C’è sempre un (rosso) domani


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Fujiko Kasugano era apparsa come per incanto ai primi di febbraio. Era stata ospite del Dome Concordia, la struttura italo-francese, situata sul plateau antartico a oltre tremila metri di quota, nella quale venivano effettuate ricerche di punta. Era rimasta presso il Dome per quasi un mese, come responsabile di un esperimento sui raggi cosmici, nell’ambito di una collaborazione tra Italia e Giappone; poi un DHC-6 aveva riportato lei e la sua squadra alla Base italiana di Baia Terra Nova, in attesa che un Hercules li riportasse a casa.

Forse erano stati i troppi giorni passati con la sola compagnia dei pinguini; più probabilmente, erano stati i mesi di lontananza da casa. Il fatto che Maria fosse sempre nascosta dietro a un monitor, oppure che sembrasse giocare a rimpiattino dentro a un telefono, non aveva certo aiutato Giovanni. Lei era nei suoi pensieri, ma sempre più sfuocata: forse, quando lui era partito, non era il momento più indicato per un allontanamento. Fujiko era giovane, intelligente, spiritosa: già solo con queste doti avrebbe potuto catalizzare l’attenzione di buona parte della popolazione maschile della Base. Quello che aveva dato il colpo di grazia, però, era il fatto che fosse bellissima: i delicati occhi a mandorla ed il modo in cui si copriva la bocca quando rideva, sembravano sprigionare un’attrazione irresistibile per un maschio latino segregato tra i ghiacci da un centinaio abbondante di giorni.

Le donne della Base non avevano lesinato ai colleghi maschi battute sul loro comportamento puerile; questo fuoco di sbarramento, però, era rimbalzato senza produrre nessun effetto apparente. Giovanni non era rimasto immune al contagio ed aveva passato la prima settimana di febbraio orbitando sempre più vicino a lei, senza dare nell’occhio. Ogni giorno abbassava il proprio perigeo. Di più: abbassava il proprio perielio, perché lei ormai era diventata l’indiscussa stella della Base.

Maria, però, la sapeva lunga: come tutte le donne era in grado di prevedere le mosse del proprio uomo con molti mesi di anticipo; inoltre ad aiutarla c’era il fatto che, a discapito delle rimostranze maschili, gli uomini sono davvero tutti uguali. Così, in tempi non sospetti e ben conscia che ad un certo punto sarebbe stato il momento di rinfrescare la memoria di Giovanni, si era preparata per tempo. Era la sera del 13 febbraio: il timer di Maria segnava meno di 30 minuti all’ora X.

— …e così, Fujiko, ero solo sulla spiaggia quando un’enorme orca è sbucata dal mare nel tentativo di mangiarmi…
Gli occhi a mandorla si erano sgranati, mentre immaginavano la scena.
— …solo che sono rimasto impassibile ad aspettarla. “Lo vedremo chi ha più fegato tra me e te!”, ho pensato. La balena deve averlo capito che con me non si scherza, perché si è bloccata. Poi si è voltata, ed è sparita.
— Wow, Giovanni-san! Che esperienza emozionante!
aveva aggiunto lei, zufolando con un filo di voce. Giovanni, intanto, si era reso conto che ormai era giunta l’ora dell’appuntamento telefonico con Maria; salutò quindi la ragazza sbrigativamente per tornare nella propria cabina e chiamare con calma.

Il satellitare aveva avuto bisogno di diversi tentativi prima di riuscire ad avere un segnale abbastanza stabile:

— Amore, come stai?
— Per fortuna non c’è stata più nessuna balena… Un altro po’ e finivo per fare la fine di Pinocchio.
— Povero il mio cucciolo… Sai attento, amore: voglio che torni a casa tutto intero! — Dopo un attimo di silenzio Maria cambiò del tutto il tono di voce: — Ma… lo sai che giorno è, oggi?
— Certo! Cioè… Boh! Ah, sì! Il 13, no?
— E domani è S.Valentino!
— Ed è anche l’ora della tua busta…
— Devi promettermi che la aprirai stasera, quando andrai a letto.
— Non devo aspettare, allora? Pensavo di aprirla appena sveglio.
— No: visto che non potremo cenare insieme, domani, voglio che tu la apra stasera.

L’entusiasmo di Maria era riuscito ad attraversare il pianeta per giungere fino a lui: per un istante Giovanni aveva potuto assaporare di nuovo il contatto con la sua ragazza. Ma la telefonata non poteva durare in eterno e così si erano dovuti salutare a malincuore.

Quella sera, mentre fuori il sole splendeva alto nel cielo, Giovanni aveva aperto la seconda busta: all’interno c’erano un sacchetto sigillato, contenente quello che sembrava pizzo rosso, ed un biglietto di accompagnamento.

Ciao amore!
questo è il tanga che avevo l’ultima volta che siamo stati insieme. L’ho sigillato appena arrivata a casa, perché volevo che potessi avere, per S.Valentino, un po’ di noi. Te e me. Vorrei tanto essere lì a farti compagnia.
Ti amo, Maria.

