La vita è come un fiume


La vita è come un fiume: a volte troviamo le rapide, che ci sballottano a destra e a sinistra senza che noi si sia in grado di opporsi. A volte addirittura una cascata: un momento e voliamo giù, senza un appoggio, poi arriviamo in fondo ed il paesaggio è del tutto cambiato. Forse ci siamo rotti qualche osso, oppure il cuore. Forse siamo stati fortunati e non abbiamo neppure un graffio. Però la nostra vita è diventata un’altra cosa rispetto a quella che avevamo avuto fino a solo cinque minuti prima.

Ed era così anche per Mario: le rapide della relazione con Lucia; la corrente sempre più forte lo aveva portato alla cascata della bancarotta. Un momento di calma e poi la sua esistenza era stata stravolta un’altra volta: aver smascherato il traffico di droga gli aveva dato la forza e la credibilità necessari per sbugiardare quegli usurai della banca. Ora le acque sembravano essersi calmate; ma la vita è come un fiume e, forte o piano che spinga la corrente, c’è una cosa che invariabilmente succede: che ti porta sempre avanti, fino al mare.

Senza sapere cosa avesse ancora in serbo per lui il fiume della vita, Mario decise che comunque era meglio approfittare di questo momento: le cose sembravano andare per il verso giusto senza apparentemente dover fare sforzo alcuno. Lasciando passare troppo tempo, sarebbe stato complicato far valere quel minimo di popolarità e credito di cui godeva adesso.

Così decise di tornare presso la stessa banca certo che, ora, non avrebbero potuto che trattarlo con i guanti. Non voleva tornare a dar fastidio a suo padre, impelagato con il commissario fallimentare, ma conosceva bene il ramo e avrebbe potuto giocare delle carte importanti anche senza fargli concorrenza. Avrebbe sfruttato le sue conoscenze presso i vecchi clienti per mettere loro a disposizione un’agenzia di servizi di tipo creativo: spesso li aveva sentiti lamentarsi del fatto che era fatica tirare fuori delle idee nuove e che si finiva per fare sempre le stesse cose, finendo per compiere gli stessi errori.

Conosceva diversi ragazzi più o meno coetanei che non avevano l’indole dell’imprenditore, ma che con una matita in mano o davanti a un computer facevano meraviglie; il primo della lista era proprio Filippo, suo amico fin dall’infanzia. Riuscì a coinvolgerli e a fondare una nuova società. La sua, società.

Non era più sulle spalle di nessuno, anzi, ormai sosteneva lui tutto il peso sulle proprie. Per evitare di perdersi dietro ai pensieri sbagliati si gettò a capofitto nell’impresa: anima e corpo. Non c’erano sere libere. Non c’era sabato o domenica. Anche la notte era fatta più per lavorare che per dormire.

I risultati, come immaginava, non tardarono ad arrivare: sul fatto che il lavoro pagasse sempre, lui non aveva la minima ombra di dubbio. Nel giro di un paio di mesi le cose avevano ripreso a funzionare a pieno regime ed era già riuscito a strappare una bella fetta di mercato ai concorrenti, tenendo i prezzi bassi pur di riuscire ad entrare e a costruirsi una clientela. La crisi imperante non aveva certo semplificato le cose, ma aveva comunque creato delle condizioni diverse dalle precedenti: con intuito e fortuna era riuscito a ritagliarsi spazi dove nessun altro aveva osato avventurarsi.

Verso Natale, quando tutti tirano il fiato, Mario era ancora a testa bassa sulle sue carte. Solo che non era certo un superuomo e la fatica cominciava a sentirla anche lui. Di più: cominciavano a vederla anche i suoi collaboratori. Così Filippo, che era quello che aveva più confidenza e che poteva permettersi più di altri di andare sul personale, una sera che erano rimasti soli in ufficio cercò di convincerlo:

“Mario, posso entrare?”

“Certo Filippo. Vieni pure. Stavo preparando il preventivo per la campagna di quelli dei vestiti.”

“Lo sai che giorno è, oggi?”

“Ma certo… Aspetta… È il 15. Mercoledì. Perché?”

“Perché mancano 10 giorni a Natale.”

Mario lo guardò perplesso. “E quindi?”

“E quindi tutti staccano e si riposano. Mi sembra che tu ti sia dato da fare già abbastanza, non trovi? ”

“Filippo, stiamo partendo: i clienti vanno coccolati e devono pensare che siamo più presenti degli altri.”

“Mario, siamo ancora piccoli. E quindi in pochi. Se per il troppo lavoro ti si abbassano le difese immunitarie e ti buschi un’influenza, per noi sono casini. Non credi che sia meglio rallentare un po’?  Giusto per avere un po’ più certezze di non avere altri problemi? ”

“Va bene. Ma…”

“No. Niente ma. Adesso ti prendi una serata libera, altrimenti sono io che comincerò a preoccuparmi. Una sera. Cosa ti costa? ”

“Niente.” rispose Mario, non ancora convinto.

“Esatto: niente. E poi tiri un po’ il fiato: tanto nessuno lavora fin dopo la Befana, praticamente. Abbiamo appena iniziato e non abbiamo ancora il problema di centrare i budget annuali: godiamoci il momento. Purtroppo ci saranno altre occasioni in cui dovremo tirare come e più di adesso.”

Sorrise all’amico. Dopo tutto non aveva torto: forse una sera libera avrebbe potuto anche prendersela.

“Anzi, facciamo così.” proseguì Filippo, “Sabato sera vado ad una festa con Adriana. Perché non vieni con noi? ”

“Non una dei Lions, spero.”

“No.” disse l’amico, ridendo, “Però è sempre una festa di beneficenza. Siamo sotto Natale, e adesso le feste hanno tutte quest’etichetta. Con quest’aria di crisi che c’è in giro, andare a divertirsi e basta pare brutto, evidentemente.”

***

L’ufficio si era arricchito di un ulteriore quadro: una specie di reinterpretazione di Fontana, dove tagli di colore rosso sangue striavano uno sfondo blu cobalto. Giovanni Franceschi era assorto davanti alla tela quando suonò il telefono.

“Pronto.”

“Signor Sindaco, ho qui davanti un fattorino della Cassa di Risparmio con una busta da consegnarle personalmente. Vuole che lo faccia passare? ”

“Va bene, Alberta. Fallo entrare.”

La porta si aprì dopo pochi secondi. L’uomo si fece avanti e consegnò ossequioso la busta. Franceschi, senza ringraziarlo né salutarlo, fece un gesto con la mano indicando che poteva andare.

Quando la porta si richiuse, sorrise. Prese il tagliacarte ed aprì la missiva. Sapeva perfettamente cosa contenesse, ma vedere l’intestazione gli procurò comunque un brivido di soddisfazione. L’oggetto recitava: «Estratto conto», mentre il destinatario originale era Mario Girotti.

***

Mario sapeva che le feste non erano il suo ambiente. Non sopportava il balletto di salamelecchi vari con i quali le persone interagivano in quelle occasioni. Nondimeno si era fatto trascinare, ancora una volta. E si era trovato, ancora una volta, a bere un calice di prosecco in compagnia del suo riflesso su un vetro, mentre cercava di scorgere qualcosa nel buio della notte che avvolgeva la villa.

Dalla sala a fianco proveniva il suono festaiolo di una musica caraibica; incuriosito, aveva passato molti minuti ad osservare le coppie roteare impegnate in figure di salsa sempre più complicate, come se fosse in atto una gara per stabilire chi fosse il più bravo. Poi si era stancato anche di quello, ed aveva cominciato a vagare per la festa, salutando di tanto in tanto le poche persone che conosceva.

Alla fine era capitato in una saletta appartata dove c’erano diversi divanetti ma ben poche persone. In un angolo c’era ancora un tavolino pieno di bicchieri di carta e piattini vuoti, accatastati l’uno sull’altro. La tovaglia di carta mezza bagnata e l’odore dolciastro nell’aria erano gli ultimi segni lasciati da qualcuno che doveva aver rovesciato una bottiglia. In un angolo c’era una coppia, intenta più a scambiarsi effusioni che non a fare due chiacchiere; vicino alla finestra, invece, una ragazza. Con quella chioma di boccoli rossi, era impossibile confonderla con qualsiasi altra. Si chiese solo per un istante se stesse facendo la cosa giusta; ma quella, per lui, non era una ragazza: era la calamita che aveva dato una direzione alla bussola della sua vita.

Si avvicinò alle sue spalle e disse: “Una bella noia, no?  Ho visto che anche tu ti diverti un sacco, qui. Quasi come me.”

Non avrebbe mai più dimenticato l’espressione di quegli occhi verdi, quando si voltò di colpo.

“Come mai da queste parti? ”

“Sempre per colpa di Filippo. Solo che questa volta ha portato fuori me a prendere una boccata d’aria. E tu? ”

“Sono venuta a prendermi qualche ora di relax da mio padre. Per pensare bene a cosa voglio dalla vita e a cosa dovrei rinunciare se rimango sotto le sue ali.”

Lui le sorrise, felice come non si sentiva da tempo. Si parlarono come se avessero continuato a vedersi tutti i giorni e non ci fosse una grande necessità di ragguagliarsi a vicenda sulle vicende degli ultimi mesi. Poi, come se nulla fosse, si sedettero su uno dei divanetti. Sempre più vicini. Sempre più intimi. Fino al momento in cui non era più ora di parole, ma di contatti e sensazioni. Odori e sapori.

***

Il ragazzo, al solito, non domandò permesso e non chiese di essere annunciato; entrò diretto nell’ufficio del signor Sindaco. Franceschi alzò gli occhi dal giornale che stava leggendo in attesa del suo arrivo. “Ho una cosa da raccontarle”, aveva solamente detto al telefono chiedendo di poter salire da lui.

“E allora? ” domandò con tono rabbioso ma titubante: se c’era una cosa che non gradiva, erano proprio le sorprese.

A fissaziuni jè peggiu da malatìa: il picciotto è tornato alla carica con vostra figlia, ieri sera.”

“Girotti? ”

“Sì.”

“Ancora lui!  Non gli è bastata la lezione dell’altra volta? ”

la serpe bieca ti sfida a tenzone:
vampa di fuoco soffiata dal drago

Franceschi si alzò di colpo dalla poltrona, sbattendo il giornale sulla scrivania.

“E ’mo ha rotto i coglioni. Non gli è bastato far fare la fame a suo padre. No: ha voluto fare l’eroe. E poi è tornato a sfidarmi. Gli caccerei una pallottola in gola, ma non voglio farne un martire del cazzo. Adesso allora lo copriamo di merda.” Il sindaco tirò su il telefono e chiamò la segretaria. “Alberta, per cortesia, mi chiami il direttore del giornale.”

Poi, come se gli fosse sovvenuta un’idea ancora migliore, Franceschi stirò un sorriso diabolico su metà volto, cioè sulla parte che non era impegnata a trattenere il sigaro. Portò due dita sul cilindro di tabacco e diede una bella tirata profonda. Abbassò la voce e disse:

“E tu mi fai questo favore. Vai da ’u gattu, e ti fai dare due panetti da un chilo di cocaina: questi, li devi portare…”

Il ragazzo ascoltò gli ordini e subito dopo sparì, ubbidiente.

***

Leggi le altre puntate del romanzo breve: “non Fermarti Prima della Spiaggia”

Risali la corrente


Due passi aiutano sempre a schiarirsi le idee. Mario lo sapeva bene e si era tenuto un’oretta libera per passeggiare nel parco; il cielo azzurro, striato da grandi cirri candidi, era lo sfondo ideale per le esplosioni gialle e rosse delle foglie degli alberi. Il suo corpo era ancora dolorante per le ultime vicissitudini e muoversi l’avrebbe aiutato a recuperare più velocemente; inoltre voleva staccare la mente dal problema che lo stava attanagliando negli ultimi giorni. Bisognava lasciare che il cervello trovasse da solo, senza l’assillo di un pensiero cosciente, le relazioni tra i fatti: lui sentiva che c’era un’evidenza, nascosta in un particolare, che avrebbe reso tutto ovvio. Bisognava solo trovarla.

