Sostiene l’autore n. 18


Philip Roth - da Internet

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Sostiene l’autore n. 17


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Gli innamorati sono insopportabili.

Così aveva pensato il barista mentre puliva il banco, non appena era uscita una coppietta che aveva bevuto il caffè tra un’effusione e l’altra. Ma quello era il bar della stazione delle corriere, e il barista era abituato a quella clientela che lui amava definire variegata. Il sole di luglio non si era ancora arrampicato troppo in su, nel cielo, e la temperatura era ancora accettabile. Aveva continuato a passare uno straccetto sul bancone, svogliato, per contrastare la noia di quei minuti fino a quando il ragazzo era entrato; si era seduto in disparte, in un tavolino d’angolo, ma il locale era vuoto e il barista lo aveva squadrato in lungo e in largo. Era il tipico ragazzetto, con zaino e tutto quanto. Di quelli che, finite le scuole e senza troppi soldi in tasca, prendono la corriera per farsi un giorno al mare.

«La corriera per il mare parte tra un’ora» lo aveva apostrofato, mentre con un colpo secco chiudeva la lavastoviglie e la faceva partire.

Il ragazzo lo aveva guardato inebetito, poi aveva risposto che stava aspettando qualcuno.

«Ah, la tua ragazza!» aveva ammiccato il barista.

Il ragazzetto aveva fatto un mezzo sorriso intimidito che sì, qualcosa del genere.

«E la porti al mare, dopo?»

Aveva risposto che no, non credeva. Perché, in effetti, quel giorno i suoi non erano in casa. E allora… forse…

Il barista gli aveva strizzato l’occhio, sornione.

«Bravo, fai bene. Ma stai attento, e prendi le tue precauzioni. Perché le donne sono tutte uguali e lo fanno apposta. Lo fanno per incastrarti. È solo questo, che vogliono: un bel matrimonio. L’abito bianco, la chiesa, e tutte quelle cose per le quali si illudono di essere regine. Poi quel giorno passa: tu scopri che loro sono davvero regine, ma tu non sei re. Nemmeno in casa tua. Soprattutto, in casa tua. Anzi: sei diventato schiavo; fai gli straordinari perché bisogna pagare il muto, dipingi questo, aggiusta quello, porta fuori la spazzatura. Quando parlano con gli altri, sono sempre loro che fanno tutto. Anche se sono a casa a non fare nulla e tu ti spacchi la schiena per otto, nove anche dieci ore al lavoro. Che quando torni a casa, porca troia, vorresti riposarti, no? Che hai il diritto di farlo, dopo aver lavorato. Che non è chiedere molto, dopo una giornata fuori, di avere una cena calda e una moglie che ti lasci guardare in pace la tv sul divano. Senza assillarti con i suoi stupidi problemi. E che, una volta a letto, te la dia senza fare troppe storie.» Il barista aveva fatto un gesto vago: «I mal di testa, e tutte quelle cose lì. Ecco perché devi stare attento. Goditela, finché te la dà con il miraggio del matrimonio. Poi, quando comincia a insistere, la molli. Tanti saluti, amen, e così sia. Te ne trovi un’altra più giovane. Lasciatelo dire da me, che con tutte quelle che vedo passare per il bar… Per non dire di quello che mi tocca di sentire.»

Il ragazzo aveva ascoltato in silenzio, senza intervenire. A volte aveva aggrottato la fronte, ma più spesso aveva tenuto lo sguardo chino. Come se fosse intento a leggere un giornale interessante, al tavolo dove era seduto. Il barista, incoraggiato dal silenzio del ragazzo e dal fatto che nessuno entrasse neppure per chiedere informazioni sugli orari, aveva alzato il tiro. Aveva enumerato le sue conquiste e i metodi che aveva usato per lasciarle. Ma, soprattutto, aveva sciorinato i suoi successi sotto le lenzuola. Fino a quella volta in cui si era chiuso con Vittoria – una rossa tutto fuoco – in camera da letto per ventiquattrore filate. Senza né dormire né mangiare.

«Alla fine non aveva più un buco sano» aveva detto al ragazzo, strizzandogli l’occhio.

