Giubbotto di pelle


Ero troppo piccolo, per potermene ricordare. Eppure nella testa ho quest’immagine di mio nonno, con la Guzzi rossa e il giubbotto di pelle nera. Non c’erano il chiodo e tutte quelle robe americane, e fare il motociclista voleva dire essere un cavaliere. Anche se c’era il giornale, nascosto sotto, per tenere al caldo la pancia. Ma eri pur sempre un cavaliere: il vento nei capelli e la polvere della strada in faccia.

Mio nonno era pieno di vita perché temeva la morte: adesso lo so. Mi domando cosa lo spaventasse di più. La solitudine degli ultimi istanti. Il dolore. O forse l’angoscia e la paura di non sapere cosa ci fosse, dopo. Cavalcare quel tuono rosso era una sfida, il coraggio di guardare quella falce a muso duro. Essere pronti a bere quel calice, in ogni momento.

Ma la morte è subdola. E bastarda.

Ha tutto il tempo del mondo e non ha bisogno della forza o del coraggio per prendere quello che le spetta: attende, senza fatica. Lavorano al posto suo le malattie, la vecchiaia, l’Alzheimer. Cioè quella cosa che mi ha fatto vedere mio nonno che accarezzava la sua motocicletta, mentre era incartapecorito in una stanza d’ospedale, senza sapere chi fossi io e dove fosse lui.

Altro che cavaliere: non c’è onore, nell’affrontare la fine della vita senza coscienza. Avendo perso e seppellito in un buio senza nome moglie, figli, ricordi. Mentre il corpo si ostina tenace a respirare, mangiare, cagare in spregio a qualsiasi decenza. Ci sono giorni in cui mi infilo in quel giubbotto perché vorrei sapere da cosa dovrò difendermi, alla fine della mia vita.

Ma non trovo altro che silenzio; un silenzio nero, come quella pelle.

Omaggio a Bukowski


photo credit: dontcallmeikke via photopin cc

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Scott Fitzgerald: The Secret of Great Writing (1938)

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“Nothing any good isn’t hard.”

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C’è un sacco di gente, là fuori, convinta che non ci voglia poi tutto ‘sto granché, a scrivere. In effetti è vero: non ci vuole. Voi credete che ci vogliano le mani, per scrivere. O la testa. Sbagliato: ci vogliono le palle, e servono piene. Perché qualsiasi demente, con il suo piccolo giardino contornato da uno steccato bianco, può comperarsi una cazzo di macchina da scrivere e cominciare a pigiare sui tasti. Ma cosa credi che ti racconterà? Del suo lavoro? Del matrimonio? Dei figli? Vi rendete conto che qualsiasi idiota può vivere le stesse esperienze? E lo fanno… perdio, se lo fanno!

Invece, per scrivere, bisogna essere come un contenitore. Bisogna pur essere pieni di qualche cosa, per poterla buttare fuori su una tastiera. O da una penna. La vodka, per esempio, va benissimo: i russi sanno il fatto loro. È limpida e trasparente come la verità. Secca come il deserto. Piena di fuoco, come la pancia di una vecchia locomotiva, che sbuffando con fatica ti rovescia addosso il suo alito caldo fino a portarti dall’altra parte. Perché, quando hai fatto il pieno di vodka, è il “di là”, quello che cerchi. Come i gatti, che stanno sempre dalla parte sbagliata della porta.

La cosa che fa schifo, invece, sono i sobri che vogliono andare. Come se davvero capissero cosa vuol dire, andare di là. O gli importasse davvero di farlo. Convinti che possano raccontartelo, e che tu sia tanto stupido da starli a sentire. Da pendere dalle loro labbra. Ma le uniche labbra da cui mai valga la pena di pendere sono quelle che vedrai un giovedì d’estate, ubriaco, mentre fissi alle tre di notte il muro scrostato di una camera in affitto; come se ce l’avessi  lì davanti, la tua donna. Solo che lei ti avrà lasciato, quel pomeriggio. Lei era magnifica. Troppo di tutto. Con quelle gambe che tu guardavi fin su, ma che lei ha usato per girare i tacchi e andarsene. Allora ringrazierai che, sotto al suo culo, la bottiglia non abbia niente; e ti farai un altro bicchiere. L’ennesimo. Che si fottessero tutti.

