Dialoghi


Francesca de Lena è una editor e blogger. Scrive su I libri degli altri e su Satisfiction. In più si premura di elargire (gratis!) consigli a chiunque abbia abbastanza fegato da propinarle un capitolo o un racconto scritti di proprio pugno.

Stamattina su Facebook ha pubblicato questo:fdl

In effetti, scrivere dialoghi “normali” è uno di quegli esercizi che possiamo dire complicati. In particolare se sono tra marito e moglie. In particolare se sono alla mattina. In bagno. Magari prima del caffè.

Io me lo sono immaginato così (E voi?)

PS: Sandra, che relazione c’è – se c’è – tra Una spola di filo blu e La matassa blu di Prussia?

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La sveglia aveva lacerato il buio con il suo trillo, come tutte le mattine. Gianni aveva allungato una mano per spegnerla e poi aveva spinto un piede fino ad uscire dalle coperte: non aveva nessuna voglia di alzarsi. Prendere contatto con la realtà un pezzo alla volta sembrava l’unica alternativa possibile per superare indenne il trauma del risveglio. Lucia, mezzo metro più in là, era immobile; comunque era impossibile che non avesse udito quell’aggeggio malefico.

Gianni aveva raccolto tutte le forze e si era alzato. Davanti allo specchio del bagno, con la faccia ormai quasi del tutto rasata, si era accorto che sua moglie non si era ancora mossa.

«Amore, è tardi» aveva detto a voce abbastanza alta da farsi sentire fin nell’altra camera.
«…»
«Sono le sette passate.»
Dalla camera era arrivato un mugolio. «Davvero?»
«Certo. Perché pensi che la sveglia abbia suonato?»
«Perché è dispettosa, ecco perché.»
Si era affacciato dal bagno. «Finirà che perdi l’autobus. E poi il tuo capo ti farà un cazziatone. Lo sai com’è fatto, quello.»
Lucia se ne era rimasta rintanata al buio, immobile.
«Non credo che andrò al lavoro, oggi.»
«Non stai bene?»
«Non è che abbia la febbre, o chissà cosa… solo non credo che andrò.»

Gianni si era asciugato il viso ed era tornato in camera. Aveva preso camicia e cravatta e aveva fatto il giro del letto.
«Togli quella zampa dalla mia faccia: è gelida» era sbottata lei.
«No, niente febbre» aveva detto lui, più a sé stesso che alla moglie. Aveva chiuso il bottone del collo della camicia poi aveva domandato, appena allarmato: «Ma allora cos’hai?»
«Mmm.»
«Mi sembri una bambina che non voglia andare a scuola.»
«E se anche fosse? Non posso fare i capricci, per una volta?»
Aveva sospirato. «Purtroppo, Lucia, l’età dei capricci è finita da un pezzo.»
«Non tenere quell’aria paternalistica con me. Non la sopporto.»
Gianni aveva annodato la cravatta. «Insomma, ormai sono le sette e venti. Pensi di alzarti o non stai bene?»
«In effetti oggi proprio non credo di riuscire a muovermi da qui.»
Lui aveva scosso la testa. «Hai mal di stomaco? La schiena?»
Lucia aveva fatto un piccolo lamento, mentre si girava su di un fianco. «No, oggi non ce la faccio.»

Gianni era sparito in silenzio. Era andato in cucina, anche se ormai cominciava a diventare troppo tardi per una giustificazione sui generis, in ufficio. Si era sentito armeggiare per un po’, poi il borbottio della moka e un piacevole aroma avevano invaso la casa. Infine, dal corridoio era apparsa una tazzina, seguita da un marito con l’espressione premurosa.
«Ecco, amore. Un bel caffè caldo magari ti farà stare meglio.»
Lucia si era tirata un po’ su. Aveva preso la tazza e si era messa sorbire piano il liquido bollente. Gianni seguiva le mosse della moglie con attenzione, intervallate da brevi occhiate all’orologio.
«Farai tardi?» aveva domandato lei.
«Sì. Ormai, credo proprio di sì.»
«Ti prenderai una ramanzina?»
«Non m’importa: vieni prima tu del lavoro. Come stai?»
«Meglio.»
«Davvero?»
«Davvero.»
«Ed è bastato un caffè.»
«Me l’hai fatto tu. Con amore. Ad ogni modo, non credo che andrò al lavoro.»
«Perché no?»
Lucia l’aveva scrutato con un gran sorriso sul volto.
«Perché è sabato.»

