Sostiene l’autore n. 22


Philip Roth - da Internet

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Sostiene l’autore n. 21


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Sostiene l’autore n. 20


Philip Roth - da Internet

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Sostiene l’autore n. 19


Philip Roth - da Internet

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Sostiene l’autore n. 18


Philip Roth - da Internet

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Sostiene l’autore n. 17


Philip Roth - da Internet

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Gli innamorati sono insopportabili.

Così aveva pensato il barista mentre puliva il banco, non appena era uscita una coppietta che aveva bevuto il caffè tra un’effusione e l’altra. Ma quello era il bar della stazione delle corriere, e il barista era abituato a quella clientela che lui amava definire variegata. Il sole di luglio non si era ancora arrampicato troppo in su, nel cielo, e la temperatura era ancora accettabile. Aveva continuato a passare uno straccetto sul bancone, svogliato, per contrastare la noia di quei minuti fino a quando il ragazzo era entrato; si era seduto in disparte, in un tavolino d’angolo, ma il locale era vuoto e il barista lo aveva squadrato in lungo e in largo. Era il tipico ragazzetto, con zaino e tutto quanto. Di quelli che, finite le scuole e senza troppi soldi in tasca, prendono la corriera per farsi un giorno al mare.

«La corriera per il mare parte tra un’ora» lo aveva apostrofato, mentre con un colpo secco chiudeva la lavastoviglie e la faceva partire.

Il ragazzo lo aveva guardato inebetito, poi aveva risposto che stava aspettando qualcuno.

«Ah, la tua ragazza!» aveva ammiccato il barista.

Il ragazzetto aveva fatto un mezzo sorriso intimidito che sì, qualcosa del genere.

«E la porti al mare, dopo?»

Aveva risposto che no, non credeva. Perché, in effetti, quel giorno i suoi non erano in casa. E allora… forse…

Il barista gli aveva strizzato l’occhio, sornione.

«Bravo, fai bene. Ma stai attento, e prendi le tue precauzioni. Perché le donne sono tutte uguali e lo fanno apposta. Lo fanno per incastrarti. È solo questo, che vogliono: un bel matrimonio. L’abito bianco, la chiesa, e tutte quelle cose per le quali si illudono di essere regine. Poi quel giorno passa: tu scopri che loro sono davvero regine, ma tu non sei re. Nemmeno in casa tua. Soprattutto, in casa tua. Anzi: sei diventato schiavo; fai gli straordinari perché bisogna pagare il muto, dipingi questo, aggiusta quello, porta fuori la spazzatura. Quando parlano con gli altri, sono sempre loro che fanno tutto. Anche se sono a casa a non fare nulla e tu ti spacchi la schiena per otto, nove anche dieci ore al lavoro. Che quando torni a casa, porca troia, vorresti riposarti, no? Che hai il diritto di farlo, dopo aver lavorato. Che non è chiedere molto, dopo una giornata fuori, di avere una cena calda e una moglie che ti lasci guardare in pace la tv sul divano. Senza assillarti con i suoi stupidi problemi. E che, una volta a letto, te la dia senza fare troppe storie.» Il barista aveva fatto un gesto vago: «I mal di testa, e tutte quelle cose lì. Ecco perché devi stare attento. Goditela, finché te la dà con il miraggio del matrimonio. Poi, quando comincia a insistere, la molli. Tanti saluti, amen, e così sia. Te ne trovi un’altra più giovane. Lasciatelo dire da me, che con tutte quelle che vedo passare per il bar… Per non dire di quello che mi tocca di sentire.»

Il ragazzo aveva ascoltato in silenzio, senza intervenire. A volte aveva aggrottato la fronte, ma più spesso aveva tenuto lo sguardo chino. Come se fosse intento a leggere un giornale interessante, al tavolo dove era seduto. Il barista, incoraggiato dal silenzio del ragazzo e dal fatto che nessuno entrasse neppure per chiedere informazioni sugli orari, aveva alzato il tiro. Aveva enumerato le sue conquiste e i metodi che aveva usato per lasciarle. Ma, soprattutto, aveva sciorinato i suoi successi sotto le lenzuola. Fino a quella volta in cui si era chiuso con Vittoria – una rossa tutto fuoco – in camera da letto per ventiquattrore filate. Senza né dormire né mangiare.