Suo padre aveva passato l’ultima settimana a raccogliere tutte le carte possibili che dimostrassero i rapporti intercorsi tra lui e la banca. Oltre a questo, aveva scritto un memoriale nel quale tracciava tutti i rapporti avuti con Franceschi e per i quali non c’era documentazione, ma solo tracce: telefonate, visite al suo ufficio e così via. Infine, nel memoriale aveva anche trascritto l’argomento di discussione e tutti i particolari che fosse riuscito a ricordare, per quanto insignificanti potessero sembrare.

Aveva allertato lo studio Liberatori che da sempre li aveva seguiti, certo che non avesse legami con Franceschi; le ricerche di Andrea avevano comunque confermato velocemente le sue impressioni sui legali. L’avvocato li avrebbe aiutati a smascherare quei furbacchioni della banca. Li ricordava bene, tutti in parata con i loro avvocati: giurò che avrebbero rimpianto amaramente quella scelta.

Dopo un paio di chilometri, mentre era intento ad osservare un merlo, la sua mente cominciò finalmente ad imboccare la via giusta: c’era qualcosa di strano nella maniera in cui si erano gonfiati gli interessi. C’erano state molte spese, ed era cresciuto anche il capitale. Nondimeno, gli interessi si erano gonfiati in modo anomalo. Di colpo gli sovvenne una di quelle nozioni universitarie che nella vita poi si tendono ad accantonare: era un nome strano, che iniziava per “A”.

Se lo sentiva lì, sulla punta della lingua. Aveva a che fare con il calcolo degli interessi ed era sempre stato illegale; solo che le banche avevano continuato imperterrite ad applicarlo ed erano servite fior di leggi per farle smettere, ma soprattutto per salvarle dalle cifre che avrebbero dovuto risarcire.

Ecco qual’era, il termine. La manata sulla fronte che si era dato all’atto di ricordarlo aveva spaventato il merlo, che volò via in un frullar d’ali. Anatocismo: il calcolo degli interessi sugli interessi. Bisognava riprendere in mano gli estratti conto e le comunicazioni e poi spulciarle fino a comprendere che razza di calcoli avesse fatto la banca. Avevano fatto male a fidarsi: il fatto che spedissero su carta intestata non li rendeva meno filibustieri dello strozzino dei bassifondi. Ormai ringalluzzito dall’aver trovato uno spiraglio, Mario si voltò e si incamminò di buona lena verso casa. Non vedeva l’ora di rientrare e mettere le mani sulle carte.

***

Lo studio dell’avvocato Liberatori era austero: tutto mogani e legni antichi, comunicava fin dal primo sguardo che quello era lo studio di famiglia da tre generazioni e che la Legge, con la elle maiuscola, avrebbe trovato lì piena applicazione per dare soddisfazione a chi avesse ricevuto un torto. Ad entrambi i lati della vecchia scrivania si trovavano le due generazioni che si stavano passando il testimone: da un lato il vecchio avvocato Liberatori e suo figlio, che stava prendendo le sorti dello studio, e dall’altra Mario e suo padre.

“Vede, signor Girotti” stava dicendo Liberatori il vecchio al padre di Mario, “le carte che ci ha consegnato sono piuttosto eloquenti. Per scrupolo le abbiamo fatte valutare anche da un organismo indipendente, che ha raggiunto risultati imprevisti anche da noi: la banca ha applicato interessi e more non dovute per oltre 150.000 euro. Questo significa che saranno tenuti a versarvi questa somma, sulla quale saremo più precisi nel momento in cui ci daranno i calcoli finali.”

Mario ed il padre si guardarono. Era una somma quasi spropositata, per la situazione finanziaria attuale; avrebbero potuto risolvere un bel po’ di grane e ripartire subito, posto che il tribunale fosse stato veloce nella sentenza tanto quanto lo era stato per il commissariamento. L’avvocato continuò:

“Ma la cosa più incredibile è che gli interessi applicati erano già molto alti. Troppo alti: al limite del tasso di usura, così come definito dalla Banca d’Italia. Sommando a questi gli effetti dell’anatocismo e delle more non dovute, si supera abbondantemente questo limite. La cosa fondamentale, in questo caso, è che il reato cambia specie: per l’anatocismo siamo nel civile, superando il tasso di usura sconfiniamo nel penale. Questo significa un processo forse un po’ più agevole per voi e l’obbligo di depositare una denuncia in Questura. Il funzionario che ha firmato le autorizzazioni si troverà una brutta gatta da pelare; per quanto ho avuto modo di vedere, il nostro uomo dovrebbe essere addirittura il direttore.”

“Bene!  Lo sapevo che non poteva finire così.” disse Mario a voce alta e sbattendo il pugno sul tavolo.

Gli altri tre lo guardarono impietriti, poi l’avvocato concluse: “Adesso lasciamo che i ragazzi finiscano di preparare le carte per la denuncia. Noi, se vuole, ci possiamo accomodare di là nel salottino: mia moglie ha preparato dell’ottimo rosolio che vorrei farle assaggiare…”

***

“E bravo il nostro supereroe.”

“È inutile che sfotti, caro mio. Lo sapevo che la legge mi avrebbe dato ragione: l’Italia sarà un paese strano, con tutti i difetti che vuoi, ma ci sono ben dei giudici a Roma.”

Andrea aveva staccato di un centimetro il telefono dall’orecchio: Mario era sovreccitato, come al solito, ed aveva finito per usare un tono fin troppo alto. Però era felice di vederlo così carico: ce ne sarebbe voluta di più di gente così, pensò.

“E adesso, Mario, cosa pensi di fare? ”

“Domani andremo a depositare la denuncia. E poi, mentre la giustizia fa il suo corso, pensavo di dare anche una corsia preferenziale all’azione.”

“Cioè?  In che guaio ti vuoi cacciare, adesso? ”

“Non preoccuparti: nessun guaio. Però volevo tornare a fare visita ad una bella ragazza.”

“Non fare il finto tombeur de fammes. Sei lì che muori dietro a Lucia: chiunque altra non avrebbe la minima possibilità.”

“È vero; però sono innamorato, mica cieco.”

“Sarà… e chi sarebbe, questo spreco di bellezza? ”

“La giornalista. Quella che mi ha intervistato.”

“Quella? ”

“Mi era sembrata molto affascinata da me e dalla mia storia. Perché non dovrei approfittarne un po? ”

“Sentilo, mister giustizia.”

“Non faccio mica nulla di male!  Solo che un paio di titoloni sul giornale magari servono da lubrificante, ecco. Giusto per andare via più lisci.”

“Stai solo attento a non scottarti: i giornali, ma soprattutto i giornalisti, devono essere maneggiati con molta cura.”

“Lo so: ho visto già cos’è successo quest’estate. Però qualche articolo che metta sotto pressione la banca ed il direttore penso di poterlo anche fare. Sempre facendo attenzione a non diffamare…”

“Così mi piaci: facendo attenzione. Senti, io adesso devo proprio andare. Mi raccomando: tienimi informato! ”

“OK capo.”

“Ma vaff…” Andrea chiuse la comunicazione a metà del saluto finale. Mario sorrise e poi infilò il telefono in tasca.

***

Terremoto alla Cassa di Risparmio

dalla prima – Dopo le recenti rivelazioni di questo giornale, ed in seguito all’avviso di garanzia per Ernesto Totti, direttore della sede centrale, anche il Presidente della Fondazione Pierpaolo Serbelloni Mazzanti ha rassegnato dimissioni irrevocabili. “Lascio perché la magistratura possa svolgere il proprio compito senza interferenze di nessun tipo. Sono sempre stato uomo delle istituzioni e lascio certo di non aver commesso nessun crimine.

alzati eroe, pugna per la vita
la nuova spada affilare dovrai

Mario lesse soddisfatto il giornale. Poi lo ripiegò, con calma. Adesso che anche questo era fatto, bisognava passare alla fase successiva.

Nella sua lista mentale ripassò i tre punti che si era prefissato come obbiettivi: il primo riguardava la vendetta verso Franceschi e verso la banca. Avevano commesso uno sbaglio, pensando di affossarlo con i debiti. Soprattutto pensando che bastasse questo per toglierlo di mezzo. Ora stavano scoprendo che le cose non erano semplici come avrebbero potuto sembrare.

Al secondo posto c’era il lavoro. Nonostante la notorietà dell’azione a Favignana, nonostante la ribalta dell’azione contro la banca, lui si ritrovava ancora disoccupato. Come aveva già anticipato ai giornali, aveva in mente una idea ben precisa: voleva far nascere una ditta avveniristica. Aveva lavorato a lungo con prodotti materiali: carta, inchiostri, prodotti fotografici. Adesso era ora di saltare la barricata e lavorare sulle idee: voleva essere lui a condurre le danze. D’ora in avanti non sarebbe più stato compito suo pensare come trasformare una idea brillante in un oggetto che la gente potesse tenere in mano.

Per ultima veniva lei. Lucia. Ultima solo perché così avrebbe potuto continuare ad assaporarne in bocca il dolce sapore del nome, senza l’obbligo di doversi spostare ad un punto successivo. Averla rivista gli aveva reso evidente quanto lei fosse importante per lui. Non c’erano santi: avrebbe dovuto averla. Era certo che anche lei vivesse gli stessi sentimenti; ancora una volta, il padre avrebbe dovuto capitolare.

il petto apri, mostra il tuo cuore
amore ricovera presso di te

Mario sospirò. Non aveva ancora vinto la prima battaglia e stava già cominciando a sentire il peso di tutta la guerra.

***

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Per qualcosa di più grande


“Un’ultima cosa, signor Girotti. Una curiosità personale: cosa pensa di fare, adesso?”

La cronista pose la domanda con lo stesso tono incalzante che aveva usato durante la breve intervista, appena conclusa. Dopo aver spento il piccolo registratore e messo via l’elegante quaderno in pelle per gli appunti, la donna aveva chiesto a Mario il permesso di accendersi una sigaretta e adesso aspirava avidamente frettolose boccate di fumo muovendo le piccole dita nervose sul piano della scrivania.

Sembrava totalmente incapace di rilassarsi, pensò lui, che invece si sentiva sereno e soddisfatto di sé stesso. L’altra intervista, per la TV locale, era stata molto più difficile: l’obbiettivo della telecamera aveva attirato il suo sguardo come una calamita, rendendo necessario ripetere continuamente la ripresa delle brevi risposte, concordate con il giornalista del TG sera. Il mondo della televisione, con i suoi ritmi frenetici, popolato di personaggi sopra le righe e costantemente sovreccitati, risultava del tutto incomprensibile a Mario e gli rendeva impossibile sentirsi a proprio agio.

L’approccio della stampa tradizionale, che invece lo affascinava, gli permetteva di esprimersi al meglio. E come poteva essere altrimenti, pensò: in fondo era il figlio d’arte di un tipografo, anche se la sua carriera, lungo quella strada, sembrava aver subito un’irrimediabile battuta d’arresto.

Ciò lo riportò alla domanda della donna, ancora in attesa delle sue parole. Sebbene avessero già concluso, il giovane eroe del giorno decise di rimanere sul vago, mantenendo un certo riserbo sulle proprie questioni personali.

“Ho alcuni progetti in mente.” rispose, con un sorriso di circostanza. Poi, cogliendo l’espressione di velato disappunto sul volto della giornalista, si sentì in dovere di aggiungere: “Il mercato è in una fase positiva. Molti hanno interesse ad investire, ma c’è bisogno di qualcuno che offra idee creative e le dritte giuste per realizzarle.”

