E così hai voluto fare lo scrittore


Michael Lewis on Writing, Money, and the Necessary Self-Delusion of Creativity

http://www.brainpickings.org/index.php/2013/08/26/michael-lewis-on-writing

“When you’re trying to create a career as a writer, a little delusional thinking goes a long way.”

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È facile, mi dicevano, basta scrivere, mi dicevano, che a mettere le parole una in fila all’altra non ci vuole niente e c’è un sacco di gente incapace che lo fa e vende carrettate di libri e va in televisione e la intervistano neanche fosse il Papa e mette insieme le parole che sembra una preghiera stampata su un libro bislacco di preghiere, ma io sono sempre stato un incapace, incapace e insipiente, fin da quando andavo a scuola e i temi mi guardavano dal foglio bianco con aria di sfida, come se mi dicessero ce l’hai con me, ce l’hai? con quell’aria truce, e quella voce, la stessa che aveva Giovanni, il più cattivo della classe, che ogni volta che aveva bisogno di un compito mi incantonava in un angolo, e io mi vergognavo e non volevo darglielo il mio compito ma eran legnate e finiva sempre che le buscavo e poi gli davo anche il compito perché tanto non ero capace di difendermi e poi è andata avanti così tutta la vita, che le parole le ho schivate e per paura di essere pestato mi son sempre rifiutato di scriverle e nella speranza di pestare qualcuno mi son messo a leggerle, leggere tutte quelle che mi passavano davanti agli occhi, belle o brutte che fossero, brutte come quelle liste dei bugiardini, che riempiono dei fogli interi con tutte le malattie che esistono e anche con le malattie che non esistono, e poi ti convincono, e ti fanno venire le malattie inesistenti e poi ti curano da malato immaginario ma i soldi che vuole il farmacista sono veri, però, ma insomma, volevo dire che le parole le leggevo sui giornali, sui fustini e delle volte sui libri, persino certi libri russi che non si capiva niente fino al giorno che ci ho trovato scritto su Ananassi e champagne! Ananassi e champagne! Gustoso e frizzante fermento! Ho qualcosa di Norvegia, ho qualcosa di Spagna! L’ispirazione mi assale! Sto già scrivendo! e da allora ho amato Igor’ Severjanin come se fosse un padre, un figlio, un fratello di sventura, e ho cominciato a buttare fuori tutte le parole che mi ero tenuto dentro, solo per scoprire che con i romanzi andava peggio perché gli editori erano peggio di Giovanni, ché loro lo fanno per i soldi e non per i compiti e, quando menano, menano forte con quella penna maledetta che non firma mai i contratti, o almeno non firma i miei contratti, e se invece una volta gli dai un libro che vende, almeno un pochino, per loro è come la droga e dopo ne vogliono di più, per vendere di più, vogliono il vampiro, vogliono il sesso, vogliono il commissario, perché la letteratura non vende, mi hanno detto, sorseggiando un caffè in un tavolino di un bar come se stessero commentando le mezze stagioni che non ci sono più, e il caffè era amaro o forse erano amare solo le mezze stagioni o le sigarette, ma io il caffè riesco a berlo solo decaffeinato, e le sigarette senza nicotina, insomma io non volevo fare i compiti di nessuno, e non volevo pagare le medicine e i gli scrittori di bugiardini, ma gli editori dicono che la letteratura vende solo se sei morto, e quando dicono così gli viene un sorriso storto di traverso alla faccia che penso che in tasca abbiano un coltello o una pistola o una fiala di cianuro e che quello che scrivo, da vivo, non vale un cazzo ma da morto sì, e allora, nella vita, per pagarmi le bollette, comperare i croccantini al gatto, pagare le bollette al gatto, comperarmi i croccantini e riempire anche la mia, di ciotola, dovrei far saltare il banco, mandarli a quel paese, ribellarmi, per una volta nella vita che vi faccio vedere io, chi non salta è un editore eh! eh! mi arrangio e pubblico da solo, metto il mio libro a tre euro, due euro, un euro, zeronovantanove come tutti quegli altri sfigati che come me pubblicano da soli e almeno loro hanno la speranza di farsi notare, se vendono qualcosina, e io invece ho la certezza di farmi notare se non vendo neanche un libro e mi hanno lasciato qui, solo, senza nessuno, neanche un cane, che faccia compagnia al gatto e che mi dica almeno che sì, scrivo sempre bene e sono loro che non mi capiscono.

Mi do al self.

Sono l’Onan del romanzo.

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Un passo dopo l’altro, il foglio si riempie. Forse.


photo credit: Wrong path via photopin (license)

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Helen Dunmore: 9 Rules of Writing

http://www.brainpickings.org/index.php/2012/11/09/helen-dunmore-rules-of-writing/

“A problem with a piece of writing often clarifies itself if you go for a long walk.”

