L’attesa (comprensiva di bonus track)


Qualche tempo fa, su Mimettoingioco è scattata una nuova tornata di racconti. Il tema, questa volta, era libero ma dovevano essere utilizzate le seguenti parole:

automobile, cappello, dentifricio, lettera, scrivania, ruota, cane, ombrello

Seguendo questo link troverete la pagina con la proposta e, di seguito, tutti i racconti che stanno partecipando. Qui sotto invece potrete leggere il mio, ispirato alle Centurie di Manganelli, e subito dopo quello di penpoe, dal titolo “Il cappello nero”, che è in effetti il primo guest post ad apparire qui e che non era un partecipante al gioco.

***

L’attesa

Un uomo, vestito di grigio ma con un cappello chiaro, è fermo all’angolo tra due strade. Ha un appuntamento con una donna, anche se non saprebbe dire se lo attenda un incontro galante: dopotutto, l’ha appena conosciuta. Lei è di una bellezza molto evanescente, e si fa notare più per la timidezza e le maniere gentili; si sono parlati poco, ma ha chiesto in giro e tutti concordano che lei sia una persona posata e con una capacità rara di comprendere chi le sta al fianco. Mentre continua ad aspettarla, l’uomo è felice: non potrebbe mai stare al fianco di una donna dalla bellezza sguaiata, che sbandieri in faccia al proprio prossimo il rosso infuocato del rossetto e delle unghie. Anzi, più ci pensa più le doti della donna gli piacciono, e sente che la sua quieta compostezza è la caratteristica che più lo attrae. Sa che questa tranquillo sentimento potrebbe accompagnarlo per tutta la vita ma non il desiderio, che brucerebbe in un istante per lasciarlo più assetato di prima. Si arrovella un po’, perché anche lui è timido e non c’è cosa che lo imbarazzi di più che mettersi a fare la ruota come certi pavoni. Come farà a fare il primo passo? Sa che lei non è certo il tipo che si impressiona per una bella automobile. Né, d’altra parte, lui è uno che possieda un tale mezzo di trasporto, per fortuna. Il cielo è scuro, per via di certi nuvoloni. Così, spera che scenda qualche goccia e che lui possa, con compostezza, aprire l’ombrello e invitarla a stringersi al suo fianco. Nelle settimane seguenti, si sarebbe seduto alla scrivania per inviarle qualche lettera prima amichevole e poi, via via che lei non si fosse negata, sempre più scopertamente amorosa. Avrebbero avuto una relazione tranquilla, di quelle in cui lui sarebbe sceso alla sera per fare un giro attorno all’isolato fumando una sigaretta e portando a spasso il cane. Sarebbe stato un matrimonio placido, con lunghe domeniche silenziose. Infine, con gli anni, sarebbe subentrata quella noia stanca delle coppie di lungo corso, per le quali persino il dentifricio diventa motivo di discussione. L’uomo strizza il tubetto dalla fine, ma lei lo avrebbe strizzato di sicuro dal centro. Ne era certo. Avrebbero finito per litigare sottovoce; lei avrebbe sibilato che lui le aveva rubato gli anni migliori della sua vita e lui se ne sarebbe fuggito al bar, pur di non discutere e alzare la voce. Nell’allungarsi dell’attesa, mentre il sole è ormai sceso, cresce anche il suo risentimento perché l’uomo sa che sarebbe stato lui a darle i migliori anni della sua vita. Infine, del tutto contrariato, maledice l’appuntamento e se ne va, senza che lei si sia fatta vedere.

***

Il cappello nero

Il sole splende, mentre l’automobile sfreccia su una strada che taglia il bosco a metà. Il vento spinge all’indietro le guance del cane, che tiene la testa fuori dal finestrino. Michele lo sente abbaiare e girando di scatto la testa, vede la ruota di un’automobile rovesciata. Fa un’inversione a u e soccorre l’uomo al volante.
«Non fidarti dell’uomo col cappello.» Le parole gli si spengono in bocca. Dopo essersi guardato alle spalle, cerca di tirare l’uomo fuori ma la testa gli cade.

