Facile come scegliere una pizza


photo credit: 120504_Pizza via photopin (license)

photo credit: 120504_Pizza via photopin (license)

Joan Didion: Ego, Grammar, and the Impetus to Write

http://www.brainpickings.org/index.php/2012/10/16/why-i-write-joan-didion/

“Had I been blessed with even limited access to my own mind there would have been no reason to write.”

***

Ci sono sere che nonostante tutto esco per una pizza perché un’amica (sposata) mi dice «Dai, che ti fa bene uscire qualche volta; poi ci sono degli amici miei e di mio marito e c’è anche una mia amica carina e single» e, una volta davanti al tavolo, «Io mi siedo lì, tu scusa dove ti siedi?» e intanto penso Insomma, mai una volta che riesca a sedermi di fianco all’amica single e carina e poi finalmente siamo tutti seduti con un menù in mano e non sono neanche capace di decidere tra una capricciosa e una margherita che alzo gli occhi e sono tutti sorridenti che se la raccontano tra di loro mentre io sono l’unico pirla concentrato sul menù come un finanziere su di uno scontrino, come se non avessi mai mangiato una pizza negli ultimi vent’anni, così che non posso fare a meno di chiedermi Ma perché sono venuto? E il gatto, a casa, non si sentirà solo? finché, Dio solo sa come, qualcuno finisce per coinvolgermi nella conversazione e mi fanno quella domanda lì che non sopporto perché rispondendo so che finirò in gabbia come un fenomeno da baraccone anzi IL fenomeno della serata.

«Tu cosa fai, nella vita?»
«Scrivo.»
«In che senso?»
«Faccio lo scrittore. Scrivo romanzi.»

Gelo.

La prossima volta potrei dire che sono un terrorista arabo, ho anche la barba e la carnagione scura e già mi capita che qualche corriere incrociandomi per le scale di casa mi metta un pacco in mano dicendo «Sei tu Aziz», proprio senza punto di domanda, sicuro sicuro, mentre io sudo freddo pensando che dentro quell’innocuo scatolone potrebbe esserci della droga, una bomba, i piani di un attentato che ci potrei scrivere un best-seller, oppure un microfono della DIGOS pronto a incastrarmi qualsiasi cosa dica ma soprattutto qualsiasi cosa non dica, però adesso mi sono fregato perché ho già detto che scrivo e tutti mi guardano come se venissi almeno da Saturno e cominciano con le solite domande che a ciascuno sembrano geniali solo perché gli sono venute in mente subito senza pensare, quando forse si potrebbe riflettere che se sono venute in mente così subito allora con la stessa facilità potrebbe averci già pensato un milione di persone prima, e mi chiedono «Ma che genere scrivi? »; oppure «Hai pubblicato un libro? Come lo hai intitolato?»; oppure «Me lo racconti?»; fino al fatidico «Ma è autobiografico?» per finire con il mortale «È un libro come quello di X?» dove X è lo scrittore di cassetta del momento.

Ecco allora che, farfalla infilzata nella teca della curiosità, devo rispondere che ho scritto generi diversi, dall’erotico alla fantascienza, mentre osservo con occhio clinico l’approfondirsi della ruga sulla fronte del mio interlocutore; che l’autore è l’ultimo a poter dire quale sia il titolo di un libro e che gli editori si arrogano la scelta di questo, della copertina e qualche volta anche del contenuto; che se potessi raccontare un libro farei l’attore e invece sono più bravo a scrivere e tutte le volte che lo faccio a una presentazione mi sembra di farmi un dispetto e non un favore; che no, non è un’autobiografia e che non sono stato né latin lover (o porno attore) e neppure al comando di un’astronave in un futuro più o meno lontano; infine che X scrive di commissari, trame torbide presso la Santa Sede, sadomaso per famiglie e io non conosco nessuno nella Benemerita, né al Vaticano e non ho in casa neppure un frustino, per quanto a volte il gatto con la sua strafottenza felina mi faccia venir voglia di comperarne uno. Uno vero, voglio dire.

Sono solo uno che cerca di pagarsi le bollette mettendo in fila le parole.

Tutto qua.

Come se fosse facile.

***

Vedi tutti i Consigli di scrittura di grandi autori

È tutto buio, qui attorno


Joy Williams: Why Writers Write

http://www.brainpickings.org/index.php/2012/11/01/joy-williams-on-why-writers-write/

“A writer loves the dark, loves it, but is always fumbling around in the light.”

