Aspettando un libro


Jorge Luis Borges on Writing: Wisdom from His Most Candid Interviews

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“Il lavoro di uno scrittore è dovuto alla pigrizia.”

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Lo conobbi che forse non aveva neppure quarant’anni. Era famoso e spesso, alla radio oppure in televisione, accennava a quello che avrebbe dovuto essere il suo prossimo libro. Lo stava scrivendo, diceva, e sarebbe stato pubblicato di lì a non molto. Io non ero altro che un giovane studente universitario, che per preparare la tesi aveva avuto l’ardire di incomodare proprio lui, che era già un Grande Maestro.

Devo ammettere che fu molto cordiale, con me. Mi ricevette a casa sua, una tranquilla mattina di primavera. Rispose alle mie domande con sincerità. O almeno, nella mia incosciente giovinezza, lo pensai. Alla fine, prima di congedarmi, mi accompagnò nel suo studio privato. Quello in cui scriveva. C’era una grande libreria, ricolma di libri ordinati in una maniera che allora definii metodica ma che oggi non esiterei a definire maniacale; la scrivania era alloggiata sotto una larga finestra, esposta a sud, perché — mi disse — riusciva a scrivere solo con la luce naturale; in un angolo, sopra quel bel ripiano di legno scuro, era deposta una risma di carta bianca. Intonsa. Mi disse:

— Ecco: su quella carta scriverò il mio prossimo libro. Dovrebbe uscire l’anno prossimo.
— Ma, Maestro — obbiettai imbarazzato, avendo una vaga idea dei tempi dell’editoria — credevo lo stesse già scrivendo…
— Sciocchezze! — mi interruppe seccato — I libri non si scrivono di fretta. È la testa che deve pensare, e deve farlo a lungo; solo per ultimo viene il lavoro manuale della scrittura.

Io annuii, contrito. Passarono molti anni, prima che avessi modo di incontrarlo di nuovo. Ero diventato professore, all’epoca, e raccontavo spesso ai miei studenti il mio incontro con il Grande Maestro, per far capire loro quanto fosse importante il tempo del pensiero rispetto alla fretta delle mani. Lui era venuto in un teatro della mia città per un dibattito; al termine, non seppi trattenermi dal fare una capatina nel suo camerino.

— Non so se si ricorda di me, Maestro.
— Certo — mi disse, con lo sguardo vuoto — ci siamo visti tempo fa, in merito a…
La voce gli si era spenta e io non avevo osato intervenire; piuttosto, avevo una domanda che mi ronzava in testa da parecchio:
— Vorrei tanto sapere perché non abbia più scritto quel libro, la cui risma di carta era già pronta sulla scrivania.
— Lo sto scrivendo, che diamine! Voi lettori siete così frettolosi: volete tutto subito, come se fosse facile. La risma è là: quando sarà ora, scriverò.

Me n’ero andato in silenzio, mostrando più ossequio di quanto ne sentissi. Ora ho una cattedra all’università. Insegno ai miei studenti cosa significhi la Letteratura e quale valore essa abbia per l’umanità.  Nei corridoi dell’ateneo, qualche giorno fa, ho incrociato due vecchi che parlavano; uno dei due — ma l’ho riconosciuto a fatica — era proprio il Grande Maestro. Non mi sono azzardato a salutarlo, ma mentre gli passavo accanto ho capito infine perché io non abbia mai potuto leggere quel libro. Stava infatti dicendo, al proprio compagno:

— Scrivere è una tale fatica e noia. Farei di tutto, pur di non esservi costretto…

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NdA: Questo pezzo sarebbe stato molto meglio scrivendolo sotto forma di pièce teatrale. Sul modello di “Aspettando Godot”, per intenderci. In effetti, ho già preparato una risma di carta apposita, sulla mia scrivania, ma il fatto è che spesso mi stanco e non fini

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Vedi tutti i Consigli di scrittura di grandi autori

Walter, detto Melo


Annie Dillard on Writing

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At its best, the sensation of writing is that of any unmerited grace. It is handed to you, but only if you look for it. You search, you break your heart, your back, your brain, and then — and only then — it is handed to you.