“Una specie di agenzia di servizi per le imprese? ”

“Potremmo chiamarla così” concesse lui. “Mi piacerebbe fare qualcosa di utile per le persone oneste che lavorano.”

“Un giovane cavaliere senza macchia e senza paura, insomma.” civettò la donna. “Vuol dire che sentiremo ancora parlare di lei? ”

“Questo non lo so. Ma mi sento molto orgoglioso di ciò che ho fatto: assicurare alla giustizia quei trafficanti è stata un’esperienza esaltante e mi ha fatto capire l’importanza di combattere per i valori dell’onestà e della legalità.”

Lei sembrò farsi improvvisamente seria. “Lo rifarebbe, Mario? ”

Palpita sicuro l’onesto cuore
Non teme segreto, né disonore

“Senza alcun dubbio.”

Quando Mario arrivò, nel gazebo all’aperto del piccolo caffè nascosto fra i vicoli del centro, c’erano rimasti soltanto pochi posti liberi. Si affrettò a raggiungere l’ingresso della veranda, sormontata da un grazioso pergolato in ferro battuto, lungo il quale erano stati sistemati lunghi tralci di gelsomino. Il clima, ancora mite anche in quella prima settimana d’autunno, aveva convinto i gestori a lasciare le piante fuori per qualche altro giorno.

Mario si accomodò su uno dei tavolini ancora liberi, sistemandosi la sedia di metallo, che traballava leggermente sull’acciottolato della piazzetta. Una ragazza mora dall’aria triste arrivò in silenzio e lasciò cadere svogliatamente il menù, andandosene subito, senza una parola.

Lui lo prese e lo sfogliò distrattamente, osservando le figure invitanti dei dolci al cucchiaio e delle coppe di gelato: una stilettata di dolorosa nostalgia gli ricordò le prime settimane della sua storia con Lucia, quando, in quello stesso caffè, avevano concepito il progetto di assaggiare tutte le specialità a disposizione prima della fine dell’estate. Il progetto, pensò Mario incupendosi, non era l’unico ad essere fallito.

All’improvviso, fu consapevole che lei era lì, a pochi metri: non avrebbe saputo dire se, con la coda dell’occhio, avesse colto il guizzo di fiamma dei suoi capelli, mentre lei li ravvivava, scesa dal motorino, dopo aver sfilato il casco. O se piuttosto non si fosse trattata di una percezione diversa, più intima e inafferrabile ai sensi, che lo aveva avvertito della presenza di quel corpo e di quell’anima, dai quali emanavano le onde misteriose di un’attrazione a cui il suo essere non aveva speranza di sottrarsi.

Si alzò in piedi, ipnotizzato, spingendo maldestramente in avanti il tavolino con le cosce, inconsapevole dello sgraziato stridore che le gambe di ferro producevano sulle vecchie pietre. Per lui, in quel momento, l’universo si esauriva nelle sfumature di verde dei suoi occhi, che lo avevano notato e gli sorridevano dolcemente: quelle gemme smeraldine tradivano il luccichio di un’emozione intensa, alla quale tuttavia il resto del viso della ragazza concedeva soltanto un minuscolo spiraglio.

Lucia gli sorrise e si sedette davanti a lui, prendendo in mano il menù ed iniziando a sfogliarlo. Dopo alcuni istanti, nel quale l’ondata di emozione e incanto che lo aveva pervaso scemava lentamente, lasciando il posto alla freddezza della realtà, Mario si scosse.

“Dicono che hanno un nuovo frappè al cioccolato; pare che sia fenomenale.”

“Sono a dieta.” sussurrò Lucia, azzardando un’occhiata fugace al di sopra delle pagine. “Prenderò un sorbetto alla pesca. E tu? ”

“Ho lo stomaco aggrovigliato al punto tale che mi accontenterò di un caffè.”

Stavolta lei posò il menù, rinunciando almeno temporaneamente alla sua parte di schermaglie.

“Anche io mi sento strana a rivederti.” ammise, distogliendo di nuovo lo sguardo.

Lui non disse niente, limitandosi a guardarle il viso, le mani, il vestito leggero e chiaro, che metteva in risalto l’abbronzatura del collo e delle spalle, generosamente esposte. Le sembrò ancor più carina di qualche settimana prima; alla fine riuscì a dirlo, e lei sorrise di nuovo.

“Anche tu mi sembri in forma. La vita dell’eroe ti si addice.”

“Non mi definirei un eroe; e nemmeno un uomo coraggioso.” rispose Mario, improvvisamente serio. “Se lo fossi stato, sarei rimasto al mio posto, combattendo per i miei diritti, invece di urlare come un ragazzino indispettito e scapparmene con la coda fra le gambe.”

“Mi dispiace. Ma…”

“E di cosa? ” disse lui, interrompendola, con un tono calmo e sicuro che la obbligò ad ascoltare in silenzio ciò che aveva da dirle. Sembrava diverso, pensò Lucia con un angolo della mente: più maturo, e anche più triste. All’improvviso, realizzò che Mario appariva molto più adulto e profondo di quanto avesse mai pensato.

“So bene che ti ho aggredita, buttandoti addosso i miei problemi e incolpandoti di una situazione che, anche se coinvolge la tua famiglia, non è tua responsabilità affrontare.”

“Ancora con la mia famiglia…” fece lei, abbassando lo sguardo triste sulle proprie mani, intrecciate in grembo.

“È una realtà che devi affrontare, Lucia. Anzi, che dobbiamo affrontare. Perché, e lo sappiamo bene tutti e due, è questa la cosa che ci sta impedendo di amarci.”

Mario si esprimeva con calma: aveva lo sguardo limpido, sereno, e un sorriso malinconico gli illuminava il viso. Mentre parlava, le aveva preso dolcemente una mano; lei lo aveva lasciato fare ma ora, dopo alcuni istanti di silenzio, la ritrasse con altrettanta dolcezza.

Gli occhi verdi erano imperlati di lacrime, ancora troppo leggere per scenderle lungo il bel viso. La ragazza si alzò lentamente, raccogliendo le proprie cose, e girò intorno al tavolino. Mario non si mosse, non osava distogliere lo sguardo dalla sedia vuota davanti a sé: non disse niente, nemmeno quando lei, tornando indietro di pochi passi, gli posò un bacio lieve all’angolo della bocca, sussurrandogli qualcosa che lui non capì. Che non aveva bisogno di capire.

Dopo diversi minuti, appena prima che la cameriera si decidesse a ricevere le inutili ordinazioni, anche lui si alzò dal tavolino e si avviò a piedi verso la zona centrale della città.

Scorre da solo del tempo il fiume,
trascina pietre, insieme alle piume.

Camminò per un po’ senza meta, ripensando a tutto quello che si erano detti, e alle molte parole che erano rimaste lì, sospese a mezz’aria, come gocce di umidità che si perdono nel vento attendendo invano la pioggia.

All’improvviso il suo passo si fece deciso e risoluto. A testa alta, le braccia che ondeggiavano lungo i fianchi, Mario si affrettò verso una strada del centro, dove aveva sede lo studio legale a cui la famiglia Girotti aveva sempre affidato le sue pratiche.

Mentre camminava, afferrò il cellulare e compose il numero di suo padre.

“Mario! ” lo salutò lui, contento di sentirlo. “Sei tornato?  Ha sistemato le tue cose? ”

“Ciao papà. Hai tempo di fare un salto in centro? ”

“Certo ma… Perché? ”

“Ci vediamo fra mezz’ora sotto lo studio Liberatori. Porta tutte le carte della banca che hai raccolto in questi giorni.”

“È successo qualche altro casino? ” trasalì l’uomo, sentendo nominare il nome dell’avvocato.

“Ancora no.” Rispose Mario, riattaccando la comunicazione. Poi, parlando da solo, aggiunse: “Ma conto che entro breve ne succederà un bel po’.”

***

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E torna la voglia di lottare


Andrea riattaccò la comunicazione, ma invece di rilassarsi e stendersi nuovamente sul letto, rimase seduto contro il cuscino. Con il braccio sollevato a mezz’aria, teneva fisso il display del cellulare davanti al viso: il volto sorridente di Mario e la scritta rossa “chiamata terminata” campeggiavano al centro di uno sfondo psichedelico multicolore.

La telefonata era stata breve, come testimoniava il totale dei minuti di conversazione sullo schermo che, mentre lo guardava, sbiadiva lentamente, oscurato dalle impostazioni del risparmio energetico.

Posò il telefono sul comodino e si alzò dal letto, rinunciando ad ogni tentativo di abbandonarsi al sonno: nelle orecchie gli echeggiava ancora il tono euforico di Mario. Il cambiamento di umore dell’amico lo aveva sbalordito fin dal primo scambio di saluti: l’ultima volta che si erano sentiti, prima della sua partenza per Favignana, lo ricordava scoraggiato e depresso, desideroso soltanto di ritirarsi in un posto tranquillo a leccarsi le ferite.

Adesso invece gli era sembrato in un atteggiamento del tutto opposto: frenetico, eccitato, desideroso di spaccare il mondo. Pronto per tornare alla ribalta e smanioso di dimostrare il suo valore.

Si versò un generoso bicchiere di whisky gelato, che teneva a portata di mano per le occasioni come quella, quando svegliandosi nel cuore della notte aveva bisogno di schiarirsi le idee in fretta. Era stato lui a consigliare a Mario di andare a dare una mano al suo amico Barolini: quell’albergatore mezzo matto, con la sua idea di aprire un albergo nelle Egadi, gli era parso il tipo ideale per tirarlo su di morale e tenergli la testa impegnata, lontana dai guai.

La prima parte del piano, a giudicare dall’entusiasmo folle che il suo amico aveva manifestato al telefono, era riuscita alla perfezione. Ma quanto a stare lontano dai guai, neanche a parlarne. Anzi, a quel che sembrava, aveva ficcato il naso in un bel vespaio. E sembrava dannatamente contento di aver fra le mani una brutta gatta da pelare.

Con uno scatto atletico, il poliziotto attraversò il suo appartamento e accese il computer. Digitò brevemente sulla tastiera e attese il risultato della ricerca: sorrise, compiaciuto, e con pochi comandi confermò la prenotazione su un volo per Trapani. L’esperienza gli aveva insegnato troppe volte che, in certe faccende, non era il caso di perder tempo.

***

Nello stesso momento, a diverse centinaia di chilometri di distanza, anche Mario non riusciva a prendere sonno. Il cuore gli batteva freneticamente nel petto, mentre ad occhi chiusi ripercorreva le immagini della serata, cercando di fare lucidamente il punto della situazione.

Il pacchetto di droga, che aveva nascosto frettolosamente nel fondo dell’armadio, sembrava ammiccargli dal buio, come una sorta di cuore rivelatore. Ma quel battito, anziché accusarlo, gli prometteva la rivincita morale che agognava.

Ora più che mai sentiva di aver compiuto la scelta giusta, restando al fianco di Barolini anche in quegli ultimi giorni di settembre, rinunciando ad anticipare il volo di ritorno e rimandando, anche se di poco, la resa dei conti con il direttore della Cassa di Risparmio che aveva messo sul lastrico lui e suo padre.

Adesso capiva quanto avesse sbagliato a fuggire con la coda fra le gambe, anziché rivolgersi subito alle istituzioni, fidandosi della giustizia. Si era lasciato condizionare dai luoghi comuni, cedendo ad un facile senso di vittimismo che lo aveva spinto a dichiararsi sconfitto, anziché a denunciare la propria situazione alle autorità.

