Thriller paratattico: festina lente


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Cominciamo subito con le note dolenti: ho ricevuto cinque voti per il thriller fantascientifico della settimana scorsa, a premiare quattro versioni diverse. Per di più, uno dei voti era a favore del gatto. Scherzi a parte, troppo poco: è chiaro che nessuna delle soluzioni proposte ha solleticato i nostri palati a sufficienza per emergere. Helgaldo può tenersi il libro in saccoccia e rimettere via renne e barba finta: sarà per la prossima volta. Se oggi riusciremo a fare meglio, magari qualcuno potrà vederselo arrivare (Helgaldo, non il libro) a casa con scopa volante e scarpe rotte ai piè.

Ma torniamo al qui e ora: mancano due giorni al Natale. Faremo quindi una versione con i lustrini? No, certo che no. Per i regali non ho badato a spese e sto per darvi addirittura Calvino. Ci prenderemo il tempo necessario, per smaltire grassi e calorie, pensando a fondo. Perché è così, che funziona: la scrittura è ragionata tanto quanto la scultura o la pittura. A mano libera, in quattro e quattr’otto, si potrà fare uno schizzo. Ma per fare un’opera è necessaria la calma.

Vi dirò di più: la calma è necessaria per raggiungere la rapidità. Starete strabuzzando gli occhi, immagino, pensando Questo è pazzo. Che io abbia le rotelle fuori posto è acclarato; ma non è importante, adesso. Forse state mettendo insieme le cose, e rapidità e Calvino cominciano a suggerirvi un’idea. Di lui si nomina spesso la leggerezza, ma le Lezioni Americane abbracciano davvero molti argomenti. Nella seconda, il buon vecchio Italo ci dice così:

Come per il poeta in versi così per lo scrittore in prosa, la riuscita sta nella felicità dell’espressione verbale, che in qualche caso potrà realizzarsi per folgorazione improvvisa, ma che di regola vuol dire una paziente ricerca del “mot juste”, della frase in cui ogni parole è insostituibile, dell’accostamento di suoni e di concetti più efficace e denso di significato.

Ecco quindi, dove va usato il tempo: nella ricerca della parola perfetta, in grado di rendere il pensiero del lettore veloce come il fulmine. Forse non ci avete mai fatto caso, ma il nostro thriller (scusa, Helgaldo: il tuo thriller) è composto da 117 parole divise in 8 frasi. Ebbene, il compito è darne due versioni distinte, se saremo capaci: la prima dovrà essere di 109 parole e la seconda, ancora più difficile, di 101. Possibilmente mantenendo le 8 frasi, anche se non è obbligatorio. I numeri, come intuibile, non sono dati a caso. Non sarà facile; credo che serviranno le calorie di mezzo cotechino, per farlo. Ma io lo faccio per voi. E per la vostra linea.

Nota di servizio: durante le festività il blog continuerà (più o meno) imperterrito. Lunedì 28 e Lunedì 4 gennaio avremo un “Sostiene l’autore”: cerchiamo di non abbandonare i nostri autori misteriosi! In questi giorni, tra un panettone e un prosecco, avrete dunque tutto il tempo di ragionare, scrivere, votare, commentare. Io, intanto, vi faccio i miei auguri 🙂

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Buona scrittura a tutti!

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L’eredità (ovvero del fatto che tutte le salse fanno brodo)


Ormai è noto: il mitico Thriller paratattico di Helgaldo si sposterà qui. Così, un po’ per scaldare i motori e un po’ per fare pulizia dei post in bozza, perché poi bisognerà giocare sul serio, oggi vi propongo gli ultimi tre brani tratti dall’antologia “Storia del thriller paratattico nella letteratura: dal medioevo al postmoderno”. Si tratta di autori celeberrimi (figli di un quarto, apparentemente nascosto, noto per essere un giramanovella) nella loro personale versione del thriller. Il gioco, quello vero, riprenderà mercoledì prossimo: c’è una pagina nuova, lassù in alto, che raggruppa tutti gli esercizi fatti finora e quelli che faremo d’ora in avanti. Rimanete sintonizzati, che ne vedremo delle belle…

***

Giulietta a Montmartre, di Michele Scuotilancia

CORO

Nel cuore di Parigi
Teatro dell’azione,
Un odio come carie di cui non si ha memoria
Corrode senza pace.
Dall’anse di quel fiume, vedrem sbocciare un fiore,
Ragazza che alle grida oppone i suoi sospiri.
Segnata dalle stelle percorre la sua via
Lasciando una corona,
O mezza, e così sia.
Prestateci l’orecchio e noi faremo in modo
Di metter del mestiere, in questa nostra storia.