Se volete sapere perché stia per raccontarvi proprio questa storia, leggete qui.

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Si chiama Walter, ma tutti al bar lo conoscono come Melo.

Melo è la contrazione di Carmelo, perché sua madre viene da giù e non manca mai di raccontare, anche a chi abbia già sentito la storia mille volte, che da bambino stava per morire di polmonite e si è salvato solo dopo che lei l’ha votato alla Madonna del Carmelo. Ai pochi milanesi veri, quelli capaci di dire cassoeûla e che senza michetta non mangiano, la storia provoca disagio e la ascoltano cercando di prendere qualche centimetro di distanza da quella donna fin troppo appassionata. Gli altri, invece, capiscono e apprezzano. Concordano, persino.

Melo ha fatto la scuola professionale perché “un tornitore ha il lavoro assicurato”. Così, almeno, diceva suo padre. Ma il lavoro non l’ha trovato; peggio ancora: ha smesso di cercarlo. Il problema è che Melo, a forza di leggere Topolino, libri di fantascienza, pagine di qualsiasi cosa gli capitasse davanti, fosse anche la pubblicità del Tide, si è messo in testa di fare lo scrittore. Dice che ha una storia bellissima, che gli frulla nel cervello.

C’è solo un problema: lui, con la lingua, non è mai andato d’accordo. Congiuntivi, imperfetti e avverbi fanno parte di un unico calderone sfuocato, che il suo cervello sembra incapace di inquadrare. Si è salvato solo perché, a forza di leggere, ha finito per esprimersi con le frasi fatte che ha trovato più spesso. Il ghisa dell’angolo è diventato la “giacchetta nera” come se fosse un arbitro di calcio. Se ha un problema è “nella bufera” e non protesta più, ma “insorge”. Infine, quelle volte che ha in mente di fare qualcosa, racconta tutto felice che sta per “andare in onda”. Poi capita che davvero racconti qualcosa per cui tutti, al bar, rimaniamo a bocca aperta. Ma è un caso; anche io, se parlassi tanto quanto lui, sarei capace a volte di raccontare qualcosa di gustoso.

Melo si è iscritto a una scuola per scrittori. Ci sarebbe da ridere, ma lo conosco e sono preoccupato per lui: studia come non ha mai fatto prima. Notte e giorno. Si è preoccupata persino sua madre, che lo vede sempre curvo su un tavolo con un libro aperto davanti agli occhi. Al bar, invece, i soliti sfottò sono scivolati un gradino più in basso e qualcuno ha detto, imitando la cadenza meridionale: “Melo, ma che mi sei diventato ricchione?” Lui ha fatto spallucce, mormorando qualcosa a proposito di una certa “barbarie culturale” e poi è tornato a casa. A studiare.

Ricchione, comunque, non lo è diventato: mi ha raccontato che in metro, andando avanti e indietro per studiare da scrittore, ha conosciuto Cinzia. L’ha adocchiata perché aveva un libro in mano e gli occhiali; l’ha scrutata a lungo, quel giorno. Poi l’ha guardata il giorno dopo, mentre avanzava di pagina in pagina. Ha scoperto che stava leggendo un libro di vampiri; ma era l’unica ragazza che leggeva, sulla metro, e ha lasciato correre. Ha continuato a guardarla, giorno dopo giorno, immaginando la vita di lei fin nei minimi particolari, finché non s’è accorta di essere osservata. Per evitare una denuncia ha dovuto attaccare bottone; gli dev’essere riuscito bene, perché l’ha trovato simpatico.

Sono usciti insieme per un po’, ma non ci hanno messo molto a lasciare le parole per l’azione: lui aveva qualche anno di arretrato. La ragazza anche, a quanto pare. La domenica Melo non studia più: si rifugia in un motel a ore, verso Novara. Parte sulla sua vecchia Citroen scassata, alla mattina presto, dicendo a sua madre che va a prendere la Cinzia. Le lascia intendere che andranno a Messa, quella delle nove, e poi andranno a fare una scampagnata, ma le uniche orazioni che farà saranno tra le cosce ben tornite di lei. Una volta terminata questa benedizione pagana a base di acqua non esattamente santa, torneranno a casa. Stanchi, felici e innamorati.