***

Sì, certo, come no? Quante volte me lo sono sentito ripetere? L’ho trovato scritto in mille salse, e ciascuno ha preteso di darmi la sua specialissima ricetta. Tutti sicuri di essere gli unici depositari della Soluzione Finale. Dieci Passi Fondamentali per Sconfiggere il Blocco dello Scrittore. Scrivere una Storia in Tre Semplici Mosse.

Fottetevi. Fottetevi tutti.

Con che coraggio mi si può dire di andare avanti con la narrazione quando brancolo nel buio? Lo scrittore è uno che getta luce sulle cose. Sulla vita. È uno che pretende di illuminarne gli angoli più riposti, quelli che tutti gli altri hanno paura anche solo di nominare; come posso scrivere se mi si è spenta la lampada? Non c’è luce, qui. È tutto buio e io ho paura. Paura di muovere un passo. Paura di muovere una mano.

Non mi muovo perché non vedo niente. E non vedo niente perché non mi muovo.

Paura persino di respirare: se riempio i polmoni, ci sarà più luce? In che modo ho respirato, tutte le volte che ho scritto? Forse non lo sto più facendo allo stesso modo. Forse non lo sto più facendo e basta; me ne sono dimenticato da così tanto tempo, ormai, che la respirazione è stata derubricata dagli atti involontari. Devo pensare in continuazione alla cassa toracica e alle due spugne che contiene. Riempile. Svuotale. Riempile. Svuotale. Ma io non me ne sono ricordato mai, ecco la triste verità. Ho il petto pieno di niente; zero ossigeno, dentro. Forse è questo il motivo per cui tutto è così buio. Mi sento bruciare giù per la gola, e magari è solo fame d’aria. Ma ho paura ad aprire la bocca: cosa potrebbe uscirne?

La cosa più spaventosa è questo buio ovattato, stretto come una benda sugli occhi e lasco come una notte senza luna. E senza stelle. E senza niente. Totalmente trasparente in un universo vuoto. Non riesco a vedermi neppure la punta del naso, figurarsi le mani. Tutto quello che è al di là del pensiero sembra essersi dissolto. Mi sento prigioniero di una ragnatela di cristallo; eppure il cristallo è fragile, si rompe con nulla. Magari potrei sentire il sottile lampo delle crepe che lo percorre, ribrezzevole sfaldamento di piani. Muovo un dito.

Si sarà mosso? Io l’ho sentito muoversi. Da dentro. Da fuori, nulla: né un rumore, né altro. Se davvero ha cambiato la sua posizione, allora esiste uno spazio; allora esiste un tempo. Frullo le dita nel vuoto che mi circonda, prima una mano e poi l’altra, le frullo come se dovessi farci chissà cosa, con quelle falangi e le nocche e le unghie che non raspano niente. Se le dita funzionano, perché non il resto?

E se non funzionasse? Se fosse un’illusione? Fermo le dita e sposto una mano. Ho una faccia, credo, da qualche parte, e la mano si sposta, credo, verso quella parte, la muovo piano perché non so davvero se ci credo, che prima o poi, da qualche parte, ci sarà un contatto. Pelle su pelle. Falange su naso. Palmo su labbra. Tic, tac, tic, tac. Passano i secondi e non accade nulla. Quanto può essere lontana una mano dalla faccia? Un metro, un chilometro? Un’ora, un minuto? Oppure solo sessanta secondi? Ché sembra uguale, ma basta pensarci per scoprire che non è mica la stessa cosa.

Non succede nulla. Allungo anche l’altra mano, nel vuoto, nel buio. Voglio crederci; credere di essere solo, in questa pece inconsistente. Di esistere. Di avere il Potere della Parola, che è l’ultima cosa  che mi rimane.

Sono io. Io, solo io. Comando nel mio universo. Perché sono scrittore, e sono padrone. Le labbra si tendono e gonfiano la guancia in una smorfia vittoriosa. Adesso so come fare. È facile, dopotutto, e l’avevo anche già letto, da qualche parte. Basta la mia voce. Grido, in questo spazio senza eco: “La luce, sia”.