SCENA I – Parigi, una strada mentre cala la sera

GIULIETTA – Non ci saremo perse, Nutrice?
NUTRICE – Non mi sono mai persa, io, com’è vero ch’ero vergine a dodici anni. (sospira)
GIULIETTA – Vi dico che codesta non è la strada maestra.
NUTRICE – Non ha certo nulla da insegnarci, questa strada; ma guardate: un lume filtra da quella scala.
GIULIETTA – (sorridendo) Andiamo, dunque. Troveremo là qualcuno che ci possa aiutare.
NUTRICE – (con ritrosia) Questo buio non riesco a farmelo piacere.

SCENA II – All’interno di un’osteria. Alcuni uomini litigano di fronte a un paio di boccali.

GIULIETTA – (apre la porta ed entra) Cugino! Mercuzio! Benvolio! Cosa state facendo?
MERCUZIO – Per i miei calcagni, si discute davanti a un boccale.
NUTRICE – Io me ne vado. Non è posto, questo, da signorine per bene. (se ne va)
TEBALDO – Son venuto, cugina, per scoprir se abbian degli accordi…
MERCUZIO – Ci prendi forse per musici? Attento a te, o sentirai le stonature di codesto archetto (mostra la spada)
TEBALDO – Messere, con piacere se me ne offrite il destro.
BENVOLIO – Ti prego, buon Mercuzio, andiamo a casa.
MERCUZIO – (a Benvolio) Lasciami fare. (a Tebaldo) Te ne offro il destro e il mancino, ché non s’abbia a dire che non t’abbia dato tutto quel che meriti. (sguaina la spada)
TEBALDO – Ai tuoi comandi. (estrae la spada anche lui)
MERCUZIO – Acchiappasorci patentato. Vien qui e lascia che prenda una delle tue nove vite.
TEBALDO – Mostrami il tuo famoso affondo e prendi in pancia questa lama.
(si azzuffano, inseguendosi per il locale. Tebaldo viene toccato e fugge ma, nella colluttazione, anche Giulietta è stata colpita)
MERCUZIO – Non ci sono cerusici, qui. È solo un graffio, ma quanto basta per mandarla al creatore.
BENVOLIO – Inutile indugiare. Presto, scappiamo.
MERCUZIO – E codesto fiorellino? Non possiamo lasciarlo qui a passire in bella vista.
BENVOLIO – Visti, ci han visti, oramai.
MERCUZIO – E noi farem di questa storia un sogno. Svelto, gettala nel fiume. Le nere acque la porteranno via e, quando ci sveglieremo, qui non rimarrà che un pallido ricordo di stanotte. Brezza gelida che il sole del mattino disperderà con le calde dita dell’aurora.
BENVOLIO – (la solleva con fatica) I tuoi sogni son leggeri come il piombo, Mercuzio: dammi una mano. (la gettano di sotto)

SCENA III – Nel buio; si sente rumore d’acqua

GIULIETTA – Vago, nel buio, come la regina Mab.
Ma non porto sogni, né belli né brutti;
non parcelle per gli avvocati,
non nemici per i soldati.
Non volteggio su raggi di luna,
ma cavalco la squallida acqua
patria di ratti feroci
che alla riva s’acquattan
aspettano me, sugoso banchetto
per la lor lurida fame.
Groviglio di code verminose,
squittiscono festanti;
io ondeggio e non respiro.
Odiosa fauce, grembo della morte,
ecco: son il tuo cibo
e ora vengo a impinguarti.