Il ragazzo si era guardato attorno un po’ spaesato, poi aveva azzardato una domanda:

«Non è mai capitato che fossero loro a lasciare lei?»

Il barista se ne era uscito con una sonora risata. Un po’ per il tono formale della domanda, un po’ perché no, non esiste che fossero loro a lasciare lui.

«Devi stare attento: sei tu, l’uomo. Tu porti i pantaloni e tu devi decidere. Ricordatelo sempre: il pallino del gioco è in mano tua, è tua responsabilità comandare.»

Il barista lo aveva fissato dritto negli occhi, ma era chiaro che il ragazzo fosse innamorato. E questo era un guaio serio: quando fanno così, i maschi diventano cedevoli. Le ragazzine hanno un intuito speciale per capire i punti deboli dei maschi.

«Anche se loro dicono il contrario, vogliono essere comandate. Se si ribellano, bisogna fare come con i bambini: una bella sberla, giusto per far capire chi comanda. Magari non sarà giusto. Non dico neanche che sia piacevole. Ma fa parte delle responsabilità dell’uomo. Non so chi abbia scelto così: la natura. Dio. O forse è solo successo, e basta. Però è nell’ordine naturale delle cose. Lo sanno tutti…»

Il ragazzino non era ancora pronto per questo genere di cose, il barista ne era certo: bastava guardare il modo in cui scrutava continuamente l’orologio, nell’attesa che lei arrivasse. Di tutto quello che il barista gli aveva raccontato non doveva aver ascoltato una parola. Sperò che la sua ragazza lo lasciasse: era brutto augurare a un altro uomo una cosa del genere, ma la cicatrice che gli sarebbe rimasta avrebbe reso la sua scorza più dura. E lui sarebbe diventato un uomo vero: uno capace di prendere in mano sia le redini della propria vita, sia le briglie di tutte le puledre che gli capitassero a tiro. Al barista stava simpatico, quel ragazzino.

«Ci vorrà molto prima che lei arrivi? Vi offro qualcosa da bere. Ne avrete bisogno, no?, con tutto quello che suderete.»

Le guance del ragazzo si erano imporporate per un istante.

«Dovrebbe essere già qui, per la verità.»

Il barista aveva scosso la testa, ridendo piano mentre asciugava un bicchiere.

«Cominciamo bene: ti fa già aspettare.»

Il ragazzo aveva fatto un sospiro, che poteva essere un sì o anche un no, quando dalla porta aveva fatto capolino un secondo ragazzo.

«Marco! Finalmente!» aveva detto il primo ragazzo, guardando verso l’ingresso.

Il barista aveva squadrato da capo a piedi anche il nuovo arrivato. Sarà un suo amico, aveva pensato. Magari avrebbe dovuto accompagnarlo da qualche parte, o forse stava accompagnando lei da lui. Il ragazzo si era alzato e gli era corso incontro ma, quando gli era stato ormai addosso, lo aveva abbracciato e baciato. Sulla bocca.

Le labbra del barista si erano strette, mentre li guardava. Avrebbe voluto voltarsi, ma c’era qualcosa di magnetico in quei due che lo obbligava a tenere gli occhi incollati su di loro: se c’erano due che si dovevano mai essere amati, sulla faccia della terra, dovevano essere proprio quei due. Bastava guardare i loro occhi. Come si specchiavano, l’uno nell’altro. Avevano sciolto l’abbraccio e si erano diretti al bancone in silenzio, due sorrisi ebeti stampati su due visetti imberbi.

Il barista aveva tirato fuori due succhi di frutta. Due a caso, e li aveva versati senza dire una parola. Lui era un uomo, e la parola di un uomo non va mai ritirata. Il silenzio aveva riempito il locale; loro avevano bevuto, poi avevano ringraziato e se ne erano andati. Il barista non aveva più detto una parola; aveva preso le bottigliette e, prima di metterle nella spazzatura, aveva dato loro una rapida occhiata. Succo alla banana. Un sorriso obliquo gli aveva attraversato il volto, al pensiero che la sua mano fosse stata più veloce dell’occhio. Quindi le aveva lanciate, facendole finire nel bidone con il tonfo sordo del vetro. Il barista aveva scosso la testa un’ultima volta, mentre entrava un signore anziano che chiedeva un caffè lungo. Aveva riempito di polvere il filtro e un ultimo pensiero gli aveva attraversato la mente.

