Thriller paratattico n. 56: effetti sonori


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Il bullet time si è rivelato un esercizio ostico. In quanto tale, non ci sono state versioni del thriller in grado di mettere d’accordo i lettori, che invece hanno distribuito i propri voti in maniera quasi equanime (a parte l’unico che, con omerico giudizio, apertamente ha votato per “nessuno”). Ebbene, questa settimana è andata patta. Vedremo oggi, se sapremo fare di meglio.

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Una cosa fondamentale, nel cinema ma non solo, sono gli effetti sonori. Anche nei testi scritti la cosa riveste una grande importanza. I poeti si sono scatenati fin dall’antichità tra onomatopee, allitterazioni, varie ed eventuali pur di farci sentire i suoni di quello che descrivevano. E che dire dei futuristi? Avevano una visione del mondo e una filosofia opinabili, ma di certo non si sono risparmiati sulla sperimentazione.

Impossibile, in questo contesto, non citare per esempio Zang Tumb Tumb di Marinetti o E lasciatemi divertire di Palazzeschi. Sono solo due, questi, tra i molteplici esempi che si possono trovare; ora sta a noi provare a infondere qualcosa di questa tecnica nel nostro thriller. Un esempio che non venga dalla poesia ce lo offre persino Jules Verne in un racconto che si chiama Frritt-Flacc, in cui lui stesso spiega:

« Frritt!… c’est le vent qui se déchaîne.
Flacc!… c’est la pluie qui tombe à torrents.»

per quanto io preferisca l’uso oculato dell’allitterazione, cosa nella quale D’Annunzio eccelleva (a mio modesto parere). Il rischio, altrimenti, è che si finisca per inserire le classiche onomatopee da fumetto, tipo BANG!, SPLASH!, CRASH! o altre che ricalcano i relativi verbi inglesi, invece di riprodurre gli effetti delle sonorità attraverso le parole. Un esempio che a me piace molto è la celeberrima La pioggia nel pineto, ma basta leggere questi due versi de La sera fiesolana per rendersene conto:

Fr/e/sche le mie parole ne la s/era
ti sien come il fruscìo che fan le foglie

Un’ultima nota di colore per gli amici imprendautori: mentre mi leggevo un po’ di cose di Marinetti, ho scoperto che era uno abituato a stampare i libri a sue spese e a distribuirli gratuitamente. Altro che EAP o ebook a € 0,99.

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Buona scrittura a tutti, ci vediamo domenica per la votazione!

Thriller paratattico n. 55: effetti speciali – bullet time


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La prima votazione dell’anno ha portato una ventata di novità: Alessandro e Barbara si sono aggiudicati il thriller ispirato a The net, contendendo a Darius il risultato fino alla fine. Hai visto, Barbara, che i lettori non hanno paura dei termini tecnici ma, anzi, li hanno apprezzati? Ricordatevi di non sottovalutare mai i lettori, per quanto pensiate di andare a scrivere una cosa difficile. Perché non ci sono in narrativa cose difficili e facili, ma solo scritte bene o scritte male. Con buona pace di Dan Brawn e del suo Crypto. Tra l’altro, la vittoria di Alessandro sfata ancora una volta il mito dei gruppi chiusi, dove vincono i soliti noti: qui vincono i pezzi migliori (altrimenti vincerei sempre e solo io!).

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Adesso che ci siamo scaldati, possiamo ricominciare con le cose più difficili: gli effetti speciali cinematografici. L’idea, vi ricordo, è di scoprire quali figure retoriche e tecniche varie rendano al meglio gli effetti cui il video ci ha ormai abituati. Molti di noi, quando pensano le scene prima di scriverle, le vedono come se fossero al cinema; purtroppo, però, trasportare in parole l’effetto di una musica inquietante o di un’apparizione improvvisa è tutt’altro che semplice: questi esercizi vorrebbero essere uno studio dei metodi che ci possano aiutare in questo frangente. Prima di passare all’esercizio di oggi, vi chiedo se ci siano degli effetti che vorreste portare all’attenzione di tutti: per ora abbiamo visto il lens flare, l’acusma e il piano sequenza. Scrivetelo qui, nei commenti, o mandatemi una mail, e io lo metterò tra i prossimi esercizi del thriller.

Oggi parliamo di un effetto che negli ultimi anni va per la maggiore: il bullet time. Inventato per Matrix (ma già conosciuto come fotografia time-slice) è un modo visivamente impressionante per focalizzarsi su azioni velocissime che altrimenti sfuggirebbero allo spettatore. Siete liberi di inserirlo nel punto che preferite: fateci vedere – anche al rallentatore! – di cosa siete capaci.