Adesso però poteva rimediare: quello che stava succedendo non poteva essere un caso!  Era sicuro di trovarsi davanti ad una di quelle situazioni in cui il destino ti offre una seconda possibilità, l’occasione da afferrare al volo per risalire la china, e lui era determinato a non lasciarsela sfuggire.

Non ricordava per quale ragione, proprio quella sera, avesse deciso di deviare dalla passeggiata principale, lungo la quale amava indugiare fino a tardi, per godersi la brezza di mare e il rumore cullante della risacca. Ad un certo punto, seguendo le curve bizzarre di un sentiero che piegava verso i canneti, aveva sentito delle voci maschili e, spinto dalla curiosità, si era avvicinato.

I due l’avevano visto subito: Mario proveniva dall’abitato e aveva alle spalle le luci vivide del porto. Non sembravano sorpresi e non avevano fatto alcun tentativo di nascondersi, anzi, gli erano venuti incontro, apostrofandolo con qualche parola di dialetto, che il giovane tipografo non capì.

“Come? ” domandò.

“Ti manda Tonio? ” ripeté uno dei due. A differenza dell’altra, che aveva la parlata del posto, la seconda voce denotava un accento nordafricano: la sagoma dell’uomo che lo aveva interrogato, nel buio, gli sembrò improvvisamente massiccia e minacciosa.

Senza riflettere, stupendosi della sua stessa reazione, Mario rispose d’impulso.

“Certo. Mi ha detto di venire qui stasera.”

I due parvero rilassarsi. Il ragazzo siciliano estrasse una sigaretta e la porse al nuovo venuto, che la prese e se l’accese, guadagnando tempo.

“Ci dai una mano a scaricare” stava dicendo l’africano, con il tono di chi dà gli ordini “poi ti prendi i soldi e te ne vai per i cazzi tuoi, va bene? ”

“Ehi, d’accordo.” bofonchiò Mario, sempre più inspiegabilmente eccitato da quell’assurda situazione

Per un po’ tutti rimasero in silenzio. Il gracidio delle rane, ipnotico e leggermente surreale, si confondeva con i battiti furibondi del cuore di Mario, che si domandava per quale assurdo motivo non se la fosse già data a gambe, togliendosi da quella situazione che non riusciva ancora a comprendere pienamente.

Il ronzio di un motore, in rapido avvicinamento, interruppe i suoi pensieri. I due ragazzi rimasero immobili, ma in qualche modo ne percepiva i muscoli tesi, i sensi all’erta, come due animali in agguato nel buio, pronti a scappare.

Poi la luce fredda e azzurrognola di una torcia a LED squarciò il buio, guizzando brevemente fra le canne e ripetendosi tre volte a rapidi intervalli. Gli altri due erano scattati in avanti, infilandosi a bagno nella fanghiglia vicino alla riva, dove una veloce imbarcazione di piccola stazza si stava facendo largo fra le giunchiglie. I suoi due compari afferrarono le cime lanciate dall’equipaggio e trascinarono per alcuni metri lo scafo, che aveva spento il motore.

Seguendo un altro sconsiderato impulso della sua mente sovreccitata, Mario aveva estratto il telefonino e, cercando di non dare nell’occhio, stava riprendendo la scena con la piccola telecamera.

Nel giro di pochi secondi, efficienti ed in perfetto silenzio, quattro uomini vestiti di scuro erano già scesi a terra, assicurando la barca a vecchi pali di ormeggio, e si davano da fare intorno al piccolo scafo, immersi fino alle ginocchia nell’acqua bassa del canneto.

“Vieni.” lo apostrofò l’africano, indicandogli un punto sul fianco della lancia da dove venivano estratte robuste cassette di legno.

Fece appena in tempo ad infilarsi di nuovo in tasca il telefono, poi i marinai lo fecero avvicinare e gli indicarono le cassette. Attesero che ne avesse caricate un paio e lo spedirono via, indicandogli di tornare rapidamente verso la riva. Mario seguì obbediente la schiena degli altri, che si erano allontanati con un identico fardello e si stavano allontanando dall’imbarcazione percorrendo un tragitto quasi parallelo alla costa, rimanendo immersi nell’acqua bassa.

Dopo alcuni istanti, si udirono gli scoppi del motore che veniva acceso; il ronzio crebbe di intensità, per poi allontanarsi rapidamente mentre la barca riprendeva il largo. L’intera operazione non era durata che pochissimi minuti.

Preoccupato per la piega che stavano prendendo gli eventi, Mario considerò l’ipotesi di liberarsi delle pesanti cassette e darsela a gambe verso la riva. Ma oltre alla curiosità di scoprire cosa contenevano quelle casse che gli stavano spaccando la schiena, lo tratteneva la consapevolezza che gli altri non avrebbero impiegato un minuto ad acciuffarlo, in mezzo a quell’acquitrino, per lui del tutto sconosciuto.

Nel frattempo, la luce della luna era sorta a rischiarare il cammino, rendendo meno insidiosa la marcia fra le canne. Dopo una tragitto estenuante di un paio di chilometri, il grosso africano, che guidava il gruppetto, piegò decisamente verso terra, puntando un promontorio che si allungava verso il mare, portandosi dietro un tratto di rupe scoscesa ricoperta da una fitta macchia.

Guadagnata la riva, si diressero verso un punto in cui le rocce nascondevano l’ingresso di una caverna naturale, semisepolto dai cespugli accumulati alla bell’e meglio. I due contrabbandieri, posate le casse, si diedero da fare per spostarli, rivelando una robusta porta di metallo, con una serratura di sicurezza.

“Non viene mai nessuno, da queste parti.” spiegò il più giovane, mentre l’altro si dava da fare con una grossa chiave da porta blindata. “Ma è sempre meglio essere prudenti”.

Mario annuì, posando a sua volta le cassette e massaggiandosi le braccia indolenzite.

Una volta dentro, alla luce di una grossa torcia, il giovane tipografo ebbe la conferma dei suoi sospetti: in superficie, le casse contenevano un carico di sbarre d’acciaio, pezzi da fonderia che, una volta rimossi, rivelavano un sottilissimo strato di polvere biancastra, protetta da due fogli trasparenti.

“Ci si spezza la schiena, ma se ci beccano, c’è sempre la balla dei rifornimenti per la fonderia di Tonio”

“Due grammi ogni cassa. Eroina pura.” tagliò corto l’africano “Per te fanno quattrocento.” E così dicendo, allungò a Mario una matassa di banconote stropicciate. Lui le prese e fece per mettersele in tasca, ma inaspettatamente, la mano dell’altro gli bloccò il polso.

“Forse però” fece l’uomo, con tono allusivo “tu vuoi altri soldini facili? ”

“Che cos’hai in mente? ” rispose Mario, sperando che la voce non tradisse il suo panico crescente.

“Noi qui abbiamo quasi venti grammi di droga. Troppa per nostro giro. Abbiamo un contatto a Trapani che può prendere il resto, ma abbiamo bisogno di portarla con traghetto.”

“Noi due siamo troppo conosciuti,” precisò il ragazzo più giovane, “ci serve un tipo sveglio che si metta dieci grammi di eroina nelle mutande e ci faccia da corriere. Capito? ”

“Capito.” Era sempre più eccitato da quel gioco folle. “E io che ci guadagno? ”

***

Il trillo del cellulare lo fece sobbalzare bruscamente: malgrado tutto, alla fine Mario aveva finito per addormentarsi.

“Pronto.”

“Ma che, dormivi? ”

“Eh, sono quasi le tre di notte…”

“Dopo tutto il casino che hai combinato, soltanto un pazzo incosciente come te poteva addormentarsi sereno come un bambino.”

“Mi hai chiamato per questo? ”

“No. Volevo dirti che il video che hai mandato fa schifo. È tutto buio, e l’audio è anche peggio. Si capisce troppo poco perché valga qualcosa come prova.”

“E la roba che ho nell’armadio?  Quella lì è una bella prova, no? ”

“Sì, ma a carico di chi?  Per come stanno le cose ora, se tu ti presentassi dai Carabinieri con la droga e la tua storia, nella migliore delle ipotesi penserebbero che stai cercando di fare il furbo: sacrificare il carico per uscire dal giro, o chissà che altro.”

“E allora? ”

“Ci vogliono altre prove. Una registrazione audio più chiara, con quei due che dicono qualcosa di compromettente.”

“Del tipo? ”

“Hai detto che ti hanno dato indicazioni sulla consegna. Potresti provare a rintracciarli, per chiedergli qualcosa di più preciso, o fingere di non aver capito.”

“Lascia fare a me, capo! ” rispose Mario, con tono divertito.

“Non sono il tuo capo. Se lo fossi, ti avrei sbattuto fuori da un pezzo.”

“Ormai ai licenziamenti facili ci sono abituato.”

“See. Vedi di dormire, ora. Ci sentiamo domani, quando avrai parlato con quei tizi, d’accordo? ” E senza attendere risposta, Andrea riattaccò la comunicazione.

Solo più tardi, quando era ormai sul punto di prendere sonno, realizzò che non aveva comunicato a Mario di aver prenotato un volo per l’isola, di lì a pochi giorni.

“Meglio così, che rimanga all’oscuro.” bofonchiò, parlando da solo. “Il ragazzo è troppo eccitato, e non vorrei che si lasciasse sfuggire una parola di troppo.”

***

“È sicuro che il posto sia questo, Ispettore? ”

Le parole del Maresciallo, sebbene sussurrate a voce bassissima, suonarono nitide all’orecchio di Andrea. Il poliziotto si chinò, ruotando la testa per avvicinare a sua volta la bocca all’orecchio del Carabiniere, che lo accompagnava insieme alla sua squadra al completo. Quando gli aveva telefonato, raccontandogli che un suo uomo, in vacanza sull’isola, aveva casualmente messo le mani su un grosso giro di droga, il Maresciallo era caduto letteralmente dalla seggiola. Da mesi i suoi uomini avevano sospetti e cercavano indizi, ma non erano riusciti a cavare un ragno da un buco.

“Ci sono altre case diroccate, sull’isola? ” domandò in fretta l’ispettore.

Il militare scosse la testa con un movimento secco e deciso.

“Allora è questo per forza” tagliò corto Andrea, tornando a concentrarsi sul giardino abbandonato della vecchia villa abbandonata, all’interno della quale, stando a quello che gli aveva detto Mario, lui stesso doveva incontrarsi con i trafficanti di droga per ottenere informazioni più precise sulla consegna.

Guardò per l’ennesima volta l’orologio: si erano appostati alle due e cinquanta, esattamente cinque minuti dopo l’orario previsto per l’incontro. Aveva scartato l’ipotesi di giungere in anticipo sul luogo, per ridurre al minimo il rischio di essere scoperti da qualche uomo di guardia, e naturalmente non aveva detto nulla a Mario, ignaro persino della sua presenza a Favignana.

Con un gesto nervoso della mano, fece cenno ai Carabinieri di aspettare, poi si mosse con silenziosa rapidità e scattò in avanti. In poche, atletiche falcate, Andrea raggiunse il perimetro dell’abitazione ed iniziò a scivolare lungo il muro finché raggiunse una finestra.

Si mise in ascolto, e dopo pochi istanti lo sentì: il rumore, sinistro e inconfondibile, di un robusto cazzotto.

“Allora? ” ripeté l’africano, massaggiandosi la mano indolenzita. Sul volto di Mario, sudato e tumefatto, una grossa goccia di sangue stillava lentamente da una spaccatura sopra lo zigomo, come se fosse indecisa se colare giù o rimanere appesa al profondo taglio da cui era sgorgata.

“Per chi cazzo lavori?  Eh? ” Un altro colpo, violento e improvviso, raggiunse il tipografo, stavolta in pieno petto. Mario sobbalzò, lottando per respirare, mentre i lacci con cui lo avevano legato ad una vecchia sedia sgangherata gli segavano la pelle degli avambracci.