Gli innamorati sono insopportabili.

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Sostiene l’autore n. 16


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Era così che doveva finire. Quando aveva telefonato al commissario e questi si era lasciato sfuggire quel nome, aveva capito tutto. Non aveva ascoltato le parole di Daniele che lo invitava a non fare imprudenze, perché a quell’indirizzo abitava la Morte. Era uscito di corsa dall’appartamento, eludendo la sorveglianza dei due agenti che dovevano proteggerlo. Non era stato difficile per un illusionista. Forse era pazzo, ma quella era una sfida che riguardava solo lui e Lucifero. Era deciso. La partita si sarebbe chiusa quella sera in un modo o nell’altro. E in una battaglia vince sempre chi ha fermamente deciso di vincere. c’era una nebbiolina leggera nell’aria e i lampioni accesi avevano assunto un aspetto sinistro. Dietro i palazzi di piazza Cordusio, la luna appariva come un enorme faro acceso sulle miserie degli uomini.

Suonò il campanello del numero 21 e il portone si aprì di scatto. Salì le scale con il cuore in gola. Forse aveva commesso un errore a sfuggire ai suoi angeli custodi. Provò anche il desiderio di fare dietrofront e aspettare la polizia. No, spiacente, non mollerò. Lucifero lo incalzava, implacabile, gli aveva dato anche un indirizzo. Provò la dolorosa sensazione di non aver fatto nulla per salvare la sua amica Claudia. Aveva cercato di cancellare i ricordi, ma ora gli tornavano vivissimi alla memoria, spingendolo in uno stato d’animo diviso tra prostrazione e rabbia. Nei giornali, il dramma o la tragedia precipitavano presto nel dimenticatoio, riducendosi a un fatto qualsiasi, un fatto degli altri, senza più alcun interesse personale. Ed era questo che a lui non riusciva: dimenticare la sventura degli altri, come se non lo riguardasse. Non poteva farci nulla: era nato così. E adesso provava un feroce desiderio di vendetta. Gli apparve il volto sorridente di Claudia. Non l’avrebbe più rivista. Non avrebbe più bevuto il suo famoso caffè.

Arrivò al pianerottolo. La porta era aperta. Lo aspettava. La sfida era iniziata. Entrò rapido, chiudendosela alle spalle. Non c’era nessuno. Doveva stare in guardia. Avanzò con prudenza. Malgrado gli sforzi per restare calmo, poteva sentire i battiti del suo cuore che acceleravano. La luce era soffusa. Si guardò attorno. In quel momento ebbe la sensazione di essere l’ultimo della sua specie. Computer portatile, fax, scaffali coperti di classificatori, la stanza non celava alcun tesoro e, soprattutto, nessuna scappatoia. Li mago esitò. Intuì che qualcosa non andava. Strinse i pugni e si voltò per uscire al più presto da quella che gli sembrava sempre più una trappola. Sentì un rumore, ma non era stato lui. La ragione era tanto semplice, quanto terribile. Forse aveva davvero commesso un errore. Ma adesso era troppo tardi per tornare indietro.

Era lì, davanti a lui, e gli sbarrava il passo.

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Sostiene l’autore n. 15


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Davanti al caminetto

La lite cominciò davanti al caminetto. Alan era appena rientrato da una scarpinata  al rifugio con Frank, l’amico donnaiolo che, a detta di sua moglie, aveva una pessima influenza su di lui. La casetta di Alan e Grace si trovava a soli 600 m. ma era un ottimo punto di partenza per escursioni e sciate ad alta quota. Grace in realtà si limitava a passeggiare nel bosco fino a quando la neve non scendeva a coprire la vallata, poi si chiudeva in casa per due giorni a leggere e infornare torte e Alan era costretto a ripiegare su Frank, che non aspettava altro. Alan si chiedeva per quali oscuri motivi femminili Grace adorasse trascorrere il fine settimana in montagna e insistesse per partire ogni venerdì sera, quando avrebbe potuto stare con un libro in mano e cucinare dolci anche in città.

