Racconto di romanzi


Stamattina, Helgaldo mi ha dato una tirata d’orecchie perché ho applicato la struttura in tre atti a una storia che è solamente di pensiero. Una boutade senza intreccio, a suo dire – e senza neppure una scena di sesso -. Una roba che nessuno si comprerebbe, a cominciare da chi si fuma il sigaro.

Le raccomandazioni del nostro si sono incistate su di un altro pensiero: qualche tempo fa, nell’ambito delle recensioni pubblicate da Ennio Bissolati su Vibrisse, è apparsa la recensione a un racconto di romanzi. Chiara l’intenzione di burlarsi di un certo tipo di struttura.

Eppure… perché no?

Così ho preso la sgridata di Helgaldo unita a quel poco di esperienza fatta nel produrre quarte di copertina per “Guarda che quarta”. In casa avevo già Martini e vodka. Ho buttato tutto in uno shaker; naturalmente: agitato, non mescolato. Ne sono usciti sei, diconsi sei, libri che dovrebbero stare in ogni libreria che si rispetti.

Buona lettura.

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Il fantasma all’opera

008-il-fantasma-all-operaTeo – nato a Castellammare di Stabia – è un fantasma. Solo che non passa il proprio tempo sotto un lenzuolo bucato, a spaventare i turisti in un qualche lugubre castello, ma davanti a un computer a scrivere libri la cui paternità verrà presa da altri, più blasonati. La scelta di Teo viene da lontano: è sempre stato un ragazzo timido e non ha mai potuto sopportare la consapevolezza che altri pensassero a lui quando leggevano le sue storie. Solo che il mestiere di scrittore fantasma, o ghost writer, all’inglese, non rende. Riempie di soldi i committenti, ma non chi materialmente il libro lo crea. Quando il direttore della banca, di fronte al suo ennesimo rosso, minaccia di chiudergli il conto, Teo capisce che dovrà dare una svolta alla sua vita. Comincia così una corsa affannosa contro le incombenze di tutti i giorni: unendo la capacità di parola dello scrittore e la creatività tipica partenopea, Teo si tuffa in un moderno “Io speriamo che me la cavo” dell’età adulta. Un romanzo di denuncia, che racconta tutta la difficoltà dell’esistenza in una Italia che è entrata nel terzo millennio ma che si trova a fare i conti con le bassezze, la burocrazia e il piccolo cabotaggio che da sempre la contraddistinguono.

Elena Ferrante, chi era costei?

009-elena-ferrante-chi-era-costeiUn noto quotidiano decide di risolvere il mistero letterario del momento: scoprire chi si nasconda dietro al nome “Elena Ferrante”, pseudonimo che firma i romanzi più venduti. Le eminenze grige che controllano il mondo dei libri dalle stanze della Mondazzoli sanno bene come parare il colpo, depistando le ricerche, però non hanno previsto il più classico dei furti del ventunesimo secolo: quando Teo, un oscuro ghost writer napoletano, si impossessa dell’identità digitale di Elena Ferrante tutti gli equilibri rischiano di saltare. Comincia così un gioco di inseguimenti che passano senza soluzione di continuità dal reale al virtuale e che dimostrano, una volta ancora, quanto sia tangibile l’esistenza di uno pseudonimo in un mondo fatti di bit tanto quanto di atomi. Un romanzo che, attraverso gli oliati meccanismi del thriller economico, mette alla berlina tutte le magnagne di un mondo – quello dell’editoria – che fatica a orientarsi nella modernità.

