Backstory: come e perché


da Internet

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Ieri abbiamo cercato di capire cosa sia e come funzioni la backstory. Per farlo abbiamo utilizzato il thriller paratattico, che però ci ha dato un bel grattacapo: c’è un sogno, dentro. Avere un livello onirico, nella narrazione, introduce una complessità ulteriore che a essere sincero non avevo proprio considerato. Dato che anche la tecnica in sé non è semplice, il rischio di impantanarsi è diventato quasi una certezza. Ad ogni modo, la tecnica è tecnica: provo a mettere qualcuno dei miei “punti fermi”, in modo da poterne discutere; a quel punto, ognuno deciderà quale sia la maniera più efficace per lui (o lei) di inserire le backstory nella propria scrittura.

Helgaldo ieri faceva questo esempio di backstory:

Se il personaggio non sa l’ora e guarda le lancette sul Rolex al polso e poi sala su una Jaguar nera e sgomma via, sto già raccontando implicitamente come vive, qual è il tenore di vita, una certa sicurezza caratteriale e forse un’indole violenta. Il lettore dai particolari fa delle ipotesi di vita: ricco di nascita? Spacciatore? Atttore affermato? Manager? Se parcheggia l’auto alla quartier generale della Apple e poi tutti gli aprono le porte per farlo passare avanti agli altri è chiaro che…

Io, dal canto mio, preferisco un esempio come questo:

«Grace» dice. «Dove sei adesso?»
[…]
«Publix» dico. «Sono da Publix.»
«Voglio che compri dieci, anzi venti taniche da cinque litri d’acqua, otto rotoli di nastro adesivo, tre chili di carne secca e una pera.»
Dice ancora secca invece di essiccata. L’ultima volta che l’ho corretto non mi ha parlato per due giorni, quindi ora lascio perdere.
«Perché la pera?» chiedo.
«Mi piacciono le pere» dice Aaron, ed è un po’ come se dicesse: “Solo perché il mondo sta per finire non posso mangiare una pera, dannazione?”.
Peccato che, per Aaron, il mondo sta per finire sempre. È la terza volta, quest’anno, ed è solo luglio.

Voi le vedete, le differenze? Io, da parte mia, le vedo così: nel primo caso per me è soprattutto “show, don’t tell”, con l’unica eccezione di quel “forse un’indole violenta”. Lì penso che si annidi una storia (anzi, una backstory). Perché è diventato violento? Che cosa è successo? Come lettore, divento curioso di sapere.

Nel secondo caso non mi viene mostrato quasi nulla, ma mi viene raccontato qualcosa. Siamo all’inizio di un racconto (La fine di Aaron, ne Il paradiso degli animali di David James Poissant) e, fino quasi alla fine, faremo fatica a sapere perché Aaron sia così. Ci saranno una miriade di indizi, modi di comportarsi, allusioni a fatti antecedenti fatti da Grace, protagonista e voce narrante.

Anche in risposta a un commento di Grilloz – ma non ricordo più dove – dicevo che io devo scrivere il doppio per avere una backstory minima: preparo le storie (e gli archi) di tutti i personaggi, prima e durante la trama, e poi uso queste informazioni per farli parlare. In questo modo, ognuno di loro ha delle motivazioni solide per i comportamenti che ha; in più, accennando a una storia pregressa che però non viene mai mostrata – ma solo raccontata per brevi accenni, mi pare che prendano una tridimensionalità che non riesco a dar loro in nessun altro modo.

Questa la teoria, a mio modo di vedere, della backstory. Tornando al nostro thriller, abbiamo ancora il problema del sogno. Credo che molto dipenda dall’anima che vogliamo dare al nostro svolgimento: una backstory crea uno spessore, ma la profondità dipende tutta da quale sia l’obbiettivo. Il sogno, e il modo con cui si mescola alla nostra backstory, dovrebbe essere funzionale all’obbiettivo che ci siamo dati. Serve per aiutarci a dimostrare qualcosa, ma cosa dimostrare, ahimè, è un problema che la tecnica non risolve. Io ho provato a dare una possibile interpretazione, in uno dei commenti. Certo, non è l’unica e nemmeno la migliore.

E voi, come la pensate?

Thriller paratattico: musica, maestro!