Forse quella volta le impronte fangose lasciate dall’ingresso al soggiorno furono più cospicue o forse l’irritazione per lo strudel bruciato aveva reso Grace più sensibile alla cosa. In situazioni normali avrebbe preso lo straccio borbottando qualche maledizione dietro a Frank, responsabile di tutto, anche delle pozzanghere, annunciando poi al marito che la torta lo aspettava. Ma lo strudel era finito nella pattumiera, perché il pallido sole di fine febbraio era finalmente arrivato a lambire il piccolo prato davanti a casa e lei, ben avvolta in una grossa coperta, aveva pensato di leggere all’aperto, e quel romanzo – Dio mio – era talmente avvincente da non aver sentito il suono del timer, e quando finalmente era rincasata la puzza di bruciato l’aveva colpita e non c’era più stato nulla da fare. Aveva quindi spalancato la finestra, e si era rimessa a leggere. Le mancava soltanto un capitolo quando aveva scorto Alan in fondo al vialetto. Erano rientrati insieme e insieme erano sprofondati nel divano.

“Com’erano i sentieri? Pieni di neve fangosa, suppongo.” C’era una nota sarcastica nella voce, ma Alan fece finta di non coglierla, e mugugnò che sì, in effetti, le strade non erano molto pulite. Lui e Frank avevano camminato a lungo con le ciaspole per poi mettersi a tavola al Rifugio Stella Alpina dove polenta e salsicce non li avevano delusi. Così dicendo si massaggio la pancia. Un dessert a quel punto ci stava benone.
“Niente strudel?” Chiese.
“Bruciato!” Era solo colpa di Grace se le cose erano andate a quel modo, non poteva prendersela con Frank che portava Alan su sentieri lerci e soprattutto sulla via della perdizione; temeva andassero a donne, ecco, toccava ammetterlo, guardare in faccia la realtà. Il sospetto non l’abbandonava mai.
“C’erano delle belle ragazze alla Stella Alpina?” Il nesso logico della domanda sfuggiva ad Alan, del resto era un uomo, ma per Grace era del tutto chiaro.
Alan chiuse gli occhi, come se annullare la vista della moglie almeno per un attimo, potesse allontanare in via definitiva quelle insinuazioni che Grace tirava in ballo sempre più spesso. Rispose quindi senza riaprirli.
“Mah, c’erano delle famiglie, credo. Però noi siamo andati a pranzo sul tardi, erano quasi le due. Ho visto un gruppo alla cassa, quando siamo arrivati. Non ci ho fatto caso.”
“Famiglie con mogli giovani? O forse figlie già grandine.”
“Famiglie con mogli vecchie e brutte e figli maschi. Tutti maschi.” Dicendo così Alan aprì gli occhi e si alzò, guardò con un certo interesse l’attizzatoio.
“Figurati!” Continuò Grace instancabile.
“Cosa dovrei figurarmi? Grace, non ho guardato nessuno. Per non dire che con tute da sci e berretti non è che si possa proprio capire quanto avvenenti siano le donne.”
“Avevi detto che erano brutte e vecchie…

Grace si alzò a sua volta, era pensierosa: cercava di calcolare se ci fosse ancora abbastanza tempo per preparare almeno i biscotti. Si chiuse in cucina.

Alan ripercorse il corridoio fino al bagno, le orme non erano state pulite e fece apposta a rimetterci dentro i piedi, spargendo l’acqua nera in giro, come se pennellasse. Dopo la doccia fece una piccola deviazione verso la cucina, dove scorse la luce accesa nel forno, segno che qualcosa era in cottura. Impossibile sentirne però il profumo, l’odore di bruciato, di cui si era accorto subito, lo ricopriva.
Si abbassò per curiosare all’interno: biscotti. Uh, sperava fossero alla cannella.

