Thriller n. 36 e 37: la votazione


photo credit: i voted via photopin (license)

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Finalmente è giunta l’ora di votare i risultati del primo thriller in due puntate. Abbiamo prima cercato di creare una backstory, e poi abbiamo cercato di usarla nel thriller per dargli profondità. Non è stato facile. Il fatto che nel testo ci fosse anche un piano ulteriore, quello onirico, ha reso spinoso un problema che era già complesso.

Questo è il risultato finale; come sempre, in ordine di apparizione. Ora tocca a voi giudicare. Buona domenica e buona lettura.

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Helgaldo

Se c’era una cosa che non sopportava, che la terrorizzava, erano i film di paura in tv. Non li guardava mai, quando gliene capitava uno facendo zapping, cambiava immediatamente canale per evitare di esserne attratta. C’è già abbastanza tensione e odio in giro di giorno, per strada e sul lavoro, per desiderare di distrarsi alla sera guardando un film violento e stupido, che non l’avrebbe sicuramente fatta dormire, ma vegliare al buio della stanza, ascoltando col fiato sospeso ogni più lieve rumore e temendo che un assassino fosse dietro la porta per violentarla e poi strangolarla.
Perché allora quella sera non cambiò canale, come aveva fatto sempre, ma se ne restò sotto una copertina calda sul divano, ma con lo sguardo incatenato al thriller che stavano trasmettendo su Antenne2?
Impietrita dalla musica, terrorizzata dall’atmosfera noir di Parigi, dove era ambientato il film che raccontava di una fuga da un’implacabile assassino, che poi l’aspettava nell’unico posto che lei considerava sicuro, la sua casa a Montmartre, per stuprarla e ucciderla, se ne stette immobile e incapace di non guardare fin quasi all’epilogo. Ma quando la poverina, rientrando a casa sale i gradini lentamente, fin quasi alla porta che nasconde l’uomo e il suo coltello, non resiste, e spegne la tv facendo piombare di colpo la stanza in un silenzio acuto che le mette ancora più paura. E in quel preciso istante suona il telefono. Chi sarà a quest’ora? Un maniaco, uno stupratore? Rispondere o fingere di non esserci?

«Pronto…».
«Stavi dormendo?».
«No, stavo per andare a letto».
«Sei uscita, stasera? Hai visto che temporale?».
«Sono rimasta a casa, mamma. Ho visto un film».
«Anch’io. Quale?».
«Su Antenne2».
«Ma al martedì danno i thriller!»
«Spero di non pentirmene stanotte…».
«Venivi a dormire tra me e papà quando avevi paura da piccola, ricordi?».
«Mi piacerebbe ancora, specie stanotte».
«La mia piccola Amelie… Domani pranziamo insieme?».
«Non posso, mamma. Ho l’appuntamento alle nove col dentista».
«Allora fila a letto. Buon riposo, piccola».
«Ciao mamma!».

Se ne andò a letto, e si stupì al risveglio la mattina successiva di aver dormito tutto di filato senza turbamenti né paure. Forse era diventata grande. Alle nove meno cinque era allo studio, calma e tranquilla, e la giornata prometteva bene.

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

«Tutto bene, piccola?».
«Quand’è che diventerò grande, mamma?».
«Tu sei già grande».
«Mi basta un film per farmi dubitare».
«Non pensarci e pranziamo insieme».
«Dove ci troviamo?».
«In Montmartre?».
«Ti prego, no! Agli Champs, va bene?».
«Certamente piccola, come vuoi tu».

Michele

Possibile che nessuno la capisse? Tutti la consideravano ancora una bambina: sua madre, il suo fidanzato, ci mancava solo che anche il gatto smettesse di considerarla. Tutti sempre convinti che lei avesse paura, che andasse protetta. Nessuno che capisse che essere sensibili ed essere adulti non erano in antitesi, che soffrire e immedesimarsi negli altri era una cosa giusta, che commuoversi o spaventarsi per un film erano cose normali. Invece sembrava che fosse una congiura: tutti cospiravano per farla arrabbiare. Aveva fatto bene a spegnere il telefono, prima di uscire. Che morissero tutti di sensi di colpa. Che per una volta fossero loro a preoccuparsi inutilmente e a tormentarsi per come stava lei. Aveva camminato piano, sul lungo Senna. L’acqua sembrava attrarla. Avrebbe risposto volentieri al suo richiamo. Ma era nera. Fredda e sporca. Piena di creature di cui non voleva sapere nulla. Si era ritratta di colpo dalla ringhiera di marmo, quasi investendo una coppietta. Camminavano svelti, con la faccia complice e felice degli amanti che non vogliono farsi scoprire. Aveva guardato l’orologio: se avesse indugiato ancora un po’, avrebbe fatto tardi dal dentista.
La fretta però era stata una cattiva consigliera: doveva essersi persa tra i vicoli di Montmartre. Persino i pittori erano spariti e si era fatto buio. Tutto era grigio. Abbandonato. I muri freddi e ostili. Aveva adocchiato una porta: da dentro filtrava una lama di luce che rimbalzava giù per una scala. Aveva fatto un passo, tremante. Aveva preso in mano il cellulare ma ogni volta sembrava riaccendersi, per poi spegnersi di nuovo. Il buio era fitto, adesso, e l’unica scelta era andare verso la porta: temeva cosa ne avrebbe trovato, ma non poteva far a meno di avanzare. Doveva aprirla, malgrado le risate maligne che giungevano da al di là del legno. C’erano uomini sguaiati, dentro. Torvi e ubriachi. Aveva cercato di alzare le mani per difendersi, ma la tracolla della borsa era una corda che le impediva i movimenti. Pensava che la volessero derubare. Ma poi aveva sentito quelle mani tirare i vestiti, strapparne la stoffa, affondare nella sua pelle bollente. Poi, fatto quello che dovevano fare, l’avevano gettata nel fiume. E allora erano stati i topi, a farsi avanti. Orde di topi affamati, che cavalcavano sulle onde nere che la cullavano. Infine, era spuntata una mano a scuoterla.
Aveva aperto gli occhi e si era trovata di fronte il dottor Dubois, il dentista: «Tutto fatto, signora. Mezza corona, prego.»

Sandra

Una giovane donna si trova sperduta a Montmartre: desiderava tanto visitarlo ma ora nel buio il quartiere ha perso ogni attrattiva. Forse è stata troppo dura col fidanzato, o forse no, ma la conclusione è che ora cammina fra i vicoli da sola e rimpiange un po’ la sua compagnia, ha paura e non ricorda neppure quale metropolitana debba prendere per rientrare in hotel. La cartina è rimasta nello zainetto di Marco. Vede una casa, finalmente, c’è una luce, forse qualcuno a cui chiedere indicazioni. E’ un bar malfamato, frequentato da uomini, in prevalenza ubriaco, così i modi di Marco – Marco, dove sei? Perché ti ho lasciato andare via senza correrti dietro? – sembrano così raffinati ora al confronto di questi maniaci. La donna urla di terrore quando capisce che la vogliono rapinare, forse stuprarla. Sente lo sciabordio della Senna, dondola. E in lontananza la voce della madre, che la rassicura “non sei più una bambina.” E di colpo le viene in mente l’appuntamento col dentista. E proprio mentre soffoca e vorrebbe tornare a poche ore prima al Sacro Cuore e dire a Marco “va bene, andiamo allo stadio adesso, come tu vuoi e poi sì, sceglierai tu il ristorante!” e annullare l’assurda situazione in cui si è cacciata, finalmente la voce amica del dentista. E dalla porta socchiusa vede Marco, nella salsa d’aspetto, si tocca la guancia, lui ha già tolto il dente del giudizio e l’aveva avvisata circa la potenza dell’anestesia, di quel dentista strampalato che, in un momento di confidenza, gli ha rivelato di essere un pittore mancato.