La cosa è andata avanti per diversi mesi, ma qualcosa si dev’essere rotto: Melo è venuto al bar, domenica. Al terzo bicchiere si è lasciato sfuggire che non sopporta più di vedere “quei pizzi finti, pallide imitazioni di un erotismo da strada”. Addirittura. Al quinto bicchiere se l’è presa col Giulio, quello che ha trovato lavoro come pubblicitario e che s’è comperato la Bmw dopo che ha inventato lo slogan degli assorbenti: “libera e bella”. Melo lo ha triturato: non gli ha risparmiato l’inappropriatezza delle parole, l’inconsistenza dei verbi, l’abuso degli aggettivi. Non ha salvato niente di tutto quello che abbia detto o fatto quel ragazzo. All’ottavo bicchiere, però, la situazione si è fatta più chiara: la Cinzia, adesso, s’è messa col Giulio.

Melo si è tuffato nello studio. Finita la scuola da scrittore, si è rintanato in biblioteca: dice che ha cominciato a scrivere il suo romanzo. Ha una faccia da paura, quelle poche volte che passa dal bar: barba lunga, guance smunte. E un fuoco che cova negli occhi. Adesso, quando racconta qualcosa, nel bar non si sente più volare una mosca anche se il soggetto dell’esposizione è la mortadella del pizzicagnolo all’angolo: alla fine abbiamo tutti la bocca impastata di saliva, con una gran voglia di un bel panino e una birra ghiacciata. Ha sempre mal di schiena, curvo a leggere o a scrivere a ogni ora del giorno o della notte. Ma scrive. Tanto. E un giorno si è presentato al bar e ha pagato da bere a tutti: “Ho venduto il mio romanzo!” Era raggiante, ma non c’è stato verso di sapere quanto grande fosse l’assegno che aveva intascato.

Adesso è un bel pezzo, che non lo vediamo più. Almeno tre anni. Sempre in giro, non si sa bene a fare cosa; sua madre è preoccupata e non manca di dire a tutti che si raccomanda sempre di mettere la maglia di lana, che a New York fa freddo. O a Berlino. Difficile che vada in un posto caldo, Melo. Al caldo, invece, sono andati la Cinzia e il Giulio: una bella vacanza in Marocco. Andava tutto bene, ma su una bancarella c’era un libro. Sulla copertina c’era Melo in posa, a fianco di un bel “Due cavalli” restaurato, e sullo sfondo la skyline con la statua della libertà. Giulio, al terzo bicchiere, si è lasciato sfuggire che la Cinzia non vuole più salire sulla sua Bmw perché è solo vecchia e non d’epoca. Tutti, al bar, sapevamo cosa ci avrebbe raccontato cinque bicchieri dopo.

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Animali bizzarri – L’Oratrogon eternis


 

Raymond Chandler on Writing

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“The test of a writer is whether you want to read him again years after he should by the rules be dated.”

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Ho la fortuna di bazzicare libri antichi, nascosti in ancor più vecchie biblioteche. Passo le mie giornate solo, in vecchie sale polverose, in compagnia di uomini le cui ossa sono polvere da tempi immemorabili ma le cui parole, sia lode al Santo dei Santi, ancora rimbombano tra le pareti dei libri. Pareti di carta, o di pergamena, ma vigorose più delle clessidre e dei giorni che furiosi scorrono lenti e robuste più delle pietre che formano questo baluardo di sapienza. Uomini le cui parole stanno a fondamento di tutte quelle che noi, poveri abitatori dell’oggi, cerchiamo di dirci nel vano tentativo di comunicare.