Giovanni sorrise, mentre andava con il pensiero alla loro ultima notte e riassaporava nella mente l’odore di lei. Il fantasma di Fujiko si era già dissolto, come nebbia nel mattino, ancor prima di essere evocato.

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Un cielo color blu crudele


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Blu. Blu come il cielo, grande vela pronta a portarlo via da casa: l’idea di passare i successivi sei mesi all’altro capo del mondo era bellissima e tristissima allo stesso modo. Giovanni continuava a rigirarsi tra le dita la superficie liscia di quella busta che Maria, la sua ragazza, gli aveva lasciato.

“Da non aprire prima di essere al Polo Sud”

Giovanni era stato tentato più volte di disobbedire: le sorprese non gli erano mai piaciute. Eppure, per un qualche motivo profondo, talmente profondo da sfuggire anche a lui, non l’aveva fatto. Maria non era certo la sua prima fidanzata, però era la prima per la quale avesse provato qualcosa che non aveva mai sperimentato prima. Un sentimento che sembrava andare al di là di tutto e che aveva rischiato di farlo rimanere a casa.

Riuscire ad avere un posto nella spedizione per l’estate australe era un onore: quasi come avere un posto da astronauta. C’era da fare una preparazione fisica specifica. Ma soprattutto c’era un gran lavoro di preparazione per tutti gli esperimenti da condurre in quei mesi da passare seppelliti in una bara gelata anche se perennemente illuminata dal sole. Chiusi in una scatola di sardine, dove uscire significava mettere a repentaglio la propria vita. E, in certi giorni, rimanere chiusi dentro significava mettere a repentaglio la propria vita lo stesso.

Partecipare a quella spedizione era sempre stato il sogno della sua vita, ma aveva scoperto che anche rimanere accanto a Maria era un sogno altrettanto bello; anzi, forse di più. Le domeniche mattina passate sotto le coperte a coccolarsi; la spesa il sabato pomeriggio. Persino l’idea di un figlio aveva cominciato a farsi strada in lui, dopo anni di orgogliosissimo impegno a non avere eredi.

Ma la vita ama sfidarci: così, mentre senza troppo impegno avevano cercato casa, quasi fosse uno dei loro soliti giochi, era arrivata la lettera di convocazione. Aveva superato le selezioni e sarebbe partito di lì a poco.

Appena appresa la notizia lei, che sapeva quanto per lui fosse importante, l’aveva guardato felice.

Appena comunicata la notizia lui, che aveva scoperto quanto lei fosse importante, l’aveva guardata triste.

Certe occasioni però non vanno sprecate: Maria aveva molto insistito, fino a convincerlo. Giovanni aveva finito per preparare le sue valige con un gran groppo in gola; prima della partenza con l’aereo per la Terra del Fuoco lei gli aveva dato un bacio e poi, con un gran sorriso, gli aveva messo in mano questa busta.

Lui le aveva sorriso di rimando e poi aveva attraversato il check-in. Non sapeva neppure bene perché non l’avesse aperta subito per poi rimanersene a casa con lei. Era partito, continuando ad accarezzare quel piccolo quadretto di carta per tutto il tempo del viaggio in aereo. Non lo aveva lasciato per un secondo neppure in quelle ventiquattro ore, pausa in un viaggio infinito, che aveva passato in Nuova Zelanda: continuava a stringerlo come il responso di un oracolo. L’indecisione lo stava rodendo dentro, tanto quanto la paura di cosa vi avrebbe trovato scritto.

Però aveva resistito alla tentazione fino a far giungere l’ora di imbarcarsi nuovamente sull’Hercules che li avrebbe portati fino alla Base. Dopo altre tre ore di volo era giunto a destinazione; non appena buttate le valige nella propria cabina, perché chiamarla stanza sarebbe stato davvero troppo, aveva preso la lettera e se n’era andato a qualche centinaio di metri di distanza dalle installazioni, per avere un po’ di solitudine.

Il sole non troppo basso sull’orizzonte ed il blu cobalto del mare in lontananza.

“Anche il mare è bugiardo: è trasparente, ma si veste di blu solo perché riflette il cielo.”

Il soffio forte del vento freddo nelle orecchie aveva quasi coperto il rumore dello strappo.

Quanta forza serve per infilare una mano in una busta?

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Magia al Polo Sud (EDS della Donna Camèl)


Questo esercizio di scrittura viene da un tema dato sul blog della Donna Camèl (mi raccomando l’accento) qualche tempo fa. Seguo questi EDS da qualche mese perché mi sarebbe piaciuto partecipare, ma tra i “Consigli”, la “Calvinata” e tutto il resto non ho davvero mai avuto il tempo materiale per farlo. Adesso però uno spiraglio s’è creato e così mi sono imbucato anche io in quella festa. Intanto che ci siete leggete anche i racconti degli altri partecipanti, mi raccomando!