Marina

Che ci faccio io qui, nel quartiere parigino di Montmartre? di notte, per giunta! Proprio io che ho una paura boia di mettere il naso fuori casa oltre un certo orario! È tutto buio e spaventoso e questo lungo muro proietta ombre sinistre lungo la strada. Sono terrorizzata. Finalmente una casa. Il portone è aperto: salgo le scale in fretta.
“Pardon, monsieur”- urto contro un signore che si schermisce mentre con discrezione stringe a sé una donna, supero entrambi e raggiungo l’ultimo piano del palazzo dove una luce e delle voci richiamano la mia attenzione. È un bar pieno di uomini ubriachi; mi guardano in modo strano, si avvicinano, mi prendono la borsa, uno mi grida in faccia: “mia moglie non me la dà da mesi; voglio rimediare con te, bel bocconcino!” Urlo, vuole violentarmi e gli altri lo seguono a ruota. Quei delinquenti ridono, cantano e bevono: qui sembra una festa e la festa la stanno facendo a me! Poi mi legano e mi buttano nel fiume. Mentre dondolo nell’acqua mi accorgo di una donna affacciata alla finestra del primo piano che strabuzza gli occhi, vorrei gridare “aiuto”, ma non ci riesco e in più i ratti si avvicinano pericolosamente: anche per loro sono un bocconcino prelibato.
Mi sento soffocare. Una mano mi scuote, uno sfondo musicale accompagna il mio risveglio, quanto adoro Charles Aznavour! Metto a fuoco il volto del dentista: prima dell’anestesia lo avevo sentito parlare sottovoce con l’infermiera, darle un appuntamento a Montmartre. Poi il buio.
“Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!”
Accidenti, ma allora le voci che circolano sono vere: il dentista ha un’amante!

iara R.M.

Che posto è questo? So che non può essere reale, mi sembra quasi che queste viuzze giochino a mischiarsi tra loro per il gusto di confondermi. Eppure, ero sicura di dover andare da questa parte… Sbuffo spazientita e affretto il passo. Il mio cuore comincia a battere forte e il respiro diventa ansimante. Ho la testa vuota. Ho imparato a riconoscere bene queste sensazioni, purtroppo; ma non adesso, ti prego… non ora. Imploro me stessa, mentre cresce la sensazione di essere stritolata da queste strade che intorno a me diventano sempre più strette e buie. Cerco di controllare il respiro, ma riesco a stento a trattenere le lacrime; se c’è una cosa di cui non ho bisogno è perdere il controllo. Proseguo incerta, rasento un lungo muro e prego che possa condurmi alla piazzetta dove ho lasciato la macchina.
Odio questi labirintici quartieri parigini e odio Montmartre; se non fosse per orgoglio lascerei perdere i sogni di gloria e me ne tornerei in Italia, ma non voglio sentirmi dire che sono una bambina capricciosa. “Elisa, concentrati… cerca un punto di riferimento, una cosa qualsiasi…” mi esorto coraggiosamente, ma non faccio che girare a vuoto. Mi tremano le mani, prendo il telefonino dalla tasca, voglio chiamare Stefano, spiegargli dove sono, chiedergli di venire a prendermi, ma esisto perché potrebbe non volermi rispondere. Mentre cerco di prendere una decisione mi accorgo di una porta socchiusa e mi ci infilo. Ci sono delle scale che portano a un piano superiore da cui proviene una luce e dei rumori; tendo l’orecchio per sentire meglio: voci, risate, musica, tintinnio di bicchieri che si urtano. Immagino subito che possa trattarsi di una festa, magari di artisti della zona, potrebbe essere un colpo di fortuna, penso sollevata. Salgo un gradino alla volta e cerco di trasformare in un sorriso la smorfia che avevo dipinta sulla faccia fino a pochi istanti prima. Entro in un bar e le mie speranze vanno in frantumi. Intorno a me solo uomini trasandati, vestiti con orrendi pantaloni e canotte trucide, intenti a bere grossi boccali di liquidi scuri; nella stanza una puzza di aria stantia irrespirabile, da dare il voltastomaco. Sgrano gli occhi, vedo un paio di quei tipi ripugnanti venire verso di me. La stanza a un tratto comincia a girarmi tutta intorno, mi si annebbia la vista, sento le loro mani ruvide toccarmi ovunque, sento i loro respiri sulla mia pelle. Grido, mi dimeno, piango. Loro ne hanno abbastanza di me, mi legano stretta e mi chiudono la bocca con del nastro adesivo. Non posso più chiedere aiuto. Mi gettano nel vuoto e cado nelle gelide acque del fiume, in balia della corrente e dei topi. Sprofondo. Mi manca l’aria. Penso che non potrò più parlare con Stefano, dirgli cosa penso di questa città, del mio lavoro.
Affogo. Una luce bianca mi acceca e mi costringe ad aprire gli occhi lentamente. Sbatto incredula le palpebre difronte al volto familiare del mio dentista, il dottor Dubois. Mi accorgo che mi scuote gentilmente con una mano e mi sorride.
«Signora, si svegli. Abbiamo terminato. Mezza, corona, prego!».
Mi alzo intontita e prendo la borsa per pagare. Sono felice di non essere nella Senna. Prendo il cellulare, voglio chiamare subito Stefano, è tutto il pomeriggio che non lo sento. Mi chiedo se abbia provato a cercarmi…
«Dottore, le dispiace lasciarmi fare una telefonata? La batteria del mio telefonino è scarica e temo che il mio fidanzato possa stare in pensiero…»
«Faccia pure, signora. Il telefono è alla reception in sala d’attesa. »

Giulia Mancini

Certo che quel simpaticone del mio collega Jacques poteva accompagnarmi, fa sempre quello gentile e disponibile, mi tiene ore alla macchinetta del caffè a farmi perdere tempo. Come se non avessi capito che gli piaccio, anche lui piace a me, ma potrebbe decidersi e buttarsi invece tergiversa indeciso come tutti gli uomini. Come vorrei finalmente trovare un uomo con le idee chiare, qualcuno che mi ami a cui possa appoggiarmi e avere sostegno. Sto ancora a credere al principe azzurro. Ma dove sono maledizione? Qui è tutto buio, non riesco a orientarmi! Ormai il dentista sarà già chiuso. Ah ecco vedo una luce, c’è un locale, vado a chiedere indicazioni, meno male.
No, ma perché sono entrata in questo tugurio! E quei brutti ceffi non mi piacciono neanche un po’, aiuto cosa volete farmi! Stanno abusando di me, mi sento morire sto per svenire.
Jacques perché non sei con me, avresti potuto evitarmi tutto questo. Non so dove sono, sento un’acqua gelida che mi avvolge, ho freddo, voglio solo morire in fretta, cosa sono questi morsi, no sono topi! Che schifo, svengo di nuovo per fortuna.
Una mano mi scuote forse Jacques è venuto a salvarmi. Allora esiste il principe azzurro.
«Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

***

Il voto è anonimo.

***

  1. Voto per: Helgaldo
    Commento: Perché ha unito le due parti e la storia sembra più completa.
  2. Voto per: Sandra
    Commento: Mi ha convinto più degli altri
  3. Voto per: Sandra
    Commento: Ben costruito. Mi è piaciuto.

Thriller n. 35: la classifica


photo credit: i voted via photopin (license)

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L’ultima volta abbiamo provato a fare a meno di qualche lettera. La “T”, la “N”, la “R”; abbiamo persino rinunciato a qualche vocale. Oggi, quindi, niente votazione: proviamo a dare i voti in maniera più meccanica, basandoci solo sulla tavola di frequenza delle lettere per l’italiano (fonte: Wikipedia). Sono stati esclusi tutti gli svolgimenti in cui ho trovato una lettera incriminata; se trovate degli errori, fatemelo sapere, che correggo. Ci sono alcune versioni in cui manca davvero poco per entrare al primo posto della classifica (vero, Marina?). L’ordine è quello di apparizione.

Ovviamente siete sempre in tempo per fornire una nuova versione!

EDIT: Si sono aggiunte altre due versioni di Marina.

EDIT 2: E una di Iara.

