Alluvioni


Eccomi qui, ancora una volta: colpa di Spartaco che mi ha irretito con un messaggio di Alessandro Corradini. Il tema, come al solito, è interessante e mira a ridurre l’impatto devastante delle nostre città, ma il Coniglio Mannaro ha il pallino della distopia e avrebbe voluto trarne una storia. Il problema vero, però, è che è il mondo reale ad essere distopico in confronto alle città ideali prospettate da Alessandro: ecco allora, per voi, una breve pagina di “diario”, scritta in questi giorni in un luogo imprecisato dell’Italia Settentrionale tra quelli che purtroppo sono finiti sotto metri di acqua e fango.

EDIT: il contro-racconto di Spartaco è leggibile a questo indirizzo:
http://spartacomencaroni.blogspot.it/2014/11/supplemento-di-pena.html

photo credit: OggiScienza via photopin cc

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***

Oggi proprio non me la sento di cominciare con “Caro diario”: la città è stata bombardata e siamo tutti profughi di guerra. Specialmente chi, come me, non ha una casa, ma solo pochi stracci dentro un carrello della spesa dai quali spuntano un pugno di fogli scritti di notte, quando i morsi della fame straziano l’anima. Fogli che sono come ali strappate di farfalla, brandelli colorati che non ornano più la mia schiena e i miei pensieri facendomi volare: adesso io sono qui, solo e abbandonato, e mi sento come un piccolo verme su questa lurida terra.

Ho cercato di scrivere per non dimenticare la mia infanzia felice, le città piene di alberi e fiori e frutti e piante profumate. Ciascuno di noi era amico degli altri e non c’era l’assurda lotta tra poveri che c’è in questo posto, solo per avere una briciola di niente. Non c’era bisogno di succhiare fuori il nero sangue della Terra per correre su di un’automobile o per accendere una lampadina: il sole ci dava tutta la luce necessaria e i piedi ci hanno sempre portato fino alla casa di chiunque avesse per noi stima e affetto. Non c’era bisogno di tormentare i sassi col fuoco per trarne ferro e forgiare le armi: i ciottoli cantavano per noi tra le acque dei torrenti o si disponevano quieti, in file ordinate, per lastricare le strade che univano gli uomini e i loro cuori. Ma qui, in questo posto nascosto nell’ombra e lontano da tutte le cose che varrebbe la pena vivere, hanno fatto infuriare la Natura, Signora dei ritmi dell’Universo: così le bombe non sono più solo quelle di fiamme e metallo che i simili scagliano sui propri simili, ma anche quelle di acqua e vento che il clima, stanco dei soprusi cui è sottoposto, getta su questo nugolo di scimmie impazzite che riservano per sé il nome di uomini.

Eppure non è abbastanza, mia Madre e Signora: sarebbe servita tanta acqua da sommergere tutto, come già facesti una volta. Anzi, ancora di più: perché adesso, per lavare via l’inquinamento dall’aria, i veleni dalla terra e la grettezza dai cuori, non basterebbero quaranta giorni di ammollo. Non ti fermare, come nei tempi che furono, per salvare chi è venuto qui con la missione di trovare qualcosa di buono. D’altra parte, chi avresti potuto mandare? Già l’altra volta avevo fatto un buon lavoro, salvando gli animali. Ma oggi è peggio, perché gli uomini li sterminano prima che io sia in grado di strapparli al pericolo. Non posso sottrarre le piante al loro destino, perché già hanno patito il loro fato venendo estirpate e avvelenate per fare posto a enormi, monocrome, colture. Non c’è più nulla da salvare, qui. E neppure io posso più essere salvato: in me è sparito persino il ricordo della città giardino dalla quale provengo, e le gocce di pioggia hanno lavato i miei fogli perché smettessi di struggermi nella nostalgia dei suoi profumi dolcissimi.