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Abbiamo avuto 7+1 voti (uno doppio, di un anonimo indeciso): due per Helgaldo, uno per Giulia, due per Marina, uno per Seme Nero e due per Guido. Quasi tutti, con qualche bella eccezione, non abbiamo saputo sottrarci alla tentazione di nominare il dentista, anticipando (rovinando?) il colpo di scena finale. La partecipazione cresce ma ancora una volta non abbiamo un chiaro vincitore finale, per la scrittura  di un incipit per il nostro thriller, e Helgaldo si può tenere il libro. Se non ci diamo da fare questa storia rischia di andare per le lunghe, come il cane nero della Carrà (un milione in banconote di piccolo taglio – cioè quelle del monopoli –  a chi coglie la citazione).

Devo anche ammettere che in questo modo i ritardatari rischiano di alloggiare male: Seme Nero, ad esempio, ha postato la sua versione lunedì. È riuscito a prendere un voto, ma se avesse avuto più giorni a disposizione forse ne avrebbe presi di più. Avete qualche suggerimento per rendere la competizione più equa?

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Archiviate le pratiche burocratiche, partiamo con lo svolgimento di questa settimana…

Basta poco. A volte anche solo qualche nota. All’improvviso, una banale stanza buia diventa un antro spaventoso, popolato di tutti gli esseri che la nostra immaginazione potrà inventare. E, si sa, l’immaginazione di chi scrive galoppa veloce. Il merito di questa magia è della musica: il cinema e la televisione lo sanno bene e attingono a questo distributore automatico di emozioni a piene mani. Tutto questo però, con il thriller paratattico,  non c’entra, direte voi. Sbagliato: c’entra perché la musica centra sempre l’obbiettivo.

Alcuni lo fanno d’abitudine, altri lo conoscono come metodo per superare quella cosa inesistente conosciuta come blocco dello scrittore. Qualcuno, forse, non l’avrà mai sentito nominare. Ebbene, ecco l’esercizio di oggi: prendete una musica che a vostro parere sia quella giusta e ascoltatela mentre riscrivete il thriller, trasportati solo dalla vostra memoria. Infine, insieme al risultato, diteci anche qual era la colonna sonora. Magari con un bel link a youtube, cosicché anche noi possiamo ascoltare e decidere se l’accordo tra parole e note sia armonico o dissonante.

Prima di cominciare, vi ricordo il Thriller paratattico di Helgaldo con Hitchcock:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Buona scrittura a tutti!

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Finale di Torre e Regina


Le avevo messo la mano sotto al mio braccio e mi ero incamminato deciso. Non ci era voluto molto, per arrivare al ristorante; appena dentro avevo preso per una manica un ragazzetto che faceva il cameriere e l’avevo tirato nell’ombra dietro il bancone. «Vorrei il tavolo là in fondo» avevo detto a voce bassa. Lui aveva annuito svelto ed era sparito.

Nel giro di cinque minuti eravamo seduti in un angolo appartato; su un immacolato campo di battaglia ci fronteggiavamo, divisi da due schiere: i calici, alfieri elevati, proteggevano piatti e sottopiatti; le posate, legione di pedoni pronti a dar battaglia, coprivano i fianchi e il tovagliolo, giglio turgido, era il re che tutto comanda. C’eravamo appena seduti quando lo stesso ragazzetto si era presentato al tavolo e aveva acceso la candela: la partita era iniziata.

Non appena era arrivato il vino, lei aveva cominciato a sorseggiarlo e a raccontare con una rapidità che non le conoscevo: forse la fatica della giornata o, forse, una reazione all’aprirmi certi cassetti assai ben riposti della sua memoria. Avevamo parlato, alternando le nostre vite a racconti più frivoli, fino all’arrivo della prima portata: in quel momento avevo sentito che la battaglia era entrata nel vivo.
«Dovresti sentire questi ravioli. Sono una delizia» aveva detto, loquace.
Io non mi fidavo:
«Anche i miei gnocchetti sono ottimi. E il Brunello è una delizia.»