È stato in una di queste teche, aperte così di rado, che ho fatto la mia scoperta. C’erano tre incunaboli, all’interno. Tutti sembravano coevi; o almeno la legatura e la plicazione, il carattere usato, la qualità della carta, ma soprattutto la polvere accumulata li rendeva assai simili tra di loro e quasi indistinguibili ai miei occhi di vecchio. Ciò che li differenziava era, com’è ovvio, l’indicazione dell’opera e dell’autore: il primo conteneva le parole di un santo, il secondo una cronaca del tempo e l’ultimo una copia della Commedia. Quando ho tentato di aprirli, però, ho scoperto che la differenza più importante era nascosta tra le pagine.

All’interno i fogli sembravano mangiati: della cronaca rimanevano solo alcuni brandelli, che raccontavano certi fatti talmente noti che la loro eco era giunta persino alle mie povere orecchie. Le parole del santo erano state risparmiate in misura maggiore: molti degli insegnamenti morali e delle preghiere si potevano ancora leggere, per quanto la carta scricchiolasse in maniera sinistra sotto le mie dita, che cercavano di girare le pagine con tutta la cautela che le mani tremanti di un vecchio possono mettere in un’operazione siffatta. Infine, della Commedia era rimasto tutto e le pagine si giravano, elastiche e morbide al tatto, come se fosse stato stampato il giorno innanzi.

Sono rimasto lunghi minuti assorto, immobile, mentre consideravo tra me e me la stranezza della cosa; nonostante gli anni accumulati sulle mie spalle, non avevo mai avuto ventura di vedere una bizzarria del genere e la mia mente non riusciva a trovare una spiegazione ragionevole a tale stupefacente meraviglia, che sembrava aver risparmiato alcune parole e polverizzato le altre.

Dopo un tempo che a me era parso eterno e a lei forse brevissimo, la spiegazione ha creduto di essere al sicuro, com’era sempre stata, e si è fatta vedere: un piccolo animaletto, somigliante a un geco e paglierino come la carta vecchia, ha fatto capolino uscendo dall’ombra che ammantava il fondo della teca. Ha saggiato l’aria, facendo saettare la lingua biforcuta. I grandi occhi, adatti a vedere nell’oscurità, si sono stretti in sottili fessure per sopportare la mia fioca lampada e le piccole mani hanno cominciato a intrufolarsi tra le pagine. Dita minuscole hanno tastato diverse frasi del santo fino a trovare un commento estraneo, vergato dall’autore: in quel momento la bestiola è avanzata e ha sporto lentamente la testa, ha aperto la bocca e ha, altrettanto lentamente, mangiato le parole, una lettera alla volta.

Ho consultato un vecchio bestiario, magnifica opera di un dotto arabo, e ho trovato chi sia il compagno con i quale sto dividendo i giorni, qui: un oratrogon eternis. Bestia longevissima, che si dice possa vivere eternamente e che si ciba di quelle parole inutili che non meritano di superare la prova del tempo. Ho cercato altrove, tra questi scaffali, per vedere se il mio amico fosse solo o se la compagnia fosse più numerosa di quanto potessi immaginare. Ho piazzato alcune copie nuove di libri di ricette, come esca.

Non c’è voluto molto per avere una risposta: nel breve volgere di un giorno ho trovato un piccolo oratrogon, satollo, tra il capitolo delle carni e quello delle salse. Si è lasciato prendere senza fuggire, come se mi stesse aspettando. Gli ho fatto una leggera carezza sul capo e l’ho adagiato in una teca contenente i miei scritti: sono curioso. Prima che giunga la mia ora e io lasci questo mondo voglio sapere se, tra tutte le fatiche e i crampi alla mano e le storie e le idee di una vita, ci sia almeno una pagina in grado di superare lo scoglio del tempo.

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Due pagine di troppo


photo credit: SOB via photopin (license)

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David Ogilvy: 10 No-Bullshit Tips on Writing

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“Never write more than two pages on any subject.”

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Lo scrittore depresso, quando si trova davanti alla pila di fogli bianchi, si sente sempre in colpa. Li guarda sapendo che l’editore si aspetta così tanto, da lui, e che ogni volta che lo incrocia o lo saluta per strada, dietro al suo (dell’editore) sorriso e alle sue (dell’editore) gentili richieste sul suo (dello scrittore depresso) stato di salute, si nasconde in realtà sempre la stessa domanda.