Allora vendicami, mia Signora: manda la tua figlia più potente perché il domani non sia più figlio dell’oggi. Io ti invoco, acqua: nera e rombante, cavalca i tuoni. Lancia i tuoi fulmini feroci. Scendi copiosa su questa terra perché verrò meno alla mia missione e non costruirò più una barca. Sole che tutto illumini: nasconditi dietro alle nuvole listate a lutto, perché la tua luce non scenda a formare l’arco colorato che unisce la Terra con il Cielo. Non per quaranta, ma per quattrocento giorni. Finché vada perso tutto; fino a quando neppure le pietre serbino memoria del passaggio immondo che ha sporcato questo pianeta. Nulla deve rimanere, prima che sia troppo tardi. In particolare nulla di me: ho fallito e adesso sono solo un miserabile; uno tra i tanti che trascinano la propria esistenza in questi formicai che chiamano città. Mai più nessuno dovrà nominarmi, perché con me dovrà morire la speranza. Che da oggi nessuno più, nei secoli dei secoli, invochi il mio nome: Noè.

E così, sia.

Storie delle Colonie – il libro


Storie delle Colonie - Alessandro Corradini & Spartaco Mencaroni & Michele ScarparoChiudiamo questa settimana senza consigli con una piccola sorpresa: forse ricorderete la Distopia del Coniglio Mannaro, dalla quale il tenebroso leporide ha tratto un romanzo breve mentre io mi sono fermato a un racconto lungo. Entrambe queste storie sono state pubblicate a puntate sui nostri rispettivi blog, ma questo non aiuta certo la lettura: abbiamo allora pensato di raccogliere in un unico volume tutto il materiale a partire dall’idea di Alessandro Corradini che ha dato il via all’operazione, accendendo la fantasia di Spartaco.

Come al solito il libro ve lo regaliamo, nella speranza che possiate passare qualche ora piacevole in compagnia di un ombroso futuro, nel quale dall’ottima idea di preservare le risorse della Terra sono state tratte le peggiori conseguenze possibili. Un libro che getta uno sguardo su di un secolo non troppo lontano che però, a discapito dei problemi che ogni era porta con sé, apre lo spiraglio ad una nuova speranza.

Vista la gran mole di lavoro svolto, noi consegniamo a voi lettori, ma soprattutto scrittori, l’idea: sarebbe bello che qualcuno raccogliesse il nostro testimone ed allargasse la trama di questa distopia inserendone nuovi capitoli. Per usare il linguaggio del cinema: il set è già montato e le cineprese sono accese. Non abbiate paura di mettervi davanti ad una telecamera, perché siamo certi che saprete mostrarci il vostro profilo migliore.

Non mi resta che da augurarvi buona lettura, nell’attesa di accogliervi a bordo. Ecco a voi i link per scaricare i file, riportati anche – come al solito – nella pagina dei download.

Anche le rovine andranno distrutte (parte 5)


Questo racconto si innesta nella distopia sviluppata da Spartaco Mencaroni tratta da un’idea di Alessandro Corradini. Tutti i dettagli li potete trovare qui:
http://spartacomencaroni.blogspot.it/search/label/distopiaconiglio1

— Lo so, Andreij. L’ho sempre saputo che sei un ragazzo intelligente.

Il vecchio guardò l’uomo sulla sedia a rotelle con un sorriso soddisfatto: le cose stavano prendendo una piega migliore del previsto.

— Adesso prendi i tuoi droni e li fai decollare. I nostri stanno dando una mano ai ribelli a smantellare la Rete di Luci e tu li aiuterai: ci sono molte unità da battaglia australi che meritano il carico che porti. Bisogna dare ai ribelli del sud l’opportunità di cui hanno bisogno.