Le papille gustative erano state presto obnubilate dai sapori, il vino aveva lubrificato i pensieri, il tempo sembrava dilatarsi tanto da restringersi a un eterno presente. I nostri sorrisi si specchiavano e io avevo azzardato ad allungare una mano, sul tavolo, per cercare la sua: volevo riverberare nel domani il piacere che provavo in quel momento. Eppure, in un angolo della mia nuca, gelavo. Non l’avevo ancora capita e temevo in ogni istante un crollo: se lei avesse avuto il sentore che stessimo diventando troppo familiari, la mia fragile impalcatura sarebbe implosa in un istante. Rimanevo aggrappato come un naufrago ai suoi occhi sorridenti. Infine, l’alcol aveva preso il comando delle operazioni: avevo creduto che la lunga tovaglia fosse mia complice e tra una forchettata e l’altra avevo sfilato un piede dalla scarpa; avevo allungato piano la gamba fino a quando il mio alluce aveva cominciato a giocare con la pelle del suo polpaccio, su, fino all’incavo del ginocchio.

Lei non se l’era aspettato e si era bloccata; un sopracciglio si era alzato, per fulminarmi con lo sguardo. La mia boria si era accartocciata e avevo chinato il volto, arrossendo, sconfitto appena dopo l’apertura. La coda dell’occhio mi aveva mostrato l’ombra del sorriso vincitore sulle sue labbra:
«Non mi sembra di averti autorizzato.»
La voce era glaciale e il suo scacco di scoperta aveva fatto franare i miei piani di conquista: avevo abbassato il piede, mogio.
«E neppure di smettere.»

Mi si era mozzato il respiro. Con la testa senza più presa sulla realtà, ero in balia delle sue mosse. Lei aveva aperto lo scialle e aveva messo in mostra una scollatura generosa; al centro, un filo di perle rosa aveva guidato il mio sguardo senza padrone fin dove non avrebbe dovuto cadere. La seta bianca della sua camicetta nulla poteva contro le areole scure che svettavano, velate. Lo scacco era portato e io non sapevo come uscirne; i suoi occhi brillavano mentre il cameriere era passato a chiedere se la cena fosse di nostro gradimento. Lei ne aveva approfittato per infierire su di me e aveva guardato languida quel ragazzo imberbe, che non aveva opposto la minima resistenza prima di tuffare gli occhi sul suo petto.

Ma la partita non era finita, e aspettavo di essere solo con lei per giocare con calma i miei ultimi pezzi.

Scrittori anonimi: un gruppo di auto-aiuto


C’era una volta una rubrica.

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Oh, no! Un’altra, diranno i miei giovani lettori.

Ebbene sì, un’altra. Sempre che ci sia qualcuno disposto a giocare, naturalmente. Marina e Lisa dicono che parteciperebbero. Helgaldo sostiene che si sia rotto il ghiaccio. Forse è davvero giunta l’ora di approfittare del buon clima di collaborazione e critica che abbiamo raggiunto, per alzare un pochino l’asticella.

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Avete scritto una bellissima pagina; avete creato, faticato, sudato e sofferto come non mai e la formula chimica della perfetta scrittura splende tra le vostre mani oppure riposa sul vostro disco fisso.

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Adesso c’è solo una cosa che volete: un giudizio vero, reale, spassionato (vi piacciono i tre aggettivi, eh?) da parte di un lettore, possibilmente competente. Non il solito “mi piace”. Volete qualcuno che possa smontare il vostro nuovo giocattolo per dirvi se ci siano delle magagne, dentro. Vi piacerebbe sentirvi dire che è bellissimo, ma vorreste anche che un giudizio positivo non mascherasse i tratti che sono perfettibili. Perché ce ne saranno, inutile nasconderlo. Oppure vorreste (?) che finalmente qualcuno vi presenti una stroncatura, severa ma giusta, magari argomentata. Dovete condividerlo, e sapere.

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Signore e signori, lasciate che vi presenti “Sostiene l’autore”. In questo gioco andremo a caccia del gusto vero e della critica dei lettori; critica che a volte manca per pudore o per paura di offendere. Le regole sono poche ma inderogabili:

