Iperromanzo/3. Il libro come labirinto.


I Consigli di Scrittura dell’Agenzia Sul Romanzo sono in ferie fino a lunedì prossimo e così la scaletta di questa settimana riassorbirà molto materiale che avevo in programma nei prossimi weekend. Se siete appassionati dei consigli e delle storie potete rileggerli (o vedere se ve ne siate perso qualcuno). Oggi invece proseguiamo il discorso iperromanzo che, devo dire, ha un certo seguito di appassionati al tema.

Nel primo post abbiamo fatto un po’ di teoria sulle storie non sequenziali, ma navigabili con le modalità di un ipertesto, mentre nel secondo abbiamo visto alcuni esempi di iperlibri che funzionano ma non sono romanzi. Oggi ragioneremo un momento sulla struttura di un iperromanzo.

C’è una cosa che mi ha colpito molto mentre facevo i miei ragionamenti su come costruire un iperromanzo: il parallelo incredibile che esiste tra una storia ed un labirinto. Se volete farvi un bel ripasso di come è stato sviluppato il labirinto nella storia e nell’architettura vi consiglio di leggere i post di Beni Culturali 3.0.  Il riassunto comunque è il seguente: esistono diversi tipi di labirinto, sviluppati a partire dall’antichità, che però fanno esattamente anche al caso nostro per quanto riguarda gli iperromanzi. In ordine di complessità abbiamo:

  • il labirinto unicursale classico: è un unico corridoio, generalmente raggomitolato su se stesso, con una sola entrata e un unico vicolo cieco in fondo al percorso; non ha possibilità di scelta e conduce obbligatoriamente al termine;
  • il labirinto ad albero: è un corridoio con bivi, con un unico percorso che conduce all’unica uscita, che si può attraversare (o quantomeno non perdercisi) con la classica regola della mano destra (o sinistra);
  • il labirinto a rete: in questo labirinto vi sono molteplici uscite e molteplici cammini che portano alle uscite e quindi è detto multicursale. Qui la possibilità di perdercisi è molto alta se non si hanno a disposizione strumenti in grado, almeno, di lasciare tracce del nostro passaggio.

Il parallelo mi sembra evidente: i romanzi che siamo abituati a leggere sono un labirinto unicursale classico. Si leggono dall’inizio alla fine, senza bivi. Adesso però viene il bello: un iperromanzo è basato sugli altri tipi di labirinto? La risposta, ovvia, è sì. Come sempre, però, non è così facile.

Prendiamo l’ultimo caso: è facile perdercisi dentro senza un aiuto di un qualche tipo. Ed è il motivo per cui libri come “Chi ha ucciso David Crane?” viene definito da Cinato e Fabbri (vedi iperromanzi) come difficoltoso da fruire perché rende faticosa la lettura e obbliga il lettore ad assumere dei punti di ancoraggio esterni alla narrazione per riuscire a districarsi.

Il problema di base è che l’epub (e di conseguenza anche il mobi e gli altri) non ha nessun tipo di capacità di elaborazione e quindi obbliga ad arrangiarsi esclusivamente con gli hyperlink. Ecco il motivo per cui non si può fare un iperromanzo complesso. O meglio, si può fare: però serve un computer (o una console) per fruirlo e si chiama videogioco. In particolare quella tipologia di videogioco chiamata “adventure”.

Adesso che ci siamo scontrati con i limiti evidenti del formato epub, però, abbiamo anche un confine certo entro il quale si può provare a costruire. Questo sarà il tema del prossimo post, l’ultimo di tipo teorico.

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Iperromanzo/2. Iperlibri: un esempio che funziona.


Continuiamo il discorso iniziato sabato scorso e partiamo subito dal vedere qualcosa che fa esattamente quello che dico. Ricordo, per chi non avesse voglia di rileggere, che stiamo parlando di iperromanzi, cioè di romanzi che non abbiano uno svolgimento lineare ma che siano composti di parti legate con un ipertesto.

Per cominciare diciamo subito che si può anche fare sulla carta, ma è una pesantezza terribile. Ho letto libri a scelta (se vuoi che il protagonista faccia così vai a pagina 50; se vuoi che faccia cosà vai a pagina 73) ma sono una palla, per usare un francesismo. Si leggono, ma sono scomodi. E poi, sfogliandoli per arrivare alla pagina di destinazione, vedevo passare delle cose interessanti e mi fermavo a leggere a caso. Insomma, se non si è capito, l’esperienza non mi è piaciuta.

Questo ci dice che serve un ereader per fruirlo al meglio, cioè quello che stiamo cercando è un ebook. Ci sono diverse case editrici che propongono solo libri digitali: su equiLibri digitali trovate un elenco oltre a due righe che raccontano su quale mercato lavorano.