Michele si sveglia bruscamente. È tutto bagnato, pensa sia sudore, ma è pieno di piscio. «Che brutto incubo.» Si dice, un po’ vergognoso e un po’ spaventato. «Non ho nemmeno un cane.»
Si strofina la faccia, con entrambe le mani, sporcandosela tutta di dentifricio. «Che scherzo st…» Non finisce la frase, realizzando che vive da solo. Si alza di scatto e sulla scrivania vede una lettera con sopra, “Non fidarti dell’uomo col cappello.”, scritto in bella calligrafia. Si morde il braccio, cercando di svegliarsi.

Scende le scale, inizia a camminare in modo frenetico, corre. Le gocce a una a una si moltiplicano, e la pioggia gli lava di dosso ogni rimasuglio di piscio. Corre alla rinfusa e sbatte contro un uomo.
«Tutto bene?» Chiede l’estraneo.
«L’incubo… è…» Michele non trova parole, ma ha bisogno di dirlo a qualcuno.
«Mi hai per caso sognato?» Chiede l’uomo, alzando l’ombrello, che rivela un ghigno in faccia e un cappello nero in testa.

Notte bianca


photo credit: looking4poetry via photopin cc

Lo sa bene chi ha vissuto in Africa. Le lunghe strade sterrate di terra rossa. Il sole che incendia l’atmosfera mentre tramonta. I tamburi in lontananza, quando cala la notte, che raccontano della festa nel villaggio vicino. I colori della natura. Anche una cosa semplice come una banana o una papaya, con un gusto che un occidentale non si può neppure immaginare. Tutto questo, ed altro ancora, lo chiamano mal d’Africa.

Eppure, anche l’Antartide non era da meno: l’estate stava finendo ed il sole si avvicinava sempre più all’orizzonte che divide il cielo e il mare. Il tempo del sole a mezzanotte si stava per concludere. Le prime nevi erano già cadute e quel poco di terreno venuto alla luce si era ricoperto di una bianca coltre. I venti non spiravano ancora forti come d’inverno e così una pace quieta e sonnacchiosa aveva invaso questo sperduto angolo di mondo. Con l’approssimarsi della brutta stagione le femmine stavano per deporre l’uovo che i maschi avrebbero covato tra le zampe, al riparo dai venti che avrebbero soffiato a -60 gradi.

I giovani pinguini, nati dalle uova dell’anno precedente, erano già quasi pronti a staccarsi dalla colonia per vivere la propria vita e Giovanni si sentiva come uno di loro. Li aveva visti schiudersi, ricoprirsi di un piumino grigio e nero, fino a giungere alla prima muta. Li vedeva impazienti, timorosi, ma sicuri di sé; lui, invece, con l’avvicinarsi dell’inverno sentiva il proprio umore peggiore sensibilmente.

Si accavallavano in un unico groppo, a livello della gola, la voglia di tornare da Maria e lo strazio di abbandonare un luogo difficile che però aveva imparato ad amare. Dopo aver osservato quegli uccelli per mesi si sentiva quasi di casa, tra di loro. D’altro canto, anche loro si erano abituati alla sua presenza e ormai lo trattavano come un membro onorario della colonia. Dato che era entrato a fare parte della loro famiglia, si era anche sentito in dovere di contribuire a far crescere i piccoli, come si richiede ad uno zio d’America, lontano parente. Senza farsi scoprire, aveva cominciato a prendere dalle cucine diverse scatolette di pesce; ancora più di nascosto le apriva per darne il contenuto agli esemplari che, al suo occhio esperto, avevano maggiore bisogno di calorie per crescere.

Li guardava come un padre che osserva crescere i propri figli, conscio del fatto che domani avrebbero salutato e se ne sarebbero andati. Di certo, senza neppure ringraziare. Proprio lui, che da figlio era sempre stato un teorico dell’indipendenza dai genitori, adesso cominciava a capire davvero cosa significasse dedicare la propria vita a un pezzo del proprio cuore che ha l’unico obbiettivo di andarsene. E, nonostante questo, esserne felici. Perché saperli forti e robusti, in giro per quelle acque gelide e pericolose, gli dava un specie di orgoglio, forse l’unico sentimento davvero capace di scalfire la tristezza dell’abbandono.