 

 

Thriller n. 32: la votazione


photo credit: i voted via photopin (license)

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Eccoci qui, pronti per la votazione del thriller in formato di dialogo. Abbiamo avuto una bella partecipazione e c’è molto da leggere, se ancora non l’avete fatto. Vi ricordo solo, prima di lasciare la parola ai partecipanti, che le votazioni si chiuderanno martedì sera, che il voto è anonimo ma il commento – qui e nel post del thriller – è libero. Al prossimo thriller e che vinca il migliore!

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Michele

— Mi dica, signorina: le capita spesso di sognare?
— A volte, sì. Come tutti, credo. Anche se questa volta…
— Dica pure liberamente.
— Me lo dica lei, dottore: è normale sognare sotto anestesia?
— Io sono uno psicologo, non un anestesista. So comunque che gli anestetici a volte non funzionano come dovrebbero.
— E le persone a cui capita? Voglio dire: capiscono di aver sognato?
— Sì, certo.
— Io no! Io so di essermi persa. Sento le loro mani che frugano il mio corpo. Sento i denti dei topi nella pelle!
— Si calmi, la prego.
— Come posso calmarmi? Vorrei vedere lei, mentre un ubriaco laido le infila il suo coso su per il… per il…
— Signorina. Non sarà alzando i toni che risolveremo il suo caso.
— Altro che toni: lei se ne sta seduto alle mie spalle. Forse fa addirittura finta di prendere appunti. Poi mi fa una bella ricetta per qualche scatola di Prozac e si prende dieci corone. Almeno, il dentista s’è accontentato di mezza.
— Il dentista non c’entra, adesso.
— Ah no?
— No.
— Non faccia il furbo con me: io so tutto.
— Tutto?
— Certo: me l’hanno detto che il dentista è suo fratello. E io denuncio tutti e due! Altro che cura!
— Ma davvero? E chi gliel’ha detto?
— Voci.
— E quindi lei dà ascolto alle voci. Bene. Adesso non si muova, per cortesia.
— Ehi, cosa fa?
— Stia ferma, le dico. È solo una piccola iniezione.
— …
— Un anestetico. Così i ragazzi del bar potranno finire il loro, ehm, lavoretto.
— …
— Davvero pensava che non lo sapessi? Che non fossi al corrente dei suoi ridicoli tentativi per incastrarci?
— …
— Pensava davvero di poterci sfuggire? Noi sapevamo. Sappiamo. Tutto.
(Si sveglia. Un’altra volta. Nel suo letto.)

Sandra

– Chi è che la chiama Ville lumière? C’è un buio pesto là fuori, che manco nelle mie mutande! A Montmartre i lampioni sono tutti fracassati dai bimbetti che tirano con la fionda. Meglio per noi Pierre, che tra poco arriverà un’altra pollastra sperduta nel quartiere!
– Dici?
– Dico, dico. Et voilà la vedo dallo spioncino, sta già salendo le scale. Pare giovane. Oste, un altro pernod!
– Fanne due, Roland!
– Fermala, fermala che scappa, la signorina!
– Dove pensi di andare?
– Mon dieu! Cosa pensate di farmi? Non mi vorrete mica rapinare? Non ho nulla guardate, ecco, prendete la borsetta.
– Cosa c’è qua dentro? Mah, robaccia, poche corone, uno specchietto. Bleaaah. Guarda che boccaccia ho! Bleahha.
– Tu lo rompi lo specchio Pierre.
– Sarai bello tu!
– AIUTOOO, QUALCUNO MI AIUTI, OSTE!!
– I vostri pernod…
– Mon dieu, forse abuseranno di me.
– Ah, ora va meglio, avevo la gola come il deserto.
– Potremmo buttarla nel fiume…
– E aspettare che venga divorata dai topi…
– Il corpo, poi, risalirebbe a galla, immagino.
– Oste, una corda, presto! Iniziamo a legarla!
– Muoio.
– Macchè! Forza Giselle, è tutto finito. Mi devi la solita mezza corona, per l’otturazione.

Spartaco (Wererabbit78)