Intorno a lui, oltre al capobanda che lo stava massacrando, c’erano il giovane siciliano e un altro uomo, basso e tarchiato, con il cranio rasato e le braccia muscolose ricoperte da un’impressionante quantità di elaborati tatuaggi. Prima di tradirsi stupidamente con il suono di avvio registrazione del cellulare, Mario aveva appreso che il terzo uomo era Tonio, il padrone della fonderia che offriva la copertura per i viaggi delle barche.

“Per chi hai fatto quelle registrazioni?  Cosa volevi farci?  Eh? ”

Un attimo prima che il picchiatore colpisse ancora, con un frastuono di assi rotte e una serie di grida concitate, Andrea e i Carabinieri fecero irruzione.

Rapidi come animali braccati, i trafficanti di droga si lanciarono in una fuga disordinata, ma nessuno dei tre ebbe la minima speranza di sfuggire alla retata. Pochi istanti e tutta la piccola banda giaceva ammanettata e legata sul pavimento polveroso del rudere.

Andrea raggiunse l’amico, liberandolo con pochi colpi di coltello dalle corde che lo stringevano.

“Non ho sentito bussare.” tentò di scherzare Mario, ma fu colto da un violento accesso di tosse, che lo fece piegare sulla sedia, mentre dalla gola gli usciva un fiotto denso di sangue coagulato.

“Chiamate un medico.” gridò Andrea. Poi il tipografo scivolò a terra, svenuto.

***

“È sicuro che possa ripartire, dottore? ”

“E dai, Andrea” si intromise Mario, seduto sul letto. “L’ha detto anche stamani, che non ho nulla. Sono sano come un pesce.”

“E da uno psichiatra ti sei fatto visitare? ” rispose Andrea, stizzito.

“Sì. Ha detto che devo fare qualcosa per il mio amico immaginario, quello che compare all’improvviso e mi salva la vita.”

“Sei proprio un cretino.”

“Il suo amico è stato fortunato.” intervenne il medico, mettendo una mano sulla spalla del suo giovane paziente. La stanzetta, nella piccola infermeria dell’isola, era fresca e accogliente: da fuori giungevano i profumi di un antico giardino, dove venivano ancora coltivate le piante officinali della tradizione.

“Ma per un po’ dovrà starsene a riposo: dopo il volo, consiglio di trascorrere qualche giorno di riposo, lontano da sforzi ed emozioni.”

“Dottore la ringrazio” fece Mario, alzandosi cautamente dal lettino dove era stato visitato. Andrea gli fu subito al fianco, sorreggendolo per un braccio e accompagnandolo fuori, lungo un grazioso vialetto ornato di pietre chiare.

Dopo pochi metri, Mario si scostò e proseguì da solo, acquistando progressivamente sicurezza.

“È tutto a posto con quei tizi? ” domandò dopo un po’, rompendo un silenzio nel quale percepiva l’irritazione dell’amico.

“Sì. Hanno creduto alla mia storia e ti fanno persino un sacco di complimenti. Fosse per loro, avrebbero voglia di proporti per una medaglia! ”

“Eh, sarebbe un bel gesto! ” scherzò Mario.

“Ma la vuoi smettere di fare il deficiente?  Ti rendi conto che potevi rimanerci secco! ”

“Certo che me ne rendo conto.” I due ragazzi ora si erano fermati e si fronteggiavano. “Credi che non abbia pensato alle conseguenze, quando cercavo di incastrare quei bastardi? ”

“Si può sapere perché diavolo ti sei messo in questo casino, Mario?  Non ti bastano i problemi che hai? ”

“Proprio tu me lo chiedi? ”

“Sarebbe a dire? ”

“Se il mondo fa schifo, se le cose che sono successe alla mia famiglia continuano a capitare ogni giorno, è anche perché nessuno fa niente per combattere le ingiustizie!  Lo so, che avrei potuto voltare la testa dall’altra parte e badare ai miei guai: ma sono felice di aver mandato in galera dei criminali. E posso assicurarti” aggiunse, fissando l’amico dritto negli occhi “che questa non sarà l’ultima volta! ”

Andrea rimase in silenzio, sostenendo lo sguardo di Mario: si sorprese ancora una volta di come i recenti eventi lo avevano cambiato. Davanti a lui, non c’era più il ragazzo ricco, raffinato e viziato, che aveva conosciuto in treno: stava fronteggiando un uomo, pronto a tutto e determinato a far sentire le proprie ragioni.

Non pago del furor della battaglia
chi vince getta nel fuoco altra paglia

“E va bene” fece alla fine “se proprio vuoi continuare a fare l’eroe, allora sei sulla strada giusta.”

“Che vuoi dire?”

“I Carabinieri di Trapani hanno beccato l’uomo che avrebbe dovuto prendere la roba da te. È uno della stessa cricca che sostiene Franceschi.”

“Questa poi! ” esultò Mario “Lo vedi?  È l’inizio della resa dei conti, te lo dico io!”

Andrea sorrise, incapace di rimanere indifferente davanti all’entusiasmo dell’amico.

“Non credi che sarebbe meglio darsi una calmata, adesso?  Dai retta a me, che sono del mestiere: finora ti è andata bene, ma in questo genere di partita, bisogno calcolare le mosse con calma.”

***

Leggi le altre puntate del romanzo breve: “non Fermarti Prima della Spiaggia”

Il mare prende tutte le lacrime


Per Mario, l’ora del tramonto stava diventando un appuntamento fisso. Percorrendo il sentiero che costeggiava l’isola, ogni sera guidava i suoi passi lungo la striscia di spiaggia, punteggiata dalle chiazze giallastre delle euforbie, che digradando leggermente ad occidente sembrava un dolce scivolo verso il mare quieto.

Lui osservava a lungo quelle due immense distese, di acqua e di cielo, che giacevano sfiorandosi nella sottile linea dell’orizzonte, entrambe dipinte d’azzurro e striate dei colori mutevoli del tramonto. Aspettava un momento speciale, che aveva imparato a riconoscere, quando i rosa pastello delle nuvole sottili, dopo aver virato verso il pervinca, bruciavano la breve vampa di un porpora vivace, per poi scolorire lentamente in un triste indaco cupo, messaggero della notte.

Solo allora, quando le prime lucciole si levavano in silenzio dalle giunchiglie vicine alla riva, Mario si alzava dalla sabbia umida, dove era rimasto seduto, e tornava a casa seguendo il sentiero di quei piccoli scoppi di luce, guizzi appena visibili nella crescente penombra.

Affrettava il passo, nell’ultimo tratto del viottolo, quando si scorgevano le luci del paesino di Favignana e rientrava svelto all’interno dell’albergo, stringendosi le braccia intorno alla maglietta leggera che lasciava facilmente passare i primi rigori dell’autunno, ormai imminente.

Gianni era quasi sempre lì, nella sala principale, seduto a capo chino sulle stesse scartoffie che insieme a Mario, tutte le mattine, studiavano con attenzione. Sentendolo rientrare, alzava la grossa testa pelata, gli piantava in viso i suoi occhi azzurri, grandi come quelli di un bambino, e spalancava le sue labbra carnose in sorriso affettuoso.

“Mario, amico mio! ” gli diceva immancabilmente ogni volta, “Com’era il mare?  Vieni, facciamoci un goccetto di Marsala!”

Senza attendere risposta, spillava da una botticella due generosi dosi del dolce nettare, poi guidava l’ospite verso uno degli eleganti divanetti nuovi, ancora ricoperti dalla pellicola protettiva – così sarebbero rimasti fino alla prossima primavera, quando l’albergo doveva essere inaugurato – e gli chiedeva di nuovo, fissandolo intensamente: “Com’era il mare? ”

Lo domandava sempre. Perché lui, il mare, non l’aveva mai visto. Non ne aveva il coraggio.

Nonostante Andrea, prima della partenza, gli avesse raccontato molte cose sul suo originale amico, c’erano voluti alcuni giorni perché Mario riuscisse ad abituarsi allo stile espansivo e gioviale di Gianni Barolini. Originario di un piccolo borgo abruzzese, in mezzo alle montagne, dopo aver gestito per vent’anni la macelleria di famiglia l’eccentrico imprenditore, di punto in bianco, aveva venduto tutto e si era messo a girare il mondo.

“Una pianta non vive bene sempre nello stesso vaso” aveva detto a Mario la prima sera, seduti a tavola in un delizioso ristorantino di Erice, dove l’aveva invitato per dargli il benvenuto. Gianni l’aveva messo subito a proprio agio, complici un paio di bicchierini di Marsala, liquore del quale, Mario l’avrebbe scoperto in fretta, esisteva una varietà specifica per ogni occasione.

Gianni gli parlava di sé con naturale confidenza, come due vecchi amici che si incontrano dopo molto tempo. La serata era trascorsa veloce, in un’atmosfera di spensieratezza che Mario, negli ultimi tempi, non aveva davvero sperato di poter sperimentare nuovamente.

L’ometto rubizzo e allegro aveva proseguito la conversazione raccontandogli di come, da un paio d’anni, si era trapiantato nell’isola di Favignana. C’era venuto per caso, la prima volta, ed aveva subito messo gli occhi su una vecchia cascina, di indubbio fascino e di altrettanto certa prossima demolizione.

Spendendo una buona parte dei suoi risparmi l’aveva comprata a tempo di record. Sfidando i mulini a vento della burocrazia, ben più insidiosi di quelli delle vicine saline, aveva ottenuto il permesso per la ristrutturazione e per lo sfruttamento commerciale; poi la sua energia e il suo ottimismo avevano fatto il miracolo.

Nel giro di pochi mesi, l’edificio era stato rimesso in sesto ed erano iniziati i lavori per la sua ristrutturazione interna, destinata a trasformarlo in locanda vecchio stile.

Mario aveva ascoltato l’entusiastico resoconto dissimulando il proprio scetticismo. Ma, appena messo piede nel futuro albergo, si era dovuto ricredere. L’ambiente era incantevole, in un contesto idilliaco; l’arredamento, gli interni, tutto era stato progettato con competenza, gusto e semplicità, dimostrando inconfutabilmente che il suo ospite aveva un vero talento per quel genere di cose.

Nei due giorni successivi, Mario scoprì ciò di cui invece Gianni Barolini difettava completamente: le competenze necessarie a mandare avanti la contabilità. Era del tutto incapace di comprendere i più elementari principi di ragioneria e risultava perfettamente inutile parlargli di bilanci, partita IVA, interessi o fatturazioni.

Ad un primo controllo, scoprì che soltanto un miracolo aveva impedito che, nella confusione totale, venisse commesso qualche errore irreparabile. Ma fu anche subito chiaro, allo sguardo esperto dell’ex-tipografo, che il suo aiuto era giunto appena in tempo per salvare l’aspirante albergatore dalla rovina. Non c’era tempo da perdere, però: per rimettere in ordine quel macello, gli ci sarebbe voluto non meno di un mese di lavoro.

Glielo disse, usando tutta la diplomazia possibile. L’altro lo guardò, con l’aria vagamente divertita, poi scoppiò in una fragorosa risata e gli disse, battendogli sulla schiena una pacca che avrebbe potuto ammazzare un bue: “E per fortuna sei arrivato tu! ”

***

Così Mario aveva ricominciato ad impiegare il proprio tempo in un lavoro, anche se alla fine si trattava più di una specie di baratto: consulenza fiscale in cambio di vitto, ospitalità e, visto che Gianni non voleva saperne di passare troppe ore con la testa sulle carte, una buona dose di tempo libero.

