Un pomeriggio a Venezia


Qualche giorno fa su Internazionale, a seguito della vicenda Ferrante e dei suoi strascichi sul premio Strega, è uscito un bel post che riportava gli ironici consigli di Flaiano “a un giovane analfabeta che vuol darsi alla letteratura, attratto dal numero dei premi letterari”. Così, tra il serio e il faceto (ma con una spiccata propensione a quest’ultimo), la Donna Camèl ha indetto un EDS che tragga spunto dal profluvio di premi che cercano di spremere qualcosa dall’asfittico mercato editoriale italiano. Una cosa facile facile, come dice lei:

Si scriva dunque un testo a piacere sul proprio blog, il testo contenga le seguenti parole, indeclinate: strega, campiello, bancarella, chiara, tedeschi, urania, tobino, calvino, bagutta e, per estremo sberleffo, flaiano.

Tutte parole di uso comune… Chi non le usa almeno tre volte al giorno, prima e dopo i pasti? Buon lavoro a me, e buona lettura a voi.

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photo credit:  via photopin (license)

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Venezia è sempre Venezia.

Passata la buriana del carnevale, ero andato con alcuni amici inglesi e tedeschi a passare un bel pomeriggio a spasso per calli, godendo della reciproca compagnia e del tiepido sole primaverile. Fu così che, dopo esserci fermati in un campiello dove c’era una bella bancarella di libri, incontrammo Chiara, una nostra vecchia amica.

Darling, come stai? — aveva domandato John sorridendo — Ti trovo gorgiosa.
— Si dice “magnifica”, John — avevo interloquito io, ridendo, — Davvero? A me pare una strega. Cos’hai fatto ai capelli? Li hai tagliati?
— Zempre meglio ke essere calvino kome te — aveva detto Otto, in difesa di lei. — Infece stai proprio pene kon qvel tobino.
— Si dice “tubino”, Otto — aveva risposto lei, scoppiando a ridere e facendo una piroetta per mostrare la gonna. — Ma che allegra compagnia! Cosa fate in giro per Venezia?
— Ero venuto a vedere se mai avessero un vecchio “Urania” che manca alla mia collezione — avevo risposto, cercando di salutarla con un abbraccio.
— Giù le zampe, caro mio — aveva detto lei, fintamente seria, — Non vorrei rischiare di sporcare la mia magnifica camicia Bagutta: sto andando al Guggenheim per una conferenza. O vuoi farmi fare brutta figura?
— Non sia mai! — avevo risposto — Vieni, passiamo da piazza San Marco. Ti accompagniamo fino là, se vuoi.

Abbiamo passeggiato raccontandoci cose leggere, le uniche che valesse la pena di affrontare in un pomeriggio tanto bello e tanto azzurro, sospeso tra il cielo e il mare. Non appena la piazza si era aperta ai nostri occhi, uno stuolo di colombi aveva preso il volo, impaurito dalla nostra presenza.

— Guarda, darling — aveva esclamato John, con lo stupore dello straniero che gode per la prima volta uno spettacolo del genere, — guarda come flàiano tutti insieme!

Gli altri partecipanti all’EDS:

Notte bianca


photo credit: looking4poetry via photopin cc

Lo sa bene chi ha vissuto in Africa. Le lunghe strade sterrate di terra rossa. Il sole che incendia l’atmosfera mentre tramonta. I tamburi in lontananza, quando cala la notte, che raccontano della festa nel villaggio vicino. I colori della natura. Anche una cosa semplice come una banana o una papaya, con un gusto che un occidentale non si può neppure immaginare. Tutto questo, ed altro ancora, lo chiamano mal d’Africa.

Eppure, anche l’Antartide non era da meno: l’estate stava finendo ed il sole si avvicinava sempre più all’orizzonte che divide il cielo e il mare. Il tempo del sole a mezzanotte si stava per concludere. Le prime nevi erano già cadute e quel poco di terreno venuto alla luce si era ricoperto di una bianca coltre. I venti non spiravano ancora forti come d’inverno e così una pace quieta e sonnacchiosa aveva invaso questo sperduto angolo di mondo. Con l’approssimarsi della brutta stagione le femmine stavano per deporre l’uovo che i maschi avrebbero covato tra le zampe, al riparo dai venti che avrebbero soffiato a -60 gradi.