– Di qua? Sei sicura?
– Vai, su, che problema c’è? Sempre a fermarti, strisci come una chiocciola lungo il muro.
– Se non ti sta bene, fatti portare in giro da un’altra.
– Ah ah. Divertente. Sul serio.
– C’è poco da divertirsi. Oh Dio, che sensazione orribile!
– Ma di che parli? Che noia…
– Del.. buio, questo quartiere che detesto – e tu lo sai. Anche il nome, non sopporto. Montmartre! È così tetro, anche di giorno.
– Su, cammina. Il muro è lungo.
– Le case, la coltre di buio… le facciate delle case che sembrano cadere sulla strada, come le mura di un labirinto che si stringono!
– Per Bacco, che immaginazione. Per favore, fai attenzione, il selciato è sconnesso, stai rasente alla parete. Ecco, così. Guarda: quella porta socchiusa.
– Lì? Sei sicura?
– Non vedi che c’è una luce, l’inizio di una scala? Ti dico che è lì.
– Facciamo come vuoi tu. Come sempre. Oh, ma è terribile. L’odore, dico. Una puzza di marciume gelido. Sembra il vestibolo di un sepolcro.
– Oh come sei tragica. E tutte queste metafore! Sei così antiquata.
– E tu così saccente, pedante… fin da bambina, sei sempre stata antipatica.
– Mandami via, se non ti piaccio.
– Ah, potessi farlo.
– Dai, muoviti, non possiamo star qui tutta la notte.
– Salgo?
– No, dico, ma come ti è venuto in mente? Siamo davanti ad una scalinata e tu hai avuto questa idea brillante tutto da sola?
– Il tuo sarcasmo fa pena. C’è una porta, in cima.
– Sta attenta a non scivolare. Sì, aprila.
– Sento un suono di musica dall’altra parte e… oh mio DIO!
– Altro che musica… Oh, questi sembrano proprio ubriachi
– Mi hanno vista! Vengono qui!
– Guarda che vestiti, che lerciume. E l’arredo, fatiscente, direi. Macchie ovunque.
– Fermi, fermi con le mani.
– No, non è per niente elegante; e la puzza d’alcol? Whisky di qualità scadente, cicche, Dio sa cos’altro. Quando avranno pulito l’ultima volta?
– Aiuto! Aiuto! Non osate, non oserete… oh, oh così è troppo! Oooooh fermi vi prego, fermi!! AHH!
– Tro – glo – di – ti. Sì, decisamente triviale.
– Tenetela, perdio, così non ci riesco.
– Bisogna legarla, è un’anguilla
– Urla come una scrofa sgozzata, la sentiranno per forza.
– Il canale! Buttiamola giù, non la troverà nessuno. Ci penseranno i topi.
– Oh ma non potete, non potete. Oddio è buio buio pesto e l’odore, che odore orrendo Madonna l’acqua è gelata mi entra dappertutto!
– Eh per forza è gelata è una fogna. Cosa pensavi ci fosse qua sotto, un bagno termale?
– TOPI! Ma sono topi! Fai qualcosa?
– Io? E cosa? Sono solo una voce nella tua testa, ricordi?
– HO DETTO FAI QUALCOSA MI STANNO MANGIANDO VIVA!
– E va bene. Purché la smetti di strillare, d’accordo? Ecco, là, vedi? C’è una mano.
– Come una mano?
– Sì, una mano. Sai, con cinque dita. Afferrala.
– È un altro dei tuoi trucchi? Oh, è sudata, tutta molliccia.
– Beh, siamo in una fogna.
– E cosa succede? Dove siamo, che mi aspetta? Ancora una delle tue allucinazioni! Una… poltrona. E lui, chi è? Cos’altro dovrò subire ancora?
– Ma no, no, si rilassi signora. È tutto fatto. Mezza corona, prego.