SCENA IV – Su un lettino dallo speziale

SPEZIALE – (Mostrando a Giulietta una fiala)
Ecco: l’avete versato e l’avete bevuto tutto, fino in fondo:
aveste pur la forza di un uomo,
v’ha spedito nel mondo dei sogni.
E il dente, che tanto vi doleva, è estirpato.
È la mia povertà che v’acconsente,
non la mia volontà: mi dovete mezza corona.
***

Se una notte d’inverno a Montmartre, di Michele Calvino

Stai per cominciare a leggere il nuovo thriller paratattico di Helgaldo. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; […] speriamo che ti lascino in pace. Una strada buia di Montmartre; è stretta e maleodorante, e c’è una ragazza sola. Impaurita, probabilmente. La vedi che costeggia un muro, fin quando non trova una porta. Lei crede di essere salva, e si infila su per quelle scale. C’è una lama di luce, che taglia la notte; dall’interno un brusio indistinto. Apre: la luce l’investe, e sa già di aver preso la decisione sbagliata; uomini ubriachi posano il boccale per bersela con gli occhi. Vorresti aiutarla, ma sei dalla parte sbagliata della pagina; metti giù il libro, poi lo riapri: devi sapere. Loro nel mentre l’hanno presa, ma lei si dibatte. Le strappano i vestiti. «Fermi!» urli, ma dalla cucina ti risponde tua moglie: «Hai detto qualcosa?» Bofonchi una risposta, e ti reimmergi nel libro. L’hanno buttata di sotto; vogliono che i topi si mangino le prove. No, questo non lo sopporti. Va bene tutto, ma non deve finire così. Pensi a Helgaldo, e ti chiedi che razza di persona sia. Il dito sfoglia un’altra pagina; la ragazza affonda nell’acqua, non respira, sa che deve morire. Poi spunta una mano. «O bella! E questa, Helgaldo, che trovata è?» ti domandi. Eppure leggi: adesso sei curioso di sapere come andrà a finire. La mano la sveglia. È il dentista, che vuole anche mezza corona. «E questo sarebbe un finale?» non puoi fare a meno di ruminare sottovoce, perché da di là non ti sentano, «Ma vaffanculo».

***

Sostiene Helgaldo, di Michele Tabucchi

Michele Scarparo si accomodò e tirò fuori un foglio piegato in quattro. Helgaldo lo prese e lo lesse. Impubblicabile, sostiene Helgaldo, era un thriller davvero impubblicabile. Descriveva la storia di una giovane rivoluzionaria, e cominciava così: «Di lei si erano perse le tracce a Montmartre, in circostanze oscure. Subito si era pensato ad avversari politici, perché con il favore delle tenebre l’avevano rapita e violentata, per poi gettarne i poveri resti nella Senna: solo dei fascisti avrebbero potuto pensare alla fame dei topi come a un buon nascondiglio per un cadavere». Helgaldo alzò la testa e disse: caro Scarparo, lei è un perfetto romanziere ma questo è un blog sulla scrittura, non è il posto dove fare romanzi o andare a cercare inezie tra le righe: il thriller paratattico descrive una situazione senza indulgere a congetture o altro e non per nulla è paratattico; lei deve semplicemente fare lo svolgimento che le è richiesto, dire come la ragazza si sia perduta, dove sia andata a cercare un rifugio, accennare alle sue peripezie senza trascendere in particolari scabrosi o voyeuristici e, infine, manca il finale, che potrà essere criticabile, ma è pur sempre la firma di Hitchcock e ne è un ritratto fedele dell’opera e dell’artista, quello che lei ha scritto è perfettamente inutilizzabile.

La pressione


Se compari i passaggi più rappresentativi di tutta la poesia vedrai quanto grande è la varietà dei tipi di combinazione, ed anche quanto il criterio semi-etico di “sublimità” non colga l’obbiettivo. Perché non è la “grandezza”, l’intensità, le emozioni, le componenti, ma l’intensità del processo artistico, la pressione, per dire, sotto la quale questa fusione avviene, che conta.
“Tradition and the Individual Talent,” T.S. Eliot, da The Sacred Wood. Leggi qui l’originale.

Che poi ce n’eravamo accorti subito – confermò l’anziano RYg(t) –  che la pressione stava cambiando le cose: da quando gli asteroidi s’erano stretti tutti insieme per andare a formare i pianeti e ci eravamo trovati con la signora S9od e la figlia Psd giù, a soggiornare presso quello che sarebbe divenuto il nucleo ferroso della Terra. Il fatto è che le cose più pesanti, per via della gravità e della pressione, scivolano sempre verso il basso e così avevano cominciato a filtrare, tra le rocce che formavano il soffitto, degli atomi più grossi che ogni tanto esplodevano e producevano una scintilla di calore.