Nel frattempo Grace era tornata in sala, riusciva a vedere la nuca del marito, con quei ciuffi di capelli ancora più arruffati del solito per essere stati sfregati a lungo con l’asciugamano. Aveva voglia di girarseli tra le dita, ma la gelosia l’attanagliava. Quante donne oltre a lei accarezzavano la chioma di Alan? Deglutì e osservò il fuoco crepitare, si alzò, prese le molle e smosse la cenere, poi scelse un grosso ciocco di legno dalla cassetta.

“Ho fatto i biscotti!” Disse infine.
“Cannella?”
“Sì.”

Cannella a arsenico. Un’antica ricetta tramandata da una prozia, appassionata, fra le altre cose, di merletti.

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Sostiene l’autore n. 14


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Otto e otto

Permesso direttore, mi dica direttore, ma certo direttore, capitale insufficiente, riduzione del personale, quindici giorni direttore? Ma io come campo, mi butta in mezzo a una strada direttore.

Tre mesi dopo sono alla fermata dell’otto barrato, nell’attesa che l’autobus mi porti verso l’ennesimo colloquio di lavoro.La mantella di lana calda mi ripara dal freddo della vita e lo sguardo della barbona, dal marciapiede di fronte, mi gela l’anima. La vecchia, nel suo angolo di strada, è rannicchiata tra pareti di cartone umido e indossa un impermeabile logoro.
Seguo il viavai distratto delle persone che le passano accanto. L’indifferenza è la peggiore forma di emarginazione, più cruda ancora della disoccupazione.
Mi domando se quella donna abbia qualcosa da chiedere alla vita. Mi domando se io abbia ancora qualcosa da chiedere alla vita.
Incrocio il suo sguardo e la raggiungo.

Prendi la mia mantella! dove vai, aspetta, mettila sulle spalle, ti scalderà.
No, te la regalo, non voglio nulla in cambio. L’autobus, devo andare. Il tuo orologio? Non lo voglio, guarda, ho il mio.
Portafortuna.
No, grazie, tienilo pure, perdo l’autobus.
Portafortuna.
Lasciami il braccio, ferma, l’orologio si è impigliato nella mantella. Che fai, non tirare, così si buca! Provo io. Perdo l’autobus! Dannato gancetto. Fatto! L’autobus va via.
Portafortuna.
Maledizione, hai visto? Ho perso l’autobus e ho perso il lavoro e tu vuoi darmi questo cavolo di orologio. Va bene, lo prendo, sei contenta adesso? Portafortuna un corno!

Un boato mi sbalza a terra. Caos, antifurti impazziti, vetri ovunque. Quando il fumo si dirada, vedo uno scheletro di lamiera e fiamme in fondo alla strada: l’otto barrato. Mi tocco, sono viva. Il mio destino è nell’orologio che stringo in mano: le 8,08. Mi volto, la vecchia è svanita nel fumo. Nell’aria carica di morte resta l’eco della sua voce.
Portafortuna.
Non mi domando più se quella donna abbia qualcosa da chiedere alla vita. Adesso so che ha chiesto alla mia di non fermarsi.

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Sostiene l’autore n. 13


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Titolo: Sentire il mare

La conchiglia se ne stava all’aria a tintinnare. Era giunta da lontano, dall’Asia, e in mezzo a un gruppo di conchiglie annunciava pendendo dalla porta l’arrivo di chiunque. Chiunque… Per la verità tintinnava solo due o tre volte all’anno, quando la porta si apriva d’improvviso e il proprietario faceva il suo ingresso in casa sbattendo zaino, scarponi, piccozza e corde sul pavimento. Era da parecchio ormai che restava chiusa quella porta e la conchiglia, nell’immobilità assoluta in cui era ridotta, non poteva far altro che ricordare il giorno in cui presa in una rete era stata tratta a riva. Poi nel buio di una scatola, gli scossoni del viaggio, il mercato di Taiwan, infine quella giovane coppia, soprattutto lei perché era stata lei che l’aveva portata via da quel mercato per condurla in Europa, in quella casa dov’era stata appesa proprio all’ingresso insieme con altre conchiglie per annunciare con il suo dolce tintinnio l’arrivo di chiunque. Stiamo parlando di molto tempo fa, perché la donna ora non abita più qui. Anche le tre foto di lei, che erano appese in corridoio, proprio di fronte alle conchiglie, sono state infine tolte e chiuse in un armadio, al buio. L’unica traccia del passato è il segno delle cornici sull’intonaco bianco rimasto a ricordare momenti che non torneranno più.