Helgaldo

«Dunque mi ero perso a Montmartre».
«E poi?».
«E poi è arrivata la sera, una scura coltre di buio».
«E hai avuto paura?».
«Una fifa boia. Mi son detto: devi assolutamente ritrovare la strada di casa, il fiume non sarà lontano».
«Giusto, il fiume è un ottimo punto di riferimento quando ti perdi».
«Esatto, così ho camminato rasente ai muri per non farmi notare. Però ogni tanto passavo da un marciapiede all’altro per non rischiare di girare in tondo, capisci cosa voglio dire?».
«Eh, sì. Ho sentito dire che se corri sempre sullo stesso marciapiede poi torni al punto di partenza».
«Esatto, così attraversavo la strada, tanto non c’erano macchine, non c’era nessuno, e continuavo ad avanzare».
«E poi?».
«E poi ho visto una donna che camminava lungo un muro, e allora le sono andato dietro».
«Quelle non girano in tondo. Ma ti ha visto?».
«No, sono stato attento. Quando si fermava mi fermavo anch’io, a distanza».
«E dopo?».
«Dopo ha trovato una porta aperta ed è entrata».
«E tu?».
«Io l’ho seguita».
«E lei?».
«Ha salito una scala, e in fondo c’era una luce e delle voci umane che provenivano da dietro una porta».
«E quindi?».
«Quindi è entrata».
«E cosa hai fatto allora?».
«Allora sono andato su anch’io e c’era quel passaggio piccolo, per i gatti, hai presente quegli sportellini per i gatti che a volte ci sono sulle porte?».
«Tu sei matto! Non sarai mica entrato?».
«Sono entrato sì, ma non c’erano gatti».
«E cosa c’era?».
«C’erano degli uomini che se la stavano spassando con la femmina».
«E lei ci stava?».
«Non lo so, un po’ gemeva, ma fanno sempre così, anche quando gli piace».
«Continua, mi prende questa storia».
«E poi ha urlato e l’hanno legata e l’hanno portata al fiume».
«Che fortuna! E tu li hai seguiti?».
«Certo che li ho seguiti, così ero sulla rotta di casa».
«E poi?».
«E poi l’hanno buttata nell’acqua e stava per affogare».
«E tu?».
«Mi sono buttato anch’io, ma dove l’acqua era bassa e c’erano i sassi, così la corrente non mi trascinava via».
«Ma lei è morta?».
«Macché, l’hanno vista altri topi e l’hanno raggiunta».
«E tu?».
«Io me ne sono fregato e sono arrivato sull’altra riva inzuppato ma salvo».
«Che avventura! E poi?».
«E poi stavo con lei in una casa e un uomo con la mascherina davanti alla bocca la scuoteva. Lui le ha chiesto mezza corona e se le faceva ancora male il dente».
«E le faceva male?».
«Non lo so perché mi sono svegliato in quel momento anch’io, avevo un mal di pancia che non ti dico. Poi ho vomitato tutto».
«Ma dove hai mangiato ieri sera?».
«Nel cassonetto del ristorante all’angolo».
«Quante volte ti ho detto che non ci devi andare dai cinesi: per questo poi hai gli incubi».
«Hai ragione, non ci andrò più. Alla sera starò leggero, solo qualche scarafaggio».
«Però non ho capito bene: cos’è mezza corona?».
«È come mezzo formaggio».

Seme Nero

«Notte. Quartiere di Montmartre. Il buio avvolge… hai presente Montmartre, no?»
«Certo, vado a mangiarci la piadina tutti i venerdì sera.»
«Deficiente. É a Parigi.»
«Vai avanti.»
«C’è tutto buio, un’oscurità pesante, densa, ok? C’è questa ragazza che si è persa…»
«Come si chiama?»
«Chi?»
«Il cane.»
«Quale cane?»
«La ragazza! Come si chiama la ragazza?!»
«Non importa, è una ragazza. Anzi, è “La ragazza”. Fa più mistero così.»
«“Notte, buio, mistero… Paura, eh?” Dai, mi viene in mente Fabio DeLuigi che imita Carlo Lucarelli!»
«Concentrati. “La ragazza” sta vagando per i vicoli bui di Mont… di Parigi, si è persa e ha paura, ma proprio quando sta per perdere le speranze vede una casa.»
«Inquietante. Non è da tutti trovare una casa in un vicolo. Di notte, poi.»
«Ma la porta è aperta.»
«No!»
«Mi stai prendendo in giro?»
«Assolutamente. La porta è aperta, e immagino che lei ci entri.»
«Esatto. Però non c’è nessuno. Vede una scala…»
«Una scala? Ma non sarà un’immagine troppo forte per il lettore?»
«…e in cima – quanto sei cretino – in cima alla scala una luce dietro a una porta.»
«Aperta.»
«La scala?»
«La porta.»
«No, quella è chiusa.»
«Ma prima era aperta.»
«Sì, ma quella era un’altra porta.»
«Ma se è chiusa come la vede la luce?»
«Filtra dagli interstizi, dalle fessure.»
«Ah, sì certo. Che stupido. Poi?»
«Sale lentamente le scale, apre la porta e trova…»
«Altre scale!»
«…un bar.»
«Come “un bar”? Fammi capire, questa è per strada, apre una porta a caso e trova un bar. Non c’era un’insegna?»
«Forse entra dal retro o è un bar clandestino. Ci pensiamo dopo.»
«Il gestore dev’essere un genio.»
«Il bar però è pieno di ubriachi e – sì, lo so, fammi finire! – questi la accerchiano, la molestano, sai com’è.»
«Certo! Lo faccio anch’io, tutti i venerdì sera dopo la piadina a Montmartre!»
«Ti sei offeso?»
«Perché mi hai dato dello stupratore seriale? Ma figurati!»
«Hai capito male.»
«Tagliamo corto, s’è fatta una certa.»
«In breve: gli ubriachi legano la ragazza e la gettano nel fiume, poi la guardano affogare mentre se la ridono e aspettano che il cadavere venga mangiato dai topi.»
«Un fiume. Dentro il bar.»
«Ma no, prima escono. Beh? Che ne dici?»
«Che tu ieri sera hai mangiato pesante e stanotte hai dormito male.»
«Aspetta, non hai sentito il meglio.»
«Meglio dei topi?»
«Dissolvenza…»
«Ma non era un racconto?»
«Per capirci.»
«Vabbè.»
«”La ragazza” sente una voce che la chiama, si sveglia e c’è il dentista che le dice: “Tutto fatto signora. Mezza corona, prego.” Allora? Com’è? Mistero, ansia…»
«Sì, soprattutto ansia.»
«Non ti piace.»
«Non dico che sia brutto, ma, se devo scegliere, le prugne sono più dolci, ecco.»
«Ah ah. Idiota.»