Al giovane tipografo quella vita non dispiaceva: capiva che era esattamente ciò di cui aveva bisogno. Qualcosa che gli tenesse impegnata la mente, ma senza soffocarlo, lasciandogli il tempo di metabolizzare i recenti sconvolgimenti subiti dalla sua vita, per capire da che parte iniziare a risalire la china.

All’inizio, c’erano stati molti particolari che non gli tornavano; sentiva la testa piena di tessere di un puzzle che si rifiutavano ostinatamente di mettersi al proprio posto. Eppure doveva pur esserci qualcosa da cui partire. La classica tessera dell’angolo, dalla quale costruire la cornice ed infine dare un senso ad una massa informe di coriandoli di cartone.

Prima di lasciare la sua città, era riuscito comunque a dare un senso a molte cose. Suo padre, alla fine, aveva trovato il coraggio di confessargli che all’origine del debito da cui erano stati sopraffatti c’era proprio una richiesta d’aiuto a Franceschi.

Ma come poteva riuscire il sindaco di una città di provincia, anche se disonesto e corrotto, a piegare al proprio volere l’intero apparato amministrativo di un tribunale fallimentare, ed in modo tanto spudorato?

Alla fine era stato Andrea a dargli la chiave del mistero: preoccupato per la piega che avevano preso le cose, aveva infranto le regole del buon poliziotto, fornendo all’amico la certezza di quello che lui già sospettava. Dietro a Giovanni Franceschi c’era il crimine organizzato. Una cosca potente, un clan giovane e spietato, che non si faceva problemi di onore o di territorio: gente senza regole e senza scrupoli, che faceva il bello e il cattivo tempo secondo il proprio capriccio, arrivando persino ad uccidere per un vago principio, per pochi spiccioli, o per il puro gusto di farlo.

Al momento della sua partenza, le rivelazioni di Andrea l’avevano gettato nell’angoscia, spingendolo ad accettare quella proposta di pseudo-lavoro in Sicilia. Aveva trovato però il coraggio di lasciare un biglietto per Lucia, dove le svelava la verità su suo padre, dichiarandole in extremis, ancora una volta, il suo immutato amore.

Ma ora, lontano da tutto, circondato dalla solare energia di Gianni e dall’incanto della natura, l’ombra che l’aveva atterrito sembrava farsi di giorno in giorno meno minacciosa: quell’uomo, che due settimane prima gli era parso così irraggiungibile da potersi definire intoccabile, lo sentiva sempre più a portata di mano. C’erano momenti in cui, camminando per i vialetti curati dell’isola, si immaginava di trovarselo davanti, alla resa dei conti; gesticolando nell’aria frizzante dei pomeriggi settembrini, parlava a mezza voce, dimostrando nei toni e nelle parole una sicurezza che avrebbe voluto possedere davvero.

Ma una sera, quando ormai nel caos primordiale dei documenti di Gianni si iniziava ad intravedere un po’ di luce, a Mario capitò sotto agli occhi la prima pagina di un quotidiano nazionale.

C’erano stampati la sigla di una banca ed un nome, che la famiglia Girotti conosceva fin troppo bene; l’articolo parlava di un grosso finanziamento che la Cassa di Risparmio aveva assicurato per la campagna elettorale di Giovanni Franceschi. Nella cornice, c’era il volto grassoccio e unto del direttore di filiale con cui Mario aveva passato, pochi giorni prima di partire, un brutto quarto d’ora.

Scorse l’articolo: la parola usura ricorreva così spesso che si domandò come il caporedattore avesse potuto tollerare un tale numero di ripetizioni. Forse, concluse, era perché quella parola odiosa rappresentava una realtà tangibile, spudoratamente evidente, benché ammantata di legalità e burocrazia.

E non era forse un episodio di usura, quello che gli era capitato?  Si alzò di scatto, buttando il giornale sulla poltrona e rimanendo in piedi al centro della stanza.

Agir subito, senza perder tempo

Era quello che gli suggeriva la sua mente, rigenerata da quelle tre settimane di vacanza ed ansiosa di buttarsi nella mischia. La prima cosa da fare era chiamare suo padre: farsi mandare via fax le cambiali, i documenti della banca, le carte con le autorizzazioni. Sapeva che lui era un uomo all’antica, conservava persino gli scontrini dei supermercati per cinque anni!

Con passo deciso, si diresse verso l’appendiabiti, all’ingresso della hall, dove aveva lasciato il cellulare.

All’improvviso, il viso rubicondo di Gianni, che scendeva dal piano di sopra, gli si parò davanti.

“Amico! ” gridò, come se non lo vedesse da anni. “E com’era il mare oggi?”

Mario sorrise: “Liscio come una tavola. Ma perché non ci vai, una volta?  Vivi su un’isola, possibile che non mai visto ‘sta minchia di mare?”

“Ah! ” rise l’altro “Stai cominciando ad imparare il dialetto, eh?  Lo sai, ragazzo?  A me il mare farebbe un brutto effetto. Ho passato tutta la vita fra le montagne, con l’orizzonte chiuso dalle rocce, che non si vedeva nemmeno a due chilometri. Se guardassi il mare, son sicuro, ci rimarrei secco.”

Mario non trovò nulla da ribattere. Mise una mano sulla spalla dell’albergatore, che lo ricambiò con un buffetto e trotterellò verso la cucina, scomparendo oltre la porta a doppio battente.

Era incredibile il senso di serenità e armonia che gli trasmetteva quell’uomo: sembrava animato da un’inesauribile sorgente di positività ed allegria. Non guardava in faccia la realtà, ma si limitava ad attraversarla, lieto e imperturbabile, come un raggio di sole.

No, non poteva lasciar perdere ogni cosa e mollarlo lì, senza preavviso.

Prima finir ciò che si è cominciato,
poi ogni torto verrà ripianato!

E con questo motto in testa, Mario si avviò verso la sua stanza, deciso ad andarsene a dormire.

***

Leggi le altre puntate del romanzo breve: “non Fermarti Prima della Spiaggia”

Le tue mani insanguinate dalle spine


Mario sentiva che la sua vita era andata fuori giri, come quando si prende un «folle» tra una cambiata e l’altra. Conscio del disastro imminente, si era speso all’inverosimile ed aveva girato a mille per poco più di un mese senza cavare un ragno dal buco. In realtà era andata molto peggio perché oltre a non risolvere la situazione, la tipografia era andata completamente a ramengo. Erano bastati quaranta giorni per buttare alle ortiche il lavoro di una vita di suo padre e tutto quello che aveva fatto lui in questi pochi anni.

C’erano però molti particolari che non gli tornavano; sentiva la testa piena di tessere di un puzzle che si rifiutavano ostinatamente di mettersi al proprio posto. Eppure, doveva pur esserci qualcosa da cui partire. La classica tessera d’angolo, dalla quale costruire la cornice ed infine dare un senso ad una massa informe di coriandoli di cartone.

Purtroppo però, in quel momento preciso, si sentiva prigioniero di una bussola impazzita: nessun indizio su dove si potesse trovare il nord; tra le mani si sentiva di avere solo un ago che ruotava senza scopo e senza senso. Era seduto immobile, nella propria auto, parcheggiata davanti all’ingresso di casa dei suoi; davanti ai suoi occhi il portatile, per risparmiare energia, o forse per risparmiarne a lui la visione, aveva spento il monitor che presentava i tristi dati delle vendite. Ripensò all’ultima mattina che aveva passato in azienda: le fredde luci al neon facevano il paio con il suono del silenzio che saliva dai macchinari spenti. Era rimasto solo l’odore della carta e degli inchiostri, a ricordare che razza di produzione si fosse fatta là dentro fino al mese prima.

Mentre era ancora intento ad ascoltare i suoi pensieri a caccia di un barlume di idea, vide suo padre attraversargli il campo visivo mentre rientrava a casa. La faccia scura e le spalle curve erano i migliori indizi della sua preoccupazione. Così decise di alzarsi ed andare a parlare con lui della situazione: ricordava fin troppo bene le parole con le quali lo aveva liquidato perché “ci avrebbe pensato lui”. Se anche ci avesse pensato, grandi effetti non si erano visti. E poi Mario cominciava ad avere un gran brutto presentimento su come sarebbero andate a finire le cose.

Scese in fretta dall’auto e chiamò: “Papà! ”. Dall’altro lato, l’uomo sul vialetto di casa si voltò con uno strano spento sorriso sul volto. Felice nel rivedere il figlio e triste fino alle lacrime per come stavano andando le cose. Salirono in casa in silenzio, entrambi con gli occhi lucidi; nessuno scambiò una parola finché non si furono seduti ai due lati del grande tavolo della cucina.

“Papà, adesso che mi hanno anche silurato però me lo devi dire: si può mai sapere cos’è che avresti dovuto fare e che non hai voluto dirmi? ”

L’uomo di fronte a lui sembrava di colpo diventato suo nonno, altro che suo padre: gli occhi velati di pianto erano divenuti trasparenti come quelli di un vecchio; le spalle curve e la voce malferma completavano il quadro rendendogli quasi irriconoscibile il proprio genitore.

“Avevo il numero di telefono di una persona. Ho provato ad andare a chiedere un favore. Un favore personale. Credevo che, così facendo, avremmo potuto tirare il fiato quel tanto che basta per superare questo momento.”

“Un favore?  Che razza di favore hai chiesto?  E a chi, sant’iddio? ”

“Soldi, no?  Cosa avrei mai dovuto chiedere? ”

“Sì, ma… a chi? ”

“All’unica persona in questa città che possa trovare dei soldi dall’oggi al domani e che non sia un delinquente: Franceschi.”

“Ma proprio da lui dovevi andare! ” urlò Mario. Si rendeva conto perfettamente che era ingiusto prendersela con suo padre, ma tutte le delusioni e le frustrazioni delle ultime settimane strariparono a quella notizia. E lui non riusciva a comportarsi diversamente.

“Proprio da quel farabutto figlio di puttana, dovevi andare?  Cazzo!  Ma allora dillo: «Voglio mandare tutto a quel paese. Voglio fottere tutto quanto, te per primo». Magari mi regolavo e me ne andavo da solo! ”

Il vecchio non rispose, gli occhi allagati di lacrime.

“Con che idea, poi: «l’unico che non è un delinquente.» Perché il bastardo non è un delinquente: è il delinquente. Il capo di tutti i delinquenti della città: quelli veri, in giacca e cravatta. Non quei poveri cristi che sono costretti a rubare un portafoglio per non morire di fame. Ma quelli che danno un ordine e fanno fare la fame alle famiglie; mettono una parola e finisce che qualcuno ci lascia le penne. Dove cazzo vivi, si può sapere?  Sulla luna?  Possibile che in città lo sappiano tutti tranne te, che Franceschi non è uno di cui ci si possa fidare? ”

Il vecchio continuava a tacere, del tutto prostrato alla sfuriata del figlio. La sua unica reazione fu che si portò le mani sul volto, e cominciò sommessamente a singhiozzare. Intanto Mario aveva consumato in parte l’adrenalina che gli aveva inondato le vene e stava ricominciando a ragionare con più equilibrio; vedere suo padre piangere gli aveva fatto capire subito quanto avesse esagerato nel prendersela con lui. Così si alzò, girò attorno al tavolo ed andò a posare le proprie mani sulle spalle curve dell’uomo.

Sentendo il contatto del figlio Luigi abbassò le mani che gli coprivano il volto per dire, sommessamente: “Ma io l’ho fatto perché speravo che ci potesse aiutare.”