I giovani pinguini, nati dalle uova dell’anno precedente, erano già quasi pronti a staccarsi dalla colonia per vivere la propria vita e Giovanni si sentiva come uno di loro. Li aveva visti schiudersi, ricoprirsi di un piumino grigio e nero, fino a giungere alla prima muta. Li vedeva impazienti, timorosi, ma sicuri di sé; lui, invece, con l’avvicinarsi dell’inverno sentiva il proprio umore peggiore sensibilmente.

Si accavallavano in un unico groppo, a livello della gola, la voglia di tornare da Maria e lo strazio di abbandonare un luogo difficile che però aveva imparato ad amare. Dopo aver osservato quegli uccelli per mesi si sentiva quasi di casa, tra di loro. D’altro canto, anche loro si erano abituati alla sua presenza e ormai lo trattavano come un membro onorario della colonia. Dato che era entrato a fare parte della loro famiglia, si era anche sentito in dovere di contribuire a far crescere i piccoli, come si richiede ad uno zio d’America, lontano parente. Senza farsi scoprire, aveva cominciato a prendere dalle cucine diverse scatolette di pesce; ancora più di nascosto le apriva per darne il contenuto agli esemplari che, al suo occhio esperto, avevano maggiore bisogno di calorie per crescere.

Li guardava come un padre che osserva crescere i propri figli, conscio del fatto che domani avrebbero salutato e se ne sarebbero andati. Di certo, senza neppure ringraziare. Proprio lui, che da figlio era sempre stato un teorico dell’indipendenza dai genitori, adesso cominciava a capire davvero cosa significasse dedicare la propria vita a un pezzo del proprio cuore che ha l’unico obbiettivo di andarsene. E, nonostante questo, esserne felici. Perché saperli forti e robusti, in giro per quelle acque gelide e pericolose, gli dava un specie di orgoglio, forse l’unico sentimento davvero capace di scalfire la tristezza dell’abbandono.

E lui, attorniato dalla marea vociante dei pinguini, incuranti di Giovanni ma intenti a vivere la propria vita, si sentì solo come mai prima d’ora. Il cielo non era più colore del turchese, ma uno strato sottile di vapore ghiacciato in alta quota gli aveva dato un aspetto quasi lattiginoso che, unito al bianco della neve, aveva finito per far sentire anche lui chiuso in una specie di uovo. Un uovo che gli stava sempre più stretto.

Guardò l’ultimo pesce che aveva in mano: le scaglie argentee della sardina baluginarono ai deboli raggi del sole. Adocchiò un giovane di passaggio e gli gettò quella che sembrava quasi una scheggia roteante nera e azzurra e argento; l’uccello lo guardò di sottecchi, poi corse a raccogliere l’insperato regalo. Quindi gli voltò le spalle e se ne andò.

Giovanni si sentiva quasi abbandonato, ormai. Alzò gli occhi al cielo, ma quello che cercava davvero era il volto di Maria. Sapeva che tra qualche mese avrebbe rimpianto il Polo, ma sapeva anche che non sarebbe tornato mai più: il suo posto era a casa, con quella che voleva diventasse sua moglie e che adesso aveva un gran bisogno di sentire accanto a sé.

Guardò un ultima volta il sole: la velatura, nel cielo, si stava ispessendo. Era ora di tornare alla Base.

***

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Il giallo del limoncello


L’ultimo trasporto arrivato alla Base, prima della fine della Spedizione, aveva rivelato una sorpresa: tra gli scatoloni ed i pacchi contenenti viveri e materiali per gli esperimenti c’era un collo in più: una scatola da 24 bottiglie di limoncello. I ragazzi l’avevano preso come un segno del fatto che il prof. Rossi fosse contento del buon andamento dei lavori ed avevano brindato più volte alla sua generosità, facendo del responsabile della spedizione la persona più benvoluta di tutta la Base.

