I miei 10 comandamenti (sulla scrittura)


photo credit: Ivy Nichols via photopin cc

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La fine dell’anno cavalca a tutta velocità verso di noi, chiudendo questi dodici mesi per aprirne altrettanti. Come sempre questo è un tempo buono per fare sia il bilancio dello scorso anno, che riempire qualche foglio con i buoni propositi da disattendere osservare l’anno prossimo. Poiché l’anno che è passato non mi è sembrato proprio degno di nota (piuttosto di biasimo), preferisco concentrarmi su qualcosa che possa aver imparato, in modo da portarmelo nell’anno prossimo. Poche, cose. Precise, si spera. Una piccola lista. Così, in ossequio ai guru del web che predicano i post con le liste, anche io mi adatto e provo a farne uno. Forse il primo, da quando ho aperto il blog.

L’ispirazione me l’ha data Giuliana Salerno, di “Eppur si Scrive”, che ha scritto un post  sui “principi regolatori della scrittura” e dei loro (a suo parere) validi opposti. Articolo che le era stato ispirato, a sua volta, da un’idea di Gretchen Rubin sulla creazione di un insieme di “comandamenti personali”. Io vorrei tornare nel solco dell’idea originaria, pur adattandola alla scrittura, perché se comincio a farmi domande sulla validità degli opposti, credo che la mia scrittura ne riceverebbe il colpo di grazia definitivo.

Ecco allora i miei 10 comandamenti:

  1. Scrivi semplice;
  2. Rileggi;
  3. Pensa, prima di scrivere;
  4. Per quanto possa piacerti, la prima stesura è SEMPRE una ciofeca;
  5. La scrittura non è la realtà: le cose devono sembrare vere, non esserlo;
  6. Se non ti emozioni scrivendo, nessuno si emozionerà leggendo;
  7. Lascia passare molto tempo. Poi, rileggi ancora;
  8. Controlla la punteggiatura: è quella che fa la differenza;
  9. Fai frasi corte e precise. Nessuno vuole sforzarsi per capire cosa hai scritto;
  10. La storia è una macchina; come tutti i meccanismi, va costruita tenendo a mente l’obbiettivo finale.

Non hanno un ordine preciso, li ho scritti “a caldo”, mano a mano che mi venivano in mente. Forse ne ho anche altri che adesso mi sfuggono. Però direi che questi siano i principali, quelli che cerco di tenere a mente il più possibile; sono quelli che mi hanno guidato quest’anno, e che vorrei che mi guidassero l’anno prossimo. Almeno fino a quando non diventerò grande abbastanza da trasgredire le mie regole, solo per potermene dare delle altre.

E voi? Avete dei comandamenti che vi guidino in quello che fate? Cosa avete imparato, quest’anno, che pensate possa tornarvi utile anche l’anno prossimo?

Buona fine e buon principio d’anno a tutti voi.

Le 11 regole di Henry Miller


Questo è uno degli elenchi di regole per scrittori che ho visto in giro con più frequenza; in realtà, più che regole di scrittura sono alcune norme di tipo “organizzativo” alle quali Henry Miller cercava di attenersi per evitare di disperdersi e mantenere l’attenzione sui comportamenti necessari per portare a termine il lavoro. Spesso si tende a dimenticare che lo scrittore scrive per mestiere e ci deve pagare, oltre alle le bollette, i giorni di ferie, di malattia e anche i contributi per avere una pensione: il problema non è cercare di avere una fantasia a briglia sciolta, ma esattamente il contrario: gli editori “gradiscono” che gli si consegnino i manoscritti entro i termini indicati dai contratti assai più della ricercatezza dei termini e delle figure retoriche. Potrà non piacere, ma un libro è prima di tutto un prodotto e per farne un lavoro bisogna avere un approccio da professionisti.

Vediamo dunque le sue regole:

  • Lavora su di una cosa alla volta e portala a compimento;
  • Non cominciare altri libri, non aggiungere materiale a ‘Black Spring’;
  • Non essere nervoso. Lavora con calma, con gioia, senza preoccupazioni, a ciò che hai sotto mano;
  • Lavora secondo il programma e non secondo l’umore. Fermati quando programmato;
  • Quando non puoi creare è il momento di lavorare;
  • Costruisci un po’ tutti i giorni piuttosto che aggiungere fertilizzanti;
  • Sii umano! Vedi gente, vai dove vuoi e bevi se ti va;
  • Non sei un cavallo da tiro! Lavora solo con piacere;
  • Non seguire il Programma se non ti va – ma torna a farlo il giorno dopo. Concentrati. Restringi. Escludi;
  • Dimenticati dei libri che vorresti scrivere. Pensa solo al libro che stai scrivendo;
  • La scrittura prima di tutto. Dipingere, la musica, gli amici, il cinema, vengono tutti dopo.

La cosa incredibile, forse, è che non c’è nulla di incredibile: è esattamente la vita che facciamo tutti, o almeno tutti quelli che hanno la fortuna di avere ancora un lavoro. Non si può sempre e solo lavorare, non si può sempre e solo fare festa: serve un dosaggio delle due cose. Meglio se stabilito con rigidi orari.