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Ci sono alcune cose, nella scrittura, che la rendono un’arte difficile. E complicata. Va bene, sarò del tutto onesto, con voi: le cose che la rendono complicata sono molte. Facciamo un esempio: se io volessi fare il falegname, il mio problema sarebbe il legno. Va tagliato giusto, e si deve incastrare senza lasciare spazi. Con un po’ di precisione e un progetto si possono fare cose che non si vedono neppure in certi grandi magazzini nordici, dove non sono ancora riusciti a capire la differenza tra un armadio e una scatola di LEGO. Però, per quanto io faccia un tavolo oppure una statua, il mio problema sarà il legno. Quindi, se volessi fare lo scrittore, il mio problema sarebbe la scrittura. Giusto?

Sbagliato.

Mi sono sentito dire le cose più varie. Che dovrei frequentare una scuola, anche se dovrei prediligere il corpo libero della penna, che ci vuole un corso di scrittura creativa, ma che non si può dimenticare l’autodeterminazione delle lettere, che forse sarebbe il caso di partecipare a una bottega di narrazione, per quanto sia il randagismo del raccontare che fa funzionare tutta la faccenda. È possibile ascoltare ottimi consigli in un senso, cambiare interlocutore, e sentirne di altrettanto sensati che magnificano l’esatto contrario. Nella Roma antica, alcuni retori greci furono cacciati per molto meno. Eppure la scrittura, prima ancora di essere una forma d’arte, è una forma di artigianato. Proprio come tutte le altre arti: nascono come artigianato e poi evolvono, in un senso che forse potremmo definire estetico, e divengono qualcosa che è più che artigianato.

Altri scrittori hanno il problema di farsi conoscere. Di avere accesso alla Repubblica delle Lettere. Di avere uno stuolo di lettori, adoranti, in spasmodica attesa di una parola su di un foglio. Oppure, secondo un’altra versione, di avere un mercato. Perché, alla fine, c’è un unico problema vero nelle nostre vite: pagare le bollette e mangiare, possibilmente due volte al giorno. Così fioccano le guerre di religione tra chi difende la Casta dei Pubblicati e dei Pubblicatori (le maiuscole, in questo caso, sono d’obbligo) e chi sostiene la democrazia delle piattaforme di pubblicazione, con gran stridore di lame e digrignare di denti. In tutto questo volteggiare di sciabole sono rimasti sotto il fuoco incrociato i lettori, che ormai sono protetti dal WWF come specie in via d’estinzione. E non abbiamo neppure un campione di DNA da consegnare ai posteri.

Io, però, sono solo un artigiano della scrittura. Rimango lì, ancorato al foglio come al legno grezzo, mentre piallo con calma una frase fino a quando, passandoci sopra la lingua, non scorra via dolce come piace a me. Uno dei consigli migliori che conosca è anche uno di quelli più snobbati: quando c’è qualcosa che non va, nella scrittura, farsi una lunga passeggiata aiuta. Camminare, per sciogliere la testa prima ancora che i muscoli.

È vero: ho provato e funziona. Per un certo verso.

Funziona anche bene: domenica faccio la mia terza maratona.

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P.S.: Se davvero vi interessassero le questioni citate sopra, potreste voler leggere:

Se invece vi interessa correre, meglio che vi rivolgiate a Tenar.

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Imprendautori


In questo periodo un po’ denso (che forse durerà fino all’estate) di cose che accadono fuori dal computer e fuori dal foglio, la scrittura è rimasta un po’ indietro. Così non ho una nuova storia per voi, ma colgo l’occasione di raccogliere e segnalare diversi post interessanti di questi ultimi giorni. Come forse saprete, io non sono un fanatico del self-publishing. Anzi. La mia non è certo una posizione oltranzista, ma è frutto di un ben ponderato ragionamento che, ridotto all’osso, recita: per quanto basse, se  lo facessi non rientrerei delle spese. Tutto qua. Altri, partendo da presupposti diversi, potrebbero trarne indicazioni opposte.

Comunque, giusto per dare a tutti le basi per ragionarci su, vorrei indicarvi questi due articoli:

Sono usciti in contemporanea e danno un buon quadro di cosa significhi autopubblicarsi. Il titolo di questo post è un neologismo proprio in riferimento a chi decide di vestire tutti i panni della filiera editoriale e che nel mondo anglofono hanno cominciato a chiamare authorpreneur.

Sempre in contemporanea, è uscito anche un post che ben riassume le difficoltà di correggere da soli i propri testi: REVISIONE: un pozzo senza fine di Marina su “Il taccuino dello scrittore”. Discutendo con lei nei commenti, ho deciso di ri-mettere a disposizione anche qui un piccolo testo che avevo trovato su Internet, dove sono raggruppate le convenzioni tipografiche in merito ai dialoghi delle principali Case Editrici e Collane. Piuttosto che inventarsi una qualche soluzione strana, credo che sia molto meglio, tanto per i lettori quanto per chi dovesse ricevere i vostri scritti in valutazione, decidere di scegliere uno di questi standard e di mantenerlo costante per tutto il testo: potete scaricare qui il file in formato pdf (punteggiatura_dialoghi_scheda).