Il prof. Rossi invece non era affatto felice ed aveva convocato Roberto, Michele e Giovanni nel proprio studio.

— Se non capiamo come possa essere successo, al mio rientro saranno guai per me. Di conseguenza, per tutti voi, saranno volatili amarissimi.

Più chiaro di così, Rossi, non avrebbe potuto essere: l’ordine era partito via email dal suo pc, ma non era stato lui a scrivere quella lettera. La persona che più probabilmente aveva commesso lo sgarro era Ciro: aveva avuto scambi di opinione piuttosto burrascosi con il professore e aveva quindi un movente. In più, essendo originario della costiera amalfitana, aveva una passione smodata per quel liquore: le tessere del puzzle sembravano quasi incastrarsi da sole. C’era un solo, piccolo problema: la password per accedere era conosciuta solo dal professore e non era né una parola, né un nome, né la solita data di un evento più o meno importante. Era un’accozzaglia di nove lettere nota solo a lui; lo stesso Rossi, che sarebbe stato ben felice di poterlo incriminare, era il primo a dire che Ciro non avrebbe potuto accedere.

— Eppure, professore, in un qualche modo lui deve aver indovinato la password. — disse Michele, ragionando a voce alta, — Se è così complicata, è sicuro di non averla scritta da qualche parte? Ciro, magari, avrebbe potuto leggerla.
— No. Vi ho detto che la so a memoria.
— Ed è altrettanto certo, — interloquì Roberto, — di non averla mandata lei, quell’email?
— Certo come del fatto che alla prossima insinuazione del genere, lei si ritroverà a fare esperimenti al centro CNR di Orgosolo per i prossimi vent’anni. Senza contare che io il limoncello non lo sopporto: bevo solo vino. Di quello molto buono.
— Allora forse si potrebbe ordinare una bella cassa di Sassicaia…
L’occhiataccia di Rossi incenerì Michele che avvampò per poi tacere. Roberto, per evitare di aggravare la situazione, aveva cominciato a giochicchiare con la copertina di un vecchio libro sui Beatles, che evidentemente il professore si era portato da leggere nei radi momenti di svago. Il silenzio era calato pesante: i quattro uomini erano intenti a pensare con quale impossibile stratagemma Ciro avrebbe potuto riuscire nell’intento di mettere nei guai il capo spedizione.
— E allora? Nulla? Siete sempre brillanti quando non serve! — li ammonì Rossi.
— Forse è il caso di fare analizzare il computer. Magari è riuscito ad installare qualcosa per intercettare le password… — disse, alla fine, Roberto.
— È possibile! — concordò anche Michele, — dopotutto l’informatica offre molti modi per saltare i blocchi delle password.
— E Ciro avrebbe fatto un lavoro da hacker? Ma se non è capace neppure di scrivere le relazioni, con il computer! Figuriamoci una cosa così sofisticata. E lei, Giovanni? È rimasto in silenzio fino ad ora senza dire nulla!
— In effetti, un’idea ce l’avrei. Però è piuttosto pazzesca e non vorrei…
— Giovanni! Non è questo il momento di fare il timido: mi dica cosa ha pensato.
— Io credo che la password sia A-T-I-I…
— Cosa? Come? Lei… lei…
— …A-A-T-I-I.
— Come fa lei a sapere la mia password?
— Lei stesso ha fatto notare che era una sequenza di lettere. Ebbene: è molto difficile ricordarsi una sequenza arbitraria, ma piuttosto facile se esiste un modo per ripercorrere quella sequenza. Ad esempio, canticchiando una canzone. Inoltre lei stesso ha fatto notare la sua predilezione per il vino ed ha con sé un volume sui Beatles, a significare la sua preferenza per il quartetto di Liverpool. Ebbene, non sono molte le loro canzoni che nominino questa bevanda, ma tra queste c’è “A Taste of Honey”, il cui testo è:

A taste of honey
Tasting much sweeter than wine
I dream of your first kiss and then
I feel upon my lips again
A taste of honey
A taste of honey
Tasting much sweeter than wine
I will return, yes I will return
I’ll come back for the honey, and you