***

Vedi tutti i Consigli di scrittura di grandi autori

Omaggio a Bukowski


photo credit: dontcallmeikke via photopin cc

photo credit: dontcallmeikke via photopin cc

Scott Fitzgerald: The Secret of Great Writing (1938)

http://www.brainpickings.org/index.php/2013/01/08/f-scott-fitzgerld-on-writing/

“Nothing any good isn’t hard.”

***

C’è un sacco di gente, là fuori, convinta che non ci voglia poi tutto ‘sto granché, a scrivere. In effetti è vero: non ci vuole. Voi credete che ci vogliano le mani, per scrivere. O la testa. Sbagliato: ci vogliono le palle, e servono piene. Perché qualsiasi demente, con il suo piccolo giardino contornato da uno steccato bianco, può comperarsi una cazzo di macchina da scrivere e cominciare a pigiare sui tasti. Ma cosa credi che ti racconterà? Del suo lavoro? Del matrimonio? Dei figli? Vi rendete conto che qualsiasi idiota può vivere le stesse esperienze? E lo fanno… perdio, se lo fanno!

Invece, per scrivere, bisogna essere come un contenitore. Bisogna pur essere pieni di qualche cosa, per poterla buttare fuori su una tastiera. O da una penna. La vodka, per esempio, va benissimo: i russi sanno il fatto loro. È limpida e trasparente come la verità. Secca come il deserto. Piena di fuoco, come la pancia di una vecchia locomotiva, che sbuffando con fatica ti rovescia addosso il suo alito caldo fino a portarti dall’altra parte. Perché, quando hai fatto il pieno di vodka, è il “di là”, quello che cerchi. Come i gatti, che stanno sempre dalla parte sbagliata della porta.

La cosa che fa schifo, invece, sono i sobri che vogliono andare. Come se davvero capissero cosa vuol dire, andare di là. O gli importasse davvero di farlo. Convinti che possano raccontartelo, e che tu sia tanto stupido da starli a sentire. Da pendere dalle loro labbra. Ma le uniche labbra da cui mai valga la pena di pendere sono quelle che vedrai un giovedì d’estate, ubriaco, mentre fissi alle tre di notte il muro scrostato di una camera in affitto; come se ce l’avessi  lì davanti, la tua donna. Solo che lei ti avrà lasciato, quel pomeriggio. Lei era magnifica. Troppo di tutto. Con quelle gambe che tu guardavi fin su, ma che lei ha usato per girare i tacchi e andarsene. Allora ringrazierai che, sotto al suo culo, la bottiglia non abbia niente; e ti farai un altro bicchiere. L’ennesimo. Che si fottessero tutti.

Ecco perché è difficile. Così dannatamente difficile. Almeno, una volta, la vita degli scrittori era più interessante dei loro romanzi. Ma adesso? Cosa potrà mai scrivere di interessante un figlio di puttana che ha la vita piatta come una tavola stirata in una pressa? Cosa potrà raccontare di nuovo, che non sia già stato detto, ripetuto, camuffato, tritato, ribadito, trasformato almeno un milione di volte da qualcun altro che non era certo peggio di lui? Non può. Serve almeno una birra, come base. O forse venti. E un paio whisky.

Che ti rimescolino dentro. Che ti riempiano le vene e ti facciano dimenticare tutta quella gente, là fuori. Che fa paura, perché è matta. O arrabbiata. O solo stupida. Per sopportare quello che tutti quegli idioti temono e che io, invece, mi porto nel taschino. La morte. Come se ci fosse qualcosa di terribile, odioso, sporco, triste, nel morire. Ma non è diverso dallo sbocciare di un fiore. È molto peggio non viverla, questa vita, che pisciarla fuori senza un perché, alla rincorsa del lavoro, dei soldi, dei film, di Dio, del tè e dei pasticcini, dei buongiorno-buonasera-piacerediconoscerla. Dimenticando che siamo fatti di pensiero. E di sangue. E di ossa e di dolore. Bisogna parlarci, con la morte: “Ehi, bella, io sono pronto. Anche oggi, come ieri. Quand’è che vieni a prendermi? Ché sono stanco di stare qui a bere, a fumare, a scopare, solo per tirare fuori le parole dal mio cervello”. Perché scrivere è volare, è accendere un fuoco. Per me scrivere è tirare fuori la morte dal taschino, scagliarla contro il muro e riprenderla al volo.

***

Vedi tutti i Consigli di scrittura di grandi autori