Ecco perché è difficile. Così dannatamente difficile. Almeno, una volta, la vita degli scrittori era più interessante dei loro romanzi. Ma adesso? Cosa potrà mai scrivere di interessante un figlio di puttana che ha la vita piatta come una tavola stirata in una pressa? Cosa potrà raccontare di nuovo, che non sia già stato detto, ripetuto, camuffato, tritato, ribadito, trasformato almeno un milione di volte da qualcun altro che non era certo peggio di lui? Non può. Serve almeno una birra, come base. O forse venti. E un paio whisky.

Che ti rimescolino dentro. Che ti riempiano le vene e ti facciano dimenticare tutta quella gente, là fuori. Che fa paura, perché è matta. O arrabbiata. O solo stupida. Per sopportare quello che tutti quegli idioti temono e che io, invece, mi porto nel taschino. La morte. Come se ci fosse qualcosa di terribile, odioso, sporco, triste, nel morire. Ma non è diverso dallo sbocciare di un fiore. È molto peggio non viverla, questa vita, che pisciarla fuori senza un perché, alla rincorsa del lavoro, dei soldi, dei film, di Dio, del tè e dei pasticcini, dei buongiorno-buonasera-piacerediconoscerla. Dimenticando che siamo fatti di pensiero. E di sangue. E di ossa e di dolore. Bisogna parlarci, con la morte: “Ehi, bella, io sono pronto. Anche oggi, come ieri. Quand’è che vieni a prendermi? Ché sono stanco di stare qui a bere, a fumare, a scopare, solo per tirare fuori le parole dal mio cervello”. Perché scrivere è volare, è accendere un fuoco. Per me scrivere è tirare fuori la morte dal taschino, scagliarla contro il muro e riprenderla al volo.

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Rimorsi


photo credit: ☺ Lee J Haywood via photopin cc

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Un uomo. Una donna. Una conversazione ascoltata nonostante tutto. Nonostante tutti.

U. – Vieni qui, voglio tenerti la mano.
D.[si avvicina e allunga il braccio] Che mani fredde, hai.
U. – Credi? Dovresti sentire il cuore, allora.
D. – Spero proprio che sia più caldo!
U. – Invece no. Forse anche peggio.
D. – Non dovresti dire così. Come pensi di guarire, se non ti fai forza?
U. – Non è la malattia, che mi ghiaccia il cuore. E neppure la vecchiaia, se è per questo.
D. – Cosa, allora?
U. – Sono i rimorsi. Il peso delle azioni fatte in tutta una vita ma, soprattutto, mi schiaccia il peso delle azioni che non ho fatto.
D.[con un lieve sorriso] Come è possibile sentirsi in colpa per qualcosa che non si è commesso?
U. – Le omissioni sono le colpe più gravi, perché non si può chiamare in difesa l’incapacità o la sfortuna. È solo una decisione che si prende. E quando è presa, è presa. Non è come una torta, per cui puoi sempre dire: “non mi è riuscita bene”.
D. – Ti è successo molte volte di non fare qualcosa?
U. – Molte? Troppe, mia cara. Quasi sempre a fin di bene.
D. – Non penso si possa sbagliare cercando di fare il bene.
U. – Invece questi sono gli errori peggiori; quando la morte bussa alla tua porta e ti guardi indietro, ogni cosa diventa chiara e tutte le scelte riverberano della luce tremenda delle proprie conseguenze. In quel momento, comprendi davvero quale fosse il bene e quanto raramente abbia coinciso con quello che tu pensavi fosse il bene.
D. – È così difficile capire?
U. – No, non lo è. Siamo noi che siamo come ciechi per la maggior parte della nostra vita, perché ci ostiniamo a non voler guardare nella direzione che il destino ci mostra. La vita, però, è una sola…
D. – …e non si può tornare indietro.
U. – Ecco perché le mie mani sono così fredde: il bene che ho inseguito per tutta la mia vita non era il mio bene, ma solo quello che gli altri avevano stabilito per me.
D. – Saresti stato più felice se fossi vissuto da egoista?
U. – La felicità non dipende dall’egoismo: è una condizione dello spirito. Ho rinunciato a suonare il pianoforte per far contento mio padre e andare a lavorare nel suo negozio: ne ho sofferto io, perché non ho fatto quello che avrei voluto fare, e ne ha sofferto lui perché non ho lavorato nel negozio con piacere, ma solo per dovere. Dov’è la felicità in tutto questo? Eppure non c’è egoismo, nella mia scelta, semmai il contrario.
D. – L’egoismo, forse, era dalla parte di tuo padre.
U. – Ma lui non scelse nulla. Sono stato io. Io soltanto.
D.[silenzio]
U. – Il freddo viene proprio da qui: ti guardi indietro e vedi che di tutti i tuoi desideri, così come di tutte le tue speranze, non è rimasto altro che un mucchietto di cenere sporca. Il cassetto non è mai stato aperto e i sogni li hai chiusi in un salvadanaio infrangibile, perché il momento in cui avresti potuto realizzarli ti è scivolato tra le dita, mentre eri impegnato a gratificare le aspettative di un padre, di una madre, di una moglie, di un capo.
D. – Ma loro lo hanno fatto per te, immagino.
U. – Sbagliando. Solo noi possiamo sapere dove sia nascosta la nostra felicità. A volte è così difficile che neppure noi lo sappiamo: come può saperlo qualcun altro?
D. – E allora? È questo l’errore?
U. – Lo sbaglio è che ragioniamo alla rovescia: pensiamo di diventare felici cercando di fare felici gli altri. Invece dovremmo essere felici noi per primi: solo in quel caso chi ci ama sarà felice con noi.

