guardava con orrore: sapeva che avrebbe dovuto scriverci su qualcosa, ma la sua mente aveva adottato la tattica del camaleonte ed era diventata una tabula, bianca e rasa, sulla quale non si sarebbe scorta uno straccio di idea neppure con un microscopio elettronico. La carta sembrava che avesse acquisito una specie di potere magnetico repulsivo, capace di far volare via dal suo cervello quella immaginazione di cui andava tanto fiero e che sfornava magnifiche idee a ripetizione.

Incipit da favola. Chiusure fenomenali. Giochi di parole da bava alla bocca. Avevano tutti in comune un solo, spiacevole, particolare. Gli venivano mentre era in coda alla cassa del supermercato. Oppure con la pistola della benzina in mano, al self, mentre dietro un energumeno frettoloso lo guardava così storto, da sentire il suo sguardo puntuto infilarglisi tra le costole. Poi la realtà, come il mare sulla sabbia, sommergeva la sua mente e, arrivato a casa davanti a un foglio, tutto era irrimediabilmente sparito. Cancellato. Talmente opaco da diventare banale.

C’è chi considera la scrittura un’arte. Chi solo un lavoro. “La scrittura per me è fonte di una gioia indicibile”, “esce dalla mia anima come un razzo”, “basta mettersi alla tastiera e sputare sangue”. Ogni grande scrittore aveva detto la propria, senza per questo rendere la cosa più facile o indicare una via davvero percorribile per scrivere qualcosa per cui la gente facesse la fila. Michele amava la scrittura, questo era fuori di dubbio, ma era anche certo del fatto che il sentimento non fosse affatto corrisposto. Al più poteva esserci una tiepida simpatia, ecco tutto.

Se però il talento poteva fargli difetto, la volontà di certo non gli mancava. Prese la penna con nuova e più determinata risoluzione: dopotutto nessuno avrebbe preteso da lui che fosse il nuovo Shakespeare. Sarebbe andato bene anche qualcosa di più normale.

Tanti saluti da Moena e buon anno a te e famiglia.

Michele guardò soddisfatto la cartolina: forse non era proprio un pensiero originale, ma anche Joyce aveva ripreso in mano l’Odissea, no?

***

Vedi tutti i Consigli di scrittura di grandi autori