E lui, attorniato dalla marea vociante dei pinguini, incuranti di Giovanni ma intenti a vivere la propria vita, si sentì solo come mai prima d’ora. Il cielo non era più colore del turchese, ma uno strato sottile di vapore ghiacciato in alta quota gli aveva dato un aspetto quasi lattiginoso che, unito al bianco della neve, aveva finito per far sentire anche lui chiuso in una specie di uovo. Un uovo che gli stava sempre più stretto.

Guardò l’ultimo pesce che aveva in mano: le scaglie argentee della sardina baluginarono ai deboli raggi del sole. Adocchiò un giovane di passaggio e gli gettò quella che sembrava quasi una scheggia roteante nera e azzurra e argento; l’uccello lo guardò di sottecchi, poi corse a raccogliere l’insperato regalo. Quindi gli voltò le spalle e se ne andò.

Giovanni si sentiva quasi abbandonato, ormai. Alzò gli occhi al cielo, ma quello che cercava davvero era il volto di Maria. Sapeva che tra qualche mese avrebbe rimpianto il Polo, ma sapeva anche che non sarebbe tornato mai più: il suo posto era a casa, con quella che voleva diventasse sua moglie e che adesso aveva un gran bisogno di sentire accanto a sé.

Guardò un ultima volta il sole: la velatura, nel cielo, si stava ispessendo. Era ora di tornare alla Base.

***

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Il giallo del limoncello


L’ultimo trasporto arrivato alla Base, prima della fine della Spedizione, aveva rivelato una sorpresa: tra gli scatoloni ed i pacchi contenenti viveri e materiali per gli esperimenti c’era un collo in più: una scatola da 24 bottiglie di limoncello. I ragazzi l’avevano preso come un segno del fatto che il prof. Rossi fosse contento del buon andamento dei lavori ed avevano brindato più volte alla sua generosità, facendo del responsabile della spedizione la persona più benvoluta di tutta la Base.

Il prof. Rossi invece non era affatto felice ed aveva convocato Roberto, Michele e Giovanni nel proprio studio.

— Se non capiamo come possa essere successo, al mio rientro saranno guai per me. Di conseguenza, per tutti voi, saranno volatili amarissimi.

Più chiaro di così, Rossi, non avrebbe potuto essere: l’ordine era partito via email dal suo pc, ma non era stato lui a scrivere quella lettera. La persona che più probabilmente aveva commesso lo sgarro era Ciro: aveva avuto scambi di opinione piuttosto burrascosi con il professore e aveva quindi un movente. In più, essendo originario della costiera amalfitana, aveva una passione smodata per quel liquore: le tessere del puzzle sembravano quasi incastrarsi da sole. C’era un solo, piccolo problema: la password per accedere era conosciuta solo dal professore e non era né una parola, né un nome, né la solita data di un evento più o meno importante. Era un’accozzaglia di nove lettere nota solo a lui; lo stesso Rossi, che sarebbe stato ben felice di poterlo incriminare, era il primo a dire che Ciro non avrebbe potuto accedere.