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Buona scrittura a tutti, ci vediamo domenica per la votazione!

Thriller paratattico n. 54: paura nella Rete


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Con agosto agli sgoccioli, non ci rimane che rientrare nella nostra routine di esercizi di scrittura. Non so voi, ma a me l’estate ancora arrugginisce i neuroni e il caldo umido di questi giorni mi rende pigro e svogliato. Così, penso che sia meglio ricominciare con una cosa facile facile, copiata dall’ultimo esercizio che abbiamo fatto prima di fermarci e suscitata da una richiesta giunta da un lettore del blog di Barbara.

Ispirati dal film The net, ci muoveremo nell’ambientazione che ci è più consona, cioè la Rete che ospita anche i nostri blog. Se amate il torbido, potete muovervi in quella parte di Rete cui si fa riferimento di solito come Deep Web, che è l’equivalente digitale di quei bassifondi dove è possibile combinare le cose peggiori. D’altronde Internet è fatto di persone e la realtà virtuale non può essere diversa (né migliore né peggiore) dalla realtà reale.

Facciamo quindi un po’ di stretching, controlliamo la respirazione e ricominciamo a scrivere!

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Buona scrittura a tutti, ci vediamo domenica per la votazione!

Thriller paratattico n. 53: se fosse un film?


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La vincitrice della versione animalesca del thriller è senza dubbio Barbara. O, forse, dovrei dire che la vittoria va ai pinguini di Madagascar e alla loro simpatia, travolgente anche lontano dallo schermo. Brava Barbara a trovare dei protagonisti così effervescenti e spritzosi – come nel banner che ha creato -, nonché a raccontarceli tanto bene.

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In quanto vincitrice, Helgaldo mi ha incaricato di informarla che si è aggiudicata per par condicio l’ultima vincitrice del Neri Pozza, Francesca Diotallevi con Dentro soffia il vento. Per ritirare il premio, solite modalità: basta una mail con l’indirizzo cui spedire.

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Questo è l’ultimo thriller prima di entrare in modalità estiva: dalla prossima settimana, infatti, gli appuntamenti di questo blog diventeranno del tutto estemporanei, in attesa che venga e passi ferragosto. Cerchiamo di goderci fino ad allora questo scampolo di leggerezza e, per cominciare bene, sceglieremo un esercizio rilassante e di fantasia.

Ispirato da Barbara, giocheremo a “se fosse”. Se il thriller fosse ambientato nel vostro film preferito, o nel vostro libro preferito, come sarebbe? Un pezzo alla Via col vento? Oppure sarebbe inscenato nella Lutetia de Il gladiatore? O nella Milano de I promessi sposi? Mostrateci (mi raccomando, non raccontatecelo!) cosa vi piace…

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

 

Buona scrittura a tutti, ci vediamo domenica per la votazione!

Thriller paratattico n. 52: ci vuole un fisico bestiale


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Con il thriller n. 51 ci siamo tuffati nelle atmosfere poetiche e cupe dell’Antologia di Spoon River. Abbiamo scritto gli epitaffi dei personaggi e persino di Montmartre. Voi li avete letti e il vostro risultato è stato che nessuno degli svolgimenti ha sopravanzato gli altri, ma in molti hanno avuto modo di farsi apprezzare. Questa settimana, dunque, non abbiamo un vincitore.

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Lunedì scorso, Helgaldo ha pubblicato una piccola recensione da entomologo, alla quale io ho risposto da cretino qual sono con una versione del thriller di stampo mirmidone. I precedenti, d’altronde, sono illustri: dalle favole di Fedro, i cui protagonisti sono gli animali, fino a La fattoria degli animali di George Orwell. Vi riporto un passo significativo del suo post (ma questo non vi esime dal leggerlo tutto):

So che non lo acquisterete, però lo segnalo soprattutto a coloro tra di voi che osservano i fenomeni sociali e personali da un solo punto di vista: il proprio. Seguendo il pensiero di Maeterlinck nella lettura potrete invece capire come si possano interpretare da parecchie angolazioni, umane e disumane. E questo potrebbe darvi in generale una marcia in più come scrittori.

Banalmente poi, per chi di voi scrivesse fantascienza e fosse alla ricerca di sempre nuovi mondi immaginari, le osservazioni tratte dalla vita degli esseri minuscoli descritti in queste pagine potrebbero risultare davvero illuminanti e farvi compiere un passo decisivo verso la creazione di un ignoto non banale.