Andreij rimase interdetto: cosa significava tutto ciò? Si era aspettato di finire immediatamente davanti ad un plotone di esecuzione, ed invece era stato arruolato tra le fila dei ribelli prima ancora di capire che era in atto un doppio colpo di stato: le due Colonie avevano fatto il passo più lungo della gamba, evidentemente. Il governo al nord e la Rete di Luci al sud avevano programmato uno sterminio, ma il piano era stato scoperto ed ora bisognava impedire la distruzione di buona parte del genere umano. Per un attimo si chiese che razza di mondo sarebbe uscito dalla prima guerra civile mondiale che l’uomo fosse riuscito a combattere.

— Come posso dare una mano? Il computer non mi lascerà mai attaccare un bersaglio amico.
— Per questo sono qui, Andreij. Tieni: carica questa unità di memoria nel sistema.
— Cos’è?
— Un virus: ti permetterà di scollegarti dal server centrale. Da quel momento potrai comandare in autonomia la tua squadra; l’unico intralcio è che il sistema non ti riconoscerà più come amico. Sarà necessario quindi muoversi prima che le batterie contraeree facciano quello per cui sono programmate.
Un sorriso si dipinse sul volto del pilota.
— Non ce la faranno: devono ancora programmarlo, il computer che mi beccherà!

***

Non era stato possibile evitare di uccidere. Diversi reparti boreali avevano combattuto fino allo stremo, senza arrendersi. La gente, però, era stata dalla parte dei ribelli: la favola del “miglior mondo possibile” aveva attecchito in profondità, nell’anima del popolo della Colonia e nessuno era disposto ad un genocidio. Neppure per abbassare lo sfruttamento delle risorse.

Anche nella colonia australe la disconnessione della Rete di Luci era costata molte morti, che andavano aggiunte alle innumerevoli che erano state causate dall’attacco preventivo. Il vecchio sapeva che avevano raggiunto un grande risultato, ma il costo in vite umane era così spaventosamente grande che dubitava che si sarebbe mai liberato del senso di nausea causato da questa consapevolezza.

Il ragazzo lo guardava, cercando di intuirne i pensieri:
— Ebbene? Non sei soddisfatto?
— Come potrei? Abbiamo perso quasi un terzo di tutta la popolazione mondiale.
— Avrebbe potuto essere molto peggio…
— Le stime più ottimistiche parlavano di quasi la metà: è andata incredibilmente bene. Ma il pensiero mi distrugge comunque.

Anche l’uomo in sedia a rotelle guardava il vecchio, domandandosi cosa avrebbe fatto della sua vita a partire dal giorno successivo: non c’erano più droni da far volare. Che lavoro avrebbe mai potuto fare un pilota senza gambe? Però c’era un mondo nuovo, là fuori, e lui esigeva una risposta:

— Cosa faremo, adesso? Ricominceremo con l’economia di mercato? Oppure obbligheremo tutti al nostro stile di vita?
— No, Andreij. Le vecchie strade hanno fallito: è ora di trovare strade nuove.
— Quali?
— Anni fa, io ed altri con me, ci domandammo che futuro potessimo avere. Date le condizioni della Colonia e del mondo circostante, era chiaro che ne sarebbe nato un conflitto tra i “coloniali” ed il resto del mondo. Così decidemmo, in segreto, di trovare una terza via. In segreto perché, fin da subito, fu chiaro che i governi delle Colonie non avevano nessuna intenzione di lavorare per il bene dell’umanità, ma solo per il proprio potere personale. Così mettemmo a punto un piano, pronto a scattare in qualsiasi momento, per salvare quante più vite possibili e mettere fuori gioco chi comandava con l’obbiettivo di conquistare il mondo. Anche noi ci siamo chiesti quale sarebbe stata la soluzione giusta. Ma in questo caso la risposta è ovvia: noi abbiamo sviluppato tecnologie che permettono a gruppi numerosi di sopravvivere ad impatto zero. Abbiamo la capacità di sostenere la vita di intere città utilizzando e riutilizzando una quantità minima di risorse. Cosa vi dice, questo?