— Eppure, professore, in un qualche modo lui deve aver indovinato la password. — disse Michele, ragionando a voce alta, — Se è così complicata, è sicuro di non averla scritta da qualche parte? Ciro, magari, avrebbe potuto leggerla.
— No. Vi ho detto che la so a memoria.
— Ed è altrettanto certo, — interloquì Roberto, — di non averla mandata lei, quell’email?
— Certo come del fatto che alla prossima insinuazione del genere, lei si ritroverà a fare esperimenti al centro CNR di Orgosolo per i prossimi vent’anni. Senza contare che io il limoncello non lo sopporto: bevo solo vino. Di quello molto buono.
— Allora forse si potrebbe ordinare una bella cassa di Sassicaia…
L’occhiataccia di Rossi incenerì Michele che avvampò per poi tacere. Roberto, per evitare di aggravare la situazione, aveva cominciato a giochicchiare con la copertina di un vecchio libro sui Beatles, che evidentemente il professore si era portato da leggere nei radi momenti di svago. Il silenzio era calato pesante: i quattro uomini erano intenti a pensare con quale impossibile stratagemma Ciro avrebbe potuto riuscire nell’intento di mettere nei guai il capo spedizione.
— E allora? Nulla? Siete sempre brillanti quando non serve! — li ammonì Rossi.
— Forse è il caso di fare analizzare il computer. Magari è riuscito ad installare qualcosa per intercettare le password… — disse, alla fine, Roberto.
— È possibile! — concordò anche Michele, — dopotutto l’informatica offre molti modi per saltare i blocchi delle password.
— E Ciro avrebbe fatto un lavoro da hacker? Ma se non è capace neppure di scrivere le relazioni, con il computer! Figuriamoci una cosa così sofisticata. E lei, Giovanni? È rimasto in silenzio fino ad ora senza dire nulla!
— In effetti, un’idea ce l’avrei. Però è piuttosto pazzesca e non vorrei…
— Giovanni! Non è questo il momento di fare il timido: mi dica cosa ha pensato.
— Io credo che la password sia A-T-I-I…
— Cosa? Come? Lei… lei…
— …A-A-T-I-I.
— Come fa lei a sapere la mia password?
— Lei stesso ha fatto notare che era una sequenza di lettere. Ebbene: è molto difficile ricordarsi una sequenza arbitraria, ma piuttosto facile se esiste un modo per ripercorrere quella sequenza. Ad esempio, canticchiando una canzone. Inoltre lei stesso ha fatto notare la sua predilezione per il vino ed ha con sé un volume sui Beatles, a significare la sua preferenza per il quartetto di Liverpool. Ebbene, non sono molte le loro canzoni che nominino questa bevanda, ma tra queste c’è “A Taste of Honey”, il cui testo è:

A taste of honey
Tasting much sweeter than wine
I dream of your first kiss and then
I feel upon my lips again
A taste of honey
A taste of honey
Tasting much sweeter than wine
I will return, yes I will return
I’ll come back for the honey, and you

— Lei è un genio, Giovanni. Raccomanderò personalmente la sua promozione, al mio rientro. Adesso, però, bisogna farla pagare al bastardo…
— Se permette ancora una parola, professore, io non lo farei. Tutti i ragazzi della Base hanno apprezzato molto il “regalo”. Se si venisse a sapere che non era un’idea sua, ci rimarrebbero molto male. Se poi Ciro fosse punito, in molti forse avrebbero qualcosa da obbiettare. Nonostante il tentativo di metterla nei guai, lui le ha fatto un grande favore. Se fossi in lei, io lo chiamerei e gli farei capire che lei ha compreso cosa sia successo: questo metterebbe lui in una posizione di inferiorità, senza intaccare il buon nome che ha tra i ragazzi.
— Lei si è rivelata una risorsa preziosa, giovanotto. Credo che seguirò le sue indicazioni.

***

La sera stessa Giovanni aveva raccontato a Maria, con dovizia di particolari, tutto il pasticciaccio di Ciro e del limoncello. Lei aveva molto riso, mentre Giovanni le descriveva la scena nell’ufficio del professore. Infine lo aveva ricoperto di complimenti, sempre più innamorata ed orgogliosa del proprio uomo. Il giorno dopo, Giovanni, accendendo il computer aveva trovato un’email: in allegato c’era una foto. Ritraeva Maria, illuminata dal flash nella notte italiana, con in mano una bottiglia di limoncello mentre mandava un bacio all’obbiettivo.

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L’Antartide? Verde speranza.


— E così ce l’hanno fatta!
— Dicono…
— Andiamo! Sappiamo bene entrambi cosa significhi quando cominciano a girare queste voci. D’altra parte c’erano andati vicini già l’estate scorsa: era ovvio che quest’anno ce l’avrebbero fatta.
— Non so cosa darei per essere là.
— Qualsiasi cifra sia, io pagherei il doppio.