Lo scrittore depresso guarda i fogli come se nel bianco della pagina potesse disegnarsi il contenuto, mentre nella sua mente trame meravigliose scompaiono più velocemente di quanto appaiano; sa bene che se scrive in quel modo è perché da piccolo, a scuola, il maestro lo ha sempre obbligato a scrivere temi su temi, convincendolo del fatto che ogni errore sarebbe costato una fitta di dolore al suo (dello scrittore depresso) angelo custode. Lo scrittore depresso non avrebbe mai permesso al proprio angelo di soffrire a causa sua (dello scrittore depresso), specialmente su sua (del maestro) istigazione.

Anche adesso che è adulto e ha smesso da tempo di credere a queste cose, ogni volta che parla con il suo analista della sofferenza che gli procura lo scrivere, in un angolo della sua (dello scrittore depresso) testa si domanda come se la passi l’angioletto e quali punizioni possa invece aver subito quello dell’analista, quando loro (l’analista e il suo angioletto) andavano a scuola. Lo scrittore depresso sa bene che gli altri lo sopportano a fatica; quando alza il telefono per chiamare l’editore non può non sentire il suo (dell’editore) sospiro di sopportazione, perché sa che lui (lo scrittore depresso) lo terrà inchiodato alla cornetta per almeno un’ora, raccontandogli cose sue (dello scrittore depresso) e scusandosi continuamente per quella perdita di tempo.

L’editore, d’altra parte, sa bene che lui (lo scrittore depresso) non va forzato. Altrimenti il suo (dello scrittore depresso) senso di colpa diventerà insostenibile e tutto questo si abbatterà inevitabilmente sul suo (dell’editore) piano di pubblicazione, perché il libro non sarà pronto per la data pattuita, anche se ormai mancano solo le ultime pagine. Conoscendo lo stato dello scrittore depresso, anzi, aumenterebbe anche il suo (dell’editore) senso di colpa, perché obbligarlo a lavorare in quel modo è qualcosa che chiunque sia in possesso di un minimo di sensibilità non oserebbe fare.

Lo scrittore depresso, per scrollarsi di dosso quel senso di colpa, decide che potrebbe terminare il libro scrivendo un racconto il cui protagonista è uno scrittore depresso i cui sensi di colpa sono stati acuiti da un editore. Giusto un paio di pagine, in cui mostrare a lui (l’editore) la difficoltà che ha lui (lo scrittore depresso) di parlare con gli altri: di trasformarli in un gruppo di supporto, direbbe il suo (dello scrittore depresso) analista oppure di gente che deve pur centrare degli obbiettivi direbbe l’editore perché ognuno ha il suo (specialmente l’editore) obbiettivo da perseguire.

In questa storia, lo scrittore depresso decide di narrare di uno scrittore che non riesce più a scrivere, e che per questo si ritrova a parlare con quello che una volta era il suo angelo custode. Ma neppure quest’ultimo è capace di aiutare lo scrittore (narrato dallo scrittore depresso): è solo capace di soffrire con lui, perché non riesce a trovale le parole e a riempire quelle due pagine che avrebbe tanto voluto completare. Di fronte al pianto dell’angelo, lo scrittore (della storia dello scrittore depresso) non può fare altro che piangere e struggersi a sua volta, fino a decidere di gettarsi dal ponte sul fiume. La storia finisce così e quando lo scrittore depresso la consegna all’editore, lui (l’editore) spera che la sua (dello scrittore depresso) sia solo una storia, scritto per mettere alla berlina il suo (dell’editore) modo di fare.

Quando, due giorni dopo, troverà le sue (dello scrittore depresso) scarpe appaiate in mezzo al ponte sul fiume, il suo (dell’editore) senso di colpa ne sarà smosso. Ma solo un po’, fino a quando il suo (dell’analista dello scrittore depresso) verbale finale non sgravi tutti dall’ineluttabilità del vuoto e della sua (dello scrittore depresso) disperazione.

