Vacanze


Ci sono vacanze bellissime, che però quando torni ti dimentichi subito. Ed è meglio così, perché morire di nostalgia è una gran brutta fine: roba da scrittori, se non da poeti. E ho detto tutto.

Ci sono vacanze normali, in cui alla fine hai solo sostituito il capo con la moglie, l’amministratore delegato con la suocera, i clienti con i figli. La differenza è che non ti pagano ma, se non lavorerai bene, te la faranno pagare. La moglie per prima, iscrivendosi al partito della candeggina. Però il lavoro nobilita l’uomo; non sei musulmano e quindi non ti spettano settantadue vergini in paradiso, ma speri giunga presto l’ora del meritato riposo. Eterno? Va bene lo stesso, purché si dorma e non ci siano rotture.

Ci sono le vacanze in cui tutto va a rotoli. Epicamente. Sono quelle che ti ricorderai tutta la vita, come quella volta che hai finito i soldi a tremila chilometri da casa. Ti sei fatto le settantadue ore del viaggio di rientro (una per ogni vergine, a occhio) mangiando il contenuto di una sola scatoletta di involtini, talmente tremendi e così intrisi d’aceto che per tutto il tempo la nausea ha vinto sulla fame. O come quella volta che, sulla corriera piena che non ne voleva sapere di mettersi in moto, tu e due tuoi amici siete stati reclutati per scendere e spingere. Senza che nessun altro muovesse un dito: avete spinto e messo in moto un pullman completo di cinquanta passeggeri e relativi bagagli, che ancora dopo vent’anni ti domandi come abbiate potuto fare. Vacanze di cui porti orgoglioso le cicatrici, come uno sopravvissuto alla guerra.

Poi ci sono le vacanze sfigate. Ma così tanto che arrivano seconde anche dal punto di vista tragico: niente epica eroica, quindi, ma uno stillicidio di scortesie che il destino ti ribalta addosso. A bassa densità ma con una costanza da maratoneta. Una al giorno, per dire. Tante piccole cose, che finirai per scordare quasi subito. Ma che la tua ulcera ricorderà per molti mesi a venire.

Tipo che tutte le mattine, alle cinque, il camion della nettezza urbana svuota i cassonetti sotto casa con la delicatezza dello Shuttle durante il lancio. E quando, finalmente, alle sette riesci a riaddormentarti, l’unico aereo in arrivo nell’intera giornata passa a quaranta metri sopra la tua testa, perché la casa si trova sul percorso di discesa dell’aeroporto. Per recuperare decidi di scendere in spiaggia a poltrire sotto il sole? Non c’è problema: ci pensa il torneo di beach volley a tenerti sulla corda. Tra spettatori urlanti, speaker, pallonate e improperi dei giocatori.

Dopotutto il riposo, come il piacere, va guadagnato. O, almeno, ti viene questo sospetto. Allora scarpini per un paio di chilometri fino a un’altra spiaggetta. Stendi l’asciugamano e, non appena l’indice UV scende sotto la quota “forno a microonde”, scopri che il luogo si popola di mamme con torme di bambini urlanti. Nessuno dei quali abbastanza grande da saper scrivere ma tutti in possesso di una laurea in ingegneria edile honoris causa, dato che tra corse e urla scavano buche in grado di competere con l’Eurotunnel e costruiscono castelli grandi come un centro commerciale.

Dulcis in fundo, l’otite. Uno schizzo malefico della doccia spinge un granello di sabbia fino in fondo all’orecchio. Colpisce il timpano, graffiandolo. Si crea un’infezione, che lo buca. Ti ordinano degli antibiotici, ma al momento sull’isola non ci sono. Forse tra due settimane. Nel frattempo, il farmacista parlando fitto al telefono con il dottore e tu non capisci una parola, ti danno una roba da mettere. Delle gocce. Il greco non è facile da leggere, figurarsi avendo in mano un foglietto illustrativo. Scopri che è un collirio. Pensi che hai un buco in un timpano da curare con il collirio e pensi che dovrai prendere un aereo, con le sue pressurizzazioni repentine. Stai per piangere, un po’ per il dolore e un po’ per la disperazione, ma poi ti scappa un sorriso: arriverai in Italia sotto ferragosto, quando tutto il personale medico è in servizio, pronto ad attenderti.

Helgaldo mi segnala che Paolo Nori, pure lui esperto di vacanze “che era meglio stare a casa”, ne ha fatto una specie di concorso. Se lo fa lui, allora lo faccio pure io. Però niente cartolina, così risparmiate i soldi del francobollo. Mettetele nei commenti, le vostre vacanze da dimenticare, in un condivisione catartica con tutti gli altri.

Però siete su “Scrivere per caso” e non potete pensare di cavarvela così a buon mercato. Scrivetelo nei commenti, sì, ma in sole sei parole

Ecco le mie: «Persa pazienza, usata pochissimo. Grossa ricompensa.»