«Alla fine non aveva più un buco sano» aveva detto al ragazzo, strizzandogli l’occhio.

Il ragazzo si era guardato attorno un po’ spaesato, poi aveva azzardato una domanda:

«Non è mai capitato che fossero loro a lasciare lei?»

Il barista se ne era uscito con una sonora risata. Un po’ per il tono formale della domanda, un po’ perché no, non esiste che fossero loro a lasciare lui.

«Devi stare attento: sei tu, l’uomo. Tu porti i pantaloni e tu devi decidere. Ricordatelo sempre: il pallino del gioco è in mano tua, è tua responsabilità comandare.»

Il barista lo aveva fissato dritto negli occhi, ma era chiaro che il ragazzo fosse innamorato. E questo era un guaio serio: quando fanno così, i maschi diventano cedevoli. Le ragazzine hanno un intuito speciale per capire i punti deboli dei maschi.

«Anche se loro dicono il contrario, vogliono essere comandate. Se si ribellano, bisogna fare come con i bambini: una bella sberla, giusto per far capire chi comanda. Magari non sarà giusto. Non dico neanche che sia piacevole. Ma fa parte delle responsabilità dell’uomo. Non so chi abbia scelto così: la natura. Dio. O forse è solo successo, e basta. Però è nell’ordine naturale delle cose. Lo sanno tutti…»

Il ragazzino non era ancora pronto per questo genere di cose, il barista ne era certo: bastava guardare il modo in cui scrutava continuamente l’orologio, nell’attesa che lei arrivasse. Di tutto quello che il barista gli aveva raccontato non doveva aver ascoltato una parola. Sperò che la sua ragazza lo lasciasse: era brutto augurare a un altro uomo una cosa del genere, ma la cicatrice che gli sarebbe rimasta avrebbe reso la sua scorza più dura. E lui sarebbe diventato un uomo vero: uno capace di prendere in mano sia le redini della propria vita, sia le briglie di tutte le puledre che gli capitassero a tiro. Al barista stava simpatico, quel ragazzino.

«Ci vorrà molto prima che lei arrivi? Vi offro qualcosa da bere. Ne avrete bisogno, no?, con tutto quello che suderete.»

Le guance del ragazzo si erano imporporate per un istante.

«Dovrebbe essere già qui, per la verità.»

Il barista aveva scosso la testa, ridendo piano mentre asciugava un bicchiere.

«Cominciamo bene: ti fa già aspettare.»

Il ragazzo aveva fatto un sospiro, che poteva essere un sì o anche un no, quando dalla porta aveva fatto capolino un secondo ragazzo.

«Marco! Finalmente!» aveva detto il primo ragazzo, guardando verso l’ingresso.

Il barista aveva squadrato da capo a piedi anche il nuovo arrivato. Sarà un suo amico, aveva pensato. Magari avrebbe dovuto accompagnarlo da qualche parte, o forse stava accompagnando lei da lui. Il ragazzo si era alzato e gli era corso incontro ma, quando gli era stato ormai addosso, lo aveva abbracciato e baciato. Sulla bocca.

Le labbra del barista si erano strette, mentre li guardava. Avrebbe voluto voltarsi, ma c’era qualcosa di magnetico in quei due che lo obbligava a tenere gli occhi incollati su di loro: se c’erano due che si dovevano mai essere amati, sulla faccia della terra, dovevano essere proprio quei due. Bastava guardare i loro occhi. Come si specchiavano, l’uno nell’altro. Avevano sciolto l’abbraccio e si erano diretti al bancone in silenzio, due sorrisi ebeti stampati su due visetti imberbi.