Il pilota ed il ragazzo si guardarono, senza che nessuno capisse dove voleva andare a parare il vecchio.

— Siamo pronti per lasciare la nostra vecchia, cara, madre Terra. Una Colonia, con un motore, è una perfetta nave spaziale generazionale. Siamo pronti a partire per colonizzare la galassia: abbiamo le tecnologie per farlo. Questo è il destino vero del genere umano. Avremo bisogno di giovani pronti a nuove sfide e di abili piloti che sappiano muoversi tra le stelle: accettate la sfida?
— Ma certo, colonnello Zverkov! — risposero all’unisono i due.

Il colonnello guardò fuori dalla finestra. Si vide riflesso nel vetro: un vecchio uomo, il cui progetto è andato in porto. Il pensiero di nuove generazioni di uomini tra le stelle mitigava, almeno in parte, il dolore: era certo che la vecchia Madre Terra sarebbe stata soddisfatta di vedere i propri figli farsi largo tra le stelle.

Anche le rovine andranno distrutte (parte 3)


Questo racconto si innesta nella distopia sviluppata da Spartaco Mencaroni tratta da un’idea di Alessandro Corradini. Tutti i dettagli li potete trovare qui:
http://spartacomencaroni.blogspot.it/search/label/distopiaconiglio1

Un uomo, solo, in una stanza spoglia, il cui progetto era giunto al punto critico. Lui aveva capito, prima di tutti gli altri, che la situazione sarebbe degenerata; che le soluzioni immaginate dalle Colonie non avrebbero portato i risultati sperati. Sapeva che correggere questo errore sarebbe costato molte vite, ma non c’era altra scelta: era giunto il momento di fare ciò che andava fatto. In piedi, davanti alla finestra, osservava il panorama steso davanti a sé: al di là delle strutture in vetroplastica, sullo sfondo, le montagne della steppa facevano bella mostra sotto l’ombra cangiante proiettata dalle nubi che correvano nel cielo. Una visione bucolica e rilassante che però osservava senza vedere: la sua mente era tutta tesa nella valutazione delle pessime notizie provenienti dall’emisfero sud. Gli australi, guidati da quella specie di supercomputer che era la Rete di Luci, avevano scatenato l’inferno, decimando la popolazione al di sotto dell’equatore. Il calcolo era evidente: quello era il modo più veloce e meno costoso di obbligare la fetta di umanità che ricadeva sotto il loro potere a ridurre i consumi. In questo modo avevano riportato le proiezioni per il prossimo secolo entro un piano di rientro accettabile sull’uso intensivo dei terreni agricoli e le produzioni di inquinanti. L’emisfero nord si era salvato solo perché militarmente più forte, nonché sotto l’egida della Colonia boreale: in un qualche modo sembrava che i Luciconnessi si aspettassero una reazione analoga da parte dei loro cugini stanziati nella steppa kazaka.

L’uomo decise che ormai era giunta l’ora di usare il proprio potere: la situazione stava precipitando e non c’era più tempo a disposizione. Guardò l’orologio: il ragazzo ormai avrebbe dovuto essere lì già da cinque minuti. Diede un profondo sospiro: sentì sulle proprie spalle tutto il peso degli anni, dei sotterfugi per non mostrare le proprie attività, ma soprattutto il peso della speranza che molti riponevano in lui; aveva bisogno di qualcuno, più giovane, che si facesse carico dello sforzo immane che ormai era richiesto. Come se avesse percepito il richiamo dell’uomo, il ragazzo bussò alla porta e, senza attendere la risposta, entrò.

— Ciao. Scusa il ritardo, ma sono passato alla sala operativa per avere notizie di prima mano.
— E allora?
— Un disastro! Hanno ucciso una grossa porzione della popolazione, stando bene attenti a preservare strutture e risorse per impiantare nuove colonie. Tutto l’emisfero sud è ormai sotto il loro controllo: i Regni Latino-Sudafricani non hanno neppure cercato di difendersi e sono caduti senza quasi sparare un colpo. Pensa che addirittura hanno usato contro la popolazione civile armi nucleari!