Per farvi vedere cosa funziona ottimamente in digitale vado a prendere un “iper” che però non è un romanzo: Qui Siria pubblicato da QuintadiCopertina. Se date un’occhiata vedrete che è un ottimo testo, pieno di riferimenti ed approfondimenti. Ma non racconta esattamente una storia: alla fine non si scopre un assassino.

Sul web si potrebbe dire lo stesso di Wikipedia: ci sono i link. Si naviga. Spiega. Ma non racconta.

Nel mio piccolo ho anche io un esempio che funziona: tanti (troppi?) anni fa ho deciso di tenere un diario. Una cosa normale, per un ragazzo giovane. Però ero un giovane nerd, all’epoca. Potevo avere un diario di carta? Ovviamente no.

Usando un programma chiamato Toolbook, costruii un diario ipertestuale. Le varie sezioni non cominciavano con la data, ed oggi non saprei dire neppure in quale anno siano accadute le situazioni che racconto. Ancora oggi, però, mi diverto a rileggerlo — anche se è complicato farlo perché non è scritto in html (Barners Lee ci stava ancora ragionando su al CERN, direi).

Il suo difetto? Ancora una volta: non è una storia. Non ha un inizio, uno svolgimento, una fine. È solo una collezione di pensieri; le mie associazioni mentali — almeno quelle che facevo in quei giorni — sono rimaste condensate sotto forma di link. Sono solo tante “fotografie”: messe insieme raccontano un paesaggio. Raccontano uno stato d’animo complessivo. Ma alla fine non scopri chi sia l’assassino.

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Iperromanzo


Non sto facendo del marketing esagerato e non sto neppure inventando di sana pianta. Si dice così. Ci sono molte pagine che più o meno approfondiscono l’argomento, ma io mi sento di consigliarvi caldamente “Iperromanzi e romanzi ipertestuali: brevi saggi” di Carlo Cinato e Piero Fabbri. Sono quasi 50 pagine, ma approfondisce la questione in molti aspetti e mi sembra esaustivo dell’argomento. Il tono è da dispensa universitaria, ma si legge tranquillamente. A me è piaciuto molto.

L’argomento mi interessa ed affascina da tempo immemore; ultimamente ho dedicato diverse ore a figurarmi come effettivamente far passare l’idea da uno stato di sogno, più o meno plausibile, ad uno di realtà. Se scrivere un romanzo è complesso, scrivere un iperromanzo è ipercomplesso: è quindi necessaria un’attenta opera di progettazione molto prima di cominciare anche solo a pensare ad una possibile trama. È necessario informarsi bene sulle potenzialità del mezzo che abbiamo a disposizione (cioè gli ereader) per capire cosa si può fare e cosa assolutamente no.

Visto che i pep-talk sono terminati e che al momento sto studiando questo argomento, ho deciso che il sabato per un po’ andrà dedicato a questo soggetto: mi piace l’idea di condividere — e di approfondire — con voi il tema. Dato che per il momento sono giunto ad una serie di considerazioni abbastanza sconfortanti, spero anche che qualcuno voglia e possa contribuire con qualche idea, che magari infranga quegli scogli sui quali mi sono ottusamente arenato.

Oggi, per cominciare, diamo una definizione di iperromanzo. Dalla prossima settimana proveremo a mettere le mani in pasta: vedremo se riusciremo a cucinare qualcosa di commestibile o se dal forno uscirà un poco invitante mattone.

Ci sono molte descrizioni diverse del termine iperromanzo. Però ormai siamo nel terzo millennio, Internet è una realtà consolidata ed anche senza aver studiato Ted Nelson e Xanadu sappiamo tutti cos’è un ipertesto. Tutti usiamo i link e sappiamo che quando navighiamo con un browser stiamo fruendo di un testo in maniera non-lineare. Ecco: io per iperromanzo intendo proprio questa cosa qui: una storia che possa essere navigata non sfogliando le pagine dalla 1 alla 200, per esempio, ma girovagando — cioè navigando — dentro al testo. Un romanzo fatto come un sito web, per intenderci. Facile, direte voi. Eppure, pensateci un secondo: io, cose del genere, ne ho viste molto poche. Ho visto libri pubblicati sul web (anche io l’ho fatto), ma si leggevano sequenzialmente. Ho visto cose più complesse, ma avevano un programma che ne gestiva la fruizione. Un testo, semplice, legato con solo dei link non c’è. Oppure c’è, ma non racconta una storia.

A me piacerebbe davvero molto riuscire a fare una cosa del genere. Però…

Però non ve lo dico. Non subito, almeno.

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