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Marina (senza T: punti 5,62)

Una giovane donna si perde nelle vie di uno dei luoghi più belli di Parigi, immersa nel buio del calar della sera. La giovane cammina fra i vicoli vicino a un lungo muro, ha paura, vede speranzosa una casa. Sale le scale, le sembra di riconoscere il bagliore di una luce provenire da lassù. È un bar, quello che scopre, pieno di uomini ubriachi. Gli uomini le vanno addosso: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla in preda alla paura più nera, i maniaci la legano, la lanciano giù, nel fiume, osservano che i peggiori nemici dei felini giungano a divorarne le carni. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Non respira. Una mano la smuove, si sveglia, eccola, la voce amica del medico che l’ha messa in salvo da un’odiosa carie: “da oggi non avrà più problemi, signora! Mezza corona, prego!”

Michele (senza T e N: punti 12,5)

La ragazza si è persa per le vie di Parigi. Si ode il gorgogliare del fiume, ma lei è chiusa da muri e vicoli grigi. Ombre buie, fuse al bigio della sera. Poi appare la luce, giù: arriva da qualche uscio, che si cela per le scale del palazzo che le occupa la visuale. Decide di seguirla. Ecco il palmo sulle assi. Preme, per avere lo spazio per accedere: di là, solo ubriachi. Persi a ridere e bere.
È presa dai fuorilegge. La loro pelle, sporca e calda, sulla sua, chiara e fresca. Urla. Si sgola. Ma è sola, là.
Dopo, emerge la fase delle corde: allacciare, legare, calcare. Dolore, graffi; le è sasso che vola all’acqua del fiume.
All’improvviso, dal fiume scuro sorge il sorcio che la morde. Poi, due. Poi sei, dieci, mille sorci. Prima di morire, c’è la scossa amica e il sorriso del medico che le cura le carie: «Si svegli! Mi deve mezzo soldo».

Sandra (senza A: punti 11,74)

Consuelo percorre l’intrico di vie dei pittori. E’ buio e teme di non poter riemergere. Ecco un edificio, decide di correre su fino dove crede di potersi nutrire, bere forse persino dormire. No, non è così: scorge solo nuvole di fumo e sente urli, lì diversi brutti ceffi siedono sulle seggiole lungo il perimetro dei muri sporchi e vedendo Consuelo si prendono gioco di lei. Un posto orribile pieno di prepotenti, forse portuensi. Quei bruti fingono di prenderle il borsellino, scherzi crudeli in crescendo, poi sberle, pugni finché lei ritiene possibile che quegli esseri orrendi superino il confine, tipico degli sbronzi di vino pessimo, con uno stupro!
Il fiume, i topi, dondolii del suo corpo dling dlong. Terrore.
Infine il risveglio con i modi gentili del medico, tutto finito, il conto e ci si rivede presto!

Sandra (senza E: punti 11,79)

Amanda si trova a Parigi, sotto la bianca basilica tanto cara ai pittori. Una nottataccia buia, ha smarrito la via di casa, poi un Bistrot, lassù al quarto piano. Potrà sfamarsi al calduccio. Ma quando varca la soglia un bar malfamato si para davanti ai suoi occhi. Grida, schiamazzi. Puzza di vino, subito mani addosso di bruti, disgraziati, ubriachi, via la borsa, schiaffi, pugni, calci. La donna ha paura di un abuso! Morirà! Sono tutti pazzi parlano di topi, fiumi, Amanda immagina il suo corpo in acqua, dondola già, soffoca poi si rianima sulla poltrona, la guancia ancora gonfia, il bisturi accanto. “Tutto fatto, signora, una corona!”

iara R.M. (senza T, N, R: punti 18,87)

Passeggio a Mo… Mo… come diavolo si chiama quel luogo famoso come Pigalle? Vago al buio, scappo dall’ampia gabbia di vicoli e viuzze che c’è qui. Passo dopo passo ambisco alla via della salvezza. Lì giù, vedo il fiume che scivola calmo, e qua, cosa c’è? Vedo quell’uscio dischiuso che dissipa la foschia che mi avvolge. Ecco la luce, vacilla come me, mi chiama, la seguo, salgo su; il locale puzza di alcol e fumo. “Via da qua”, mi dico. Alzo la voce, chiedo appoggio. Il ceffo più basso mi piglia alle spalle, il capo mi picchia, mi spoglia, mi viola; quello più muscoloso mi lega. Mi sveglio, l’acqua gelida mi culla; mi faccio cibo di piccole belve viscide; a poco a poco soffoco, muoio… Ma cosa accade? Chi mi chiama? E’ il mio medico, mi dice amichevole: «Ok, ci siamo madame. La vecchia paga e via!».

Marina (senza T e N: punti 12,5)

Ho paura, cerco la salvezza dopo essermi persa a Parigi. Adesso, povera me, provo a uscire viva da quello sciame di vicoli bui dove solo il muro può farmi da guida. Mi sembra di vedere brillare la luce della casa a due passi da me, così decido di verificare se lì sia possibile salvarmi. Il bar che scopro è vivaio di ubriachi alla ricerca di guai. Arresami al dramma della loro bislacca idea di abuso e ferocia su di me, grido immobile, chiusa dalla corda sui polsi e volo giù. Il fiume mi accoglie, schivo orribili sorci presi dai morsi della fame. L’acqua mi culla e il respiro si ferma. La carezza amica del medico, che mi ha reso la bocca agibile dopo il dolore al molare, mi sveglia; è lui che mi rivolge per primo la parola: “via il problema, cara! Adesso paga, prego”.

Marina (senza T , N e R: punti 18,87)

Lei è piccola ed è sola, dove Eiffel è uomo famoso. Impossibile la via di fuga da quei cavillosi vicoli bui. Pallida e scossa vede la luce della casa a due passi da lei e va: la salvezza è sua! Quel luogo è vivaio di follia omicida, a causa di essa la piccola, quasi, cade secca. La sua voce debole chiede pausa, ma il pazzo più vecchio la lega, la solleva e poi giù, il fiume la accoglie; gli occhi vispi dei capi di quella cloaca acquosa fissi su di lei. A bocca chiusa, scivola giù. Il medico, suo amico, la chiama e la salva, ma dopo le chiede mezzo soldo.

iara R.M. (senza L e S: punti 11,49)

Cammino da ore e non mi oriento più. Mi guardo intorno intontita. Troppe viuzze buie intrecciate davanti ai miei occhi mi rendono incerta. Amo Montmartre, ma ora ho paura. Che direzione devo prendere? Dove devo andare? Mi affianco a un vecchio muro di cui non vedo una fine. Avanzo impaurita fino a individuare una porta da cui proviene un chiarore; è aperta, decido di fidarmi e entro. Odo rumori caotici che raggiungo in fretta, e comprendo di aver fatto un grande errore. Mi trovo in un bar pieno di uomini ubriachi; mi guardano truci e arrivano da me per rapinarmi. Non è ancora finita: mi afferrano con forza per appagare abietti capricci. Io grido terrorizzata e mi dimeno; mi gira tutto, non vedo più niente. Intorno a me vedo acqua, tanta acqua e topi affamati. Vorrei difendermi, nuotare, ma mi è impedito: ho mani e piedi tenuti fermi da una corda. Ondeggio in qua e in giù. Annego inerme. Recito una preghiera, mi arrendo. Tutto pare finire quando una mano mi tocca e mi agita. I miei occhi, vedono un amico, un bravo dottore che cura i miei denti da una vita; mi guarda e mi dice educato:
“Tutto fatto, madame. Mezza corona, prego”.

Thriller n. 34: la votazione


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Eccoci qui, pronti per la votazione del thriller ispirato alla scena di un libro. Lasciate che ve lo dica: il livello delle vostre elaborazioni si sta alzando in maniera strepitosa, e ogni settimana fate un passo ulteriore. Le storie qui sotto sono tutte spettacolari e decidere quale scegliere sta diventando più difficile che scriverne una.

Vi ricordo solo, prima di lasciare la parola ai racconti, che le votazioni si chiuderanno martedì sera, che il voto è anonimo ma il commento – qui e nel post dell’esercizio – è libero. E che siete sempre in tempo per aggiungere la vostra versione del thriller. A mercoledì e vinca il migliore!