  1. L’autore mi invierà un racconto, o un estratto da un romanzo, o qualsiasi altra cosa che possa avere un senso a suo parere, purché non superi il paio di pagine. Per dare qualche misura diremo due cartelle, oppure 3600 battute spazi compresi, oppure 900 parole; non sarò fiscale, basta che non mi mandiate 5 o 10 o 100 pagine di roba. Non tanto per me, quanto per il fatto che poi nessuno avrebbe voglia di leggerla e commentarla. Io pubblicherò il testo, in forma anonima, all’interno di questa rubrica. A nessuno sarà permesso di commentare direttamente, ma ogni pagina conterrà un modulo anonimo attraverso il quale io possa ricevere via email i vostri commenti;
  2. I lettori commenteranno attraverso il modulo, fornendo le proprie idee su come sia possibile migliorare la scrittura, proprio come già avviene per “Acchiappami”. Io provvederò a pubblicare i vostri suggerimenti, facendoli precedere dalla frase “Sostiene un lettore…”;
  3. L’autore mi invierà – se lo riterrà opportuno – le proprie risposte direttamente via email, per evitare che qualcuno prenda il suo posto. Io le pubblicherò, facendo precedere ogni risposta dal mantra “Sostiene l’autore…”

È chiaro che saranno lecite tutte le tecniche di depistaggio: l’autore, per esempio, pur essendo un’autrice potrebbe decidere di rispondere usando il maschile. Oppure un lettore potrebbe commentare fingendosi lettrice. Addirittura lo stesso autore potrebbe fingersi anche lettrice, magari interessata. O magari disinteressatissimo. L’unico limite è la buona creanza; dato che sarò io a ricevere i commenti in posta, sarò io a decidere se siano pubblicabili oppure no.

La verità è raramente piacevole, ma senza bere l’amaro calice non si può crescere. Giochiamo?

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EDIT: è possibile vedere i brani già pubblicati e quelli in attesa di pubblicazione alla pagina “Sostiene l’autore”, nel menu in alto.

Immagini tratte da Tumblr

 

Lo scrittore


addtext_com_MTMzOTU0NjQzOTgP. Lovecraft: Advice to Aspiring Writers (1920)

http://www.brainpickings.org/index.php/2013/01/11/h-p-lovecraft-advice-on-writing/

 “If there is a magic in story writing, and I am convinced there is, no one has ever been able to reduce it to a recipe that can be passed from one person to another.”

 ***

La prima volta che lo vidi ci rimasi male. Era il più grande scrittore vivente; uno il cui nome veniva accostato senza timore a Shakespeare. O a Dante. Uno che faceva trattenere il fiato al mondo ogni volta che appoggiava una penna su di un foglio, fosse anche per scriverci la lista della spesa. Eppure, da vedere, non era niente di ché. Un piccolo nonno gentile, che si era presentato dimesso e quasi scusandosi del caos infernale che regnava nel suo studio. Aveva fatto un sorriso imbarazzato, spiegandomi che quello era il suo regno e che la signora delle pulizie aveva il divieto tassativo di entrarci.

Non c’era davvero motivo di dubitarne: pile disordinate di libri si accatastavano come deformi torri di Pisa; avevano come unico collante i fogli sparsi di appunti ed erano ricoperte da tonnellate di polvere a sancirne la vetustà. Anzi, in alcuni casi, il fatto di avere messo e tolto volumi diversi, a distanza di tempo, aveva lasciato segni che si erano accumulati gli uni sugli altri e che finivano per ricordare gli anelli dei tronchi; mi domandai se avrebbero potuto servire, per lo stesso motivo, per stabilire il momento in cui quei libri fossero entrati in quello studio.

A dispetto della sua fama, però, era una persona semplice e superato il primo imbarazzo era stato assai piacevole dialogare con lui: nonostante anche io mi dicessi scrittore e fossi andato da lui proprio per parlare di scrittura, avevamo finito per discutere di tutto tranne che dell’argomento per il quale mi ero presentato. Mi aveva accolto come una chioccia accoglie un pulcino e io mi ero adeguato volentieri; nel corso di tutte quelle chiacchierate aveva finito per raccontarmi sempre gli stessi tre o quattro episodi che dovevano averlo segnato di più, nella sua lunga vita. Che avevano colpito la sua fantasia più di altri che invece, con tutta probabilità, avrebbero finito per riempire enciclopedie e libri di storia.

Come tutti i nonni, ogni volta che mi aveva raccontato le stesse cose si era commosso. Ogni volta mi aveva domandato se mi avesse mai raccontato di quella volta che… E, ogni volta, io avevo fatto finta di non sapere. Di volere qualche dettaglio in più. Ricordandomi poi, come a sorpresa in mezzo alla sua narrazione, di qualche particolare che lui aveva dimenticato.