L’estate sta finendo (posto che sia cominciata…)


Anche quest’anno sono finite le ferie e con loro, ahimè, l’estate: l’Italia, dal punto di vista meteorologico (e purtroppo non solo), non è più garanzia di terra rara e fortunata e così il rientro finisce sempre per trasformarsi in un tuffo prematuro nell’autunno, quando non addirittura nell’inverno. Ho approfittato di questi giorni di relax in compagnia del mare per leggere moltissimo, più quanto non abbia forse mai letto in vita mia, colmando qualcuna tra le tante lacune che ho. Ho imparato ad amare la letteratura russa, spaziando da Gogol su fino a Shalimov e ho imparato a guardare con sospetto quella americana che, per formazione, pensavo mi si addicesse maggiormente. Il tutto senza farsi mancare un buon vecchio Euripide e qualche pagina di Ovidio, da sempre la letteratura che preferisco.

Tutto questo leggere, fatto soprattutto per vedere come scrivono quelli bravi e magari trarne qualche insegnamento, ha definitivamente chiarito in me un po’ di cose. In primo luogo la mia passione per i romanzi: ormai è stabilito che, tra la vasta ed eterogenea fauna degli scrittori, io appartengo al genere dei romanzieri e tra questi alla specie degli architetti. Le storie brevi mi piacciono molto, specialmente quelle ben congegnate con un qualche tipo di “Coup de théâtre” finale. Però mi piace soprattutto leggerle; quanto a scriverle, per me, rappresentano una specie di allenamento, una partitella tra amici di quelle fatte così, giusto per divertirsi un po’ in compagnia.

La cosa che mi dà soddisfazione, invece, è la scrittura di un romanzo. O meglio, più che la scrittura in sé, la costruzione della trama e delle storie che le sono collegate con l’obbiettivo di suscitare un qualche tipo di emozione in chi legge. Perché mi affascina l’idea di costruire una macchina, fatta di parole, con la quale trasmettere qualcosa ad un’altra persona. Di più ancora, pensare che, al di là di quelle pagine, ci sia qualcuno con il quale si crei una sintonia, un legame che ci unisca per quanto divisi da tutto: il tempo, lo spazio, le persone. Credere che ci si possa giocare insieme, con questo legame, come se fosse una leva che, se ben manovrata, sia capace di accendere e spegnere sentimenti e far nascere e crescere la meraviglia.

Invece, anche se mi appassiona la creazione di una trama come se fosse una macchina, non sono uno scrittore da gialli o da thriller. Mi piacciono poco anche da lettore, se devo essere sincero: ne ho letti parecchi – Agatha Christie su tutti – ma non riesco ad appassionarmi al genere. Credo che, ai miei occhi, la pecca più grande sia la preminenza della struttura logica, che potremmo perfino definire enigmistica, rispetto all’intreccio delle persone e delle personalità. Questo è il motivo fondamentale per il quale preferisco leggere di Anna Karenina piuttosto che di Poirot, per citare due personaggi conosciuti da tutti.

Questo è anche il motivo per il quale ho deciso di essere meno presente sul blog e di lavorare più sui testi. Finora ho sfornato storie “a raffica”, pensando più alla rapidità d’esecuzione che non alla qualità del testo: la scelta delle parole, la musicalità delle frasi e, in certi casi, anche la stessa costruzione della trama sono state sacrificate all’idea di pubblicare ogni giorno, riducendo per quanto possibile lo scarto tra l’idea e l’esecuzione del pezzo. L’idea alla base di questa scelta era dovuta al fatto che volevo mettermi alla prova come fanno gli artisti di strada: un passante arriva, chiede, e loro fanno il numero richiesto. Voila!

Dopo sei mesi abbondanti, però, è ora di cambiare e lavorare su qualcosa d’altro, direi. Per usare un parolone si potrebbe dire che vorrei cercare un approccio più professionale alla scrittura e meno amatoriale di quanto abbia fatto finora. Non ho ancora chiaro fino in fondo cosa questo significhi per il blog: vorrei continuare a scrivere storie, ma è anche possibile che scriva qualche post teorico come quello dell’iperromanzo.

Buone vacanze…


photo credit: Big Max Power (BMP) via photopin cc

È stata dura, ma finalmente anche quest’anno è arrivata l’estate. O meglio, visto il tempo atmosferico, è arrivato il tempo delle vacanze. Grazie a voi, che mi avete regalato il vostro tempo leggendomi, è stato un anno bellissimo ed assolutamente prolifico tra l’iperromanzo a metà con Spartaco Mencaroni e una storia diversa (quasi) ogni giorno. Meglio di così, davvero, non avrebbe potuto essere. Molto di quello che ho scritto si trova sul blog nonché, in formato ebook, scaricabile anche dalla pagina di download, lassù in alto.

Per me, invece, è ora di fermarsi. Bisogna ricaricare le pile, innanzi tutto, e poi, a mente fresca e rilassata, guardarsi indietro per capire come andare avanti. Questo significa che il blog rimarrà “a riposo” almeno fino a dopo ferragosto; non preoccupatevi se non troverete risposta a commenti ed e-mail: non sarò diventato antipatico (non più di quanto lo sia normalmente, almeno) ma ho intenzione di farmi un lungo periodo off-line. Anche se a volte non sembra, la vita non è al di là del monitor, ma al di là della porta di casa. Vi prometto che tutte le volte che potrò, farò il possibile per rispondervi o per lasciare una piccola storia tra queste pagine.

Buone vacanze a tutti.