Il barista aveva tirato fuori due succhi di frutta. Due a caso, e li aveva versati senza dire una parola. Lui era un uomo, e la parola di un uomo non va mai ritirata. Il silenzio aveva riempito il locale; loro avevano bevuto, poi avevano ringraziato e se ne erano andati. Il barista non aveva più detto una parola; aveva preso le bottigliette e, prima di metterle nella spazzatura, aveva dato loro una rapida occhiata. Succo alla banana. Un sorriso obliquo gli aveva attraversato il volto, al pensiero che la sua mano fosse stata più veloce dell’occhio. Quindi le aveva lanciate, facendole finire nel bidone con il tonfo sordo del vetro. Il barista aveva scosso la testa un’ultima volta, mentre entrava un signore anziano che chiedeva un caffè lungo. Aveva riempito di polvere il filtro e un ultimo pensiero gli aveva attraversato la mente.

Gli innamorati sono insopportabili.

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Sostiene l’autore n. 16


Philip Roth - da Internet

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Era così che doveva finire. Quando aveva telefonato al commissario e questi si era lasciato sfuggire quel nome, aveva capito tutto. Non aveva ascoltato le parole di Daniele che lo invitava a non fare imprudenze, perché a quell’indirizzo abitava la Morte. Era uscito di corsa dall’appartamento, eludendo la sorveglianza dei due agenti che dovevano proteggerlo. Non era stato difficile per un illusionista. Forse era pazzo, ma quella era una sfida che riguardava solo lui e Lucifero. Era deciso. La partita si sarebbe chiusa quella sera in un modo o nell’altro. E in una battaglia vince sempre chi ha fermamente deciso di vincere. c’era una nebbiolina leggera nell’aria e i lampioni accesi avevano assunto un aspetto sinistro. Dietro i palazzi di piazza Cordusio, la luna appariva come un enorme faro acceso sulle miserie degli uomini.

Suonò il campanello del numero 21 e il portone si aprì di scatto. Salì le scale con il cuore in gola. Forse aveva commesso un errore a sfuggire ai suoi angeli custodi. Provò anche il desiderio di fare dietrofront e aspettare la polizia. No, spiacente, non mollerò. Lucifero lo incalzava, implacabile, gli aveva dato anche un indirizzo. Provò la dolorosa sensazione di non aver fatto nulla per salvare la sua amica Claudia. Aveva cercato di cancellare i ricordi, ma ora gli tornavano vivissimi alla memoria, spingendolo in uno stato d’animo diviso tra prostrazione e rabbia. Nei giornali, il dramma o la tragedia precipitavano presto nel dimenticatoio, riducendosi a un fatto qualsiasi, un fatto degli altri, senza più alcun interesse personale. Ed era questo che a lui non riusciva: dimenticare la sventura degli altri, come se non lo riguardasse. Non poteva farci nulla: era nato così. E adesso provava un feroce desiderio di vendetta. Gli apparve il volto sorridente di Claudia. Non l’avrebbe più rivista. Non avrebbe più bevuto il suo famoso caffè.

Arrivò al pianerottolo. La porta era aperta. Lo aspettava. La sfida era iniziata. Entrò rapido, chiudendosela alle spalle. Non c’era nessuno. Doveva stare in guardia. Avanzò con prudenza. Malgrado gli sforzi per restare calmo, poteva sentire i battiti del suo cuore che acceleravano. La luce era soffusa. Si guardò attorno. In quel momento ebbe la sensazione di essere l’ultimo della sua specie. Computer portatile, fax, scaffali coperti di classificatori, la stanza non celava alcun tesoro e, soprattutto, nessuna scappatoia. Li mago esitò. Intuì che qualcosa non andava. Strinse i pugni e si voltò per uscire al più presto da quella che gli sembrava sempre più una trappola. Sentì un rumore, ma non era stato lui. La ragione era tanto semplice, quanto terribile. Forse aveva davvero commesso un errore. Ma adesso era troppo tardi per tornare indietro.

Era lì, davanti a lui, e gli sbarrava il passo.

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