Senza fine


photo credit: Podi_ via photopin cc

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John Steinbeck: 6 Tips on Writing, and a Disclaimer

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“Abandon the idea that you are ever going to finish.”

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Qual è il sogno di ogni uomo? Il desiderio più vero e recondito, l’anelito che viene frustrato incessantemente fin dalla comparsa della vita su questo sasso che chiamiamo “Terra”? Dimenticate l’amore, il denaro, la fama, il potere: sono tutti palliativi. Pallide imitazioni e stucchevoli tentativi di raggiungere l’Unico Desiderio. Che non può essere altro che la Vita Eterna e la conseguente  sconfitta definitiva dell’unica vera paura: la Morte.

Da migliaia di anni l’uomo inventa religioni per sfuggire al fato che gli impone di marcire sottoterra. Sono stati costruiti mausolei e piramidi per tramandare di sé almeno un pallido ricordo. Sono stati conquistati imperi, facendo strage dei propri simili. Sono state scritte storie e poesie che lacerano l’anima, pur di lasciare una flebile eco di se stessi nei secoli a venire. Nonostante ciò re e imperatori, poeti e artisti, per quanto siano stati grandi, sono tutti morti. Di loro non rimane neppure la polvere e le parole che ci hanno lasciato, e che troviamo scritte oggi, sono state maneggiate, dette, copiate, riportate da talmente tante generazioni diverse che non si capisce davvero come possa prestarvi fede chiunque abbia avuto la ventura, almeno una volta nella vita, di giocare a passaparola.

Ma il destino è bizzarro e il caso gioca scherzi che appaiono infondati; coincidenze alle quali nessuno sarebbe disposto a prestar fede, perché talmente incredibili da sembrare il parto di una mente a briglia troppo sciolta. Nemmeno io l’avrei mai immaginato, quel giorno, mentre raccoglievo le mie poche frecce e quei due sassi che mi sarebbero serviti per andare a caccia. L’unico dio che mi guidava era la mia pancia vuota e la dispensa scarsa; per di più si stava avvicinando un temporale e gli animali avrebbero fatto presto ritorno alle proprie tane. Imprecai contro la sfortuna e mi incamminai di buon passo, in cerca di una traccia. Fu solo dopo molti passi che lo trovai: un bel cervo, grasso, che mangiava sul limitare del bosco, incurante delle prime grosse gocce di pioggia e del vento che le portava. Così mi accoccolai sotto ad un albero, tesi l’arco e…

Non so bene cosa successe. Un fulmine, credo. Mi risvegliai molto tempo dopo, malconcio e ustionato; l’albero sembrava esploso da dentro e parte della corteccia era conficcata nel mio fianco dolorante. Un odore acre mi bruciava il naso e su di tutto aleggiava una specie di leggera bruma azzurrognola, un vapore stagnante e maligno che il temporale non aveva disperso perché non si era sfogato su questo lato della collina. Con molta fatica, dolore, lamenti e imprecazioni riuscii a tornare a casa, certo che la mia breve vita sarebbe stata ancora più breve di quanto avessi mai potuto immaginare. Invece, nonostante tutto, guarii più in fretta ancora. Sembrava che le cose andassero bene: ogni volta che mi ferivo, la carne si ricomponeva nel giro di pochi giorni; anche le fratture sembravano saldarsi innaturalmente presto. Passarono molti anni prima che mi cominciassero a venire i primi dubbi: gli altri invecchiavano e, di me, si diceva che ero sempre uguale. Qualcuno tra i miei amici morì. Poi, con sempre maggior frequenza, anche tutti gli altri. Io stavo bene; stavo sempre bene e mi sentivo agile e scattante come quel giorno in cui ero andato a caccia.