L’uomo lo guardò, inespressivo; il ragazzo sentì montare ancora di più la collera dentro di sé di fronte all’impassibilità del vecchio.

— Ebbene? Non dici nulla di una barbarie del genere?
— Non c’è nulla che io possa dire: ero al corrente di queste informazioni già da ieri. E comunque le nostre simulazioni, fatte più di un anno fa, davano quest’esito con una probabilità superiore al novanta per cento. Siamo pronti e abbiamo un piano: serve solo la persona giusta che guidi la Colonia fuori da questo incubo.
— Ah sì? E chi sarebbe questo nuovo messia? Tu?
— No: io sono vecchio e, agli occhi della gente, compromesso con il governo attuale. Serve una persona nuova, giovane, che rappresenti il futuro. Sarai tu a guidare la ribellione.
— IO?
— Tu. Ormai è deciso. È tutto programmato: ascolta bene cosa faremo…

***

Il terminale mobile del colonnello Zverkov vibrò sommessamente; l’uomo sbirciò il messaggio e poi spense velocemente il display.

— Ebbene, Andreij, ci sono novità?
— Signorsì, signor colonnello. La Rete di Luci ha mostrato un’attività del tutto anomala.
— Anomala?
— Il termine corretto è che ha disfunzionato: ci sono diversi nodi che hanno collassato, producendo lo shutdown di alcune aree critiche dell’infrastruttura di telecomunicazione.

Il colonnello guardò il pilota con aria di sufficienza; represse un sorriso di compatimento e disse:
— Il Comando Generale mi aveva avvisato del problema 12 ore fa. Gli australi stanno lavorando per riprendere il controllo ed hanno comunicato che risolveranno a breve il problema. Ora tocca a noi fare la nostra parte. Stiamo eseguendo un protocollo diverso e questi sono i suoi nuovi ordini: riporti la sua squadra di droni al terminal BLQ-42 e li faccia armare con armi tattiche da 20 megatoni.
— Ma quelle sono armi atomiche!
— Ha qualche problema, pilota di prima classe Andreij Ivanovic?
— Signornò, signor colonnello!
— Me lo auguro. Soprattutto per lei. Armi i droni e li diriga verso il Giappone: tra sei ore i regni Nippo-Continentali devono essere solo una brutta pagina di storia. Mi aspetto per domattina un rapporto completo sull’operazione; qualsiasi risultato al di sotto dell’ottimale, da parte sua, sarà considerato un fallimento. Buon lavoro, Andreij.

L’ufficiale girò i tacchi senza aspettare il saluto e sparì per il corridoio. I droni rossi erano già in formazione, nella parte alta della stratosfera, diretti a scaricare fotocamere e sensori e ad imbarcare armi atomiche. Andreij deglutì una volta. Cercò di non farsi trascinare dal pensiero di quello che stava per fare; poi deglutì ancora. Fu in quel momento che seppe che non sarebbe riuscito, per la prima volta nella sua vita, a compiere la missione che gli era stata assegnata.

Anche le rovine andranno distrutte (parte 2)