EDIT: Si è aggiunto Seme Nero. Se chi ha già votato dovesse decidere di spostare il voto, non ha che da dirlo nel commento della nuova preferenza.

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Sandra

Carissima Belle,
da tanti anni non ho sue notizie… deve venire a Montmartre, un luogo incantevole, il cuore di Parigi… tante cose da dirle… i vecchi tempi… bere champagne e mangiare crepes au chocolat… alle 12.40 alla Gare de Lyon… c’incontreremo in Place du Tertre. Sempre sua
Costance Culmington.
Belle Arlington rimette la missiva in borsa, l’ha già letta troppe volte. È così tipico di Constance: circondarsi di mistero per poi non farsi trovare all’appuntamento. Si chiede se quel mezzogiorno non fosse piuttosto mezzanotte, il tempo passa, non ci sono recapiti sulla lettera, così si ritrova a vagare ripassando di tanto in tanto dalla piazza che va svuotandosi dai pittori, in cerca di Miss Culmington.
Certo anche lei sarebbe stata contenta di parlare con qualcuno dei vecchi tempi. E nonostante il contrattempo è certa di una cosa: prima o poi la bizzarra signora Culmington sarebbe arrivata, e lei avrebbe fatto le vacanze gratis a Parigi! Le sue rendite si erano ridotte e quell’invito era stato davvero una provvidenziale.
Tardi, troppo tardi. Stanca Belle si trascina lungo i vicoli bui, le occorre un luogo confortevole dove cenare e magari trascorrere la notte, una locanda a buon prezzo possibilmente. Finalmente una casa. Sale le scale, non ci sono insegne, ma chissà. Strana faccenda però, a pensarci bene. Sì, davvero strana. Non si tratta di un posto dove pernottare, ma di un bar malfamato.
“Signore e Signori! Prego, silenzio!” Belle sussulta, si guarda intorno e fissa le facce dei vecchi ubriaconi che tracannano vino scadente. Chi parla?
“Belle Arlington, il 7 aprile del 1998 ha provocato la morte di Jimmy Page.”
Belle trasalisce, mentre intuisce che quegli energumeni non solo non la difenderanno dalle accuse, ma si stanno avventando su di lei, forse vogliono rapinarla, o peggio abusare di lei.
“Imputata, alla sbarra, che cos’ha da dire in sua difesa?”
Le mani di quei farabutti le sono addosso. Poi la legano con la promessa di buttarla nel fiume, per farla divorare dai topi.
La voce che proviene dal grammofono si ferma. Una bugia quell’accusa, intanto la donna sprofonda nell’acqua, dondolando. Qualcuno prende il disco e ne legge l’etichetta “Il canto del cigno…”
“Signorina Arlington, Signorina Arlington, sveglia. È sempre così sfasata dopo l’anestesia. La vedo turbata… cos’è successo il 7 aprile del 1998?”
“Io… Montmarte… Jimmy Page… I topi…”
“Su, su. Era un incubo. Mezza corona per l’otturazione e ci rivediamo per il controllo. Fissi l’appuntamento con la mia segretaria.”

Dieci piccoli indiani – Agatha Christie.

Michele

Era la sera di Capodanno e mi ero persa. I vicoli dovevano essere quelli di Montmartre, perché era quello per cui avevo pagato. Ma non c’era traccia del party a cui avrei dovuto partecipare. Anzi, non c’era proprio nessuno, in giro; solo, ad un certo punto, mi ero accorta della presenza di qualcun altro che, in silenzio, osservava chissà cosa. Un ragazzo, avvolto in un cappotto scuro, che rimirava qualcosa dal lungo Senna giù, nel fiume: un punto lontano, inghiottito dall’oscurità. Gli avevo dato un’occhiata fugace, ma poi avevo proseguito lungo un muro, nel tentativo di sfuggire a quel labirinto e trovare la casa dove Silde, Nuela e gli altri stavano facendo festa.
Non c’era voluto molto a trovare una porta dalla quale filtrava una luce. Prima di entrare, mi ero girata; del ragazzo, però non c’era più traccia, dissolto nelle ombre della notte. Avevo salito una ripida scalinata e avevo spalancato l’uscio dal quale sentivo provenire i rumori di risa e bicchieri che brindano, tipici di tutte le feste. Ma non era quello che mi aspettavo: i bicchieri erano boccali, le risa sguaiate. Non erano certo i miei amici, quelli, ma una manica di ceffi ubriachi.
Mi ero trovata sommersa dall’ondata fin troppo marcata dell’odore di vino da poco e muffa. Anche gli uomini, nel loro truce sguardo, si somigliavano tutti un po’ troppo. Si erano alzati insieme, e così insieme si erano diretti verso di me. Avevo mostrato loro la borsetta e il portafogli, nella speranza che si contentassero di quel poco che avevo. Era chiaro che non gli sarebbe bastato: per vendicarsi mi avevano legata e avevano deciso di gettarmi nel fiume, in balia delle onde e dei topi che lo infestavano. L’acqua aveva presto cominciato a riempire i polmoni e mi era mancato il respiro.
Non mi ci sarebbe voluto molto, per interrompere quella situazione; eppure, nonostante la paura, o forse proprio per quella e per la scarica di adrenalina che aveva generato, avevo deciso di stare al gioco e vedere come sarebbe andata a finire. Ma una simulazione non può spingersi troppo oltre, e quasi subito era apparsa prima una mano e poi tutto l’operatore della N.O.M. che mi aveva detto: «La simulazione è terminata. Mezza corona, grazie.»

31 Dicembre – Marina Guarneri

Marina

Qualcuno doveva averle fatto uno scherzo, poiché una sera, senza accorgersene, si ritrovò sola, sperduta nel quartiere parigino di Montmartre. Eppure erano andati tutti assieme a fare una passeggiata, anche se la sua migliore amica, che aveva un gran senso dell’orientamento, questa volta non era venuta. Non era mai accaduto prima di allora. La giovane aspettò che qualcuno degli amici la cercasse, poi decise di addentrarsi nei vicoli con una curiosità del tutto inusuale, che presto si trasformò in una paura talmente grande da farle sbattere i denti. “È impossibile!” – esclamò – costeggiando un lungo muro – “ma perché le cose più inspiegabili capitano tutte a me!” Poi, svoltato l’angolo, vide una luce: “voglio proprio vedere che gente trovo dentro quella casa illuminata – disse – e poi, quando avrò rintracciato i miei amici, voglio vedere come si giustificheranno per avermi causato questa seccatura”. Salì le scale ed entrò in un bar malfamato; un uomo snello, con un abito sdrucito fornito di pieghe, tasche e fibbie e con i bottoni aperti sul davanti le si avvicinò: “chi è lei? Che cosa vuole?” gli chiese la donna, spostando lo sguardo da quell’uomo che si era fermato sulla soglia a un altro che continuava a osservarle la borsetta. “Voglio andare via!” disse, a quel punto, con la voce tremula e lo sguardo impaurito. “No”, disse un terzo uomo che stava vicino alla finestra; sbattè il bicchiere colmo di vino sul tavolo e si alzò in piedi. “Non può andarsene, lei adesso è sotto sequestro.”
Gli uomini, allora, si avventarono su di lei e, senza un motivo apparente, prima le presero tutte le corone che teneva nel portafoglio, dopo le usarono violenza. La donna urlò di terrore: “non capisco, perché ce l’avete con me! Che vi ho fatto!”. Poi, legata e imbavagliata, la buttarono nel fiume, mentre con i fazzoletti si detergevano il sudore dalla fronte, lasciando che i ratti, di sotto, facessero il resto. La donna, esausta, cominciò a dondolare nell’acqua e a sprofondare lentamente, mentre il chiaro di luna diffondeva la sua luce nella notte. All’improvviso, spalancò gli occhi dentro una stanza dove un uomo esile le stava tendendo una mano sotto i guizzi del neon sopra di lei. Chi era? Un amico? Una persona buona? Uno che la voleva aiutare?
Dov’erano gli amici che non aveva più visto? Dov’era la strada che non aveva più ritrovato?
Sulle sue spalle si posarono le mani del dentista che le aveva estratto un dente. Con gli occhi che si svegliavano vide davanti al suo viso quell’uomo che si piegò su di lei e le disse: “mezza corona, prego”. Fu come se il ricordo di quell’incubo le dovesse sopravvivere.