“Sì, papà. Lo so. Scusa, ma io con quel bastardo ho un conto aperto. Solo che non riesco a immaginare come possa fare per farglielo saldare. Ogni volta quel cane dà un ordine, da qualche parte si tira una leva. E mi fotte. Io adesso qui ho le mani legate: cosa posso fare ormai? ”

“Vedrai che riusciamo a venirne fuori. Forse potrei…”

“No, papà. Grazie, ma no. Adesso voglio prima fare chiarezza io dentro la mia testa. Magari mi prendo un po’ di tempo per me. Potrei sparire per un po’: farei un favore a te e all’azienda, perché sono io il bersaglio di Franceschi. E farei un favore a me, mentre mi lecco le ferite.”

“Tu?  Ma perché dovresti essere tu il bersaglio? ”

“Perché mi ero innamorato di sua figlia.”

***

La discussione con suo padre aveva squarciato in parte l’oscurità che l’attanagliava, ma Mario si sentiva ancora troppo in bilico: la sua sorte era appesa ad un filo invisibile nelle mani dell’ultima persona che avrebbe dovuto avere un tale potere su di lui. C’era un modo solo di smarcarsi dalla situazione, ed era provare a passare all’attacco: era ora di chiedere ad Andrea quelle informazioni che si era offerto di procurare.

Fu con questo stato d’animo che Mario compose il numero; il cellulare squillò parecchie volte, finché, dall’altro capo, giunse la voce assonnata dell’amico.

“Pronto! ”

“È quasi mezzogiorno: ti sembra l’ora di dormire?  Cos’è?  C’è sciopero, oggi? ”

“Lascia perdere: ero di turno stanotte. Come sempre, quando ho la notte, c’è un cretino che decide di fare cose che non dovrebbe fare: tanto poi, ci pensa il sottoscritto.”

“Cosa succede di grave? ”

“Ma niente… Le solite bande di extracomunitari: come se non gli bastasse la vita che fanno di giorno, con il buio devono anche fare a coltellate. Cambiamo discorso, che è meglio. Come va? ”

“Ce l’hai una domanda di riserva?  Va da schifo, va.”

“Cioè? ”

“Cioè nel giro di un mese le banche ci hanno rovinato, mandato in tribunale e commissariato.”

“Un mese? ”

“Non dire niente: ci siamo già capiti!  Non paghi di questo, il commissario arriva e firma, nell’arco di 5 minuti, il mio licenziamento.”

“Giusto: classica azione che rientra nelle competenze della normale amministrazione. Senti, hanno promulgato delle leggi particolari, lì, o valgono ancora quelle in uso presso la Repubblica Italiana? ”

“Qui vale la legge di una persona sola, caro mio. Io non voglio finire in carcere perché l’ho ammazzato, anche se mi toglierei una grande soddisfazione; guardare il sole da dietro una grata però non è il mio scopo nella vita. E poi c’è Lucia.”

“Lucia… Come va con lei?  Cosa dice di tutto questo? ”

“Anche qui vorrei una domanda di riserva. Negli ultimi tempi le cose sono peggiorate di continuo; adesso, nella migliore delle ipotesi, ci siamo presi una pausa di riflessione, per dire così.”

“Cristo!  E perché t’ha mollato? ”

“Come fai a dire che mi abbia mollato lei, eh? ”

“Ma sentiti: innamorato come sei, ancora e nonostante tutto, come avresti potuto mollarla tu?  Basta un po’ di buonsenso, per questo. Non serve un ispettore.”

“Già. Comunque mi ha mollato perché le ho detto che tutto questo casino è colpa di suo padre.”

Andrea si mise a ridere di colpo: “Mi domando come mai tu non abbia avuto accesso alla carriera diplomatica: con questo tatto avresti spianato anche la pace in medio oriente.”

“Ehhh… Hai ragione. Ci penserò, se continuo a non trovare un lavoro. Adesso però vorrei sapere se proprio non ho speranze, o se invece la legge conta ancora qualcosa.”

“Non preoccuparti, che la legge conta ancora e non solo qualcosa. Mi ha detto un collega che ci sono delle intercettazioni sul nostro uomo. Tirano in ballo certi esponenti di una cosca affiliata ai Rinzivillo. Brutta gente, quella lì: una cosca potente, un clan giovane e spietato, che non si fa certo problemi di onore o di territorio. Gente senza regole e senza scrupoli, che fa il bello e il cattivo tempo secondo il proprio capriccio. Gente capace persino di uccidere per un vago principio, per pochi spiccioli, o per il puro gusto di farlo.”

“E allora?  Perché non tirate fuori queste cazzo di intercettazioni? ” rispose Mario, con rabbia.

“Perché sono state fatte senza l’autorizzazione di un giudice e quindi in tribunale non servirebbero a nulla. Servono solo a noi per andare poi a colpo sicuro quando chiediamo di procedere, visti i tempi che ci sono nei tribunali. A parte il tuo caso, s’intende.”

“C’è poco da scherzarci su.”

“No: non c’è nulla da ridere. Però queste sono informazioni che non avrei neppure voluto darti per telefono. Se si vengono a sapere queste cose fanno il culo prima di tutto ai ragazzi che fanno intercettazioni: mi dispiacerebbe proprio perché sono amici miei. Poi fanno il culo al sottoscritto: e mi dispiacerebbe ancora di più. Non so se ho reso l’idea.”

“Ho capito. Tu mi hai detto una cosa che mi serve, ma tanto non me ne posso fare nulla e potevo anche fare a meno di chiedertela.”

“Infatti finora non ti avevo chiamato proprio per questo motivo; queste cose te le ho dette solo perché ti hanno rovinato e io voglio farti capire che non è solo colpa tua. C’è uno zampino, dietro, di gente che non si fa scrupoli ad usare il proprio potere. Adesso che hai la coscienza più tranquilla, però, te ne puoi dimenticare, se non vuoi la mia rovina.”

“Vabbè, ho capito. Grazie, di tutto, come sempre.”

“Mi ringrazierai dopo, quando questa storia sarà finita, eh?  Adesso scusa, ma vorrei tornare a dormire.”

Andrea aveva riattaccato senza aspettare il saluto di Mario, lasciando quest’ultimo con qualche certezza in più senza che per questo, però, si potesse risolvere alcunché. I dubbi continuavano ad assalirlo come e più di prima: com’era possibile, in un paese civile, avere le prove di un’associazione a delinquere e non poterle usare?  In base a quali princìpi, in ossequio a quali diritti era lecita una cosa del genere?

Continuando a rigirarsi il telefono tra le mani, come se l’oggetto da solo potesse bastare per evocare l’aiuto dell’amico, Mario cercava di spremersi le meningi. Doveva pur esserci un modo per non tradire la parola data ma al contempo fare qualcosa. Sentiva che doveva esserci, da qualche parte, un anello debole nella catena.

Sciogli nodi, separa i sodali
vincer non puoi finché stanno legati

Andrea ha sempre parlato di Franceschi, certo. Però non era forse vero che la banca aveva avuto un comportamento sospetto fin da subito?  Che aveva richiesto un rientro sospetto dei capitali?  Che, addirittura, aveva prestato gli ultimi soldi con un tasso alto. Molto alto. Sospettosamente alto?

Eppure la legge definisce bene qual’è il limite del tasso a cui si può prestare: al di sopra è usura. Non sarebbe stata certo la prima banca, quella, a finire nella trappola per troppa avidità. E lì, probabilmente, c’era ben altro che non la cupidigia.

Forse era il caso di andare a rivedersi per bene le carte che quei signori avevano inviato a suo padre.

Certo, il bersaglio grosso rimaneva fuori portata. Anche così, Franceschi sarebbe rimasto pulito: un grande scandalo, che avrebbe portato al ricambio dei vertici della Cassa di Risparmio. Con altri scagnozzi di Franceschi. Era un punto di partenza, ma non poteva essere l’obbiettivo della guerra. Prima di muoversi, forse era davvero il caso di staccare. Lasciare che la sua mente eliminasse le scorie e le tossine dell’ultimo periodo.

Ma non voleva neppure dare l’impressione di scappare. Ripensò a Lucia: lei aveva un’adorazione, per suo padre. Ovvio che reagisse così. E lui non era nello stato mentale adatto per una discussione pacifica. Ma adesso era diverso: bisognava parlare. Lui l’amava, ed era certo che lei amasse lui; dovevano parlare per non farsi condizionare da tutto quanto ruotava loro attorno. Se volevano essere una coppia, dovevano essere più forti di tutto e tutti.

Sapeva che, così facendo, avrebbe tradito Andrea: il rischio che lei andasse a spifferare tutto al padre c’era. Eccome, se c’era. Però Mario sentiva che Lucia non l’avrebbe tradito: l’amore non è forse un ponte capace di superare le acque più tormentate?  Lucia non era quel genere di ragazza: era un azzardo, ma decise che, per la prima volta nella vita, avrebbe seguito il cuore prima che il cervello.

Non era certo il caso di mandarle un’email: i computer non sono un posto sicuro dove lasciare certe tracce. Meglio una vecchia, cara, lettera di carta: avrebbe potuto infilarla sotto il tergicristallo della sua auto mentre era in palestra, ad esempio. Così era abbastanza certo che nessuno ne avrebbe mai saputo nulla.

Prendi un foglio, scrivi il tuo amore
apri il tuo cuore, andrai per tornare

Prese un foglio e cercò di riordinare le idee. Le intercettazioni; la necessità di mantenere il segreto; l’occasione di sparire per un po’ per far quietare le acque ed intanto chiarirsi le idee. Ma soprattutto le voleva scrivere di quanto le mancasse e quanto la sua vita fosse vuota senza lei al suo fianco.

Trasse un profondo respiro e cominciò a scrivere:

Cara Lucia,
Ti amo. Sono costretto ad andarmene per un po’, ma voglio che tu sappia…

Fu un’ora sofferta. Dopo aver letto e riletto quel foglio, decise che era ora di fare quanto aveva dichiarato. Lo chiuse in una busta: domani era il giorno in cui lei sarebbe tornata in palestra. Adesso aveva ventiquattro ore per prepararsi.

***

Leggi le altre puntate del romanzo breve: “non Fermarti Prima della Spiaggia”

La rosa è strappata


M’ama. Non m’ama. M’ama. Non m’ama.

In quella fine estate non c’era attività che gli venisse meglio di sfogliare le margherite. L’irruzione di Lucia nel suo mondo sembrava aver illuminato tutto quanto, solo per scoprire che sarebbe stato molto meglio tenere la luce spenta; averla evitata nelle ultime settimane, poi, invece di risolvere i problemi li aveva ingigantiti.

Aver smesso di dormire era, ormai, il minore dei problemi. Mario capì che le cose andavano veramente male quando si ritrovò, senza neppure rendersene conto, per strada, la sera, come uno zombie; camminando per il centro nella flebile speranza di incontrarla, o almeno vederla di lontano. Si aggirò per piazze e viuzze fino a tardi, girovagando come per caso vicino ai locali che erano stati soliti bazzicare, ma senza esito.

Fu solo verso mezzanotte che, vinto dalla stanchezza e dalla prostrazione, decise di ritornare verso casa. Solo che, voltatosi, se l’era trovata davanti.

Entrambi si bloccarono, senza sapere che altro dire. L’amica di lei, figlia di uno dei notai più in vista della città, capì subito di essere di troppo. Salutò con una scusa e sparì senza che i ragazzi la degnassero di una risposta.

Lucia fu la prima a riaversi:

“Come stai? ”

“Mah… Normale. E tu? ”

“Sì. Beh… Anche io.”

“Siete uscite a bere qualcosa? ”

“Già. Tu? ”

“Io… Io ho fatto solo due passi.”

Lei smise di parlare, ma non di continuare a fissarlo. Così, infine, Mario trovò quel minimo di coraggio per chiedere: “Ti va se ti accompagno per un po’? ”

Erano rimasti in silenzio per diversi minuti; quindi Lucia aveva rotto il ghiaccio nuovamente:

“Come va il lavoro? ”

“Male. Le banche continuano a pretendere che rientriamo dell’esposizione, solo che i clienti sembrano spariti tutti. Ormai si negano perfino al telefono: non so più cosa fare.”