Elena nel paese delle meraviglie

010-elena-nel-paese-delle-meraviglieTeo, ghost writer a corto di quattrini, è riuscito a rubare l’identità digitale della più nota scrittrice anonima italiana: Elena Ferrante. Si trova così spalancate le porte della Repubblica delle Lettere, ovvero il mondo dorato degli autori di punta: coloro, cioè, le cui tirature sono le uniche fonti in grado di foraggiare l’asfittico mondo dell’editoria dei primi decenni del ventunesimo secolo. Da sempre ossessionato dall’idea che i critici non siano altro che una casta, con una rete di amicizie spesso torbide che regolano elogi e stroncature, decide di sfidarne il potere. Sotto le spoglie della Ferrante mette alla berlina tutto il mondo della critica, in attesa di scoprire se avranno il coraggio di attribuire a lei, autrice, le idee e le convinzioni dei propri personaggi. In un romanzo squisitamente metaletterario, l’autore ci guida in un delicato gioco di specchi: qual è il ruolo dell’autore rispetto alla propria opera? E può esistere un’opera senza che il proprio autore, con la sua stessa esistenza, ne dia una prima, sommaria, interpretazione?

Sindrome di Stoccolma

011-sindrome-di-stoccolmaCosa succede quando due autori sconosciuti si litigano lo stesso, famosissimo, nom de plume? In un guazzabuglio letterario che si trasforma in una gara, Teo – ghost writer sempre sull’orlo del fallimento – e Mr. X – oscuro detentore del nome di “Elena Ferrante” – si scontrano in un’epica battaglia per il controllo dello pseudonimo più famoso del momento. Entrambi a caccia del colpo definitivo, non esiteranno a tuffarsi nelle peggiori avventure pur di ampliare il bagaglio delle storie che possono raccontare. Le cose si complicano quando scende in campo il comitato per l’assegnazione del Nobel: la gara a colpi di romanzi ha arricchito la saga de “L’amica geniale” a tal punto che ne è uscito un capolavoro. Chi si presenterà, a Stoccolma, per ritirare l’ambìto premio? Un thriller mozzafiato, in cui l’editoria perde la stantia patina con cui di solito è dipinta per prendere le vesti del jet set internazionale.

La verità sul caso E.

012-la-verita-sul-caso-eTeo, ghost writer ex-squattrinato che ha fatto fortuna rubando un nom de plume, si è comperato un frac. Ha dovuto farlo perché lo pseudonimo che usa, in coabitazione con il legittimo proprietario, è stato insignito del Nobel per la letteratura. Quello che non si aspetta, mentre sta per entrare al Konserthuset con in mano qualche annotazione per il discorso, è di vedere una donna altrettanto emozionata che regge un paio di fogli: è chiaro che è lei la sconosciuta inventrice del nome “Elena Ferrante”. I due, invece di entrare, si appartano in un vicino caffè per decidere chi di loro meriti il premio; da questo fortuito incontro si dipana un meraviglioso romanzo intimista, che scandaglia le profondità del significato di sentirsi artista e della relazione tra il creatore e la propria opera. Un classico moderno, lettura obbligatoria per chiunque ritenga di avere un talento da donare a un pubblico.

Un taxi chiamato desiderio

013-un-taxi-chiamato-desiderioUna scrittrice e uno scrittore, divisi quanto uniti dell’uso di uno pseudonimo letterario, minacciano l’un l’altro di svelare il clamoroso inganno e di mostrare al pubblico chi o cosa sia, davvero, “Elena Ferrante”. Per decidere quale, tra di loro, sia il più grande. Finiscono però per comprendere che la Letteratura è più grande di entrambi: messi di fronte alla scomoda verità che, al pubblico, l’autore non interessa, decidono di salire su di un taxi e ripiombare in quell’anonimato scevro di gloria ma provvido di frutti che li ha portati fino alla soglia del Nobel. Lo faranno perché hanno una missione: portare “Elena Ferrante” a rivaleggiare con il nome più famoso di tutti, Omero. In un delicato gioco di ombre, questo romanzo vi farà scoprire quanto difficilmente la luce del sole illumini la verità delle cose.