La signora S9od, le prime volte, passava sempre paura e se la prendeva con quelli del piano di sopra rei, a suo modo di vedere, del fatto di fare sempre baldoria:
— Non è che tutti i giorni è capodanno!
andava ripetendo, sempre più inviperita. Infine, com’è come non è, si seppe dal giornale che quella pioggia di mortaretti era una cosa naturale e che sarebbe durata qualche milione di anni.
— Quelli del meteo non l’avevano mica previsto, però. Farebbero bene a cambiar mestiere…
continuava a bofonchiare la signora.

Io però, avevo scoperto che quando scoppiettavano questi atomi scaldavano un pochino, così avevo imparato a raccoglierne una manciata e poi, con l’acciarino, gli davo fuoco a tutti insieme: facevano un bel botto e dopo si poteva stare al caldo per tutto il pomeriggio. Da quando avevo imparato questo trucchetto, raccoglievo dei mucchi sempre più grossi per fare colpo su Psd, perché avevo notato che anche a lei piacevano questi falò di atomi: ci si metteva lì, accoccolati, con la chitarra a cantare e sembrava quasi che tutto il grigiore ed il buio che c’erano là sotto fossero svaniti per sempre. Stavamo in disparte, in fondo ad una caverna, mentre le cantavo una canzone d’amore dopo l’altra; che poi ancora nessuno sapeva cosa fosse una canzone, e forse neppure cosa fosse l’amore. Ma vederla così, in penombra, mentre i suoi occhi mi guardavano e brillavano del chiarore di quel mucchietto che si consumava, mi faceva sentire come se lei potesse davvero capire chi io fossi, in realtà. Pensavo che Psd percepisse i miei pensieri, e che in questo modo, con i miei pensieri pensati da lei, gli stessi pensieri miei diventassero più vivi, persino più veri; e così anche io mi sforzavo di pensare i suoi pensieri, fino a quando, chiusi nella mia testa, i miei pensieri ed i suoi pensieri, o meglio i pensieri che io pensavo che lei pensasse miei e quelli che io pensavo suoi, finivano per parlarsi in una lunga chiacchierata che doveva essere l’archetipo di tutti i discorsi che gli amanti si sarebbero fatti da quel giorno in poi.

Di pensiero in pensiero, raccoglievo mucchi sempre più grandi di atomi, per fare falò che durassero ancora più a lungo per darmi modo di guardarla e pensare con calma, nella mia testa, tutti i nostri pensieri che avremmo dovuto pensare. Il calore generato, però, aveva finito per rendere molli le rocce, che quindi avevano iniziato a comprimersi sempre di più, tanto che ormai si faticava persino a muoversi; la signora S9od aveva voluto chiamare i Vigili del Fuoco e si era creato un gran trambusto con gente che imprecava ed altri che invece si godevano il tepore ed anche la luce che le rocce incandescenti avevano cominciato ad emettere.

Adesso che Psd era alla luce, e che finalmente la potevo vedere bene, sapevo che i nostri pensieri erano in sintonia e che avremmo finalmente potuto guardarci negli occhi tutti i giorni:
— Guarda, Psd! Guarda che bella luce! E che begli occhi, che hai!
Lei però si ritrasse dicendo:
— A me interessava solo stare al calduccio. Così è troppo, però…
e scomparve, allontanandosi negli strati superiori della crosta terrestre, dove la temperatura era ancora quella di una volta. Il nucleo fuso di ferro era ai miei piedi, ormai: un bellissimo lago, che emanava una luce giallo arancione, ma che ormai non serviva più ad illuminare gli occhi di Psd. Io ero rimasto lì, sulla riva, immobile, mentre cercavo di capire dove avessi sbagliato qualcosa: forse l’avevo guardata poco negli occhi, o forse la chitarra era più scordata di quanto immaginassi. Non lo saprò mai, perché da allora non ci siamo più rivisti.

Preso dallo sconforto, mi misi a lanciare dei sassi sulla superficie del lago; solo che, rimbalzando, quelli cominciarono a creare una specie di vortice e, girando girando, si era venuto a formare un campo magnetico: i piccoli sassi di ferro, sparsi per terra, in risposta al richiamo calamitato del lago, avevano cominciato a correre tutto intorno, come se fossero invasi dalla gioia e dalla frenesia del doverla mostrare.

Solo io rimanevo immobile, cercando di pensare agli occhi di Psd ed a cosa potevo aver sbagliato.