La voce mogia di Mario aveva risvegliato in Lucia l’istinto di proteggerlo. Di salvarlo. Di coccolarlo. Allungò una mano per toccare la sua, ma il contatto fu fatale. Non appena si sfiorarono sembrò che una scossa elettrica fosse passata per i loro corpi, accendendo un desiderio impossibile da frenare. In un secondo si abbracciarono per tempestarsi di baci; le lingue, rimaste per troppo tempo in disparte, cercavano di compenetrarsi l’una con l’altra. Con un ultimo barlume di coscienza, Mario la tirò all’interno di un androne buio, nella speranza che nessuno finisse per vederli.

Le mani di entrambi, freneticamente, cercavano di spogliarsi quel tanto che basta. Tutti, sempre, sono alla ricerca delle speciali emozioni che accompagnano la prima volta. Ma nessuno è disposto mai a condividere l’amarezza che accompagna il presentimento che quella sia l’ultima. Un disperato bisogno di registrare tutte le sensazioni che stava provando si impossessò di lui. Quasi si vedeva da fuori, non abbastanza nascosto nell’oscurità per non capire che quella massa scura ai suoi piedi potevano essere solo i suoi pantaloni. Per assurdo, come se fosse una specie di nemesi, più cercava di incidere nella sua memoria quell’attimo, più se ne allontanava; finendo per diluire il piacere in una razionalità che soffocò del tutto i suoi ardori.

Quando fu chiaro ed entrambi che non era possibile continuare in quelle condizioni, i movimenti si fecero prima rabbiosi, poi cessarono del tutto. In silenzio si rivestirono, cercando nel buio di sottrarsi l’uno alla vista dell’altra.

Solo che c’era un terzo paio di occhi, a scrutare quanto stava succedendo nell’oscurità.

***

Il ragazzo non aveva certo bisogno di un appuntamento per presentarsi nello studio del sindaco; semplicemente passò davanti agli uscieri ed entrò senza che nessuno avesse il coraggio di dirgli nulla. Furono necessari solo pochi minuti perché le urla di Franceschi si sentissero fino al piano di sotto.

“Cos’ha fatto quel pezzo di merda? ”

“L’ha trascinata in un androne e l’ha…” Il ragazzo evitò di specificare, ma era chiaro cos’era successo.

“Bravo minchione: hai firmato la tua condanna.” Le parole uscirono rabbiose, tra i denti che, più che sorreggere, stavano stritolando un sigaro. Poi l’uomo alzò lo sguardo sul ragazzo e aggiunse: “Cazzo fai ancora qui?  Sparisci.”

La rabbia ribolliva nelle vene dell’uomo tanto da fargli tremare le mani. Così attese qualche minuto prima di sollevare il telefono e comporre il numero della segretaria:

“Alberta, per cortesia, mi chiami il Presidente della Cassa di Risparmio.”

Non dovette attendere molto; sapeva che il Presidente era su quella poltrona solo perché lui ce lo aveva seduto e che sarebbe rimasto lì solo fino a quando lui avesse voluto. Un trillo nemmeno un minuto dopo gli confermò la lealtà dell’uomo che si trovava all’altro capo del telefono:

“Buongiorno Presidente.”

“Buongiorno, signor Sindaco. È un po’ che non ci sentiamo. Come…”

“Lasci stare questi convenevoli del cazzo: non ho né tempo né voglia.” Il silenzio glaciale che veniva dalla cornetta trasmetteva il terrore che provava la persona che rappresentava la più importante banca del territorio. Franceschi continuò: “Lei ha presente i Girotti. Sono esposti con voi per quasi mezzo milione di euro.”

“Anche meno, in realtà. Hanno dei macchinari in leasing ed in questo momento mi pare che siano in sofferenza per via dei flussi di cassa, ma…”

“Niente ma. Li faccia rientrare subito. Anche ieri va bene.”

“Ma… veramente…”

“Silenzio, perdio!  Non le ho domandato un parere: le sto dando un ordine. Entro la fine del mese quella cazzo di tipografia deve portare i libri in tribunale ed essere commissariata.”

“Ci sono dei tempi tecnici.”

“Me ne fotto, dei tempi tecnici. Dovrebbe fottersene anche lei, se tiene alla poltrona. E anche al culo che c’è appoggiato sopra. Le auguro di aver capito bene, perché non è mia abitudine ripetere gli ordini.”

“Certamente, signor Sindaco. Sarà fatto come desidera, signor…”

La cornetta era stata sbattuta giù ben prima che l’altro terminasse i suoi salamelecchi.

***

Il commissario mandato dal tribunale fallimentare aveva preso posto nel suo ufficio e Mario guardò con gli occhi velati di lacrime i volti attoniti dei suoi ex-operai che stavano aspettando da un giorno all’altro le lettere di licenziamento. Facce serie e tirate, che sembravano non riuscire ancora a capire come fosse potuto succedere tutto così in fretta. Che interrogavano mute il proprio ex-principale, come per farsi dare una spiegazione che lui per primo non conosceva.

Con un nodo alla gola che gli impediva di dire anche solo una parola, Mario strinse un po’ di mani e diede qualche pacca sulle spalle. Poi prese la scatola con i propri effetti personali e salì in auto senza più voltarsi. Accese il motore e uscì sgommando dal piazzale, in un impeto di frustrazione; non appena in strada, si rese conto che, per la prima volta forse nella vita, non aveva una destinazione: lui, abituato a correre da un capo all’altro della città sempre sul filo del ritardo, aveva a disposizione tutto il tempo del mondo per poter andare in nessun posto.

Le abitudini, però, sono dure a morire e si ritrovò a guardare l’orologio: le cinque meno un quarto di venerdì pomeriggio. Lucia sarebbe uscita dalla palestra tra una ventina di minuti. Seguendo una di quelle decisioni che il cuore prende prima della testa, si ritrovò in tangenziale, diretto a tutta velocità verso lo sport club più esclusivo. Quando entrò nel parcheggio, l’auto di Lucia era ancora lì; così sistemò la propria nelle vicinanze e scese disponendosi ad attendere. Fu questione di qualche minuto.

Lei uscì, ridendo, con tre amiche; tutte vestite impeccabili anche se in tenuta sportiva e con borsoni a tracolla. Dopo una decina di passi lei lo vide; si bloccò per un istante e poi salutò le altre ragazze, sbrigativa. Quindi si diresse nella sua direzione; lui, nel frattempo era rimasto immobile, in piedi fuori dalla propria auto, il viso inespressivo come quello di una sfinge.

“Ciao, Mario. Cosa fai qui? ”

“Mi passo il tempo.”

“Cosa significa?  Perché non sei al lavoro? ”

“Perché non ce l’ho più, un lavoro.”

La ragazza lo guardò interrogativa, come se la frase non fosse stata abbastanza chiara. Lui proseguì: “La banca da un giorno all’altro ci ha chiuso i crediti. Praticamente ci ha costretto a fallire nello spazio di un mese. Stamattina è arrivato il commissario scelto dal tribunale; il suo primo atto è stato di licenziarmi.”

Lucia continuava a guardarlo, come incapace di reagire.

“E sai cosa significa questo?  Cosa significa in questa città di merda?  Perché qui non si muove un cazzo che tuo padre non voglia. Le cose non succedono mai per caso.”

“Lascia stare mio padre! ” l’aveva interrotto con una voce stridula che non le conosceva. “Cosa c’entra mio padre, adesso?  Tua l’azienda. Tuoi gli investimenti. Non credo che ti abbia mai obbligato ad andare in banca a chiedere un prestito. E allora lascia stare mio padre! ” le ultime parole erano finite urlate quasi in falsetto.

“Forse faresti bene a dire a lui di lasciare stare me.” Aggiunse, abbassando il tono della voce. “Vorrei ricordarti che non è normale una procedura fallimentare in questi tempi. Che non è normale che la banca ti chieda di rientrare dei debiti contratti da un giorno all’altro. Che non è normale che un tribunale, in Italia, prenda una decisione in un quarto d’ora. E che non è normale che un commissario, appena messo piede in un’azienda, mandi a casa in cinque minuti il figlio del titolare.”

“Può essere. Oppure non è normale che un piccolo tipografo sappia meglio di mezza città cosa sarebbe stato più opportuno che succedesse.”

“Ma non ti rendi conto che tutto questo puzza lontano un miglio? ” disse Mario, prendendo la ragazza per un braccio e scuotendola, come se così facendo potesse far meglio penetrare il suo punto di vista.

“Puzza?  Puzza di cosa?  Lasciami, brutto bastardo!  LASCIAMI! ”

L’urlo di Lucia lo gelò, la mano ancora bloccata sul bicipite di lei.

“Non t’azzardare mai più di toccarmi, schifoso. E adesso sparisci dalla mia vista. SUBITO! ”

Mario rimase impietrito; alcune persone si erano voltate alle urla della ragazza e guardavano interrogativi nella loro direzione, indecisi se fosse il caso di intervenire oppure di lasciare stare. Lasciò cadere il braccio lungo il proprio fianco; aveva gli occhi rossi, gonfi di pianto e la consapevolezza che quel giorno aveva toccato il punto forse più basso della parabola della propria vita. Salì mestamente sull’auto e se ne andò. Dette un ultimo sguardo negli specchietti, ma Lucia era già sparita.

Nel buco lo struzzo lesto la testa
vile nasconde se vede tempesta

Dopo neppure cinque minuti Mario accostò nel parcheggio di un supermercato. L’odore caldo e secco dell’aria estiva gli aveva per un attimo ricordato il mare. Estrasse il cellulare dalla tasca, sfiorandolo fino a far comparire il nome di Andrea dalla rubrica: arriva per tutti un momento nella vita nel quale bisogna prendere atto di una sconfitta e ritirarsi in buon ordine, prima che si trasformi in una disfatta. Guardò il display ancora una volta e mormorò: “Se non ora, quando?”

***

“Informazione gratuita: il telefono cercato potrebbe essere spento o irraggiungibile.”

La voce gentile dell’operatore aveva messo un brusco stop all’impeto con il quale aveva deciso di sparire, bloccandolo per il tempo sufficiente a ricominciare a ragionare. Ripensava al suo ultimo colloquio con Lucia: le accuse che aveva mosso a suo padre e la reazione di lei. Più riviveva quei momenti, più montava in lui una rabbia sorda verso il signor Sindaco. Anzi: verso quel gran bastardo del signor Sindaco.

Lui avrebbe tolto il disturbo, se non altro perché ne avrebbe quanto meno giovato la propria salute. Solo il buon Dio sapeva quanto bisogno avesse di ricaricare un po’ le pile. Però, prima di andarsene, voleva vederci più chiaro. Non voleva sparire con la coda tra le gambe, ma con qualcosa su cui rimuginare. Un appiglio per poter costruire una vendetta.

Fredda la mano, gelido il piatto
che serve vendetta d’odio condita

Decise che non se ne sarebbe andato prima che Andrea gli avesse raccontato per filo e per segno cosa aveva scoperto la Polizia su Franceschi. Avrebbe tappezzato la città di manifesti che lo sbugiardassero. Per un istante si sentì la vittoria in pugno, poi un pensiero gli attraversò la mente e lo fece scoppiare in una risata isterica: continuava a ridere sguaiatamente, nel chiuso della sua macchina, senza riuscire a smettere. Vedeva le persone che lo guardavano incerte, ma che nel dubbio si allontanavano da lui; alla fine si fermò, di colpo come aveva iniziato, con lo stesso pensiero in testa: lui non lavorava più alla tipografia. Non avrebbe potuto stampare neppure il proprio necrologio.

***

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