Giulia Mancini

«Non mi faccia l’anestesia dottore, per favore.»
«Perché? Non avrà paura di una piccola puntura?»
«Ho paura di quello che mi succede quando dormo»
«Perché, cosa le succede?»
«Ho terribili incubi, l’ultima volta ho sognato che mi ero persa a Parigi e non trovavo la strada per tornare a casa.»
«Si era solo persa? non mi sembra così grave!»
«Mi ero persa, ma avevo addosso una sensazione di angoscia così … reale, come se accadesse davvero»
«Suvvia, signora, non faccia i capricci. Si rilassi. Ecco una piccola puntura e dormirà. Vedrà che stavolta non avrà alcun incubo.»
«Dottore, ma ha sentito cosa ha detto la signora, prima di addormentarsi? Davvero vuole continuare questi assurdi esperimenti, potrebbe essere pericoloso! E se alla fine per la paura le viene un infarto?»
«Infermiera, la smetta, non c’è nessun pericolo, avanti metta su quel film dell’orrore in cui la donna viene violentata, legata come un salame e buttata nella Senna in pasto ai topi. Colleghiamo la cuffia alle orecchie della signora. Ah come sono contento, vede funziona! L’altro giorno ha sognato che si era persa a Parigi , proprio come nell’inizio del film»
«Va bene, dottore procedo ma proprio perché mi paga un supplemento sullo stipendio, del resto di questi tempi cosa non si fa per campare!»
«Zitta, intanto sistemiamo il dente, vedrà che dopo la paura, la signora sarà talmente sollevata che pagherà senza battere ciglio»
«Ecco si sta svegliando, tolgo le cuffie, presto le metta via. Ah come mi diverto a terrorizzare la gente, ormai non bastava più essere dentista. Ah come mi diverto.»
«Tutto fatto signora. Mezza corona. Prego!»

Marina

– Padre, perdono, perché ho peccato.
– Dimmi, figliola, cosa ti affligge?
– Ho fatto un sogno molto inquietante, questa notte.
– Che hai sognato?
– Che arrivava la sera e io non trovavo più la via per tornare a casa e mi addentravo nelle stradine anguste di Montmartre e avevo una gran paura e non sapevo dove andare e camminavo, camminavo e poi vedevo una luce, c’era una scala, una porta, l’aprivo e… mio Dio, è stato orribile!
– Calmati, figliola, su!
– C’erano degli uomini volgari, dentro un bar, che mi guardavano con gli occhi del demonio. Oh Signore, quanto erano brutti e sporchi e ubriachi… e mi mettevano le mani addosso.
– Santa Madonna! E poi?
– Oh, Padre, mi vergogno così tanto: loro… mi toccavano dappertutto, volevano i miei soldi e io gridavo, ma loro, niente, continuavano imperterriti e…
– …e…?
– … e insomma… poi, che Dio mi perdoni! quei bruti abusavano di me.
– Vergine Immacolata!
– Con una corda stretta mi buttavano nel fiume, in mezzo a quei ratti famelici… Se ci penso, mi vengono ancora i brividi!
– Povera figliola!
– Ma io volevo arrivare illibata al matrimonio, capisce, Padre?

– Padre, perdono, perché ho peccato!
– Ti ascolto, figliolo.
– Ho fatto una cosa di cui mi pento, la notte scorsa.
– Che cosa?
– Dopo avere litigato con mia moglie, sono andato a ubriacarmi in una bettola nel quartiere di Montmartre. A un certo punto, dalla porta, è entrata una donna molto bella, una di quelle sofisticate, che mai e poi mai guarderebbe uno straccio umano come me. Insomma, ho subito provato il forte desiderio di possederla, Padre.
– Santa Madonna!
– … allora le ho rubato il portafogli, perché i soldi fanno sempre comodo e poi, con due miei amici l’abbiamo circondata, le abbiamo strappato i vestiti di dosso, l’abbiamo sbattuta sul tavolo e…
– … e …?
– … e l’abbiamo violentata, Padre, sì!
– Vergine Immacolata!
– Ma non è finita qui.
– No?
– No. L’abbiamo legata e buttata nel fiume, dritta in pasto ai ratti della Senna.
– Mon dieu!
– Non sono un buon marito, Padre! Capisce, ho tradito mia moglie!