***

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Lezioni americane


Visto che il consiglio è fioccato a più riprese, mi sono deciso ad attaccare “Lezioni americane” di Calvino. Devo ammettere che per ora continuo a preferire le “Sei passeggiate nei boschi narrativi” di Eco: il suo approccio da semiologo è molto più vicino al mio modo di sentire rispetto ad un letterato “puro” come Calvino. Al momento sono ancora indietro ed ho letto solo la prima, quella sulla “leggerezza”; pur se condivisibile, non riesce però a convincermi del tutto dato il mio background di tipo scientifico. Se volete sapere più di preciso di cosa tratta, pur senza doverla leggere (ma vi state perdendo qualcosa) potere leggere i post di Start From Scratch (qui l’introduzione e qui la prima)

Seguire la sua dissertazione però mi ha fatto nascere un sacco di voglie: tra tutte le cose che cita, molte le ho lette, ma molte invece no. Credo che il prossimo nella mia lista sarò Ovidio, con le sue Metamorfosi: lettura molto più in linea con le mie preferenze, rispetto ai moderni.

La prima cosa che ho pensato, già dalla prima pagina, è il parallelo tra lui e Michelangelo; sono anche abbastanza stupito dal fatto che non l’abbia citato. Entrambi avevano questa visione del “soverchio”, questo sforzo nel “levare” ciò che rende greve il marmo. Oppure la vita.

Rimane il fatto che mi è rimasta l’impressione che abbia gettato basi solidissime, ma che si sia perso nel momento di “tirare in porta”; più che un ragionamento mi sembra tutta una scusa per sedermi di fronte ad un tramonto per mostrarmi quanto sia bello, ma che non mi stia veramente insegnando ad apprezzarlo.

Ma è probabile che sia io ad essere sordo alla sua voce…

Se una notte d’inverno un viaggiatore


Ebbene sì: ho fatto il grande passo ed ho cominciato a leggere Calvino. Ho sempre avuto, a torto o a ragione, una certa diffidenza verso i moderni, sia per quanto riguarda gli scritti che comunque verso le arti in genere. Di solito il mio limite è all’altezza del liberty: superate quelle colonne d’Ercole, di solito fatico ad orientarmi e, quindi, a capire. Senza capire perdo anche il gusto estetico e l’arte, per così dire, mi si svapora tra le mani. Il mio non è un limite assoluto, ovvio, però diciamo che rende abbastanza bene le mie percezioni in materia.

Complice il progetto dell’iperromanzo, però, mi sono trovato a più riprese di fronte a Calvino. Poiché sono molto curioso, non ho potuto sottrarmi al comperare un libro che ho finito per divorare nei (pochi) momenti liberi. Il titolo scelto, dopo diversi ripensamenti, è stato “Se una notte d’inverno un viaggiatore”.

Devo dire che mi sono divertito moltissimo a leggerlo; non che sia — apertamente — un libro comico, ma ci sono molte cose, dette dall’autore direttamente al lettore, che sembrano indirizzate più a chi scrive che non a chi legge solamente. Il tutto mentre in secondo piano abbiamo come protagonisti un Lettore ed una Lettrice che cercano con ostinazione di finire un romanzo (che in realtà è il romanzo, cioè proprio “Se una notte…”) e sullo sfondo ci sono altri dieci romanzi, scritti con stili diversi.

È bello vedere Calvino dibattersi nello stesso tipo di problemi che stiamo affrontando nella Calvinata; vedere che tipo di soluzioni ha trovato e dispiacersi del fatto che lui avesse solo la carta davanti a sé: credo che si sarebbe molto divertito anche lui insieme a noi alle prese con un progetto del genere. Soprattutto il testo è pieno di echi che rimandano alla scrittura di storie per gli iperromanzi tanto che, da un certo punto di vista, se ne potrebbe quasi estrapolare un manuale. Ecco perché a me è rimasta fortissima l’impressione che lui abbia scritto soprattutto per gli scrittori, dileggiando anche, sia tra le righe che palesemente, certe idiosincrasie di autori, case editrici, tipografie ed infine lettori.

Un romanzo dalla struttura atipica che mi sento di consigliare in primo luogo a chi scrive, per il gusto fanciullesco di smontarlo e rimontarlo insieme con Calvino, per andare a caccia dei giochi di parole, per divertirsi insieme all’autore a “zompare” da un piano di lettura ad un altro: perché una delle cose più divertenti è che Calvino è un mago gentile: fa il trucco e poi ti racconta anche come ha fatto a farlo.