Per lo scrittore la parte divertente è creare; scrivere è già meno divertente perché lo scrittore “sa già” come va a finire; correggere ed “editare” sono il peggio del peggio, gustosi come mangiare un chewing-gum usato. Però quello che più serve per fare un buon libro è esattamente l’opposto: è molto più importante l’editing rispetto alla fantasia che crea la storia.

Io in queste regole mi ci trovo molto, e voi?

Le 8 regole di Kurt Vonnegut


Ancora una volta abbiamo la ricetta di un grande scrittore per cucinare una storia meravigliosa: non ci resta che dare un’occhiata, accendere il forno e provare a vedere se potremo sederci a tavola soddisfatti oppure se anche oggi ci toccherà di andare a letto senza cena!

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Fa in modo che chi ti legge senta che non stia sprecando il proprio tempo.

Su questo punto sono d’accordo fino in fondo: questo è uno dei motivi per cui le mie storie sul blog stanno in una pagina. Sono davvero grato a chi mi legge: mi sta regalando un minuto del suo tempo. Un minuto che non potrà più avere indietro, se non gli sarà piaciuta la storia. Il tempo è l’unico capitale vero che abbiamo e ne va persa o sprecata una parte sempre troppo grande, almeno per me: sapere che mi è stato fatto un dono del genere mi riempie d’orgoglio (e anche un po’ di commozione).

Dai al lettore almeno un personaggio nel quale possa identificarsi.

Non ho mai pensato a questo, almeno coscientemente, perché scrivendo mi identifico in tutti i personaggi. Però, mentre scrivo qualcosa, considero sempre a quale tipo di pubblico mi stia rivolgendo perché ognuno ha i propri registri di riferimento:  forse ho seguito il consiglio senza saperlo, ma farlo con più convinzione e attenzione potrebbe essere una buona scelta.

Ogni personaggio dovrebbe volere qualcosa, anche se fosse solo un bicchiere d’acqua.

Non sono d’accordo, o meglio, non basta: deve volere il bicchiere d’acqua di qualcun altro oppure deve volere l’acqua nel deserto. Per me deve esserci un confronto/scontro, altrimenti che gusto c’è a leggere storie dove qualcuno si prende le cose senza sforzo? In questo caso mi verrebbe solo una grande rabbia, perché la mia vita è fatta solo di sforzi per avere qualcosa! (spesso senza riuscirci, ma questa è un’altra storia…)

Ogni frase deve servire a qualcosa: mostrare un personaggio oppure avanzare nella storia.

Comincia il più vicino possibile alla fine.

Ho messo due regole insieme perché, secondo me, sono altre facce della prima regola: chi mi dona il suo tempo non vuole sprecarlo. Se io scrivo una frase solo per riempire la pagina, il lettore si annoia. Anche se sto scrivendo un romanzo il cui obbiettivo è far annoiare il lettore, devo farlo in modo che lui si diverta ad annoiarsi. Su tutti mi viene in mente la Recherche (che non ho ancora letto integralmente ma che vorrei davvero provare a leggere): sentire il fluire del tempo, il suo rallentare e fermarsi, la sua rievocazione nella memoria. La noia fa parte del processo… però: che noia magnifica!

Sii sadico. Non importa quanto dolci e carini siano i tuoi personaggi principali, fa in modo che accadano loro cose spiacevoli perché il lettore possa vedere di che pasta sono fatti.

Ancora una volta, a mio parere, si ritorna al tema del confronto/scontro. A nessuno piace vivere costantemente nel confronto/scontro (a me, almeno, non piace una vita così stressante e la preferirei noiosa, ma tant’è) però a tutti piace vedere gli altri che si scontrano. È divertente, interessante e magari si impara anche qualcosa.

Scrivi con l’obbiettivo di piacere ad una sola persona. Se apri la finestra e fai l’amore con tutti, per così dire, la tua storia si buscherà una polmonite.

E infatti i pranzi di nozze, fatti sempre con l’obbiettivo di piacere a tutti, non riescono mai nel loro intento. Se l’obbiettivo è piacere a tutti, è impossibile osare nessuna variante, nessuna particolarità, nessuna specialità; così, senza infamia e senza lode, si riesce a scontentare un numero anche maggiore di persone. Quando scrivo io mi figuro un pubblico ideale, ma se posso mi cerco un rappresentate reale, in carne ed ossa, di questo insieme ipotetico di persone; quando l’ho trovato gli chiedo se ha voglia di leggere e di dirmi cosa non gli sia piaciuto. Ne ho sempre avuto ritorni interessanti…

Dai ai tuoi lettori tutte le informazioni possibili il prima possibile. All’inferno la suspense. I lettori dovrebbero avere una conoscenza completa di quello che succede, dove e perché, in modo che potrebbero scriversi il finale se i topi si dovessero mangiare le ultime pagine.

E se fosse un ebook? A parte gli scherzi, questa davvero non saprei dire se possa essere una buona regola oppure no.  In generale a me piacciono le storie che mi fanno venire voglia di girare pagina per sapere come andrà a finire; certo, mi piace avere la mia idea in testa, ma mi piace anche essere sorpreso, un po’ come cerco di fare a volte nelle mie storielle che pubblico…

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E voi? Cosa ne pensate?