– Padre, perdono, perché ho peccato.
– Che è accaduto, figliolo?
– E niente, c’era questo farmaco, un nuovo anestetico che io non avevo mai sperimentato su alcun paziente. Pensavo non avesse effetti collaterali e invece…
– Invece?
– Invece era un potente allucinogeno: mi sono preso la libertà di provarlo su una donna alla quale dovevo estrarre un dente e…
– … e…
– … e, poverina, a un tratto, quella donna ha cominciato ad agitarsi, a sudare freddo, a tremare, a urlare. Mi sono spaventato e le ho preso la mano per darle conforto.
– E poi?
– Poi si è svegliata, in preda al panico e ha pianto.
– Oh, Buondio!
– … vede, Padre, sono stato avido: non solo non le ho raccontato la verità, ma mi sono fatto pure pagare la mezza corona che mi doveva.

– Padre, perdono, perché ho peccato.
– Vergine Immacolata, Santa Madonna, Mon dieu…
Ho le allucinazioni: sto confessando un ratto?

iara R.M.

– Signora? Signora, si svegli!
– Oh, signore… Ti ringrazio! Che spavento. È stato terribile, non può capire!
– Con calma, respiri e mi spieghi tutto, se vuole.
– Davvero posso? Sarebbe un gran sollievo per me, parlarne a qualcuno.
– Certo che può. Dica pure, l’ascolto.
– Sono in imbarazzo nel doverglielo raccontare, ho vissuto un incubo spaventoso. Metta la mano qui, proprio sul mio cuore… Sente come batte forte? E guardi le mie mani… Vede? Non riesco a tenerle ferme un attimo.
– Sono desolato, si vede che è ancora molto scossa. Beva un po’ d’acqua fresca, le farà bene.
– Acqua si, non era certo quello che stavano bevendo quegli uomini, nel bar dove mi sono trovata io, sola, smarrita, disperata… Ubriaconi smaniosi, demoni! E pensare che ero entrata in quel posto credendolo un rifugio sicuro.
– Lo so, signora. Purtroppo, il mondo è pieno di anime perse.
– Mi sento così stanca… Come se avessi vagato per ore e ore tra i vicoli bui di Montmartre. Sa che quel quartiere diventa ambiguo di notte? Ed è facilissimo perdersi, specie se non si è lucide per la paura.
– Quindi si era smarrita…
– Si, certo. E allora, mi sono affidata al buon senso: ho seguito un lungo muro con la speranza di ritornare sulla giusta via; dopo un po’ che camminavo ho visto una casa, una luce, e poi, ho avuto tutto il tempo per pentirmi.
– Si tranquillizzi. Ora, può rilassarsi e riposare.
– Come posso tranquillizzarmi? È stato un vero e proprio inferno! Le sento ancora su di me quelle mani sporche che mi toccavano; ricordo i loro sguardi depravati pieni di voglie e la puzza di vino, fumo, sudore che mi si incollava sulla pelle. Mi viene da vomitare e da piangere.
– Posso immaginare quello che ha provato, ma adesso è al sicuro. Qui non ci sono ubriaconi, maniaci, niente di tutto questo.
– Ho bisogno di respirare, che ansia… Mi sembra di soffocare, come quando quei balordi dopo avermi stuprata e legata, mi hanno lanciata nel fiume, in quell’acqua sudicia piena di topi affamati che hanno iniziato a infilare le loro zanne nella mia carne. Se ci penso, riesco a provare lo stesso dolore…
– Mi dispiace, la capisco; si calmi, per favore.
– Avrei voluto gridare, chiedere aiuto, ma l’acqua mi bloccava la gola e mi impediva anche di respirare. Ho creduto di morire…
– Niente che non sia capitato anche ad altri prima di lei, signora.
– Poi, finalmente ho sentito una mano che mi scuoteva, ho aperto gli occhi e ho visto lei, tutto vestito di bianco che mi sorrideva e mi chiamava, così ho capito di essere salva.
– Sono felice che si senta meglio.
– Mi perdoni, le ho fatto perdere un sacco di tempo.
– Oh, si figuri… per così poco. Non è certo il tempo che mi manca!
– Credo sia ora per me di tornare a casa. Mi dica dottore, le devo la solita mezza corona?
– Dottore? Ma come, non ha ancora capito dove si trova?
– …
– Tu sei già a casa figliola…
– Come a casa…
– Dove credi di essere?
– …
– Con chi credi di aver parlato fin’ora?
– Oh, mio Dio…
– Appunto!