Se lei se n’è andata credo sia stato a causa del padrone, delle sue scalate straordinarie, intendo. D’accordo, lui è ormai una celebrità. Torna a casa, ma qualche giorno dopo è di nuovo via, per mesi e mesi, a conquistare un’altra vetta, per portare a termine un’impresa ancor più estrema della precedente. È spinto a farlo anche da quelli che sponsorizzano i suoi viaggi. Lo chiamano ormai l’uomo degli ottomila.

L’ultima volta che lei ha sbattuto la porta uscendo, ricordo che abbiamo tintinnato a lungo noi conchiglie. Lui non l’ha rincorsa, le ha solo inveito contro, gridandole che non ce l’avrebbe mai fatta a vivere da sola. Probabilmente si sbagliava perché lei non è tornata, ma anche lui ora non torna quasi più. Ormai ha in mente solo le sue imprese, e parla solo di scalate. Ma penso sia una scusa, credo che in fondo stia cercando un modo per farla finita, magari in un crepaccio, o congelato nella neve, o travolto sotto una valanga. Lo sento sempre insoddisfatto, con un’ansia che lo consuma, come l’acqua che corrode implacabile la roccia. Credo che anche lui sia una roccia, per questo ama così tanto la montagna.

Quella volta di Taiwan, quando li ho conosciuti, ridevano. C’era il sole e una spiaggia. Lei lo schizzava d’acqua e lo invitava a bagnarsi e per quanto lui mal lo sopportasse, credo che in fondo l’apprezzava. È durata poco però, non li ho più visti ridere in quel modo. Lei restava spesso sola, specie quando lui viaggiava. E quando ritornava parlava solo di se stesso, dei chiodi conficcati nella roccia, delle difficoltà che aveva affrontato, dei rischi dell’assideramento ad alta quota. Di lei non chiedeva quasi mai, di come si sentisse dentro intendo.

Oggi è tornato, ma sento che progetta di nuovo di partire. Le conchiglie fossili sepolte nella roccia eterna trasmettono a noi giovani conchiglie percezioni di millenni che ci permettono di intuire l’animo umano. Ho la sensazione che lui abbia intenzione di andarsene stasera, ma non lo percepisco eccitato da una nuova impresa. Ora esce dal bagno e viene alla porta, si lascia cadere sulla sedia posta qui all’entrata, guarda stralunato i segni lasciati dalle foto tolte alla parete, una sonnolenza sento che l’assale. Un tubetto di pillole gli cade di mano e rotola lungo il pavimento. È vuoto. Con fatica si protende verso le conchiglie appesa, afferra proprio me e mi stacca dalle altre.
Sento il suo cuore che rallenta, la sua mente che si annebbia. In un ultimo malinconico gesto mi accosta all’orecchio. Riscopro dopo tanto tempo la mia vera inclinazione, il perché io esisto. Far sentire il mare.

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Sostiene l’autore n. 12


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Ecco di nuovo i sussurri del cimitero. Non li sentivo da quando avevo otto anni, dal giorno del funerale di mia madre.

Ricordo il pomeriggio di settembre in cui mio padre mi diede la notizia. Mi fece sedere su un tronco tagliato nel giardino di mio zio e mi disse che la mamma non sarebbe più tornata dall’ospedale perché Gesù aveva bisogno di un angelo in cielo e aveva scelto lei perché era la più bella. Non reagii, non risposi, ma pensai che Gesù, quel bambino nel presepe per il quale ogni Natale lasciavo latte e biscotti sul balcone, fosse l’essere più cattivo di sempre, peggio dei mostri nelle fiabe. Perché la mia mamma? Perché, tra tutte le mamme del mondo, doveva prendersi la mia? Ero furiosa e al funerale in chiesa, in casa sua, tutti a venerare e pregare quel ladro di mamme.