Il Processo – Franz Kafka

iara R.M.

Ho sempre amato con paura quel quartiere della città che si chiama Montmartre. Mi sono spesso avventurata nelle sue strade strette e senza sole, nelle penombre delle botteghe antiche, tra le guglie di chiese tetre, spiata da grifi e mostri di pietra che folli architetti si sono divertiti a nascondere nei muri. Ho ascoltato il rumore del fiume melmoso e infestato da topi, che attraversa i vicoli in parte mormorando sotterraneo, in parte apparendo col suo colore di fiele tra ponticelli e attracchi marciti. Ho sempre pensato che l’ombra che avvolgeva quei luoghi fosse frutto dei racconti ascoltati, e della mia particolare sensibilità. Ora so che qualcosa mi aspettava, in quelle strade senza cielo, dove sembra di vagare in una immensa grotta. Qualcosa che non potevo immaginare nei miei peggiori incubi. Ma cominciamo da quella sera. Mi ero persa nella parte più buia di Montmartre. Mi trovai in una stradina così angusta che talvolta sfregavo coi gomiti le muffe e le sporgenze delle pareti. La percorsi di fretta, come inseguita, e sbucai in una piazzetta ignota. Era minuscola, sporca, e con stupore notai che non aveva uscita, solo il vicolo di accesso che avevo appena percorso. Vidi una porta socchiusa sul fondo, mi avvicinai. Con un po’ di esitazione, entrai. Sembrava l’ ingresso di uno strano negozio, dentro le scale polverose conducevano al piano superiore. Intravidi un tremulo bagliore, lo seguii. Ero finita in un locale fumoso e cupo. Provai subito una sensazione di malessere. Il caldo era soffocante, e la luce di un vecchio lampadario diffondeva riflessi rossastri. Subito mi colpì l’odore. Un miasma di alcool, di fumo, di acqua marcia, di bestia. E, particolare strano, c’erano molti individui ai piccoli tavoli rotondi e un grande silenzio. Vidi un uomo basso e calvo, con una barba caprina venire verso di me, seguito da altri due ceffi più alti e muscolosi. Notai i loro occhi scuri e selvaggi accomunati da una stessa intenzione. Quando furono difronte a me, feci qualche passo indietro. L’uomo basso parlò, la voce era roca e rugginosa.
– Chi sei tu?
– Mi… mi sono persa.
Mi rivolse un sorriso lievemente beffardo, e io, pensai che niente di quello che avrei detto, da lì in avanti, avrebbe fatto differenza. Gli uomini si avventarono su di me, e io per paura li lasciai fare. Mi derubarono, mi stuprarono uno alla volta. Non ricordo altro, se non le mie urla disperate. Mi svegliai legata e imbavagliata nel fiume che scrosciava nella notte invisibile e fragoroso. Sentii i topi strusciarmi tra le gambe nude. Mi sentii pervasa da un’angoscia senza speranza. Immaginai il mio corpo tumefatto in un sacco dell’immondizia. Ingoiai più acqua di quella che potevo bere e smisi di respirare. Sentii una mano scuotermi, e pensai di essermi salvata in qualche modo. Aprii gli occhi, davanti a me il volto sorridente del dentista. Lo vidi scendere dallo sgabello e togliersi i guanti con calma. Poi sentii la sua voce amichevole:
“Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!”. Lo guardai ancora stordita: “Non è finita.”
E iniziai a raccontare, con un filo di voce.

[Cari Mostri di S. Benni – 1. Cosa Sei? ]

Helgaldo

A mezza lega discosto dal fiume si dipanano gli intricati vicoli immaginari di Montmartre. Tutto è silenzio spopolato, avvolto da un’oscura coltre di buio. Puoi camminare rasente al lungo muro, scrostato e scalcinato a tratti, che ti condurrà verso il gruppo di case grigie e malinconiche, alcune basse, altre che lambiscono le nuvole, fino alla porta dal battacchio col leone. Il cilindro di luce che dall’uscio invaderà il selciato per circa un metro, segnalerà al viandante impaurito e smarrito che la porta è socchiusa. Spingendo l’anta bucata dalle tarme ti troverai nell’atrio circolare e spoglio, con al centro la ripida e stretta scala a chiocciola dai sessantadue gradini, che si può salire solo un uomo alla volta. In cima ti si parerà davanti la porta di servizio del bar con i secchi sfondati e le sudicie ramazze ai lati. Abbasserai la maniglia e i cardini cigoleranno, e sarai turbato dallo squallore che regna nella sala delle duemilanove mattonelle a losanghe bianche e rosse, testimoni delle rapine, forse degli stupri, sicuramente delle legature che sono le colpe impunite di quel luogo. L’alto finestrone a destra, perennemente spalancato sul fiume che scorre a filo del palazzo, permette di scorgere la colonia del più considerevole numero di ratti che popola quel tratto della Senna, sempre pronti ad avventarsi su ogni rifiuto che precipiti dall’alto. Al centro del fiume i nove mulinelli d’acqua che danzano tra loro faranno dondolare e poi ingoieranno gli sfortunati infelici ivi gettati. E seguendo con gli occhi il movimento circolare del mulinello maggiore al centro degli otto fratelli minori, si produrrà nell’osservatore l’effetto di una sonnolenza che lo trasporterà nel sogno della poltrona del dentista dalla voce amica, dove per mezza corona si può trapanare la gengiva senza soffrire male alcuno. Originata dalla necessità fantastica del thriller paratattico questa città è stata edificata al solo scopo di dare eco ai passi e alle paure della giovane donna che ogni mercoledì sera vi perde la speranza e poi ve la ritrova.

Ispirato dalle Città invisibili, Calvino

Seme Nero

Vorrei tu fossi qui con me in questa sera d’inverno e, stretti insieme, immersi in caldi cappotti, non temessimo l’oscurità densa che ora invece m’inghiotte. Saremmo incuranti dell’oblio, sorridenti pure tra i vicoli di una Parigi sconosciuta, quel quartiere, Montmartre, che in noi innescava pazzi e teneri desideri. “Ti ricordi?” ci diremmo l’un l’altra, costeggiando mura che ora mi sono limite verso un cielo limpido, guida silenziosa e cieca.
Vorrei fosse casa tua, quella in cui mi appresto a entrare, e tu, cortese, m’inviteresti a leggere di avventure, di vagheggianti romanzi e storie sinistre di città. Ci stringeremmo in silenzio, facendo parlare le anime, ché per gli amanti sono gli unici discorsi sensati. Ma tu sai che io amo le folle, le luci, le vie dove dicono si possa incontrare la fortuna. Oggi però la cieca sorte mi ha imbrogliato, spingendomi verso una luce solitaria, che mi attrae come una falena, là, sopra le scale, mi chiama a scoprire il mistero che nasconde.
È inutile. Sono sola ad affrontare tutti gli sguardi in questo bar malfamato, e tu sei lontano da me. Non odi il puzzo di vino, il miscuglio di sudore e fumo, la nebbia che ci circonda tutti. Ma i loro sguardi riescono a fenderla, a cogliermi, a trovarmi. Mi si stringono attorno.
Vorrei fossero tue le mani che mi abbracciano, non sudice corde ad avvolgersi ai miei fianchi, a incollarsi alle mie carni. E ora non starei mirando per l’ultima volta gli abissi del cielo prima di perdermi nelle acque, cedere l’ultimo respiro al fiume, in un tetro assolo di danza, di fronte al più squallido pubblico, con sorci come comprimari.
Tu sei dentro una vita che ignoro, un altro uomo mi è accanto e scuote la mia spalla con garbo, mi richiama al tempo presente, lontano da te, e da un incubo. Mi libero così di mezza corona per un buon lavoro di odontoiatria, e non so pensare che a te.

Dino Buzzati, La boutique del mistero – Inviti superflui

***

Il voto è anonimo.