Furono mesi molto belli, in cui maturò un sentimento che era assai più che amicizia: alla fine credo di aver preso il posto di quel figlio che la vita gli aveva negato. Ma sapeva che non gli restava ancora molto tempo, a questo mondo, e un pomeriggio lo trovai con in mano un grosso libro chiuso con un lucchetto.

— Molte volte, nella vita, mi è stato chiesto quale fosse il segreto della mia scrittura — mi disse, accarezzandone la copertina, — ma io mi sono sempre rifiutato di dirlo.
Annuii sorridendo.
— Lo so.
— Ho chiuso qui tutto il mio sapere: mi basta aprirne la copertina per accedere al luogo dove alberga la potenza della parola scritta. Nessuno dovrà averlo, se non tu.
— Io? Ci sono molti scrittori migliori di me: non credo di meritarmelo.
— È proprio questo il motivo per cui lo devi avere tu. Chiunque lo brami, non lo capirebbe.
— E se neppure io lo capissi?
Lui chiuse gli occhi, scosso da un riso leggero.
— Capirai. Quando lo aprirai, capirai.
Io scossi la testa, impaurito.
— Non devi temerlo — mi disse, — perché non è altro che un’indicazione. Tra queste pagine ti sarà solo indicata la via: non dovrai fare altro che seguirla.
— Ci proverò — dissi, mentre le guance mi si imporporavano per l’emozione.
— Però devi promettermi una cosa.
Chinai la testa, mentre aspettavo la sua condizione.
— Dovrai aprirlo solo dopo che sarò morto.
— Non voglio che parliamo di cose tristi — lo interruppi.
— Credi che io sia eterno? Il mio momento è vicino, lo sento. Non ho paura: è una vita, che mi preparo a morire.

***

L’altro ieri è stato il primo anniversario della sua morte. Il libro, ancora chiuso con il suo lucchetto, mi guarda con aria di sfida dall’angolo in cui l’ho riposto. Fino ad oggi il dolore era ancora troppo forte, e ho resistito. Ma questo pomeriggio c’è proprio lo stesso sole gentile che c’era quando me lo consegnò. È giunta l’ora e mi è persino sembrato di udire la sua voce incitarmi ad aprire questo magnifico scrigno. Ho chiuso la porta della stanza e ho staccato il telefono. Ho preso la chiave e mi sono seduto vicino alla finestra, sotto una lama di luce che sembra messa apposta qui dal buon Dio. O da lui in persona. Ho aperto la copertina, timoroso di cosa avrei potuto trovare; ma le pagine sono state scavate e non c’è neppure una parola, all’interno. C’è un oggetto, invece. Uno specchio. Che rimanda la mia faccia sbalordita.

***

Vedi tutti i Consigli di scrittura di grandi autori

Dov’è l’arte nella scrittura? Ovvero delle raccomandazioni della mamma di Salinger


da Wikipedia

da Wikipedia

Questo è un post diverso dal solito. Oggi niente racconti: si parla di scrittura. Meglio: parliamo di come scrivere della “buona scrittura”. Un post che potrebbe garantirmi un trono nell’Olimpo degli Scrittori, se solo ci fosse un modo condiviso di definire quando la scrittura sia buona (o anche ottima, se vogliamo). Per capire davvero, secondo me, cosa sia la buona scrittura, lasciate che vi racconti la parabola dello “scrittore”; se quello che leggerete vi ricorda di qualcuno, sappiate che vi state sbagliando: la conformità con nomi e fatti reali è puramente casuale.

Dato che vorrei dare un minimo di solidità al ragionamento, non posso prescindere dal cercare uno strumento di misura. Quello che ci serve è un metro, sulla base del quale decidere se le parole, con cui il nostro scrittore imbratta le pagine, siano buone oppure no. Cioè quello che cerca chiunque scriva, anche nell’ipotesi che tenga i propri diari ben chiusi a chiave in un cassetto. Perché chi scrive anela a farsi leggere, prima o poi. Fosse anche dai posteri. Allo stesso tempo, brama il plauso dei suoi lettori da misurare con il suddetto metro; perché se non volesse lettori basterebbe che le pensasse, le cose.  E farebbe un sacco di fatica in meno, ve lo posso garantire.