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Cassiopea e altre storie…


Ho aderito (leggi: li ho implorati di accettarmi) ad un gruppo di scrittori, che si ritrovano per confrontare le proprie storie in tornate nella quali ciascuno, a turno, viene messo sotto la lente di ingrandimento da parte degli altri. Tutta gente molto brava, a scrivere, tra i quali sospetto ci sia anche qualcuno che è un professionista della penna: il loro blog è http://mimettoingioco.wordpress.com/ e vi consiglio di farci un giro, perché ne vale la pena.

Così, giusto per fare capire loro che razza di personaggio si erano appena portati in casa, quando massimolegnani di Ore a rovescio ha pubblicato una bellissima storia, io non ho resistito al richiamo e ho dovuto pubblicare la mia “controstoria”. Al solito. Non contento, dalla discussione che ne è scaturita, ne ho pubblicata anche una terza.

Siccome mi sono molto divertito a farlo le ripubblico qui, per chi legge abitualmente questo blog. Vi invito quindi a dare un’occhiata, per prima, alla storia di massimolegnani, Cassiopea, che ha dato il via a questo mio gioco perché, altrimenti, i miei due seguiti non hanno lo stesso sapore; dopodiché, se vorrete, potrete leggere le mie due “risposte”.

Buona lettura.

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Al di là dello specchio

Tutti uguali. Gli uomini sono tutti uguali.

Basta dargli un po’ di corda, che ti vengono dietro e fanno tutto quello che vuoi. Come i cuccioli ammaestrati. Che poi non è proprio “corda”, quella che gli devi dare, ma non c’è mica bisogno di spiegare sempre tutto, no? Io invece non ho quasi più credito nel telefono. E poi mi voglio comperare le Vans nuove, ma quella stronza di mia madre dice che non ci sono i soldi, che mio padre è cassaintegrato, che devo smetterla di voler fare la modella o, peggio, la velina. Che devo imparare a crescere e non pretendere sempre di essere al centro dell’attenzione.

Ma cosa ne sa, lei? Cosa ne sanno, loro? Se non hai i jeans, la borsa, il cellulare di ultima generazione o costoso non c’è più nessuno che ti consideri. Nessuno di quelli fighi, intendo. Se non cambi le cose tutti i giorni, e con le marche giuste, sei uno sfigato. E, come tale, da emarginare. Le altre ragazze del gruppo sono delle serpi, sempre pronte a mettere sotto i riflettori ogni più piccolo difetto. Vestiti. Trucco. Atteggiamento. Siamo innamorati delle cose, non delle persone.

Per essere accettati, bisogna essere invidiati. L’amicizia e l’amore sono sentimenti da vecchi, che non fregano più a nessuno. Così, per salvarsi, bisogna essere sempre un passo avanti: fumare prima degli altri, bere prima degli altri, drogarsi prima degli altri. Essere finti depressi, e diventare depressi veri se gli altri non se ne accorgono. Scacciare la noia facendo gare di pompini al sabato sera, nei cessi di una vecchia fabbrica abbandonata, mentre attorno un rave fa tremare i muri come quando rimbombavano le presse idrauliche.

Ma servono soldi, per tutto questo. Così, quando siamo andati a farci l’aperitivo prima di andare a ballare, il mio unico pensiero era che i miei vecchi non me ne avevano dati abbastanza, e dovevo trovare un sistema per fare qualche euro. Stavo per andare in bagno  a farmi un selfie a mutande calate, che gli sbavosi su Internet pagano sempre per averlo, quando l’ho visto. Lui era depresso davvero: aveva persino girato la sedia per mettersi faccia al muro a bere da quella bottiglia di vino. Lo fissavo affascinata dallo schifo. Anche i miei amici se ne sono accorti; uno mi ha detto all’orecchio: “Atroce, eh?”. Ci siamo fatti due risate, perché uno sfigato così non si vede tutti i giorni. C’era anche uno specchio, sul muro, e ho scoperto che riuscivo a vederlo in faccia. Almeno un po’.