Questo racconto si innesta nella distopia sviluppata da Spartaco Mencaroni tratta da un’idea di Alessandro Corradini. Tutti i dettagli li potete trovare qui:
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L’ufficio di Andreij si trovava al livello –2 e questo significava luce artificiale e circolazione forzata dell’aria tutto il tempo dell’anno. Nonostante gli sprechi fossero banditi in qualsiasi loro manifestazione — e la luce elettrica era una di queste — gli apparati di calcolo avevano bisogno di dissipare il calore che producevano e scaricare il loro calore nella falda freatica rappresentava il sistema più vantaggioso per mantenerli in efficienza al minimo costo: in queste condizioni la luce artificiale era lo scotto da pagare per poter mantenere attivo il sistema H24. Le immagini sulla fila di otto monitor ed il lampeggiare asincrono dei led delle batterie di dischi e delle unità di calcolo giocavano la loro innaturale danza davanti agli occhi dell’uomo: un giovane dalla mascella volitiva, sguardo di ghiaccio e capelli cortissimi. Tutto, in lui, denunciava il fatto che provenisse dalle fila delle unità militari attive, con l’esclusione del particolare più importante: si trovava su di una sedia a rotelle. In un mondo dove tutto è piegato alle esigenze del dio efficienza, almeno quanto secoli prima tutto era piegato al dio denaro, ritrovarsi invalido all’ottanta percento equivaleva a mangiare gratis a spese della comunità. Altri, meno fortunati di lui, avrebbero finito per pagare con la soppressione volontaria il loro “problema”.

Proprio così: “soppressione volontaria”. Nessuno avrebbe preteso la morte di nessuno, nell’ultima culla della civiltà. Ma ci sono molti modi per convincere le persone che, per il bene dei propri cari, sia auspicabile un atto di responsabilità e che quindi togliersi di mezzo sia cosa buona e giusta.

Andreij però era stato il pilota di caccia migliore della Colonia: durante la Guerra delle Sorgenti con il suo aereo aveva più volte, da solo, messo in fuga il nemico. Il suo nome era così temuto che aveva fatto dipingere la carlinga di rosso, come il barone che tre secoli prima aveva spadroneggiato nei cieli europei. In questo modo aveva spesso cambiato le sorti della battaglia solo con la propria presenza, fino al giorno in cui un missile a ricerca termica, cieco ed insensibile alla luce visibile, se ne era fregato del colore dell’aereo e l’aveva centrato. Lui si era salvato, ma le sue gambe no.
L’aveva salvato il fatto che la sua sensibilità di pilota fosse nella testa: non appena ristabilito, aveva chiesto ed ottenuto di tele-pilotare un drone da battaglia. Accumulando sempre più esperienza, era riuscito a pilotarne due in contemporanea. Ora della fine della guerra, aveva una magnifica squadriglia di otto unità robotiche, rosse fiammanti, che pattugliavano i cieli. Era questo, il motivo per cui era ancora vivo.

Aveva sentito il rumore dei passi già da diversi secondi, nonché riconosciuto il proprietario degli stivali dalla cadenza con la quale colpivano il pavimento flottante. Senza distogliere gli occhi dai monitor, disse:

— Buonasera, colonnello Zverkov.
— Buonasera, Andreij. Come vanno le cose?
— Bene, direi. Gli australi stanno terminando il lavoro. Le stazioni sismiche a terra hanno rilevato impatti da diversi megatoni nei pressi di tutte le maggiori città al di sotto dell’equatore, mentre i rilevatori di raggi gamma a bordo dei miei droni indicano l’utilizzo in quantità molto modeste di armi atomiche leggere: è evidente che hanno mediato tra la velocità dell’attacco e l’inquinamento prodotto.
— I droni della Colonia, Andreij.
— Mi scusi, signor colonnello.
— Molto bene. È sicuro che gli australi abbiano utilizzato armi atomiche? Hanno le spalle al muro?
— No. Hanno solo trovato il sistema meno impattante per liberarsi della popolazione con il minor spreco di risorse possibile: l’uso delle radiazioni, in questo senso, è perfettamente logico.
— Abbiamo una stima dei danni?
— Le foto non sono ancora tutte disponibili, ma le proiezioni dei dati dell’attacco indicano che le perdite dovrebbero essere state ingenti senza aver causato danni irreparabili alle infrastrutture necessarie all’impianto di altre Colonie.
— Ottimo. Quando la Rete di Luci avrà terminato il proprio compito, vedremo come replicare il lavoro anche quassù.