Non piansi quel giorno e un po’ mi vergognavo perché gli altri piangevano e a me non veniva nemmeno una lacrima. Temevo che pensassero che non volevo abbastanza bene alla mamma, ma proprio non riuscivo a piangere. Nemmeno al cimitero, circondata da parenti affranti, i fratelli di mia madre con famiglie al seguito. Piangevano le mie cugine, le zie, i vicini di casa e un sacco di altra gente che non conoscevo. Io no.

Per distrarmi, mio padre mi portò a passeggio tra le tombe per farmi vedere che la mamma non sarebbe stata sola laggiù, c’erano tanti angeli intorno a lei. Angeli di marmo che ornavano i monumenti funebri e foto sbiadite dal sole accanto alle date del loro volo in cielo. Mi sorprese la gran quantità di bambini sepolti nei dintorni, alcuni addirittura neonati, e papà mi spiegò che una volta, quando le fotografie erano ancora in bianco e nero, capitava spesso che un bambino morisse perché c’erano guerra, malattie e miseria a portarseli via. Pensai a loro, immaginai le loro storie, mi parve di sentire le loro vocine, sussurri tra fiori e candele. Di nuovo trovai che Gesù non avesse pietà. Col cavolo che avrebbe trovato i miei biscotti a Natale!

I miei occhi rimasero secchi per giorni finché non tornai a scuola. La mattina del mio rientro, tutta la terza C mi fissava: ero la bambina senza mamma. Sonia, la mia migliore amica piena di lentiggini, venne da me, dicendo: «So come ti senti, mia nonna è morta da poco» e all’inizio pensai che fosse stupida perché una nonna e una mamma non erano la stessa cosa. Poi scoppiai a piangere, per la prima volta. La maestra mi portò in corridoio e si inginocchiò per guardarmi negli occhi. Sono passati trent’anni e ancora ricordo le sue parole: «Piangere è normale, ti fa bene, però devi essere forte.» Allora non potevo capire cosa significasse essere forte, eppure quella semplice frase mi fu di conforto.

Per il resto della mia vita sono stata la bambina senza mamma. Io l’ho accettato, per me è diventato normale, ma agli altri ha sempre fatto uno strano effetto: quando lo scoprivano, mi guardavano come se mi mancasse un braccio.

Sono cresciuta con un papà meraviglioso e un fratello più piccolo che non avrebbe potuto ricordare la mamma se non gliene avessimo sempre parlato. Ho smesso di andare in chiesa perché ero arrabbiata con Gesù, poi ho capito che non era colpa sua, dal momento che non esisteva. Le persone affrante che al funerale sembravano soffrire più di me sono scomparse poco dopo, parenti di mia madre che, mancando lei, si sono disinteressati della sua famiglia. Contadini ignoranti che non avevano mai visto di buon occhio il suo matrimonio con un tizio di città. È stato meglio perderli che crescere con loro, mi sono sempre detta. Siamo rimasti noi tre e siamo stati forti, come voleva la mia maestra.

Non ho frequentato il cimitero in tutti questi anni perché trovavo che quel posto non avesse nulla a che fare con mia madre. Lei era in casa, in cucina, nel suo armadio, negli album di foto, nei miei ricordi. Contro il parere dei suoi ottusi parenti, lei aveva scelto noi ed era rimasta con noi. Che fosse finita in una tomba non significava niente per me, quindi non aveva senso portarci dei fiori. Oggi, però, ci sono tornata per accontentare l’uomo che amo. Ha detto di volersi presentare a mia madre, visto che abbiamo preso casa insieme. Gli ho indicato la sua tomba ed è strano come, dopo tanti anni, l’abbia ritrovata subito tra i sentieri di ghiaia. L’ho lasciato davanti alla stessa foto che tengo nel portafoglio, e mi sono allontanata per dare uno sguardo alle tombe dei bambini. Sono ancora lì, bambini in eterno, e sento le loro vocine animare le fotografie in bianco e nero. Ascolto con più attenzione questa volta, voglio capire cosa stanno dicendo. Sorrido.

Mi stanno ringraziando per aver condiviso la mia mamma con loro.

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