Inutile ricordare quanto sia vasto il Polo Sud, nonché il fatto che sia abitato da un migliaio scarso di persone in “alta” stagione, cioè durante l’estate australe. Per andare da una installazione ad un’altra occorrono svariate ore d’aereo oppure parecchi giorni vissuti pericolosamente sul pack, se il trasferimento avviene via terra. Eppure le voci, in particolare quelle di corridoio, giravano veloci ed incontrollate come neppure a Manhattan il venerdì sera dopo i primi drink.

Giovanni e Michele avevano scambiato queste parole in un angolo solitario della sala mensa, per prudenza; quest’ultimo conosceva personalmente Sergei Bulat, responsabile dell’operazione, ed aveva quindi notizie di prima mano. Era stato uno dei primi a sapere, ma ormai questo era il segreto di Pulcinella e lo stesso dialogo era stato scambiato innumerevoli volte tra tutti gli attori possibili. “Chi ce l’aveva fatta” erano i sovietici della Base Vostok: sepolto sotto di loro c’era un enorme lago, tagliato fuori dalla superficie della Terra da quasi 35 milioni di anni. Un lago colossale, grande 50 volte il Garda e profondo fino a 900 metri. Fino ad ora lo avevano protetto quattro chilometri di ghiaccio, ma finalmente i russi erano riusciti a trivellare fino a lambirne la superficie.

Le indicazioni, ottenute dai radar montati sui satelliti, avevano confermato che laggiù l’acqua era liquida ed in leggero movimento per via delle maree; pur essendo situato nel punto più gelido dell’intero pianeta, data la pressione dei ghiacci sovrastanti la temperatura era normale: solo 3 gradi al di sotto dello zero. L’analisi dell’acqua sfuggita al lago, e poi ricongelatasi nello strato subito superiore, aveva anche stabilito che il livello di ossigeno, in quell’ambiente, era quasi 50 volte quello delle acque dolci presenti in natura. Questo significava una cosa sola: laggiù c’era la possibilità di trovare la vita. Se c’era qualcosa, era confinata in quel lago da un tempo inconcepibile: da quando, cioè, l’Antartide aveva smesso di essere un lussureggiante paradiso tropicale per essere coperta da una enorme coltre di ghiaccio. Un altro particolare, poi, aveva scatenato la fantasia di molti: le condizioni del lago erano in assoluto paragonabili a quelle degli oceani sepolti sotto i ghiacci di Europa, la luna di Giove. Se c’era vita qui, poteva benissimo esserci anche lassù.

— Ma non hanno paura di contaminarlo?
— Sergei dice che hanno preso tutte le precauzioni possibili.
— E adesso?
— Stanno già discutendo dell’esplorazione. Gli americani vogliono progettare un Cryobot.
— Un cosa?
— Cryobot. Una sonda capace di scendere di sotto ed esplorare in autonomia nelle acque.
— Sarebbe fantastico. Certo che loro…
— …loro… cosa?
— Niente… Voglio dire, noi qui a contare i pinguini, e loro a scoprire chissà cosa.
— Se lo sono guadagnati: non è facile stare alla Vostok.
— Forse hai ragione, Michele. Ma, nell’immediato, Sergei cosa vuole fare?
— Manderanno i campioni a Mosca per le analisi. Intanto, però, hanno voluto fare un piccolo esperimento. Hanno messo un po’ di ghiaccio del lago in tre capsule di Petri…
— E…
— E hanno avuto un assaggio: c’è un mondo nuovo, tutto da esplorare. Le capsule hanno cambiato colore: sono diventate verdi

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C’è sempre un (rosso) domani


photo credit: Jerzy Durczak via photopin cc

Fujiko Kasugano era apparsa come per incanto ai primi di febbraio. Era stata ospite del Dome Concordia, la struttura italo-francese, situata sul plateau antartico a oltre tremila metri di quota, nella quale venivano effettuate ricerche di punta. Era rimasta presso il Dome per quasi un mese, come responsabile di un esperimento sui raggi cosmici, nell’ambito di una collaborazione tra Italia e Giappone; poi un DHC-6 aveva riportato lei e la sua squadra alla Base italiana di Baia Terra Nova, in attesa che un Hercules li riportasse a casa.