Il primo posto in cui il nostro scrittore cercherà questa specie di Santo Graal misuratorio è nella cerchia di amici e parenti. I quali, fidatevi, nove volte su otto gli diranno che ha scritto una cosa ottima. Perché è molto difficile dire in faccia a chi scrive che la sua opera ha delle lacune. Perché è quasi impossibile dividere il giudizio sullo scritto da quello sullo scrivente. Confortato dai facili successi “in casa”, chi scrive proverà a cercare qualche conferma “fuori casa”. Prima aprendo un blog. Poi, con il conforto di qualche accesso, approdando a una piattaforma di auto-pubblicazione. Salvo scoprire che i numeri del “venduto” sono bassi al di là delle più fosche previsioni.

Basta un minimo di analisi per capire che il mercato non misura la bontà della scrittura, se non in casi eclatanti. Infatti dipende in maniera sostanziale dal marketing, che porta questo nome non a caso. Siamo punto e a capo: dove trovare il nostro metro?

In una gara, naturalmente. In una gara a chi scrive meglio.

Quindi il nostro scrittore si iscriverà a competizioni che possono spaziare dall’ambito rionale fino a quello nazionale. Che pretendono un pagamento o che lo elargiscono, se si arriva primi. Che retribuiscono in coppe, prosciutti, pubblicazioni in un’antologia, magliette o preservativi a seconda dello sponsor. Ci siamo. Il momento è solenne. Sgomberiamo il campo dalle raccomandazioni e ignoriamole, perché non ci sono metri perfetti: neppure quello in platino-iridio di Parigi lo era (e infatti è stato rottamato). Una giuria si è riunita e sta per stilare una graduatoria.

Siamo sicuri che la giuria abbia scelto bene?

Lasciamo il nostro scrittore in trepidante attesa che si aprano le buste e facciamo qualche considerazione. Ogni giuria ha un modello di riferimento e lo si può scoprire andandosi a leggere i vincitori degli anni precedenti. Inutile presentarsi al Premio Calvino con l’equivalente del Signore degli Anelli, anche se poi si venderanno carrettate di libri. Lo stesso capita al Festival di Sanremo dove il pezzo vincitore, scelto sempre tra quelli che hanno una certa cifra stilistica, non è quasi mai quello che raggiunge la cima della classifica. Sostiene helgaldo, che è il mandante di tutto questo mio sproloquio, che si è stufato di partecipare ai premi, spesso vincendoli, perché per arrivare primi basta “scrivere nella maniera in cui i giurati si aspettano che si debba scrivere”. Sostiene helgaldo che non è quella l’essenza dello scrivere bene e per sostenere la sua tesi pubblica un pezzo de Il giovane Holden di Salinger. Un bel pezzo, indubbiamente scritto bene.

Ma che, davero davero, è scritto bene?

Se lo analizzo noto subito una cosa: c’è un sacco di mestiere, in quelle parole. Scrive usando tutte parole semplici. Operaie. Frasi brevi. Un narratore in prima persona, fatto apposta per fare immedesimare il lettore, che parla con la seconda persona al narratario. Una tecnica ottima per agganciare chi legge, la stessa che usa ciascuno di noi quando pensa e ragiona tra sé e sé nella propria testa. Lunghi elenchi di impressioni che spaziano tra giudizi diversi, in modo da ampliare la platea di persone che vi possano trovare qualcosa di proprio gradimento. Tutto questo narrando una cosa piattissima: l’arrivo del protagonista in una sala d’aspetto.

È scritto bene? Sì, e se non vi fidate, leggetelo. È arte? Secondo me, sì. Cosa distingue l’arte dalla scrittura di tutti, a cominciare dalla mia? L’uso del mestiere, cioè l’applicazione di tutte quelle tecniche che sono necessarie per trasformare la lista della spesa in un brano dal quale non si riesca a staccare gli occhi. Poi, ad un livello successivo, ci sono i Maestri: cioè quelli capaci di rompere le regole per trovarne di ulteriori e più efficaci. Ma non allarghiamoci: ci basterebbe capire come “scrivere bene”.

Adesso possiamo immaginare una storia: la mamma di Salinger, quando lui era giovane come Holden, si raccomandava in continuazione. Sempre le solite cose, come tutte le mamme. Più una. Nell’ordine: stai attento, mangia, copriti, ricordati di scrivere bene.