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  1. Voto per: Michele
    Commento: Ha portato un’esordiente a fare un giro a Montmartre. E lo ha fatto in modo assolutamente perfetto.
  2. Voto per: Michele
    Commento: Sarà che ho letto 31 dicembre di Marina ma la trasposizione mi è sembrata davvero bella.
  3. Voto per: Marina
    Commento: Tutti i brani sono lavorati attentamente, complimenti. Premio però Marina, perché mischia più atmosfere del Processo con la trama paratattica, mentre le altre ispirazioni considerano una sola scena del testo di partenza.
  4. Voto per: Sandra
    Commento: Mi piace la punta di ironia con cui ha caratterizzato il suo elaborato.
  5. Voto per: Helgaldo
    Commento: Calvino è sempre Calvino, e lui l’ha reso magnificamente.
  6. Voto per: Sandra
    Commento: Una piacevole rivisitazione che da freschezza al thriller

Thriller paratattico n. 34: caccia al libro


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Lo smanacciamento La gestualità è stata protagonista nel nostro ultimo thriller. I personaggi ci hanno mostrato le loro emozioni attraverso il linguaggio del corpo, i nostri autori lo hanno trascritto e voi lettori, infine, avete votato. Ecco i risultati di quello che è risultato un plebiscito:

4 voti – Helgaldo

2 voti – Michele

1 voto – Marina

Di solito invito il vincitore a citofonare chez Helgaldo ore pasti, per comunicare il proprio indirizzo. Oggi, invece, dirò: “A Helgà, magna tranquillo“! Comunque sono molto felice perché questo, per ovvi motivi, è il primo thriller che gratifica il proprio inventore, finalmente. 🙂

Congratulazioni!

#

Umberto Eco affermava, credo ne Il nome della rosa, che i libri non fanno altro che parlare di altri libri. Nella nostra trimillenaria tradizione letteraria tutto è già stato scritto e tutto è già stato detto, se vogliamo scendere alla radice delle cose. Le storie possibili sono state catalogate: qualcuno afferma che siano tutte riconducibili a un unico modello, qualcuno dice che i modelli siano diverse decine, qualcuno ne conta addirittura un paio di centinaia. Per quanti se ne contino, a ogni modo, i modelli sono pochissimi.

La differenza la fa il come, non certo il cosa. Le storie potranno avere uno svolgimento codificato (l’eroe è trascinato dentro al conflitto – l’eroe è sul punto di soccombere – l’eroe risolve il conflitto) ma la storia ci appassiona per come è raccontata. Per le suggestioni (il sapore, direbbe Marina) che ci lascia. Per il grado in cui ci immerge nelle sue atmosfere e ci fa sentire vicini ai protagonisti.

In tremila anni di letteratura, dunque, le storie sono state raccontate in una quantità smisurata di maniere. Difficile riuscire a inventare qualcosa di nuovo. Questo può essere un pensiero scoraggiante, eppure è una grande risorsa: se è stato fatto, allora anche noi possiamo trarre qualcosa da quell’insegnamento. Ecco dunque l’esercizio della settimana: andare in una biblioteca, o nella propria libreria; aprire a caso alcuni romanzi e appuntarsi le immagini che sembrano interessanti e utili per la nostra storia. Quindi riversarle nel thriller, citando la fonte. Non vi sto chiedendo di copiare: quello è plagio ed è reato. Ispirarsi, invece, è elegante; citare, fa tanto intellettuale.

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Buona scrittura a tutti e arrivederci a domenica, per la votazione!

Thriller n. 33: la votazione


photo credit: i voted via photopin (license)

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Eccoci qui, pronti per la votazione del thriller campione di gestualità. Vi ricordo solo, prima di lasciare la parola ai partecipanti, che le votazioni si chiuderanno martedì sera, che il voto è anonimo ma il commento – qui e nel post del thriller – è libero. Al prossimo esercizio e che vinca il migliore!

EDIT: Ho aggiunto l’esercizio di Helgaldo.

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Michele

La ragazza avanzava con una mano che sfiorava il muro e con l’altra che titillava un boccolo scuro che scendeva da una tempia. Vista così, con quell’espressione mezza imbronciata e mezza impaurita, avrebbe fatto tenerezza a chiunque l’avesse incrociata per le strade di una città normale. Ma i vicoli che percorreva, nella notte incipiente, erano quelli malfamati di Montmartre: la gonna era troppo corta e la maglia troppo scollata per i ceffi che erano soliti vagare in quella zona. La sua fortuna era di essere sola: il primo passante che avesse incrociato si sarebbe sentito di certo autorizzato a fare quello che era vietato.
Aveva lasciato una scia di profumo costoso che si era attaccata a quei mattoni proletari. Sarebbe bastato un naso da poco per seguire quella traccia; si srotolava placida a mezz’aria fino a un bivio, complice la bonaccia notturna. Imboccato lo stradello a destra l’odore indugiava appena, davanti a un uscio aperto, e si infilava su per una rampa di scale color della pece. Alla ragazza non bastava salire in punta di piedi per non fare rumore e persino i tentativi di mandar giù il secco che le riempiva la gola erano amplificati in quel budello. C’era una cosa sola che la salvava dai brividi che si stavano impossessando di lei: una luce giallo pallido, che disegnava i contorni di una porta nel nero profondo che l’avvolgeva.
Giunta fin là, le dita irrigidite avevano faticato a prendere il pomello. L’aveva tirato piano, rimanendo rasente al muro nella speranza di farsi parete. Ma aveva messo un bolerino rosso, quel giorno. Venti facce si erano voltate all’unisono a guardarla. Venti bocche si erano appena aperte e quaranta narici avevano cominciato a fremere, ingorde del suo odore. Venti labbra si erano arricciate, staccandosi da boccali di liquori sconosciuti. Gli uomini si erano sporti dalle sedie per osservarla bene: lei non era trasparente quanto avrebbe voluto. Il dito della ragazza aveva roteato nel boccolo fino a farne un nodo; l’altra mano era salita a coprire il petto. Le sue gambe si erano strette, quando il più grosso di quegli uomini si era alzato e si era mosso nella sua direzione, dandosi una vigorosa aggiustata alla patta.
Non c’era bisogno di dire nulla. Gli occhi di lei si erano riempiti di lacrime e le mani di lui si erano riempite di lei. Poi ognuno degli altri si era alzato, attendendo il proprio turno su quelle carni morbide.
Stancatisi del gioco, alla fine l’avevano immobilizzata. Legata come un capretto, con uno straccio in bocca per coprire le urla che lei non aveva più la forza di emettere. L’avevano gettata fuori dalla finestra, dritto nel fiume. L’acqua nera l’aveva sopraffatta, facendola dondolare tra le onde. Poi era stata la volta dei topi ad arricciare il naso, con la saliva che scorreva per l’inatteso spuntino.
Le onde la scuotevano. Poi era stata una mano, a scuoterla. Era una mano guantata, e lei aveva aggrottato la fronte. La mano l’aveva scossa fino a svegliarla. C’era il dentista, di fronte a lei. Un largo sorriso e una mano stesa nella sua direzione. Le sovvenne che avrebbe dovuto dargli mezza corona, ma la ragazza aveva chinato lo sguardo: le sue dita avevano appena frugato nella tasca vuota, orba del portafoglio.