Ma la gente del villaggio non apprezzò la mia fortuna: mi guardavano di sottecchi, parlavano alle mie spalle, si domandavano perché non fossi come loro. Io non avevo spiegazioni da offrire e così, non sopportando oltre la loro ostilità, me ne andai. Imparai ben presto a diventare un nomade per sfuggire alla rabbia e all’invidia; imparai a non mettermi mai in risalto, per non farmi riconoscere; imparai a non amare, per non farmi straziare il cuore dalla morte, inesorabile per tutti tranne che per me.

Ecco perché io sono l’unico. Il solo ad averli visti tutti: ero in Grecia quando l’aedo cieco cantava di Troia e in Persia al passaggio di Alessandro; ho visto sfilare il carro di Augusto a Roma e ho guardato, al sicuro sui colli vicini, salire da quella stessa città il fumo degli incendi quattro secoli dopo. Ho riso e mi sono commosso nel Teatro del Globe, a Londra, e ho sorriso sotto i baffi al passaggio di un nanerottolo impettito, travestito da imperatore, per le vie di Parigi. Adesso però gli uomini sono diventati sospettosi e continuare a nascondere la mia identità diventa più difficile ogni giorno che passa; ma la cosa più difficile di tutte è resistere alla mia anima: fatico a sopravvivere a questa valanga di giorni grigi, sempre uguali a se stessi, affogati nella mediocrità, unico lusso di gente capace di vivere per una stagione sola come le farfalle. Gente che non sa, perché non c’era oppure non ci sarà più, gente alla quale nulla importa se non l’oggi, perché non ha altro nella vita.

Popolo di mentecatti, alla ricerca dell’unico veleno capace della tortura più terribile di tutte: la vita eterna. Che altro non è che la sorte peggiore: perché non c’è soddisfazione, quando hai a disposizione tutto il tempo, nell’ottenere qualsiasi cosa. E quando abbandoni la speranza di poter mai finire, e invochi la morte come una sorella, non ti rimane che affogare nelle lacrime perché sai che non avrai altro che l’amaro calice della vita da bere per spegnere la tua inestinguibile sete di oblio.

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Senza titolo


photo credit: Woody H1 via photopin cc

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David Foster Wallace: Writing, Death and Redemption

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“You don’t have to think very hard to realize that our dread of both relationships and loneliness… has to do with angst about death, the recognition that I’m going to die, and die very much alone, and the rest of the world is going to go merrily on without me.”

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Buio. Talmente buio che non sono neppure in grado di capire se le mie palpebre siano abbassate oppure no.  Aria stagnante e maleodorante. Ma, quel che è peggio, nessuno spazio intorno a me: pareti lisce e fredde mi circondano, bloccando sul nascere qualsiasi movimento. Non so neppure se sia più opprimente il silenzio che mi circonda oppure il suono sgradevole delle mie unghie che scivolano, nel tentativo inutile di farsi largo.

La cosa più spaventosa, però, sono io. Il mio respiro. La mia voce. Il battito impazzito del mio cuore. Urlo per la disperazione fino a rimanere senza voce e poi urlo ancora, afono, tutto il mio terrore. I tonfi delle mani che sbattono impotenti sono i rintocchi sordi di una campana che suona solo per me.

Cerco di calmarmi e di capire. Ricordare come posso essere finito qui. Finito così in basso, stavo per dire: mi viene da ridere e subito dopo, scosso ancora dai singulti, comincio a piangere.

Cerco febbrile tra i miei ricordi, senza risultato. È sempre stato così e, se non sarò in grado di inventarmi una soluzione, così sarà sempre fino al momento in cui mi addormenterò per l’ultima volta. Amen. Momento temuto. Momento bramato.