Sostiene helgaldo che d’ora in avanti mi farà le stesse raccomandazioni tutti i giorni. Via e-mail, credo.

Eccoci quindi al nostro trepidante scrittore. Si aprono le buste. Il vincitore è…

(pubblicità)

Il vincitore è lui, che diamine! Un bel bicchiere di prosecco, offerto dallo sponsor, per festeggiare!

Quando torna a casa, però, sorgono i primi dubbi. Ha vinto, ma lo ha fatto scrivendo quello che volevano che lui scrivesse. È vera gloria?

Michelangelo amava scolpire, ma aveva mestiere anche a dipingere e ha fatto la Cappella Sistina. Shakespeare forse amava raccontare barzellette, ma l’impresario gli ha chiesto: “Ah, Uilliam, me scrivi ‘na traggedia per sti quattro cornuti, che devo riempire il teatro…” e così è nato l’Amleto.

Ci vuole mestiere, tanto mestiere, per scrivere bene. Tantissimo mestiere per fare arte. In particolare per farlo su commissione, perché è quello il modo in cui abbiamo avuto tutta la Cultura che abbiamo. Perché non ci si completa mai se si scrive, dipinge, scolpisce, suona solo quello che ci va e facendo così rimarremo sempre e solo dei bravi dilettanti. Nulla di male, per carità. Ma se vogliamo “scrivere bene”…

I miei 10 comandamenti (sulla scrittura)


photo credit: Ivy Nichols via photopin cc

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La fine dell’anno cavalca a tutta velocità verso di noi, chiudendo questi dodici mesi per aprirne altrettanti. Come sempre questo è un tempo buono per fare sia il bilancio dello scorso anno, che riempire qualche foglio con i buoni propositi da disattendere osservare l’anno prossimo. Poiché l’anno che è passato non mi è sembrato proprio degno di nota (piuttosto di biasimo), preferisco concentrarmi su qualcosa che possa aver imparato, in modo da portarmelo nell’anno prossimo. Poche, cose. Precise, si spera. Una piccola lista. Così, in ossequio ai guru del web che predicano i post con le liste, anche io mi adatto e provo a farne uno. Forse il primo, da quando ho aperto il blog.

L’ispirazione me l’ha data Giuliana Salerno, di “Eppur si Scrive”, che ha scritto un post  sui “principi regolatori della scrittura” e dei loro (a suo parere) validi opposti. Articolo che le era stato ispirato, a sua volta, da un’idea di Gretchen Rubin sulla creazione di un insieme di “comandamenti personali”. Io vorrei tornare nel solco dell’idea originaria, pur adattandola alla scrittura, perché se comincio a farmi domande sulla validità degli opposti, credo che la mia scrittura ne riceverebbe il colpo di grazia definitivo.

Ecco allora i miei 10 comandamenti:

  1. Scrivi semplice;
  2. Rileggi;
  3. Pensa, prima di scrivere;
  4. Per quanto possa piacerti, la prima stesura è SEMPRE una ciofeca;
  5. La scrittura non è la realtà: le cose devono sembrare vere, non esserlo;
  6. Se non ti emozioni scrivendo, nessuno si emozionerà leggendo;
  7. Lascia passare molto tempo. Poi, rileggi ancora;
  8. Controlla la punteggiatura: è quella che fa la differenza;
  9. Fai frasi corte e precise. Nessuno vuole sforzarsi per capire cosa hai scritto;
  10. La storia è una macchina; come tutti i meccanismi, va costruita tenendo a mente l’obbiettivo finale.

Non hanno un ordine preciso, li ho scritti “a caldo”, mano a mano che mi venivano in mente. Forse ne ho anche altri che adesso mi sfuggono. Però direi che questi siano i principali, quelli che cerco di tenere a mente il più possibile; sono quelli che mi hanno guidato quest’anno, e che vorrei che mi guidassero l’anno prossimo. Almeno fino a quando non diventerò grande abbastanza da trasgredire le mie regole, solo per potermene dare delle altre.

E voi? Avete dei comandamenti che vi guidino in quello che fate? Cosa avete imparato, quest’anno, che pensate possa tornarvi utile anche l’anno prossimo?

Buona fine e buon principio d’anno a tutti voi.