“Replicare il lavoro anche quassù”. Andreij si distrasse solo per un secondo: il tempo di guardare il buco al posto delle proprie gambe. Lui sapeva bene quanto fosse difficile combattere e quanta sofferenza costasse; la guerra lampo avvenuta sotto l’equatore non l’aveva certo reso così fiducioso e sapeva che, da qualche parte, il ragionamento che aveva voluto quell’attacco preventivo aveva un buco: un puntello debole, alla base, che avrebbe fatto crollare il fragile castello di carte degli australi. Trascinando con sé anche la Colonia.

Un militare, per definizione, non pensa: esegue solamente. Eppure, in quel momento, Andreij per la prima volta in vita sua decise di utilizzare la propria testa da solo. Le vite di milioni di persone, disperse al di fuori della bolla che racchiudeva la Colonia, avevano un valore. Un valore che andava salvaguardato. “Il migliore dei mondi possibili” non poteva passare dal massacro di una percentuale paurosamente della popolazione: tutto questo significava tradire gli ideali che lui, come militare, si era sempre impegnato a difendere. Ogni fibra del suo corpo era stata dedicata a quello scopo, e vedere che l’obbiettivo di tutto questo era il solito, vecchio colonialismo, gli procurava uno spasmo di disgusto nello stomaco. Neppure la scusa di salvaguardare le poche risorse rimaste al pianeta, ormai, era buona abbastanza.

Anche i droni, pur nell’esecuzione dei loro rigidi protocolli elettronici, avevano percepito lo sbandamento dei pensieri del loro pilota: una serie di luci rosse si accese e alcuni di messaggi di alert per una deviazione troppo grande dalla rotta programmata cominciarono a lampeggiare ottusamente sui display.

Una bestemmia sfuggì, sottovoce, tra i denti dell’uomo mentre tornava a concentrarsi per permettere all’interfaccia neurale di compiere il proprio volere. Fu solo per un secondo che balenò nella sua mente il dubbio: chi, tra lui e il computer, stava esercitando potere sull’altro?

Anche le rovine andranno distrutte (parte 1)


Questo racconto si innesta nella distopia sviluppata da Spartaco Mencaroni tratta da un’idea di Alessandro Corradini. Tutti i dettagli li potete trovare qui:
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La classe era composta da una ventina di bambini dai tratti orientali: la corporatura era minuta, con gli occhi a mandorla ed il naso un po’ schiacciato. Tratti tipici delle etnie russe, kazake, mongole e cinesi dalle quali discendevano; la maestra era seduta nel mezzo mentre interrogava.

L’aula era circolare: sebbene fosse inserita in una modernissima tensostruttura in vetroplastica, come tutto là, l’architettura si rifaceva alla tradizionale yurta, la tenda mongola della steppa.

— Chi di voi mi sa dire quando è nata la Colonia?

Una selva di manine si alzò mentre un disordinato richiamo di “Io! Io!” riempiva l’aria.

— Ivan?
— 250 anni fa.
— Olga, perché nacque la Colonia?
— Perché il mondo era in crisi.
— Ma perché era in crisi, Xiao-bo?
— Perché si usavano i soldi e tutti volevano più di quello che potevano avere.
— Si dice: “avrebbero potuto”, Xiao-bo. Esatto, bambini: i nostri avi si stancarono e si resero conto che non si sarebbe potuto continuare per sempre così. Decisero di creare la colonia per…

Il coro questa volta fu unanime:

— Creare il migliore dei mondi possibili!

***

“La Colonia: il migliore dei mondi possibili” era lo slogan che martellava tutti, ogni giorno. Più di due secoli prima alcuni oligarchi russi e cinesi avevano deciso che il mondo com’era stato sperimentato per 5000 anni non poteva continuare ad esistere. Unirono i loro patrimoni e comperarono vaste aree disabitate del Kazakistan per fondare una piccola colonia basata sulla tecnologia più avanzata che l’epoca mettesse a disposizione. Un piccolo nucleo autosufficiente, che non necessitava dall’esterno né di acqua, né di energia. Dato che le risorse là erano piuttosto limitate, lo sviluppo tecnologico fu subito indirizzato verso quello che si poteva ottenere in loco: vennero così prodotti diversi materiali plastici di derivazione vegetale che avevano sostituito, in gran parte degli usi, i metalli come ferro, acciaio, alluminio.