Finale di Torre e Regina


Le avevo messo la mano sotto al mio braccio e mi ero incamminato deciso. Non ci era voluto molto, per arrivare al ristorante; appena dentro avevo preso per una manica un ragazzetto che faceva il cameriere e l’avevo tirato nell’ombra dietro il bancone. «Vorrei il tavolo là in fondo» avevo detto a voce bassa. Lui aveva annuito svelto ed era sparito.

Nel giro di cinque minuti eravamo seduti in un angolo appartato; su un immacolato campo di battaglia ci fronteggiavamo, divisi da due schiere: i calici, alfieri elevati, proteggevano piatti e sottopiatti; le posate, legione di pedoni pronti a dar battaglia, coprivano i fianchi e il tovagliolo, giglio turgido, era il re che tutto comanda. C’eravamo appena seduti quando lo stesso ragazzetto si era presentato al tavolo e aveva acceso la candela: la partita era iniziata.

Non appena era arrivato il vino, lei aveva cominciato a sorseggiarlo e a raccontare con una rapidità che non le conoscevo: forse la fatica della giornata o, forse, una reazione all’aprirmi certi cassetti assai ben riposti della sua memoria. Avevamo parlato, alternando le nostre vite a racconti più frivoli, fino all’arrivo della prima portata: in quel momento avevo sentito che la battaglia era entrata nel vivo.
«Dovresti sentire questi ravioli. Sono una delizia» aveva detto, loquace.
Io non mi fidavo:
«Anche i miei gnocchetti sono ottimi. E il Brunello è una delizia.»

Le papille gustative erano state presto obnubilate dai sapori, il vino aveva lubrificato i pensieri, il tempo sembrava dilatarsi tanto da restringersi a un eterno presente. I nostri sorrisi si specchiavano e io avevo azzardato ad allungare una mano, sul tavolo, per cercare la sua: volevo riverberare nel domani il piacere che provavo in quel momento. Eppure, in un angolo della mia nuca, gelavo. Non l’avevo ancora capita e temevo in ogni istante un crollo: se lei avesse avuto il sentore che stessimo diventando troppo familiari, la mia fragile impalcatura sarebbe implosa in un istante. Rimanevo aggrappato come un naufrago ai suoi occhi sorridenti. Infine, l’alcol aveva preso il comando delle operazioni: avevo creduto che la lunga tovaglia fosse mia complice e tra una forchettata e l’altra avevo sfilato un piede dalla scarpa; avevo allungato piano la gamba fino a quando il mio alluce aveva cominciato a giocare con la pelle del suo polpaccio, su, fino all’incavo del ginocchio.

Lei non se l’era aspettato e si era bloccata; un sopracciglio si era alzato, per fulminarmi con lo sguardo. La mia boria si era accartocciata e avevo chinato il volto, arrossendo, sconfitto appena dopo l’apertura. La coda dell’occhio mi aveva mostrato l’ombra del sorriso vincitore sulle sue labbra:
«Non mi sembra di averti autorizzato.»
La voce era glaciale e il suo scacco di scoperta aveva fatto franare i miei piani di conquista: avevo abbassato il piede, mogio.
«E neppure di smettere.»

Mi si era mozzato il respiro. Con la testa senza più presa sulla realtà, ero in balia delle sue mosse. Lei aveva aperto lo scialle e aveva messo in mostra una scollatura generosa; al centro, un filo di perle rosa aveva guidato il mio sguardo senza padrone fin dove non avrebbe dovuto cadere. La seta bianca della sua camicetta nulla poteva contro le areole scure che svettavano, velate. Lo scacco era portato e io non sapevo come uscirne; i suoi occhi brillavano mentre il cameriere era passato a chiedere se la cena fosse di nostro gradimento. Lei ne aveva approfittato per infierire su di me e aveva guardato languida quel ragazzo imberbe, che non aveva opposto la minima resistenza prima di tuffare gli occhi sul suo petto.

Ma la partita non era finita, e aspettavo di essere solo con lei per giocare con calma i miei ultimi pezzi.