— Lei è un genio, Giovanni. Raccomanderò personalmente la sua promozione, al mio rientro. Adesso, però, bisogna farla pagare al bastardo…
— Se permette ancora una parola, professore, io non lo farei. Tutti i ragazzi della Base hanno apprezzato molto il “regalo”. Se si venisse a sapere che non era un’idea sua, ci rimarrebbero molto male. Se poi Ciro fosse punito, in molti forse avrebbero qualcosa da obbiettare. Nonostante il tentativo di metterla nei guai, lui le ha fatto un grande favore. Se fossi in lei, io lo chiamerei e gli farei capire che lei ha compreso cosa sia successo: questo metterebbe lui in una posizione di inferiorità, senza intaccare il buon nome che ha tra i ragazzi.
— Lei si è rivelata una risorsa preziosa, giovanotto. Credo che seguirò le sue indicazioni.

***

La sera stessa Giovanni aveva raccontato a Maria, con dovizia di particolari, tutto il pasticciaccio di Ciro e del limoncello. Lei aveva molto riso, mentre Giovanni le descriveva la scena nell’ufficio del professore. Infine lo aveva ricoperto di complimenti, sempre più innamorata ed orgogliosa del proprio uomo. Il giorno dopo, Giovanni, accendendo il computer aveva trovato un’email: in allegato c’era una foto. Ritraeva Maria, illuminata dal flash nella notte italiana, con in mano una bottiglia di limoncello mentre mandava un bacio all’obbiettivo.

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L’Antartide? Verde speranza.


— E così ce l’hanno fatta!
— Dicono…
— Andiamo! Sappiamo bene entrambi cosa significhi quando cominciano a girare queste voci. D’altra parte c’erano andati vicini già l’estate scorsa: era ovvio che quest’anno ce l’avrebbero fatta.
— Non so cosa darei per essere là.
— Qualsiasi cifra sia, io pagherei il doppio.

Inutile ricordare quanto sia vasto il Polo Sud, nonché il fatto che sia abitato da un migliaio scarso di persone in “alta” stagione, cioè durante l’estate australe. Per andare da una installazione ad un’altra occorrono svariate ore d’aereo oppure parecchi giorni vissuti pericolosamente sul pack, se il trasferimento avviene via terra. Eppure le voci, in particolare quelle di corridoio, giravano veloci ed incontrollate come neppure a Manhattan il venerdì sera dopo i primi drink.

Giovanni e Michele avevano scambiato queste parole in un angolo solitario della sala mensa, per prudenza; quest’ultimo conosceva personalmente Sergei Bulat, responsabile dell’operazione, ed aveva quindi notizie di prima mano. Era stato uno dei primi a sapere, ma ormai questo era il segreto di Pulcinella e lo stesso dialogo era stato scambiato innumerevoli volte tra tutti gli attori possibili. “Chi ce l’aveva fatta” erano i sovietici della Base Vostok: sepolto sotto di loro c’era un enorme lago, tagliato fuori dalla superficie della Terra da quasi 35 milioni di anni. Un lago colossale, grande 50 volte il Garda e profondo fino a 900 metri. Fino ad ora lo avevano protetto quattro chilometri di ghiaccio, ma finalmente i russi erano riusciti a trivellare fino a lambirne la superficie.

Le indicazioni, ottenute dai radar montati sui satelliti, avevano confermato che laggiù l’acqua era liquida ed in leggero movimento per via delle maree; pur essendo situato nel punto più gelido dell’intero pianeta, data la pressione dei ghiacci sovrastanti la temperatura era normale: solo 3 gradi al di sotto dello zero. L’analisi dell’acqua sfuggita al lago, e poi ricongelatasi nello strato subito superiore, aveva anche stabilito che il livello di ossigeno, in quell’ambiente, era quasi 50 volte quello delle acque dolci presenti in natura. Questo significava una cosa sola: laggiù c’era la possibilità di trovare la vita. Se c’era qualcosa, era confinata in quel lago da un tempo inconcepibile: da quando, cioè, l’Antartide aveva smesso di essere un lussureggiante paradiso tropicale per essere coperta da una enorme coltre di ghiaccio. Un altro particolare, poi, aveva scatenato la fantasia di molti: le condizioni del lago erano in assoluto paragonabili a quelle degli oceani sepolti sotto i ghiacci di Europa, la luna di Giove. Se c’era vita qui, poteva benissimo esserci anche lassù.