Forse erano stati i troppi giorni passati con la sola compagnia dei pinguini; più probabilmente, erano stati i mesi di lontananza da casa. Il fatto che Maria fosse sempre nascosta dietro a un monitor, oppure che sembrasse giocare a rimpiattino dentro a un telefono, non aveva certo aiutato Giovanni. Lei era nei suoi pensieri, ma sempre più sfuocata: forse, quando lui era partito, non era il momento più indicato per un allontanamento. Fujiko era giovane, intelligente, spiritosa: già solo con queste doti avrebbe potuto catalizzare l’attenzione di buona parte della popolazione maschile della Base. Quello che aveva dato il colpo di grazia, però, era il fatto che fosse bellissima: i delicati occhi a mandorla ed il modo in cui si copriva la bocca quando rideva, sembravano sprigionare un’attrazione irresistibile per un maschio latino segregato tra i ghiacci da un centinaio abbondante di giorni.

Le donne della Base non avevano lesinato ai colleghi maschi battute sul loro comportamento puerile; questo fuoco di sbarramento, però, era rimbalzato senza produrre nessun effetto apparente. Giovanni non era rimasto immune al contagio ed aveva passato la prima settimana di febbraio orbitando sempre più vicino a lei, senza dare nell’occhio. Ogni giorno abbassava il proprio perigeo. Di più: abbassava il proprio perielio, perché lei ormai era diventata l’indiscussa stella della Base.

Maria, però, la sapeva lunga: come tutte le donne era in grado di prevedere le mosse del proprio uomo con molti mesi di anticipo; inoltre ad aiutarla c’era il fatto che, a discapito delle rimostranze maschili, gli uomini sono davvero tutti uguali. Così, in tempi non sospetti e ben conscia che ad un certo punto sarebbe stato il momento di rinfrescare la memoria di Giovanni, si era preparata per tempo. Era la sera del 13 febbraio: il timer di Maria segnava meno di 30 minuti all’ora X.

— …e così, Fujiko, ero solo sulla spiaggia quando un’enorme orca è sbucata dal mare nel tentativo di mangiarmi…
Gli occhi a mandorla si erano sgranati, mentre immaginavano la scena.
— …solo che sono rimasto impassibile ad aspettarla. “Lo vedremo chi ha più fegato tra me e te!”, ho pensato. La balena deve averlo capito che con me non si scherza, perché si è bloccata. Poi si è voltata, ed è sparita.
— Wow, Giovanni-san! Che esperienza emozionante!
aveva aggiunto lei, zufolando con un filo di voce. Giovanni, intanto, si era reso conto che ormai era giunta l’ora dell’appuntamento telefonico con Maria; salutò quindi la ragazza sbrigativamente per tornare nella propria cabina e chiamare con calma.

Il satellitare aveva avuto bisogno di diversi tentativi prima di riuscire ad avere un segnale abbastanza stabile:

— Amore, come stai?
— Per fortuna non c’è stata più nessuna balena… Un altro po’ e finivo per fare la fine di Pinocchio.
— Povero il mio cucciolo… Sai attento, amore: voglio che torni a casa tutto intero! — Dopo un attimo di silenzio Maria cambiò del tutto il tono di voce: — Ma… lo sai che giorno è, oggi?
— Certo! Cioè… Boh! Ah, sì! Il 13, no?
— E domani è S.Valentino!
— Ed è anche l’ora della tua busta…
— Devi promettermi che la aprirai stasera, quando andrai a letto.
— Non devo aspettare, allora? Pensavo di aprirla appena sveglio.
— No: visto che non potremo cenare insieme, domani, voglio che tu la apra stasera.

L’entusiasmo di Maria era riuscito ad attraversare il pianeta per giungere fino a lui: per un istante Giovanni aveva potuto assaporare di nuovo il contatto con la sua ragazza. Ma la telefonata non poteva durare in eterno e così si erano dovuti salutare a malincuore.