***

Il voto è anonimo.

***

  1. Voto per: Marina
    Commento: Mi hanno divertito molto i diversi punti di vista, topo e parroco compresi.
  2. Voto per: Marina
    Commento: Dialogo credibile e ironico.
  3. Voto per: Marina
    Commento: L’idea della confessione è ottima
  4. Voto per: Helgaldo
    Commento: Molto carino l’espediente a sorpresa del topo. Davvero ben sviluppato.
  5. Voto per: Iara
    Commento: Il finale. Credo sia soprattutto per quello. Il testo è scritto bene e scorre, ma la sorpresa in chiusura è fantastica. Più finale di così, per l’appunto, non si può!!
  6. Voto per: Sandra
    Commento: Ha saputo dare brio alla scena della violenza sdrammatizzandola in modo simpatico.
  7. Voto per: Seme Nero
    Commento: Molto bella la caratterizzazione delle due voci.
  8. Voto per: Marina
    Commento: Con un espediente fantasioso riesce a far parlare tutti i protagonisti in prima persona, creando un racconto nel racconto. Bravissima!

 

Thriller paratattico n.32: riconoscere la voce


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La musica, intrecciata con la scrittura, ha dato i suoi frutti. E sono stati gustosi. C’è stata una votazione, i cui risultati sono questi:

3 voti – Seme Nero

2 voti – Iara R.M.

1 voto – Marina e Michele

Credo proprio che abbiamo (finalmente!) trovato il destinatario del libro messo in palio da Helgaldo, visto che l’esercizio primo in classifica ha preso quasi la metà dei voti espressi. Sulla base di questa fumata bianca, caro Seme Nero (irresistibile tentazione al gioco di parole), puoi contattarlo per riscuotere il premio (oppure contattare me, che poi gli girerò il tutto): basterà mandargli una mail con un indirizzo postale cui spedire il sudato trofeo!

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— Allora! Io sto cominciando a rompermi i cabasisi, signorina, di tutti i suoi ‘non so’. Per chi mi ha preso? Pensa che io, per divertirmi, vada in giro tutte le notti a pescare nella Senna?
— N-no.
— E allora la smetta di scassare la minchia. Appuntato, rilegga!
— Oggi, addì eccetera eccetera, io Giuseppina Ferretti, nata il eccetera eccetera, mi trovavo nello studio dentistico del dottor Jules Maigret, sito in rue Simenon n. 24.
— Tutto qua, Appuntato?
— Tutto qua, Commissario.
— E allora, signorina Ferretti, non vorrà farci sprecare un foglio A4 solo per scriverci queste due minchiate, vero? Con i tempi che corrono per la pubblica amministrazione…

Questa settimana parliamo della voce. Non tanto quella del narratore, ma quella dei personaggi. In tutti i nostri thriller non abbiamo (almeno che io ricordi) mai lavorato sui dialoghi. Oggi è arrivato il momento di farlo. Con una complicazione: l’uso minimo, o del tutto assente, di legature, descrizioni, incisi. Cioè tutte quelle parti accessorie al discorso diretto in cui “lei disse”, “lui sbuffò”, “l’uomo prese qualcosa” per non parlare degli avverbi che spesso ci si infilano per far capire quello che si dovrebbe capire senza specificare oltre, come: “lui disse ferocemente“.

Si tratta quindi di riscrivere il nostro beneamato thriller così, come ho provato a fare io all’inizio di questo post. Decidete un’ambientazione e lasciate che i vostri personaggi parlino in libertà. Se voi foste sul posto, potreste rimanervene a occhi chiusi: riconoscereste comunque le varie persone che parlano, senza bisogno di sapere cosa stiano facendo o a chi si stiano rivolgendo. Vi siete figurati la scena? Adesso basta solo trascriverla…

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Buona scrittura a tutti e arrivederci a domenica, per la votazione!

La sigaretta della staffa (era: Ancora tu?)


Questo è quello che amo del blog. Non c’è On Writing che tenga: provare, sbagliare, indicarsi l’un l’altro le aree migliorabili e poi farlo. Perché non c’è un consiglio migliore di un esempio.

Così, quando ho pubblicato “Ancora tu?”, Helgaldo mi ha fatto notare che i dialoghi erano troppo didascalici (ok, lui ha detto “finti” e io aggiungo “di plastica”), specialmente all’inizio. Ho tentato una debole difesa d’ufficio, poi ho chiesto: “Come si possono migliorare? Accetto suggerimenti.”