— Ma non hanno paura di contaminarlo?
— Sergei dice che hanno preso tutte le precauzioni possibili.
— E adesso?
— Stanno già discutendo dell’esplorazione. Gli americani vogliono progettare un Cryobot.
— Un cosa?
— Cryobot. Una sonda capace di scendere di sotto ed esplorare in autonomia nelle acque.
— Sarebbe fantastico. Certo che loro…
— …loro… cosa?
— Niente… Voglio dire, noi qui a contare i pinguini, e loro a scoprire chissà cosa.
— Se lo sono guadagnati: non è facile stare alla Vostok.
— Forse hai ragione, Michele. Ma, nell’immediato, Sergei cosa vuole fare?
— Manderanno i campioni a Mosca per le analisi. Intanto, però, hanno voluto fare un piccolo esperimento. Hanno messo un po’ di ghiaccio del lago in tre capsule di Petri…
— E…
— E hanno avuto un assaggio: c’è un mondo nuovo, tutto da esplorare. Le capsule hanno cambiato colore: sono diventate verdi

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C’è sempre un (rosso) domani


photo credit: Jerzy Durczak via photopin cc

Fujiko Kasugano era apparsa come per incanto ai primi di febbraio. Era stata ospite del Dome Concordia, la struttura italo-francese, situata sul plateau antartico a oltre tremila metri di quota, nella quale venivano effettuate ricerche di punta. Era rimasta presso il Dome per quasi un mese, come responsabile di un esperimento sui raggi cosmici, nell’ambito di una collaborazione tra Italia e Giappone; poi un DHC-6 aveva riportato lei e la sua squadra alla Base italiana di Baia Terra Nova, in attesa che un Hercules li riportasse a casa.

Forse erano stati i troppi giorni passati con la sola compagnia dei pinguini; più probabilmente, erano stati i mesi di lontananza da casa. Il fatto che Maria fosse sempre nascosta dietro a un monitor, oppure che sembrasse giocare a rimpiattino dentro a un telefono, non aveva certo aiutato Giovanni. Lei era nei suoi pensieri, ma sempre più sfuocata: forse, quando lui era partito, non era il momento più indicato per un allontanamento. Fujiko era giovane, intelligente, spiritosa: già solo con queste doti avrebbe potuto catalizzare l’attenzione di buona parte della popolazione maschile della Base. Quello che aveva dato il colpo di grazia, però, era il fatto che fosse bellissima: i delicati occhi a mandorla ed il modo in cui si copriva la bocca quando rideva, sembravano sprigionare un’attrazione irresistibile per un maschio latino segregato tra i ghiacci da un centinaio abbondante di giorni.

Le donne della Base non avevano lesinato ai colleghi maschi battute sul loro comportamento puerile; questo fuoco di sbarramento, però, era rimbalzato senza produrre nessun effetto apparente. Giovanni non era rimasto immune al contagio ed aveva passato la prima settimana di febbraio orbitando sempre più vicino a lei, senza dare nell’occhio. Ogni giorno abbassava il proprio perigeo. Di più: abbassava il proprio perielio, perché lei ormai era diventata l’indiscussa stella della Base.

Maria, però, la sapeva lunga: come tutte le donne era in grado di prevedere le mosse del proprio uomo con molti mesi di anticipo; inoltre ad aiutarla c’era il fatto che, a discapito delle rimostranze maschili, gli uomini sono davvero tutti uguali. Così, in tempi non sospetti e ben conscia che ad un certo punto sarebbe stato il momento di rinfrescare la memoria di Giovanni, si era preparata per tempo. Era la sera del 13 febbraio: il timer di Maria segnava meno di 30 minuti all’ora X.