Sono gli altri ad avermi rinchiuso qui: i loro desideri e le loro chiacchiere vuote sigillano queste pareti. La loro supposta libertà, o forse dovrei dire arroganza, è la terra che pesa su questo cofano. Le loro aspettative, nel tentativo vano di piegarmi ai loro desideri, i chiodi che lo sigillano.

Ed io sono qui, solo, nel cuore della terra, che mi ribello all’idea di essere polvere per tornare polvere. Io sento. Percepisco. Capisco. Ho un cuore di carne, io! Polmoni in grado di apprezzare il vento e orecchie che capiscono il linguaggio delle onde che accarezzano la spiaggia. Lo so che averli costretti a pensare è stata la mia colpa così come il mio giudice fu il rammarico di fronte alla loro incapacità di capirmi. Mi hanno messo da parte come si fa con le cose schifose, nauseanti.

Ma il mio giudizio pretendo che venga dall’eternità, non dai vermi che abitano questa terra, e combatterò per avere giustizia. Lotterò nel solo modo che conosco: un foglio bianco sarà il mio campo di battaglia e la penna sarà la mia spada. Farò sorgere parole come l’aurora, belle come la luna, fulgide come il sole e terribili come schiere a vessilli spiegati: saranno loro ad avere ragione del tempo e degli uomini. Saranno loro a far riverberare nei secoli il mio essere, per entrare in risonanza con tutti gli spiriti eletti che d’ora in avanti calpesteranno la terra.

Avanti, o mie prodi. Questa è la strada. Questa è la decisione. Questa è la direzione.

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In fine di un personaggio


“Nessuna lacrima nello scrittore, nessuna lacrima per il lettore. Nessuna sorpresa per lo scrittore, nessuna sorpresa per il lettore.”
Robert Frost, da Collected Poems. Leggilo qui in lingua originale.

photo credit: harry harris via photopin cc

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Lo sapevo fin dal principio che dovevi morire. Non avevo altra scelta e l’ho fatto. So bene che non sarà per questo, che andrò in prigione, ma ciò non significa che sia stato facile. In un certo senso eri me; sentivo nella mia testa i tuoi pensieri. È chiaro che io non mi sarei mai comportato come te ma tu, in fondo, non potevi che comportarti come me.

Ho lavorato mesi, per farti morire: con pazienza, come uno scalpellino, smussando a poco a poco gli angoli e le asperità che avrebbero potuto deviare gli eventi da quello che avevo architettato. In un angolo della tua testa anche tu non potevi ignorare cosa ti sarebbe successo, ma hai fatto di tutto per ignorarlo. Poi, quand’è stato ora, non vedevi l’ora. Sapevi bene perché doveva andare così: è la vita che lo impone. Una delle sue leggi più atroci, o forse l’unica legge vera che c’è: perché ci sia una vita nuova, un ricambio generazionale, è necessaria una morte.

Quella volta era la tua, il pegno. Tuo figlio il premio: avrebbe potuto esserci premi più grande?  Ti ci sei tuffato, nella tua morte, con l’entusiasmo che si riserva ai progetti migliori. Hai fatto di tutto per nasconderla a tutti. Perché sembrasse accidentale. Un brutto caso della vita.

Ma tu sei sempre stato il più esigente, tra i personaggi che ho creato, e non ti bastava raggiungere il tuo scopo; non ti era mai bastato. A te, come a me, serve sempre l’approvazione. L’applauso. Non è forse questa, l’essenza dell’artista? Non sono i denari; non è neppure il godimento che procura la creazione di un’opera perfetta. Ma è l’applauso: quel sorriso estasiato che ti garantisce lo stupore del pubblico nel momento in cui ti è riuscito il trucco, e tutti rimangono a bocca aperta mentre si spellano le mani.

Per poter aver il tuo applauso dagli altri protagonisti della storia, anche se postumo, hai costruito per bene le cose; seminato gli indizi. Bombe ad orologeria, destinate a deflagrare a tempo debito. Per far sapere che sapevi; che volevi. Che la loro vita era un regalo tuo, e solo tuo. Hai giocato a fare Dio: hai deciso chi doveva morire e chi vivere.

Adesso, a noi e a chi è rimasto tra di loro, non resta che guardare quei fiori che occhieggiano dalla terra ed osservare un bambino che cresce. Perché non c’è amaro più dolce di saperlo tuo.

***

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