La Colonia era cresciuta come una piccola bolla: un’oasi di pace e benessere in un mondo che, dopo aver sprecato l’inimmaginabile, era finito precipitando in un buio periodo di barbarie. Non che gli antichi segni di potenza fossero spariti: qualche nazione era ancora abbastanza forte per potersi permettere comportamenti aggressivi. La fame è una cattiva consigliera, sia nel caso brontoli lo stomaco quanto nel caso di una fame più sottile, ma più pericolosa, come la brama di potere e ricchezza. Lo sapevano bene due uomini , uno giovane ed uno più anziano, chiusi in una stanza spoglia, mentre discutevano attorno all’unico tavolo. Il ragazzo, che stava cercando di comprendere meglio cosa stesse succedendo al mondo, stava interrogando l’uomo, che pazientemente si prestava a rispondere.

— E così tu credi che lo faranno?
— Ma certo. Perché non dovrebbero?
— Perché è stupido, ad esempio. Non hanno imparato dunque nulla dalla storia?
— In tutta evidenza, no: sai bene quanto me che chi non conosce la storia è condannato a ripeterla. Purtroppo hanno delegato ad un computer il loro governo. Questo è stato il loro vantaggio, ed ora sarà il loro problema. Una macchina è efficiente, ma non ha fantasia; non risolve i problemi con eleganza, ma li stronca alla radice. Il che a volte è una buona idea, ma più spesso non lo è.
— Eppure avevano cominciato anche meglio di noi…
— È vero: gli australi avevano intessuto buoni rapporti con tutto l’emisfero sud quando noi, invece abbiamo fatto cattivo uso della diplomazia e siamo stati costretti a combattere.
— Costretti?
— Purtroppo.
— Ma i regni Nippo-Continentali ci attaccarono. Volevano distruggere i nostri centri di calcolo!
— E ci siamo salvati per miracolo. Abbiamo combattuto. Abbiamo perso uomini e risorse. Un costo ed uno spreco inaccettabili: spero solo che la Rete di Luci della Colonia del Sud lo capisca prima che sia troppo tardi.
— Ed in cosa avremmo sbagliato, secondo te?
— La diplomazia è un’arma potente. Pensa: quando qualcuno vuole prenderti qualcosa come reagisci, tu? Lo prendi a pugni in faccia?
— Certo che no! Chiamo qualcuno della sicurezza… Ma questo cosa c’entra?
— Che noi avremmo dovuto fare lo stesso, invece di accettare le provocazioni dei Nippo-Continentali.
— In che modo?
— Facendo presente alle altre nazioni confinanti che permettere all’Imperatore di impossessarsi della nostra tecnologia, avrebbe messo in condizione gli stessi Nippo-Continentali di attaccarli: si sarebbero trovati in men che non si dica le armate orientali alle loro porte, armate e  pasciute con quanto avrebbero potuto prendere qui. Gli altri sarebbero stati la nostra sicurezza. Invece di cercare l’equilibrio, però, abbiamo cercato la prova di forza.
— Capisco… ed ora?
— Ora gli australi cercheranno la loro prova di forza. Il che non sarebbe un problema, se non fosse che il pianeta è uno, e ci siamo anche noi.
— Vuoi dire che ci attaccheranno?
— È inevitabile: loro spazzeranno via il Sud del mondo. Il loro esercito non ha rivali, sotto l’equatore. Dopodiché avranno un solo ostacolo che gli impedirà di gestire in autonomia le risorse rimanenti: noi.