— …e così, Fujiko, ero solo sulla spiaggia quando un’enorme orca è sbucata dal mare nel tentativo di mangiarmi…
Gli occhi a mandorla si erano sgranati, mentre immaginavano la scena.
— …solo che sono rimasto impassibile ad aspettarla. “Lo vedremo chi ha più fegato tra me e te!”, ho pensato. La balena deve averlo capito che con me non si scherza, perché si è bloccata. Poi si è voltata, ed è sparita.
— Wow, Giovanni-san! Che esperienza emozionante!
aveva aggiunto lei, zufolando con un filo di voce. Giovanni, intanto, si era reso conto che ormai era giunta l’ora dell’appuntamento telefonico con Maria; salutò quindi la ragazza sbrigativamente per tornare nella propria cabina e chiamare con calma.

Il satellitare aveva avuto bisogno di diversi tentativi prima di riuscire ad avere un segnale abbastanza stabile:

— Amore, come stai?
— Per fortuna non c’è stata più nessuna balena… Un altro po’ e finivo per fare la fine di Pinocchio.
— Povero il mio cucciolo… Sai attento, amore: voglio che torni a casa tutto intero! — Dopo un attimo di silenzio Maria cambiò del tutto il tono di voce: — Ma… lo sai che giorno è, oggi?
— Certo! Cioè… Boh! Ah, sì! Il 13, no?
— E domani è S.Valentino!
— Ed è anche l’ora della tua busta…
— Devi promettermi che la aprirai stasera, quando andrai a letto.
— Non devo aspettare, allora? Pensavo di aprirla appena sveglio.
— No: visto che non potremo cenare insieme, domani, voglio che tu la apra stasera.

L’entusiasmo di Maria era riuscito ad attraversare il pianeta per giungere fino a lui: per un istante Giovanni aveva potuto assaporare di nuovo il contatto con la sua ragazza. Ma la telefonata non poteva durare in eterno e così si erano dovuti salutare a malincuore.

Quella sera, mentre fuori il sole splendeva alto nel cielo, Giovanni aveva aperto la seconda busta: all’interno c’erano un sacchetto sigillato, contenente quello che sembrava pizzo rosso, ed un biglietto di accompagnamento.

Ciao amore!
questo è il tanga che avevo l’ultima volta che siamo stati insieme. L’ho sigillato appena arrivata a casa, perché volevo che potessi avere, per S.Valentino, un po’ di noi. Te e me. Vorrei tanto essere lì a farti compagnia.
Ti amo, Maria.

Giovanni sorrise, mentre andava con il pensiero alla loro ultima notte e riassaporava nella mente l’odore di lei. Il fantasma di Fujiko si era già dissolto, come nebbia nel mattino, ancor prima di essere evocato.

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L’onda nera di Natale


photo credit: wiremoons via photopin cc

Lo scherzo del professore, oltre a scaricargli qualche litro d’adrenalina nelle vene, era stato in realtà una specie di benvenuto ai piani alti della Spedizione. Avevano notato tutti quanto fosse una persona precisa e che, nonostante la pressione o — appunto — il panico, fosse capace di mantenere comunque una parvenza di calma. Così, pur non avendo formalmente nessun ruolo particolare, si era trovato spesso coinvolto nelle riunioni di pianificazione delle attività più pericolose.

Maria, dall’Italia, aveva fatto del suo meglio per far sentire il proprio supporto ma a Giovanni la possibilità di sentirla per pochi minuti e neppure tutti i giorni cominciava a stare stretta: lui aveva bisogno del contatto fisico, per mantenere in tensione la propria relazione. Il che non significava la necessità di averla per sé tutte le notti, o almeno non solo, ma anche la possibilità di poter allungare la mano, mentre guidava, e spostarla dal cambio alla sua coscia aveva per lui il rassicurante valore di saperla lì. Davvero. Solo per lui.

Così, senza la possibilità di avere questo dialogo epidermico, si era fatto assorbire del tutto dai propri esperimenti e Maria stava lentamente passando da un primo piano ad una figura intera; finché un giorno l’inquadratura era divenuta all’improvviso molto sfuocata perché lui era diventato il fulcro delle discussioni di tutta la Base.