Sandra

“Clang clang” toccare ferro oltre al gesto scaramantico in sé mi ha sempre dato coraggio e più faccio rumore e meglio mi sento. “Sbang sbang” faccio scorrere la mano sulla superficie liscia del portachiavi che tengo nella tasca dei pantaloni e sbatto le due palline di metallo una contro l’altra. Sono due sferette con inciso le mie iniziali e in questo momento ho proprio bisogno di sentire forte e chiaro il loro fragore: mi sono persa a Montmartre. Finalmente una casa nel buio. Tocco il portachiavi ancora una volta mentre salgo le scale sbattendo i piedi sui gradini per scrollarmi dalla suola il terriccio. Non è il locale che mi sarei aspettata di trovarmi di fronte e manifesto il disappunto mordendomi il labbro, non devo esagerare: non sarebbe la prima volta che arrivo a farlo sanguinare. Sferette proteggetemi. Deglutisco, sento una gomitolo in gola, poi sento le manacce sporche di non so quanti avventori ubriachi su di me. Mi muovo tentando di divincolarmi, e perdo il contatto col portachiavi. No. Via la giacca, per terra. Mi volto a guardarla che plana sul pavimento sudicio e mi metto a pensare alla lavanderia di Madame Renaux. Tiro sempre su col naso quando entro e le narici percepiscono un forte odore di appretto. Ci sono ancora manone pesanti sul leggero golfino di cachemire e le sferette che tornano a clangare nella collutazione. Oddio, spero non rotolino a terra e finiscano sotto quei mobili impolverati. Le perderei, sarei perduta. Ci sono ancora. Le sento ma non posso toccarle perché ho le mani impegnate a graffiare la faccia di un energumeno, sento un criiiik criiik sulla sua barba e “merde” la ricostruzione con la resina delle mie unghiette corte sarà anche elegante ma non provoca l’effetto che vorrei. Dondolo, fino a quando riesco a infilare un artiglio color prugna in un occhio di questo bruto che per un attimo molla la presa. Cado. Mi aggrappo a una sedia e la trascino con me. Sento in lontananza parole di fiume, di topi, di corde. Mi sento violata e intanto vedo un altro di quel gruppo di briganti frugare nella mia borsa e un terzo omaccione sta slacciandosi il cinturone. Immagino cosa stia per fare e perdo i sensi.
Mi riprendo, goccioline fresche sul viso, acqua, allora sono finita davvero nella Senna. Sobbalzo, mi aggrappo a… ai braccioli della poltrona del dentista. Sento nello studio accanto il fastidioso rumore del trapano, mi tocco la mascella: è gonfia per l’anestesia. Il bicchiere per sciacquarmi la bocca alla mia sinistra, il camice verde del medico (da qui mezza distesa ho una visuale parziale sulla sua pancia un po’ abbondante) alla mia destra.
“Mezza corona.” Mi dice. Infilo la mano in tasca: il portachiavi è ancora lì.

Marina

Il rumore dei tacchi sui sanpietrini di Montmartre formavano un’eco innaturale tra i vicoli del quartiere parigino. Una giovane donna puntò gli occhi verso il cielo scuro della notte, il buio era arrivato prima del previsto e lei non riusciva più a trovare la via del ritorno. Indossava un vestito bianco, unica macchia di luce in quel labirinto di tenebre e paura. I suoi passi si fecero più incerti, girò lentamente su se stessa e le stradine che confluivano nel punto in cui si trovava sembravano lingue di pece. Costeggiò un lungo muro stringendo le mani su due lembi dell’abito, con il busto appena proteso in avanti nel tentativo di rintracciare il più piccolo rumore per difendersi da eventuali minacce. Vide finalmente una casa, si portò una mano sul petto e tirò un sospiro, poi salì le scale. In cima, dietro una porta chiusa, sentiva un vociare confuso, allora tirò indietro le spalle, si guardò la punta delle scarpe, distese le pieghe del vestito con le mani, si sistemò un ciuffo di capelli dietro l’orecchio e con un sorriso smagliante entrò nel locale. La sua espressione si congelò in un attimo e piano piano il sorriso si chiuse in una smorfia di disgusto: c’erano uomini che sghignazzavano, uno aveva allungato le bretelle dei pantaloni, un altro strofinava il dorso della mano sulla bocca, dopo avere trangugiato un bicchiere di vino e tutti la guardavano con gli occhi lucidi di ebbrezza. Lei era un tronco di albero, muoveva soltanto gli occhi da destra a sinistra, una volta richiamata dal rumore di una sedia caduta per terra, un’altra terrorizzata dall’incedere calmo e sornione di un paio di brutti ceffi. Fece un passo indietro, poi un altro, ma qualcuno era già dietro di lei e la bloccò stringendole le braccia sui fianchi. Una mano sul vestito, poi una sotto, un’altra schiacciata sulle sue labbra, due strette sui polsi, i corpi pesanti e viscidi di quei maniaci pietre sul suo, inerme. I suoi occhi spalancati lacrimavano davanti a una finestra; legata con una corda, fu, infine, buttata nel fiume. Qualcosa le solleticò un piede, il pelo ispido e bagnato di un animale le sfiorò un braccio, urlò davanti alle fauci spalancate di un ratto, scrollando violentemente il capo; poi la figura divenne trasparente e lei cominciò a ingoiare acqua, mentre andava giù, sempre più giù, sempre più giù e alle orecchie le giungeva il suono di una voce amica.
Si portò d’istinto una mano davanti agli occhi feriti dalla luce di un neon, poi si alzò di scatto dalla poltrona in cui era distesa, si toccò il collo, il volto, guardò il suo dentista.
“Tutto fatto, signora. Mezza corona, prego!”

iara R.M.

Cammino lungo la strada con passo deciso, nonostante i tacchi dodici non mi rendano facile il compito. Il selciato è irregolare e mi capita spesso di inciampare. Per fortuna, i miei piedi sono abituati a muoversi sulle punte per i duri allenamenti di danza classica. Guardo prima a destra, poi, a sinistra e di nuovo davanti a me: vedo solo un lungo muro avvolto dal buio. Il vento freddo della sera muove i miei capelli ondulati, illuminati da uno spicchio di luna che li rende più chiari di quello che sono in realtà. Mi accorgo di tutti i rumori che trovano risonanza nella tetra quiete dei viottoli di Montmartre: i tacchi, il fruscio dei capelli contro il collo della giacca, il battito accelerato del cuore, il respiro ansimante. Mi tocco di continuo la lunga collana di pietre rosa che scende lunga sul mio semplice tubino nero. L’umidità della sera si insinua nella scollatura generosa dell’abito, aumentando il tremore che sento crescere in tutto il corpo, a ogni passo. Gli occhi sono smarriti nel succedersi di indizi anonimi che non dicono nulla su dove mi trovo. Vorrei tanto una sigaretta, ma ho fumato l’ultima un’ora fa. Capisco di dover trovare in fretta qualcuno che possa aiutarmi. Guardo l’orologio: sono già le 21:30, a quest’ora sarei dovuta essere a casa da un pezzo. Mi avvicino a un grande portone di legno, è aperto; ci sono lunghe scale che salgono; intravedo una fievole luce e sento musica che non conosco provenire dal piano superiore; i rumori sono confusi, ma ci sono sicuramente persone che ridono; voci significa persone a cui chiedere indicazioni. Decido di salire. Mentre avanzo un grandino per volta respiro aria viziata; c’è puzza di chiuso, di fumo che va a depositarsi sui vestiti che indosso confondendo la scia del mio prezioso J’ADORE. Apro piano la piccola porta scura che mi trovo davanti, scricchiola, entro, sgrano gli occhi: seduti ai tavoli ci sono solo uomini grossi, sporchi, intenti a bere alcolici e a fumare. Mi sembrano cani randagi in attesa di un osso. Mi blocco sulla porta e trattengo il respiro. Faccio qualche piccolo passo indietro mantenendo fermo lo sguardo sulla sala per controllare di non essere vista; indietreggio ancora, sono quasi fuori, ma urto contro qualcosa. Non ho il coraggio di voltarmi, sento puzza di sudore e un soffio caldo mi alita sulla testa. Riconosco l’odore di alcool. Non ho bisogno di guardare per sapere che è un uomo molto più grosso di me; un uomo come quelli seduti al bancone che si stanno alzando per venire verso di me. Mentre li guardo avvicinarsi, due mani pesanti mi afferrano per le spalle sollevandomi da terra e mi portano al centro della sala. In pochi istanti sono accerchiata; tra me e quegli individui c’e la distanza di un respiro. I loro occhi si spalancano sul mio corpo; le loro pance gonfie sfiorano il mio seno. Mi sembrano giganti deformi. Intravedo i loro petti villosi sotto le sudice camice sbottonate; vorrei non dover sentire sulla mia pelle queste mani repellenti; le loro facce mostrano espressioni truci e ingorde. Uno di questi uomini mi afferra per i capelli e mi spinge sul pavimento. Un’altro, si abbassa su di me, mi strappa la giacca e il vestito di dosso come se fossero di carta; rapidamente mi divarica le gambe forzandole con le braccia. Lancio un grido disperato, ma questo mi prende a schiaffi: prima una guancia, poi l’altra.
– Sta zitta. Intima tra i denti.
Resto nuda sotto di lui e un brivido mi attraversa la schiena. Sento questo corpo caldo e sudato che preme contro il mio, spingendo forte. Chiudo gli occhi per non guardare. Mi arrivano ovattate le altre voci, li sento ridere, tifare. Le lacrime mi bagnano la faccia, mentre uno dopo l’altro, prendono da me quello che vogliono. Resto immobile sul pavimento, vorrei che mi credessero morta, ma respiro ancora. Li sento afferrarmi dinuovo con quelle grosse manacce ruvide, mi legano stretta, mi sollevano, mi lanciano dalla finestra. Vivo quegli istanti di libertà, sospesa nell’aria, prima di atterrare con un tonfo nell’acqua gelida del fiume. Provo a divincolarmi, ma non riesco a muovere neanche un muscolo. La corrente mi trascina lontano e mi nasconde a quel cielo ombroso che guardo un’ultima volta prima di inabissarmi tra le onde. Non riesco a respirare, avverto un dolore lancinante in diverse parti del corpo, piccoli morsi profondi mi staccano pezzi di pelle, sono topi, apro la bocca per gridare, ma ingoio acqua su acqua e soffoco. Stringo forte gli occhi, li riapro, una luce abbagliante mi colpisce il viso; sento un forte odore di disinfettante; una mano picchietta leggera sulla mia spalla e mi chiama con gentilezza. Mi volto a destra, in direzione di quello stimolo rassicurante; riconosco il mio dentista mi guarda sorridente: “tutto fatto signora. Mezza corona, prego.”