Tramonti di Angela
La grande bolgia di Stefano
Il professore delle favole di Hombre
Pinocchio e Ciccciuzzu Babbaluci di Dario
Avventura al Policlinico de Il Coniglio Mannaro
Il morbo infuria e Bazar di Melusina
Madonna Segreta di Gordon
Temporale primaverile di Pendolante
Frammenti di vita di Lillina
I custodi del lunedì mattino di Marco
Di padelle ne è piena la storia di Pernonsprecareunavita
Spifferi di luce di Stefano
Alice nel paese dei cosplayer di Veronica

Il tema è:

  • 1 arcobaleno intero
  • 20 grammi di magia non di più
  • 1/2 tazza di personaggio letterario scappato da un romanzo, fumetto, film, canzone, videogioco o opera di fantasia in genere

Buona lettura.

***

Io so che se l’odore fosse visibile, come lo è il colore, vedrei un giardino d’estate nelle nubi dell’arcobaleno.
ROBERT BRIDGES

I piccoli cristalli di ghiaccio stavano lentamente accrescendo, negli strati superiori della troposfera. Le molecole d’acqua andavano via via aggregandosi in esagoni lucenti, senza che le persone, grandi come formiche sulla terraferma, potessero accorgersene. Circa diecimila metri più in basso, Giovanni guardava sconsolato la distesa bianca che lo circondava. La stazione di ricerca al Polo Sud non era certo un bel posto per viverci: era necessaria molta determinazione per rimanere così lontani da casa per così tanto tempo.

A tutti gli effetti passare l’estate australe là, aveva le stesse difficoltà logistiche di passare sei mesi sulla luna: era solo meno costoso il viaggio. Così anche lui, come gli astronauti, pensava che sarebbe stato più saggio non avere troppi legami nel mondo reale, con il lavoro che faceva. Perché più che un lavoro era una missione e di sicuro passava più tempo con i pinguini che in famiglia.

Si sa però che spesso il cuore è in perfetto disaccordo con i sillogismi del cervello: lui una ragazza l’aveva, a casa, e l’amava. Maria, questo il suo nome, l’aspettava pazientemente durante i lunghi periodi nei quali era assente. La cosa migliore, nonché la più straziante, era comunque l’esistenza di Internet: si poteva inviare o ricevere una mail con facilità ed essere vicini ad ogni istante ai propri cari; peccato che tanta prospicenza  fosse dotata della solidissima barriera del vetro del monitor, cosicché alla fine il potersi parlare diventava non dissimile a quanto devono provare i carcerati con i parenti in visita.

Giovanni quel giorno di dicembre, per il quale era inutile stabilire se fosse mattina o pomeriggio, si stava giusto crogiolando nella nostalgia di casa, come in un vecchio maglione che però è così liso che non si può più portare. Guardava fuori, attraverso gli occhiali protettivi, i pinguini sciamare in lontananza ed aveva cominciato, quasi senza accorgersene, a canticchiare “Over the rainbow” perché si domandava, come Dorothy del Mago di Oz, se ci fosse, lassù in alto, un posto in cui i sogni impossibili diventino realtà. Da qualche parte oltre l’arcobaleno, dove volano uccelli azzurri. Se ci volano felici gli uccellini, oltre l’arcobaleno, non posso volarci anche io?

Canticchiando aveva ripensato a Maria; aveva allora estratto il tablet e le aveva inviato una mail dicendole che avrebbe tanto voluto avere un arcobaleno, per poterci volare sopra e realizzare il suo desiderio di essere con lei. Incredibilmente, quasi per magia, anche lei doveva essere davanti al computer: gli rispose nel giro di un minuto che, davanti ai suoi occhi, c’era davvero un arcobaleno. Era persino intero, traversando da parte a parte tutto il cielo, e che lei si immaginava lassù, con lui.

da wikipedia

I piccoli cristalli esagonali erano intanto stati sospinti dal vento, che si era alzato forte e capriccioso, fino ad essere sul tragitto che compivano i raggi solari per giungere dall’astro fino a Giovanni. In quell’istante, mentre lui si meravigliava della singolare coincidenza, davanti a lui si andavano componendo diversi fenomeni dovuti alla singolare interazione di luce e ghiaccio: arcobaleni, pareli e cani solari. Così la magia si compì del tutto e lui poté risponderle che sì, anche lì c’era l’arcobaleno e che adesso stavano volando insieme, lassù, oltre l’arcobaleno, dove i sogni impossibili diventano realtà.

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NdA: Questo post è stato scritto quando ancora non sapevo che avrei partecipato ai tempi supplementari dei “colori” di Donna Camèl. Letto insieme agli altri sette contiene una imprecisione: si dice che è “dicembre” ma, nel contesto degli altri post “colorati”, lo svolgimento dell’azione è presumibilmente marzo, subito prima del rientro.
Nonostante tutto, però, ho deciso di non cambiarlo per rispetto a chi lo aveva letto in origine.