Lui continuava a bere. E io a fissarlo. Continuavo a pensare a come fare quelle cazzo di foto, in bagno, per fare più soldi possibili, quando l’ho visto alzarsi e uscire. Ha aperto il cappotto, per prendere le sigarette, e io ho avuto un’illuminazione. Ho preso un foglietto e ho scarabocchiato qualcosa, perché so anche essere gentile.

“Torno subito, ragazzi.”

Mi sono alzata e sono uscita anche io. Che non è vero che gli uomini non hanno l’istinto della crocerossina, specialmente quando gliela fai annusare un pochino. Mi sono avvicinata a lui e gli ho detto: “Proteggimi”. Questo coglione ha aperto il cappotto e io mi sono infilata dentro alla velocità della luce, che faceva anche freddo. Mi ha coccolata un po’, come si fa con i gatti; poi, finalmente, gli è venuto in mente che sono una ragazza e ha deciso di baciarmi. Ero già pronta a fare dell’altro, ma lo sfigato era all’antica e mi sono anche dovuta tenere la voglia. È rimasto lì, dopo, come un allocco, tanto che per rompere il ghiaccio gli ho raccontato una storia che mi avevano mandato su Whatsapp, facendogli credere che mi chiamassi Cassiopea, e poi me ne sono andata.

Il suo portafoglio, adesso, è nel cestino del cesso e i suoi soldi, invece, sono a posto nel mio reggiseno. Ora sono più tranquilla. Non credo che si incazzerà tanto: ha speso parecchio ma avuto i miei baci e un bel biglietto. Con su scritto: “Grazie”.

***

Il commissario ama le stelle

“Allora! Io sto cominciando a rompermi i cabasisi, signorina, di tutti i suoi ‘non so’. Per chi mi ha preso? Pensa che io, per divertirmi, vada in giro tutte le notti a fare gli agguati nelle birrerie?”
“N-no.”
“E allora la smetta di scassare la minchia. Appuntato, rilegga!”
“Oggi, addì eccetera eccetera, io Giuseppina Ferretti, nata il eccetera eccetera, mi trovavo nella birreria Bar Acca, sita in via Legnani numero 65, in compagnia dei miei amici solo per bere un aperitivo.”
“Tutto qua, Appuntato?”
“Tutto qua, Commissario.”
“E allora, signorina Ferretti, non vorrà farci sprecare un foglio A4 solo per scriverci queste due minchiate, vero? Con i tempi che corrono per la pubblica amministrazione… Altrimenti, se preferisce, chiamiamo una collega e provvediamo ad una perquisizione personale. Perché lo sappiamo che lei era in atteggiamenti intimi, diciamo così, con il noto pregiudicato Salvatore Loiacono. Affiliato al Clan dei Casalesi. E lei, signorina, lo sa cos’è il Clan dei Casalesi? Ha mai sentito un telegiornale? O a quell’ora se ne sta sempre per locali, a scambiare effusioni con personaggi che dovrebbe evitare?”
“Veramente, no.”
“Brava. Adesso poi lo verifichiamo con i suoi genitori, dove si trova, di solito, all’ora di cena.”
“No! I miei genitori…”
“Le ricordo che le manca qualche mese per essere maggiorenne! Ma chi cazzo si crede di essere? La nipote di Mubarak?”
“…”
“Loiacono afferma che lei si chiama ‘Cassiopea’. Dato che all’anagrafe questo non risulta, e che certa gente non usa mai i nomi veri, io vorrei sapere come minchia ha fatto lei, così giovane e incensurata, ad affiliarsi alla mafia.”
“Ma io, con la mafia, non c’entro!”
“E quel simpatico giro di signori che pagano per avere le sue foto e chissà cos’altro? Cosa sono, tutti zii acquisiti? Perché lo sappiamo, cosa fa con il telefono. I colleghi della Postale ci hanno messo un attimo, a scoprirlo. Il che significa solo una cosa: prostituzione minorile.”
“Io non sono una puttana.”
“Ah no? E tutti quei vestiti firmati, come li ha comperati? Mi risulta che siano marche costose. Mi risulta anche che suo padre sia cassaintegrato. Quando arriverà, forse ci spiegherà lui com’è la faccenda. Ma io credo sia meglio che ce lo dica lei. Per il suo bene, intendo. E Loiacono? È il suo protettore?”
“Io non ho protettori!”
“Abbassi il tono, signorina. Non la si dà via per soldi senza un protettore: questo, credo, dovrebbe saperlo anche lei. Nonostante l’età. Visto che è così reticente, allora, vogliamo parlare dell’imbottitura del suo reggiseno? O, torno a ripetere, devo chiedere a una collega di perquisirla?”
“Ecco. Questi sono i soldi che ho preso a quello sfigato. Il portafogli l’ho buttato nei cessi.”
“Dove l’hanno recuperato i ragazzi della scientifica. Appuntato, mi porti un sacchetto e dei guanti, per non contaminare le prove. Bene bene. Un bel po’ di soldi per limonare con una ragazzina, non crede?”
“…”
“E questo in mezzo ai soldi? Cos’è? Un pizzino con un numero di cellulare estero e una data. Questo mi puzza di consegna. Appuntato, chieda subito al giudice l’autorizzazione a mettere sotto controllo questo cellulare. Vediamo se riusciamo a prenderli con le mani sporche di marmellata, questa volta. E tu, Cassiopea, cosa ne sai di tutta questa storia?”
“Niente. E non mi chiamo Cassiopea.”
“Ma davvero? Eppure io sono sempre stato appassionato di astrologia, e sono convinto che le stelle abbiano tanto da dirci. Avanti, Cassiopea, dimmelo tu: dove aspetta la droga il tuo amico Salvatore?”