Nella colonia di pinguini di Baia Terra Nova, a nemmeno un chilometro dai loro alloggiamenti, si era improvvisamente scatenato il panico: i rituali di corteggiamento e cova sembravano essere stati spazzati via, sostituiti da un altissimo bailamme di suoni, versi, richiami, stridii. Nessuno era in grado di capire cosa fosse successo: sembrava di essere capitati nel bel mezzo di un affollato mercato rionale, nel quale tutti avevano appena scoperto di non avere più il portafoglio.

Un istante gli ammassi di pinguini si aprivano, come se si temessero l’un l’altro; l’istante successivo si riunivano, come se avessero stabilito che il terrore non era tra di loro e che andava quindi affrontato mantenendo unito il gruppo. Le cose peggiorarono avvicinandosi a Natale: corpi straziati dei poveri animali vennero ritrovati in diversi punti della spiaggia, come se un qualche orrore avesse seguito la colonia nei propri tentativi di spostarsi.

Giovanni, in quanto esperto, era stato messo in allerta e gli era stato ordinato che qualsiasi altro esperimento dovesse passare in secondo piano, almeno fino a quando non si fosse compreso cosa stesse accadendo. Si era trovato così, quasi senza preavviso, a passare intere giornate sul pack a poca distanza dalla colonia: dato lo stato di stress degli uccelli, non sarebbe stato possibile avvicinarsi ulteriormente. Il fatto che il sole non calasse, e che quindi non ci fosse una percezione chiara del fatto che la giornata lavorativa potesse o meno essere terminata, lo stava provando più di quanto non desiderasse ammettere; così, per avere una piccola gratificazione ed anche una buona riserva di energia in poco peso, aveva preso l’abitudine di portare con sé una razione generosa di barrette di cioccolato, da mangiare durante il giorno: il sapore dolce amaro del fondente era diventato la sua ancora di salvezza.

La vigilia di Natale, mentre in Italia si preparava il cenone, lui si trovava fin quasi sulla riva a sbocconcellare la solita barretta; le attrezzature fotografiche giacevano ammonticchiate e mezze smontate nei dintorni, visto che aveva in previsione di spostarsi un poco prima di rientrare. Le onde battevano, lente e regolari, infrangendosi a pochi metri di distanza.

Si era perso a guardare il mare, come ipnotizzato, quando di colpo si ritrovò a fissare da lontano un’onda più scura delle altre mentre si avvicinava; talmente scura che, più che blu, pareva nera. Il mare si stava increspando ed alzando, sotto quell’onda, molto più che con le altre; giunta ormai a qualche metro dalla battigia l’ondata si alzò fino ad un paio di metri. Giovanni non riuscì a reagire, rimanendo immobile a fissare quest’onda anomala che montava verso di lui; ebbe a malapena il tempo di pensare che forse la corrente era forte abbastanza per risucchiarlo in mare prima di accorgersi che l’onda, tra la spuma bianca, nascondeva un’enorme bocca.

La vide ingrandirsi, fino a sovrastarlo. Poi l’acqua si abbassò ed apparve l’orca: nascosta sotto la cresta aveva attaccato con una tecnica solitamente riservata alle foche, ma che evidentemente andava bene anche per i pinguini. O per gli umani.

Giovanni era rimasto congelato dal terrore molto più che dalla temperatura; l’orca, però, si era avveduta quasi subito dell’errore: aveva richiuso la bocca, avendo stabilito che lui non sarebbe stato buono da mangiare. In più si era fermata un momento ad osservarlo: per un secondo, che a Giovanni era sembrato infinito, i due mammiferi si erano scrutati fin nel fondo dell’anima riconoscendosi come appartenenti alla stessa classe di animali.

L’occhio dell’orca aveva luccicato, quasi lacrimando, come se avesse voluto dirgli qualcosa; ma il messaggio più che comprenderlo, Giovanni, avrebbe potuto a malapena percepirlo. Poi lei aveva dato due colpi di coda, ed era tornata a sparire negli abissi che erano casa sua.