Se si decide di voler seguire in proprio la pubblicazione del proprio testo, e di solito lo si fa puntando il mercato dell’editoria digitale, vi consiglio di riflettere su almeno questi due punti. Il primo è sul marketing e sulle “quarte di copertina”, attraverso la lettura dell’articolo di Helgaldo, su “Appunti a margine” di Chiara Solerio, dal titolo: Quarte di copertina – cosa sono, come si scrivono. Il secondo riflettendo sul fatto che il mercato dell’e-book cerca di invogliare all’acquisto proponendo le prime pagine del libro: dopo aver dato un’occhiata ai risultati della gara di incipit che abbiamo fatto qui la settimana scorsa, leggete le considerazioni di Luisa Carrada de “Il mestiere di scrivere” a proposito delle prime parole di un testo e della loro importanza: Incipit: il lato razionale, il lato poetico.

EDIT: c’è un ottimo articolo di Chiara Beretta Mazzotta sui numeri dell’editoria e quanto davvero venda, oggi, un autore. Vi invito a leggerlo, perché merita: Quanto (non) vendono gli autori?

Come pubblicarsi da soli


Quando ho pubblicato, un po’ di tempo fa, un post sulle case editrici che lavorano con gli scrittori esordienti, mi è stato chiesto di farne uno anche sulla famosa (o famigerata) editoria a pagamento. Però permettetemi di allargare il discorso al self-publishing, perché a mio modo di vedere sono praticamente la stessa cosa (a parte forse il costo).

Per capire le mie motivazioni riprendo un concetto da quel post:

L’arte è una bella cosa, ma quando ci si presenta ad una Casa Editrice stiamo facendo, né più, né meno, un colloquio di lavoro.

Ecco: se pubblichiamo con una Casa Editrice stiamo attivando una specie di “contratto a progetto”: loro si accollano il rischio di impresa e noi prenderemo un salario che può avere una parte fissa ma è composto, in gran parte, da una quota variabile. Tutto qui. È importante capirlo, perché nella società di oggi i movimenti dei denari spiegano molto meglio di tutto il resto i reali rapporti tra cose e persone. Potrà anche non piacere, ma è un dato di fatto.

Se parliamo di editoria a pagamento o self-publishing, invece, abbiamo saltato la barricata. Siamo noi, che ci stiamo accollando il rischio d’impresa, nella speranza di trattenerci tutti o quasi gli utili. Anche questo dev’essere chiaro: pubblicare per il solo gusto di averlo fatto non conta; bisogna infatti decidere se lo si fa per l’Arte (quella con la maiuscola) o per i soldi (che anche con la minuscola valgono uguale). Nel primo caso tanto vale mettere i propri scritti disponibili pubblicamente con una licenza di tipo CC, senza tante preoccupazioni. Se piaceranno tanto meglio, sarà diventato una specie di investimento nel nostro futuro o nella Storia. Se non piaceranno, avremo avuto la possibilità di trarre un qualche insegnamento, se saremo capaci di analizzare i motivi del fallimento.

Avendo invece deciso per la pubblicazione nella speranza di averne un guadagno, bisogna ricordarsi che siamo entrati nel mondo del commercio e che dovremo muoverci di conseguenza. Se vogliamo che qualcuno spenda i propri soldi per darli a noi, è necessario fornirgli un prodotto che valga la pena di essere acquistato, che sia di carta oppure di bit, che sia editoria a pagamento oppure self-publishing.

Si pubblicano diverse decine di migliaia di libri all’anno: perché dovrebbero comperare proprio il nostro? Per avere un bel libro, al di là del contenuto in sé, bisogna spendere dei soldi per pagarsi un editor che lo ripulisca. Bisogna spenderne ancora per pagarsi un grafico e fare una bella copertina. Bisogna anche spendere per programmare (ed attuare) una campagna promozionale. L’idea di non spendere nulla e fare tutto da sé è impraticabile: nessuno può assommare competenze editoriali, grafiche, di marketing. Se fosse in grado di farlo avrebbe già la propria Casa Editrice, no?

In questo contesto, il problema grande del self-publishing è uno solo: la scarsissima qualità di quanto viene messo a disposizione. Copertine orribili (e passi). Trame sconclusionate (forse sono io che non capisco). Ma soprattutto impaginazioni terribili ed errori di ortografia e sintassi. Però su questo non si transige: siamo in Italia, è necessario scrivere perfettamente in italiano. Quando un acquirente si è già scottato diverse volte, non è più disposto a spendere neanche i fatidici 0,99 euro. Non lo faccio io e credo non lo facciate neppure voi. Fatto tutto questo, possiamo rivolgerci ad una delle piattaforme di pubblicazione su Internet (ce ne sono diverse, ciascuna con la propria peculiarità) oppure rivolgerci ad un editore a pagamento, che in buona sostanza è un tipografo, per avere il prodotto finito e vendibile.

Adesso riamane l’ultimo scoglio: trovare qualcuno che lo compri, nel marasma di quello che viene offerto e distribuito. Qual è, dunque, la soluzione? Cercare di farsi conoscere prima: usando un blog, mettendo a disposizione altri scritti, distribuendo copie gratuite del proprio libro.

Faticano gli editori veri ad avere prodotti di qualità. Se vogliamo batterli, non c’è che una strada: fare un lavoro migliore del loro.