Detto, fatto. Lui ha preso la palla al balzo e mi ha infilato nei commenti il dialogo rivisto e corretto. È assai meglio del mio, ed era davvero un peccato lasciarlo là. Adesso, però, Helgaldo (sempre lui!) ha anche un’altra richiesta: “Ehi, Drama Queen! Ci manca solo qualcuno che lo porti in scena!”

Già che c’era mi ha anche detto di trovargli un altro titolo. Per fare esercizio, ha detto.

***

PROTAGONISTI

Giacomo e Anna, un tempo marito e moglie ma ormai divorziati da anni.

SCENA

Un locale di spogliarelliste. La musica alta, le luci soffuse e i lampi delle stroboscopiche fanno intuire che lo spettacolo è in corso. Anna è appoggiata al bancone del bar, dando le spalle alla platea. Giacomo si avvicina per ordinare, ma prima che il barman (che non è in scena) si avvicini a prendere l’ordine, lui la guarda sorpreso e comincia a parlarle.

Giacomo — Lo sa che lei assomiglia molto a mia moglie?
Anna — [Tira l’ultima boccata di fumo e spegne la sigaretta in un posacenere sul bancone] Ma lei non assomiglia per niente a mio marito.
Giacomo — Simpatica. Facciamo conoscenza?
Anna — Invece no.
Giacomo — Ti vedo espansiva.
Anna — Gli anni passano, e la gente cambia. Come stai?
Giacomo — [Pausa] Lavoro.
Anna — Sì, ma… nella vita?
Giacomo — Non c’è granché da raccontare, da quando te ne sei andata.
Anna — Vorresti dirmi che non hai avuto altre storie?
Giacomo — Se devo essere sincero, no.
Anna — Ecco il motivo per cui sei qui.
Giacomo — Non ho nessuno. Settimana lavoro, Al sabato sera vengo qui. C’è la musica. Le luci colorate. Gente che parla.
Anna — Come sei deprimente…
Giacomo — Qui mi sento meno solo.
Anna — Sei il solito orso. Per questo ti ho lasciato.
Giacomo — Ho ricominciato a fumare. Hai una sigaretta? Una sigaretta non si rifiuta a nessuno. Neanche all’ex marito. In questo siamo di nuovo uguali.
Anna — Bella roba. [Prende dalla bustina il pacchetto di sigarette. Se ne accende una, tira una boccata, poi passa la sigaretta al marito.] Non siamo mai stati uguali, noi due.
Giacomo — Però, come si dice, gli opposti si attraggono.
Anna — Si respingono vorrai dire… Non te ne ricordi più?
Giacomo — Eravamo giovani. [Pausa] Ti offro da bere.
Anna — [Al barman] Un mojito.
Giacomo — [Sorride] Da quando bevi pesante?
Anna — Mi capita, a volte. [Muove i fianchi al ritmo che pompa, mimando un amplesso] Mmm… Non so, tutta l’atmosfera, mi fa venire voglia di ubriacarmi.
Giacomo — Beata te. Anche io vorrei essere così… così…
Anna — Così… cosa?
Giacomo — Sei cambiata. Una volta non eri così s… spigliata.
Anna — O volevi dire stronza?
Giacomo — Scusa, io non…
Anna — E non scusarti sempre. Sei sempre teso. Non mi offendo, se mi dici stronza. Anzi.
Giacomo — Gli anni, per te, non sembrano passati. Sei bella come allora. A me, invece, è cresciuta la pancia. Guarda. [Si tocca la pancia] Senza contare i capelli bianchi. Radi. [Si tocca la nuca] Vedi?
Anna — La lontananza da te fa miracoli.
Giacomo — Sei… radiosa.
Anna — Davvero? Grazie.
Giacomo — Io non so come vivi ora. Però, il destino ci ha fatto rincontrare… Addirittura in un locale così.
Anna — È strano, dopo tanti anni, rivedersi in un club per spogliarelliste.
Giacomo — Magari possiamo vederci, fuori. In qualche posto più normale. Ricordiamo i vecchi tempi. Cosa ne dici?
Anna — Dico di no.
Giacomo — Perché? Pensi che non funzionerebbe? Che litigheremmo di nuovo? Anna, io credo che…
Anna — [Lo interrompe] Tu non hai capito; le cose sono molto cambiate e io ho trovato un’altra strada. La vedi? [Indica una ragazza sul palco che fa la lap dance]
Giacomo — Chi? Quella puttana?
Anna — Sì. Sto con lei, poi andiamo a casa sua. È lì che abito. Scusa, ma devo proprio andare in bagno ora. È stato bello offrirti l’ultima sigaretta.