Sul fatto che abbia ragione non ci sono dubbi. È giunta quindi l’ora di dare una veste animalier a Montmartre e al thriller: aprite le gabbie, che la disfida abbia inizio!

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

 

Buona scrittura a tutti, ci vediamo domenica per la votazione!

Thriller paratattico n. 51: Spoon River


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La scorsa settimana abbiamo proseguito la nostra carrellata tra gli effetti speciali e le tecniche cinematografiche, provando a inserire un acusma nel nostro thriller preferito. La vincitrice è risultata senz’altro Isabella, che ha raccolto le preferenze di oltre due terzi dei votanti. Onore e gloria a lei, dunque; per tutti gli altri, non rimane che leggere più sotto nel tentativo di rifarsi.

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Prendiamoci un attimo di pausa dal cinema e torniamo alla letteratura: di sicuro avrete sentito nominare l’Antologia di Spoon River. Magari l’avrete letta. Se non l’avete letta, forse ne avrete sentito la rielaborazione che ne fece De André in Non al denaro non all’amore né al cielo. Si tratta, per riassumere, di una raccolta di poesie scritte da Edgar Lee Masters che raccontano, in forma di epitaffio, le vite degli abitanti di un immaginario paesino del Midwest. Vi consiglio una rapida ricerca in rete, nel caso non ne aveste mai sentito parlare.

Masters aveva voluto scrivere qualcosa che fosse «meno della poesia, ma più della prosa». Un microcosmo di vite, raccontate con l’accento sfumato di chi ormai non ha più segreti e non dà nemmeno più importanza a questa esistenza. Noi, nel nostro thriller, abbiamo alcuni personaggi. Altri li abbiamo inventati strada facendo, oppure abitano ancora solamente la nostra fantasia: è ora di dare loro un senso e rivelarli fino in fondo, provando a utilizzare gli stessi strumenti con cui Spoon River è diventata una pietra miliare della letteratura moderna.

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

 

Buona scrittura a tutti, ci vediamo domenica per la votazione!

Thriller paratattico n. 50: effetti speciali – acusma


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Abbiamo provato, la settimana scorsa, a fare un thriller “in incognito”, rendendo cioè anonimi gli svolgimenti. Lo abbiamo fatto per vedere se, in un qualche modo, fossimo legati più all’autore che non all’effettiva bontà dell’esercizio. La cosa si è risolta in un mezzo flop: alcuni voti sono risultati incongrui con il proprio commento e quindi diventa difficile premiare lo svolgimento 8, che in teoria ha raccolto più preferenze degli altri. L’andamento delle votazioni, ad ogni modo, è risultato in linea con quello solito e questo a conferma del fatto che siamo tutti concentrati sul giudizio al brano e non all’autore. Infine, aver reso anonimi gli svolgimenti ha del tutto bloccato la discussione e – fatto non trascurabile per me – mi ha costretto a un surplus di lavoro che non ha avuto nessuna contropartita. Direi quindi che l’esperimento è fallito e torneremo da oggi alla modalità consueta. Invito, per completezza, gli autori del thriller con il piano sequenza a palesarsi nei commenti.

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Continuiamo con il filone degli effetti speciali: oggi ci occuperemo dell’acusma. Si tratta, per dirla con Wikipedia, di

un «fantasma sensoriale» costituito da un suono la cui vera fonte d’emissione è invisibile.

Al cinema si danno due casi principali di acusma:

  • Il suono deriva da una fonte in-campo che però è una radio, un giradischi, un telefono (oggetti «acusmatici» per antonomasia)
  • Il suono deriva da una fonte fuori-campo che esiste però in quanto personaggio invisibile (è il caso delle voci narranti che non corrispondono a nessun personaggio della diegesi)

Vi lascio libertà di inserimento e di interpretazione, nell’uso di questa tecnica in simbiosi con il nostro thriller preferito; contemporaneamente, chi legge dovrà capire e indicare nei commenti dove l’autore abbia deciso di inserire l’acusma. Vi ricordo che l’obbiettivo di questi esercizi è trovare la migliore maniera di tradurre sulla pagina le tecniche che comunemente vediamo sullo schermo dato che spesso, chi scrive, tende a vedere con l’immaginazione “il film” delle proprie storie.

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller Paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

 

Buona scrittura a tutti, ci vediamo domenica per la votazione!