Sulle onde del respiro


Advice on Writing: Collected Wisdom from Modernity’s Greatest Writers

http://www.brainpickings.org/index.php/2011/12/29/advice-to-writers/

“Breathe in experience, breathe out poetry.” ~ Muriel Rukeyser

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Inspiro…

Le amarezze della vita, le disillusioni, i tradimenti degli amici, le bollette in ritardo, le inutili sfuriate di un capo ignorante, i troppo pochi giorni di festa, le estati che non bastano mai, il tempo bello (ma mai nel weekend), i treni in ritardo, il traffico che non si muove quando hai fretta, il poliziotto puntiglioso che appare dietro una curva, il bancomat che ha superato il limite, il sugo che macchia la camicia pulita.

Espiro…

Guardarsi dietro e sorridere, i sogni che vivono sulla luna e che vengono anche tra noi, gli amici che sono il sale della vita, le comodità della mia casa, il lavoro fatto bene per la gioia di farlo, la commozione di un nipotino che ti prende per un dito, il cielo turchese che si tuffa nel mare, giocare con mio figlio mentre fuori la domenica piove, la campagna bagnata dal sole che sfila da fuori un finestrino, le luci della città nel rosso infuocato del tramonto, il sorriso di un vigile che aiuta un vecchio ad attraversare, l’eccitazione nel comperare un regalo, l’orgoglio di mettere quel vestito.

Inspiro…

I litigi per il tappo del dentifricio, il telefono che suona ma tu non rispondi, andiamo “dove vuoi, per me è lo stesso”, l’arrosto di tua madre che è sempre più buono del mio, i tuoi regali (due mutante e due canottiere), i baci dovuti e non più voluti, il dovere coniugale, il mal di testa, la stanchezza della sera sotto le lenzuola, l’inerzia del mattino sotto quelle stesse lenzuola.

Espiro…

Il nostro nido d’amore, le chiamate inattese solo per dirmi “ti amo”, le cene al ristorante come quando eravamo ragazzi, l’amore con cui cucini per me, la gioia nei tuoi occhi quando mi fai un regalo, i baci appassionati come se ogni volta fosse l’ultimo, le tue mani che mi esplorano vogliose, la voglia di farsi passare il mal di testa, le lenzuola che non trattengono i nostri gemiti, l’amore al mattino che ti cambia la giornata.

Lo scrittore è la compostiera della vita.

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