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Un cielo color blu crudele


photo credit: zilverbat. via photopin cc

Blu. Blu come il cielo, grande vela pronta a portarlo via da casa: l’idea di passare i successivi sei mesi all’altro capo del mondo era bellissima e tristissima allo stesso modo. Giovanni continuava a rigirarsi tra le dita la superficie liscia di quella busta che Maria, la sua ragazza, gli aveva lasciato.

“Da non aprire prima di essere al Polo Sud”

Giovanni era stato tentato più volte di disobbedire: le sorprese non gli erano mai piaciute. Eppure, per un qualche motivo profondo, talmente profondo da sfuggire anche a lui, non l’aveva fatto. Maria non era certo la sua prima fidanzata, però era la prima per la quale avesse provato qualcosa che non aveva mai sperimentato prima. Un sentimento che sembrava andare al di là di tutto e che aveva rischiato di farlo rimanere a casa.

Riuscire ad avere un posto nella spedizione per l’estate australe era un onore: quasi come avere un posto da astronauta. C’era da fare una preparazione fisica specifica. Ma soprattutto c’era un gran lavoro di preparazione per tutti gli esperimenti da condurre in quei mesi da passare seppelliti in una bara gelata anche se perennemente illuminata dal sole. Chiusi in una scatola di sardine, dove uscire significava mettere a repentaglio la propria vita. E, in certi giorni, rimanere chiusi dentro significava mettere a repentaglio la propria vita lo stesso.

Partecipare a quella spedizione era sempre stato il sogno della sua vita, ma aveva scoperto che anche rimanere accanto a Maria era un sogno altrettanto bello; anzi, forse di più. Le domeniche mattina passate sotto le coperte a coccolarsi; la spesa il sabato pomeriggio. Persino l’idea di un figlio aveva cominciato a farsi strada in lui, dopo anni di orgogliosissimo impegno a non avere eredi.

Ma la vita ama sfidarci: così, mentre senza troppo impegno avevano cercato casa, quasi fosse uno dei loro soliti giochi, era arrivata la lettera di convocazione. Aveva superato le selezioni e sarebbe partito di lì a poco.

Appena appresa la notizia lei, che sapeva quanto per lui fosse importante, l’aveva guardato felice.

Appena comunicata la notizia lui, che aveva scoperto quanto lei fosse importante, l’aveva guardata triste.

Certe occasioni però non vanno sprecate: Maria aveva molto insistito, fino a convincerlo. Giovanni aveva finito per preparare le sue valige con un gran groppo in gola; prima della partenza con l’aereo per la Terra del Fuoco lei gli aveva dato un bacio e poi, con un gran sorriso, gli aveva messo in mano questa busta.

Lui le aveva sorriso di rimando e poi aveva attraversato il check-in. Non sapeva neppure bene perché non l’avesse aperta subito per poi rimanersene a casa con lei. Era partito, continuando ad accarezzare quel piccolo quadretto di carta per tutto il tempo del viaggio in aereo. Non lo aveva lasciato per un secondo neppure in quelle ventiquattro ore, pausa in un viaggio infinito, che aveva passato in Nuova Zelanda: continuava a stringerlo come il responso di un oracolo. L’indecisione lo stava rodendo dentro, tanto quanto la paura di cosa vi avrebbe trovato scritto.

Però aveva resistito alla tentazione fino a far giungere l’ora di imbarcarsi nuovamente sull’Hercules che li avrebbe portati fino alla Base. Dopo altre tre ore di volo era giunto a destinazione; non appena buttate le valige nella propria cabina, perché chiamarla stanza sarebbe stato davvero troppo, aveva preso la lettera e se n’era andato a qualche centinaio di metri di distanza dalle installazioni, per avere un po’ di solitudine.

Il sole non troppo basso sull’orizzonte ed il blu cobalto del mare in lontananza.

“Anche il mare è bugiardo: è trasparente, ma si veste di blu solo perché riflette il cielo.”

Il soffio forte del vento freddo nelle orecchie aveva quasi coperto il rumore dello strappo.

Quanta forza serve per infilare una mano in una busta?

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