Quella sera, mentre fuori il sole splendeva alto nel cielo, Giovanni aveva aperto la seconda busta: all’interno c’erano un sacchetto sigillato, contenente quello che sembrava pizzo rosso, ed un biglietto di accompagnamento.

Ciao amore!
questo è il tanga che avevo l’ultima volta che siamo stati insieme. L’ho sigillato appena arrivata a casa, perché volevo che potessi avere, per S.Valentino, un po’ di noi. Te e me. Vorrei tanto essere lì a farti compagnia.
Ti amo, Maria.

Giovanni sorrise, mentre andava con il pensiero alla loro ultima notte e riassaporava nella mente l’odore di lei. Il fantasma di Fujiko si era già dissolto, come nebbia nel mattino, ancor prima di essere evocato.

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Una settimana piena di colori.


Questa settimana non ci sono richieste in vista. Visto quindi che sono libero di inventare ho scoperto che ci sono i tempi supplementari: sul blog di Donna Camèl si è aperto uno spiraglio per chi ha bucato l’appuntamento con gli EdS colorati di quest’anno. Come in tutti i tempi supplementari, il minutaggio è ridotto; come tutti gli sportivi, sono convinto di farcela.

Così questa settimana ci saranno sette storie in sette giorni, una in fila all’altra, che risponderanno alla chiamata; i saggi sulla scrittura aspetteranno la settimana successiva per chiudere il proprio ciclo.

Io, però, non sono felice se non mi complico la vita: vista l’ambientazione e i personaggi dell’EdS Arcobaleno, quello diventerà il capitolo conclusivo di una storia in otto puntate e molti colori. Domando scusa fin d’ora a tutti coloro che davvero ne sanno di Polo Sud e di spedizioni: nonostante i miei sforzi per documentarmi, ci saranno di certo molte inesattezze nelle mie storie; il loro scopo però è solo quello di divertirci un po’.

Si potrà fare di una serie di esercizi un Concept Album? Alla Donna Camèl l’idea è piaciuta; ecco allora il palinsesto dei prossimi giorni.

  1. Il blues dei blu
    Umore triste, colore blu
    Mettici qualche ripetizione ma ben misurata
    svolgimento: Un cielo color blu crudele
  2. L’arancione del Grande Cocomero
    Scrivi un racconto sincero
    coloralo di arancione
    mettici uno scherzetto divertente
    ma anche una canzone tropicale
    che dentro ci sia almeno un animale
    un po’ di umorismo se puoi e
    se ti piace, se no pazienza e pace
    svolgimento: Anche al Polo serve sale in zucca
  3. Nero di Natale
    Scriviamo un racconto nero
    di sicuro ci mettiamo un po’ di cioccolato e una sorpresa
    un particolare davvero originale
    Vietato usare: improbabile, intrigante.
    svolgimento: L’onda nera di Natale
  4. Rosso come il peccato
    un peccato
    tre personaggi
    qualche battuta di dialogo
    svolgimento: C’è sempre un (rosso) domani
  5. L’eds del vicino è sempre più verde
    contenga qualcosa di verde
    tralasci di dire o spiegare nel dettaglio un mondo o una piccola cosa
    svolgimento: L’Antartide? Verde speranza.
  6. Giallo
    lo suggerisco ma non lo pretendo, se non te la senti scrivi pure una storia normale ma mettici almeno un segreto o un mistero
    una scena notturna
    una canzone dei Beatles.
    Oltre alla cosa gialla, ovviamente.
    svolgimento: Il giallo del limoncello
  7. La balena non è un pesce
    scrivi una storia triste
    mettici un pesce
    mettici il bianco
    svolgimento: Notte bianca
  8. Arcobaleno
    1 arcobaleno intero
    20 grammi di magia non di più
    1/2 tazza di personaggio letterario scappato da un romanzo, fumetto, film, canzone, videogioco o opera di fantasia in genere
    svolgimento: Magia al Polo Sud