Helgaldo

Ali di gabbiano ondeggiano sfruttando il vento che increspa la Senna avvolta in una scura coltre di buio. Si lasciano alle spalle barconi, tetti, abbaini, campanili, piazze, stradine di Montmartre. Planano superando una donna che si affretta rasente a un lungo muro e atterrano richiudendosi in cima a un lampione. La donna alza lo sguardo verso il gabbiano che la scruta con occhi senza luce. Un attimo dopo ha già ripreso il volo.
Tacchi che picchiano sul selciato, riecheggiano, si fermano. Incerti se prendere il senso unico a destra. Viso teso, labbra serrate. Poi una porta socchiusa. La bocca accenna un sorriso. Passi circospetti. Schiocco di dita per la presenza di una luce in cima a una scala. Sale senza fretta, si arresta a metà. Sta in ascolto, le giunge un brusio familiare di musica, bicchieri e posate. Giunta davanti alla porta si riassetta la gonna tirandola verso il basso, si guarda la punta delle scarpe, sistema meglio la camicetta, rimette in ordine una ciocca ribelle sulla fronte. Un bel respiro e apre la porta.
Il sorriso svanisce. Uomini, tatuaggi, barbe incolte, risate cavernose, gesti volgari, apprezzamenti pesanti, per la prima volta i tacchi di una donna nel locale. Uno alle sue spalle, non fa tempo a girarsi, mani su di lei, tante mani. Tacchi finiti chissà dove, calze strappate come trofeo, gonna squarciata, tirate di capelli. Urla di terrore. Schiocco di corda, corda che taglia la pelle e il respiro, mani legate.
Si apre una finestra, vista sulla Senna. Giù in picchiata come un gabbiano, tonfo nell’acqua, lieve dondolio, poi lo sguardo rassegnato alla vista dei topi sempre più curiosi, sempre meno impauriti, sempre più decisi, fino a sfiorarla. La bocca cerca l’aria invano, chiude gli occhi decisa a naufragare.
Una mano la scuote, si ridesta in un asettico studio da dentista, il tono calmo del dottore la rincuora.
Tacchi che picchiano sul selciato. Una stradina a destra, poi la Senna. Legge la ricevuta dell’intervento: mezza corona. L’appallottola e la getta in un cestino. Mani nelle tasche, passeggiare un po’ lungo la Senna illuminata da una bella luce mattutina. Un gabbiano volteggia sopra di lei, la vede che sorride, poi una corrente ascensionale lo porta in alto, là dove gli uomini diventano come formiche sempre di fretta e senza meta per le vie di Montmartre.

***

Il voto è anonimo.

***

  1. Voto per: Michele
    Commento: Descrizioni perfette e delicate che rendono bene la storia
  2. Voto per: Helgaldo
    Commento: Perché è l’unico racconto che sia davvero un film
  3. Voto per: Helgaldo
    Commento: Inquadrature da regista, coni Hitchcock co-sceneggiatore che mette a disposizione uno dei suoi Uccelli.
  4. Voto per: Helgaldo
    Commento: L’incipit e il finale sono stati di grande suggestione
  5. Voto per: Helgaldo
    Commento: Suggestivo. Bello.
  6. Voto per: Marina
    Commento: Perché ha cercato per tutto il brano di parlare “all’italiana”, cioè con il linguaggio non verbale, aderendo alla richiesta di Michele.
  7. Voto per: Michele
    Commento: “Non c’era bisogno di dire nulla. Gli occhi di lei si erano riempiti di lacrime e le mani di lui si erano riempite di lei.” Qui avevo già deciso.
    Ma tra tutte le composizioni in questa i gesti accompagnano naturalmente la narrazione, quando nelle altre urlano e si distinguono come bigiotteria vistosa su di una figura minuta.

Thriller paratattico n. 33 all’italiana


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Abbiamo lasciato che i personaggi parlassero, e tanto, con il thriller in versione solo dialogo. In mezzo a tante parole c’è stata anche una votazione, i cui risultati sono questi:

4 voti – Marina

1 voto – Helgaldo, iara R.M., Sandra, Seme Nero

Il libro in palio in questa tornata, comunicatomi da Helgaldo di persona personalmente, è La musica del caso di Paul Auster. Questa settimana l’esercizio primo in classifica ha preso la metà dei voti espressi e di conseguenza, cara Marina, puoi contattare il nostro munifico sponsor per riscuotere il premio. Congratulazioni!

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C’è una cosa per cui gli italiani sono famosi. No, non è la pizza. Neppure la pasta o il cinematografico traffico di Palermo. Non è nemmeno quell’altra cosa lì, che piace a (quasi) tutti, di cui si dice: «Italians do it better».

È gesticolare. In quello siamo bravissimi, più di altri popoli: ci sono tantissime informazioni che passiamo ai nostri interlocutori mentre parliamo, con il movimento delle mani, la posizione del corpo, le espressioni della nostra faccia. Informazioni che possono essere pure contraddittorie, rispetto al testo che esce dalle nostre labbra.

La settimana scorsa abbiamo giocato a limitarci ai dialoghi, esplorando la comunicazione verbale e, in un qualche modo, quella paraverbale. Oggi ci concentriamo su tutto quanto è il non-verbale, cioè ciò che si trasmette attraverso la postura, i movimenti, ma anche attraverso la posizione occupata nello spazio (quale zona di un ambiente si occupa, quale distanza dall’eventuale interlocutore, ecc.) inclusi gli aspetti estetici (il modo di vestire o di prendersi cura della propria persona, ad esempio).

Così, invece di chiudere gli occhi e ascoltare un dialogo, questa volta ci tapperemo le orecchie. È più difficile, perché il significato di certi movimenti potrebbe risultare meno comprensibile di una parola. Potrebbe. Oppure potrebbe rendere evidenti le intenzioni di qualcuno, al di là di quanto stia cercando di dirci in modo capzioso(*). Ancora una volta: vi siete figurati la scena? Adesso basta solo trascriverla…

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Buona scrittura a tutti e arrivederci a domenica, per la votazione!

capzioso(*) Questo post partecipa all’iniziativa Una parola al mese.

La parola di gennaio 2016 è capzioso.